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Hannah Arendt Sulla violenza Guanda (Milano), 2008
La violenza ha sempre svolto un ruolo importante negli affari umani. In questo breve saggio la Arendt dà ragione della sua affermazione ripercorrendo i fatti della nostra storia recente: dal Black Power americano alle manifestazioni studentesche degli anni Sessanta. Il rapporto fra violenza, potere, forza e autorità; i limiti della violenza; la differenza tra violenza collettiva e individuale; le sue cause e le sue origini. Questi sono solo alcuni degli argomenti trattati. Una radiografia del fenomeno in tutte le sue espressioni, variazioni e implicazioni, alla quale non mancano il tono di una passione politica e morale.
Hannah Arendt La banalità del male Eichmann a Gerusalemme Feltrinelli (Milano), 2006
www.lafeltrinelli.it/products/9788807816406/La_banalita_del_male/Hannah_Arendt.html
«Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo, in aereo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso, 'in concorso con altri', crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l'umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale». Hannah Arendt va a Gerusalemme come inviata del «New Yorker». Assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il giornale sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro al caso Eichmann. Ne nasce un libro scomodo: pone le domande che non avremmo mai voluto porci, dà risposte che non hanno la rassicurante certezza di un facile manicheismo. Il Male che Eichmann incarna appare alla Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la "grandezza" dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.
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Luca Baldissara (a cura)
La guerra giusta
Concetti e forme storiche di legittimazione dei conflitti
"900 Per una storia del tempo presente" - ns 2009/02
L'Ancora del Mediterraneo (Napoli), 2009
Una guerra può essere definita "giusta"? I più recenti conflitti, dalle guerre nei Balcani a quelle in Afghanistan e Iraq, hanno prepotentemente messo in campo aggiornate operazioni di legittimazione degli interventi armati che, con intensità e ruoli diversi, hanno coinvolto tanto i governi che li hanno decisi, quanto i militari che li hanno attuati; ma anche i cittadini che sono stati chiamati a condividerne lo spirito. Si vuole qui restituire caratura e profondità storica ai processi di costruzione della "guerra giusta", rintracciandone le fonti nel diritto e nella politica, nel discorso pubblico e nella cultura militare, e cercando di capire in che modo le odierne pratiche di legittimazione della violenza si distinguono da quelle del passato. II volume curato da Luca Baldissara contiene saggi e contributi di Luca Baccelli, Elisabetta Bini, Enrico Cerasi, Raya Cohen, Marcello Flores, Guido Franzinetti, Nicole Janigro, Vincenzo Lavenia, Federico Mazzini, Marco Milanese, Francesco Mores, Raffaella Nigro, Michela Ponzani, Leone Porciani, Roberto Rivello, Giovanni Ruocco, Benjamin Stora, Angelica Zazzeri.
Luca Baldissara - Paolo Pezzino Giudicare e punire L'Ancora del Mediterraneo (Napoli), 2005
Il secondo conflitto mondiale ha rappresentato un'esplosione di violenza tanto inaspettata quanto inedita perché mirata contro i civili, da qui nasce, subito dopo il conflitto, l'esigenza di giudicare i crimini di guerra e punire gli artefici e gli autori di massacri e violenze pianificate. Dal famoso processo di Norimberga prendono il via numerosi procedimenti che, nel tentativo di dare una risposta a quanto è avvenuto, gettano le basi del diritto internazionale. anche se, ben presto, alla durezza delle sentenze corrisponde un rapido declino della punizione e una più che benevola commutazione delle pene: il "fare giustizia" dipenderà, sempre più, dalle regole della politica internazionale. Il volume raccoglie saggi di Anders Stephanson, Mark J. Osiel, Peter Maguire, Donald Bloxham, Michele Battini, Filippo Focardi, Winfried R. Garscha, Eva Holpfer, David Cohen, Pier Paolo Rivetto, Bartolomeo Costantini.
