Fiorasca: In Vallemaggia le montagne parlano un linguaggio universale

Invito in Fiorasca da parte della SAV

05.09.06   Piergiorgio Baroni

Fiorasca: In Vallemaggia le montagne parlano un linguaggio universale

 Domenica l’inaugurazione delle strutture di accoglienza per gli escursionisti all’alpe Fiorasca, al confine fra le valli Bavona e Lavizzara, nell’alta Vallemaggia, ha sug­gerito riflessioni sul rapporto fra l’uomo e la montagna. Un momento della cerimonia in quota, cui ha partecipato anche Luigi Pedrazzini.  È stato don Dante, che ha soli­de radici in valle, a chiedere ripe­tutamente il silenzio. Un silenzio rispettoso non solo del servizio di­vino che stava per celebrare, m­a anche delle stupende cattedrali naturali circostanti. Sono le mon­tagne valmaggesi, dove la natur­a selvaggia, il sole, la pioggia, i ven­ti (che da milioni di anni model­lano le cime) parlano un linguag­gio universale. Due centurie di partecipanti, quasi tutti saliti lun­go i ripidi pendii bavonesi (4 or­e e mezzo, 1.400 metri d dislivello) o dall’alpe lavizzarese di Brune­scio (due ore e mezzo) si sono su­bito conformate al desiderio di don Dante: e anche gli oratori che si sono alternati, fra questi il pre­sidente della FAT Giorgio Mata­sci e il presidente del Consiglio di Stato Luigi Pedrazzini, hanno evi­denziato il « silenzio che parla » . Viviamo in una società di iperco­municazione: non si tratta di sfug­girle, ma di trovare – ogni tanto – quei momenti in cui la riflessione silenziosa diventa prevalente, pe­r reimpostare modi e tempi di rela­zione con gli altri, per sondare il proprio animo e ricavarne il me­glio, nella vita quotidiana. Lo sfor­zo fisico e mentale richiesto dal­l’ ascesa, unito alla spiritualità del luogo, ha trasformato l’alpe Fio­rasca in un sito privilegiato di ascolto: anche per la capacità di chi ha offerto (Romildo e Vittorio Dalessi), promosso, realizzato la struttura (un lavoro di volontaria­to della SAV, Società alpinistica valmaggese presieduta da Arturo Rothen) di rispettare i luoghi, di utilizzare materiali in sintonia con l’ambiente. Rispetto anche per le generazioni di valmaggesi che las­sù erano andate per «tagliare l’ul­timo ciuffo d’erba » , per dare pa­scoli d’altura al bestiame. Quan­do l’unica alternativa era quella dell’emigrazione. E dai libri di Giorgio Cheda sappiamo quanto è costato, in termine di sacrifici (d­i chi era lontano e dei rimasti a ca­sa) imboccare le vie dei mari, de­stinazioni California e Australia­. Anche per chi è dotato di un buon autocontrollo dei sentimenti è sta­to difficile non farsi prendere dal­l’ emozione: soprattutto il canto fi­nale «Signore delle Cime» ha rap­presentato un momento di subli­mazione. Senza enfatizzare nul­la, si può dire che la montagna, con l’impegno richiesto per l’asce­sa, con la cornice straordinaria del luogo, ha trasformato il silenzio in comunicazione privilegiata, che parla allo spirito, alla parte mi­gliore di ogni partecipante. Tra­sportare a valle e far condividere questi sentimenti non è facile: ma val la pena di provarci, tanto più che la percezione è quella che il futuro del Ticino si giochi sempre più «in altura», dove ci sono risor­se naturali e intellettuali ancora da valorizzare. « Un fatto di cultu­ra » , ha detto Pedrazzini, inten­dendo cultura come conoscenza e condivisione: non è possibile en­trare in questa logica senza uno sforzo fisico e intellettuale. Da qualche tempo, nell’ Alto Ticino, società escursionistiche, patrizia­ti e privati mandano segnali con­creti. Nella speranza che la « pia­nura », a forte concentrazione abi­tativa, possa finalmente racco­glieli.