Il Parco, un'opportunità da valutare senza pressioni


Il  progetto di Parco Nazio nale, con l'imminente ingresso nella sua terza fase, ha davanti a sé 48 mesi intensi, di grande impegno tecnico e finanziario. Un periodo cruciale, che non può essere affrontato sottogamba partendo da decisioni forzate, lasciando spazio alla prospettiva di un futuro fallimento; benché – come noto – la situazione al momento non appaia rosea, occorre affrontarla con serenità, senza intemperanze e con una riflessione approfondita per trovare una soluzione 

Fiorenzo Dadò        Deputato nel Parlamento cantonale per il PPD, siede anche nel Legislativo del Comune di Cevio  

È già dal 2007 che emergono quesiti su comprensori, votazione, proprietà private, zone nucleo con le relative aree cuscinetto e periferiche, senza dimenticare la questione del nome, la sede, la rappresentatività in relazione al territorio… Domande precise, che sono state formulate e riformulate ma che non hanno ricevuto risposte sufficienti, anche se alcune sono molto serie e rappresentano indiscutibilmente il perno centrale della questione. Domande che non necessitano di nessuno studio di dettaglio e alle quali si può rispondere immediatamente, attraverso gli strumenti legislativi conosciuti, gli accordi e il buon­senso. Non si tratta perciò di voler sabotare un progetto o, peggio, di non guardare avanti, come indicherebbe – colpevolizzando quindi i valmaggesi capricciosi – Roberto Carazzetti, in un ampio editoriale apparso sulla Voce Onsernonese. E neppure si tratta di incapacità nel guardare la realtà nel suo insieme, accusa che Carazzetti mi rivolge personalmente, a proposito dell'affermazione sull'inopportunità di legare la battaglia per i Bagni di Craveggia al progetto Parco Nazionale.

Si può far filosofia su tutto, ma prima di chiamare in causa i massimi sistemi – se davvero si cercano soluzioni per andare avanti – non bisogna mai dimenticare il confronto con i fatti. Nel caso dei Bagni – visto che me ne occupo in prima linea sin dall'inizio e condivido parte della riflessione di Carazzetti – ho buoni e fondati motivi per affermare quanto ho scritto; sul Parco, invece, senza una risposta chiara e in forma scritta da chi ha l'autorità per farlo, non ritengo sia giusto biasimare chi – come l'autorità di Cevio – per ora non se la sente di aderire a cuor leggero alla prossima e decisiva fase di progetto.

Il sindaco Pierluigi Martini è sostanzialmente favorevole al Parco – lo dice chiaramente nella sua intervista (vedi il CdT del 29 dicembre) – ma ha scelto una posizione pragmatica, che mira a creare consenso e a non spaccare la comunità; perché a Cevio ci sono pochi acerrimi contrari, ma anche pochi convinti sostenitori, accanto a una maggioranza di dubbiosi e incerti, che desidera vederci chiaro.

Più in generale, è possibile che un Parco – pur con un notevole tributo – porti benefici alle comunità periferiche che ne sapranno approfittare; quel che dobbiamo chiederci, però, è se questi vantaggi non confermino e rafforzino in modo definitivo quel circolo vizioso nato dalla condizione di vassallaggio, tutela finanziaria e decisionale, instaurato in modo ingiusto dallo Stato, dopo il furto delle forze idriche. Quelle acque, che – va detto senza fronzoli – rappresentano l' unica, vera, duratura e milionaria ricchezza vallerana, questa sì da rivendicare tutti insieme e con convinzione!

L'era dei sussidi, degli aiuti LIM e – all'apice – la perequazione intercomunale, sono stati come la flebo che ristora l'ammalato; hanno dato una boccata di ossigeno alle comunità in difficoltà, ma non ne hanno arrestato il declino e neppure guarito i malanni. Una qualsiasi iniziativa a favore delle periferie che intenda essere degna di questo nome, deve quindi cambiare in modo decisivo questa realtà restituendo anzitutto concreta autonomia decisionale e finanziaria alle comunità montane. I promotori del Parco devono quindi, prima di tutto, convincere le comunità di valle – attraverso argomentazioni precise – che il progetto sarà almeno un primo decisivo passo verso la fine di questa logica assistenziale, umiliante e perversa.

Al contrario, la cosa più deleteria – che porterebbe ad un vicolo cieco – sarebbe prolungare l'attuale tira e molla senza far nulla, imprecando contro Tizio o Caio perché rei di aver posto domande, o colpevolizzando arbitrariamente una intera comunità per i ritardi o, peggio, il fallimento dell'iniziativa. Il compito di chi promuove il progetto è invece anche di cercare alternative che non vadano a sprecare questa interessante occasione data dalla legge, magari estendendo da subito l'invito ad altri Comuni interessati o modificando i tempi, la posta in palio oppure elaborando un progetto modulare, così che la presenza o meno di un Comune non sia più così determinante.

Perché in tutta franchezza, non sembra possibile e neppure auspicabile – se davvero questa iniziativa è importante per il Locarnese – che tutto vacilli già sotto il peso, oggettivamente modesto, che può avere la legittima esigenza di chiarimento di una piccola comunità di valle.