Luca Baldissara - Paolo Pezzino Crimini e memorie di guerra L'Ancora del Mediterraneo (Napoli), 2004
L'avvento della guerra totale nel ventesimo secolo ha vanificato tutti gli sforzi compiuti nel secolo precedente di "civilizzare" la guerra (codificandone le forme legittime per proteggere le popolazioni civili, soccorrere i feriti, tenere sotto controllo i prigionieri...). Con la seconda guerra mondiale la violenza è aumentata in maniera esponenziale, con la messa a punto di tecniche di distruzione di massa che hanno reso ancor più insensibili e spietati i carnefici, trasformando i civili in masse anonime di vittime. tutto ciò ha determinato anche un radicale cambiamento nelle narrazioni di guerra e nelle pratiche commemorative e, dunque, nelle politiche della memoria: da allora, guerra e genocidio hanno cominciato a intrecciarsi e i civili sono diventati i testimoni privilegiati della violenza bellica, arrivando a eclissare l'immagine stessa del sodato vittima della guerra. Il volume raccoglie saggi di Lutz Klinkhammer, Pieter Lagrou, Christian Ingrao, Joanna Bourke, Jay Winter, Olivier Wieviorka, Adolfo Mignemi, Gabriella Gribaudi, H. James Burgwyn, Nicola Labanca, Lidia Santarelli, Dianella Gagliani. |
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Omer Bartov Germany's War and the Holocaust Disputed Histories Cornell University Press (New York, Usa), 2003
"Omer Bartov is internationally recognized as a leading expert on the Holocaust. I Greatly welcome this collection of his most important essays on this defining issue of the twentieth century." - Sir Ian Karshaw, Sheffield University Omer Bartov provides a critical analysis of various recent interpretations of the genocidal policies of the Nazi regime and the reconstruction of German and Jewish identities in the wake of World War II. Germany's War and the Holocaust both deepens our understanding of a crucial period in history and serves as an invaluable introduction to the vast body of literature in the field of Holocaust studies. Drawing on his background as a military historian to probe the nature of German warfare, Bartov considers the postwar myth of army resistance to Hitler and investigates the image of Blitzkrieg as a means to glorify war, debilitate the enemy, and hide the realities of mass destruction. The author also addresses several new analyses of the roots and nature of nazi extermination policies, including revisionist views of the concentration camp. Finally, Bartov examines some paradigmatic interpretations of the Nazi period and its aftermath: the changing American, European, and Israeli discourses on the Holocaust; Victor Klemper's view of Nazi Germany from within; and Germany's perception of its victimhood.
Omer Bartov Fronte orientale Le truppe tedesche e l'imbarbarimento della guerra 1941-1945 Il Mulino (Bologna), 2003
E' noto che nella guerra sul fronte orientale innescata dall'attacco tedesco all'Unione Sovietica nel giugno 1941 si toccarono livelli di brutalità inaudita: stermini di massa delle popolazioni civili, deportazioni, distruzioni, maltrattamenti dei prigionieri (dei quali 3.300.000, oltre la metà, morirono per violenze o stenti). La responsabilità di questo imbarbarimento è stata solitamente addebitata al regime hitleriano e alle sue formazioni speciali come le SS, o al più agli alti comandi della Wehrmacht, sollevandone ranghi e quadri. Questo libro, che esce finalmente anche in Italia, ha per primo infranto tale verità di comodo. Rovesciando la prospettiva e ricostruendo dal basso il comportamento delle truppe, grazie al ricorso a materiali inediti relativi all'attività di tre divisioni combattenti, Bartov ha potuto mostrare che la Wehrmacht fu pienamente protagonista dell'imbarbarimento della guerra, e che ciò fu dovuto al convergere di tre fattori: le condizioni estremamente dure del conflitto sul fronte orientale, il tipo di formazione degli ufficiali, e infine l'indottrinamento politico delle truppe, educate a considerare "Untermenschen", esseri inferiori, le popolazioni slave.
Omer Bartov - Atina Grossmann - Mary Nolan Crimes of War Guilt and Denial in the Twentieth Century New York Press (New York, Usa), 2002
How do societies remember-or forget-the wartime atrocities committed by their soldiers and citizens? In Crimes of War, leading historians explore this difficult and troubling question. Featuring original contributions on the actions of the United States in Vietnam and Korea, the Japanese in China, and the Germans during World War II, the contributors offer valuable comparative insight into the explosive politics of memory that surrounds debate over past war crimes. Citing newly unearthed evidence of atrocities committed on the Russian front by German soldiers not affiliated with the Nazi SS, recent admissions of the killing of unarmed Koreans by American troops at No Gun Ri, and debates over Japanese barbarity in China during World War II, the authors sketch a distinctive pattern of denial that repeats in each country. Crimes of War traces the convoluted processes by which grave misdeeds are disguised or transformed, guilt denied, and victims blamed for their suffering before a society is prepared to finally confront the grisly truth about the sins of its past.
Omer Bartov Mirrors of destruction War, genocide, and modern identity Oxford University Press (New York, Usa), 2000
"Bartov's are powerfully emotive and beautifully written essays about the ways in which modern society and human consciousness have been transformed by the Holocaust. Concentrating on the French, German, and Israeli experiences, the book carefully peels back the layers of historical memory in the twentieth century and explores the Holocaust's meaning for all of us." -Norman Naimark, Stanford University "Based on wide reading and reflection, Omer Bartov's new book is a vitally important comparative contribution to understanding apocalypticism, utopianism, and attempts to refashion humanity by violence. An exceptionally disturbing and powerful book whose imaginative insights remind us that History is not a simple-minded choice between 'facts' and 'fictions,' but an attempt to understand what it is to be human." -Michael Burleigh, Raoul Wallenberg Chair of Human Rights, Rutgers University "With clarity, intelligence, and passion, Omer Bartov demonstrates how the experience and memory of violence on a massive scale have shaped the twentieth century. In a sweeping analysis that takes him from literature and film to autobiography and high politics, he locates the significance of the Holocaust in the larger context of genocide and war in the modern period, reminding us that Mirrors of Destruction from the past are ones in which we can still recognize ourselves. A major contribution to our understanding of the multiple meanings of the Holocaust, this book is a powerful reminder of how relevant the study of that event remains to an understanding of individual and national identity in the present." -Robert Moeller, University of California, Irvine "Bartov's work has always been characterized by its thoughtfulness and independence, and here he combines archival research with an interdisciplinary critique of the literature drawn from widely diverse fields. He focuses on the links of social, cultural, and military history and offers particularly interesting insights into Europe's two major wars in this century and their relationship to the Holocaust. This is history painted in large strokes, and anyone trying to understand how and why the promise of the twentieth century went horribly wrong should read this book." -Robert Gellately, Strassler Professor in Holocaust History, Clark University
Omer Bartov Murder in our midst The holocaust, industrial killing, and representation Oxford University Press (New York, Usa), 1996
"By articulating new conceptual categories and identifying unexpected connections, Omer Bartov has made a profound and original statement on the links between war and genocide, representations of violence and its enactment, industrial killing and the crisis of modern European civilization." - Saul Friedlander, University of California, Los Angeles and Tel Aviv University
"Thoughtful and thought-provoking, Bartov's essays offer disturbing reflections on the capacity for genocide in modern society." - Ian Kershaw, University of Sheffield
"In Murder in Our Midst, Omer Bartov provides a searching, informed, and impassioned view of the origins and aftermath of the Holocaust. The causal link he finds between the emergence of industrialized killing in World War I and the Nazi genocide at once illuminates recent historical and cultural representations of that event and deepens the shadow it casts over the general prospects of modernity. Few other writers have brought to bear the combination of historical learning and contemporary social awareness with which Bartov addresses this subject." - Berel Lang, State University of New York, Albany
Omer Bartov
Hitler's Army Soldiers, Nazis, and War in the Third Reich Oxford University Press (Usa), 1992
"Exciting and provocative." The Observer (London) In Hitler's Army, Omer Bartov successfully challenges the prevailing view that the German Army of World War II was an apolitical, professional fighting force, having little to do with the Nazi Party. Bartov focuses on the titanic struggle between Germany and the Soviet Union—where the vast majority of German troops fought— to show how the savagery of war reshaped the army in Hitler's image. Both brutalized and brutalizing, these soldiers needed to see their bitter sacrifices as noble patriotism and to justify their own atrocities by seeing their victims as subhuman. He probes the experience of the average soldier faced with government propaganda and indoctrination, horrific weather conditions and scarcity of food, and a severe military justice system that saw the execution of over 15,000 German soldiers. Bartov goes on to explore letters, diaries, military reports, and other sources, showing that Hitler's Wehrmacht embraced the idea that the war was a defense of civilization against Jewish/Bolshevik barbarism, a war of racial survival to be waged at all costs. "Persuasively argued... Thought-provoking, widely researched, and explicitly revisionist." Choice "Bartov successfully challenges the notion that the German Army during WWII was apolitical and reveals how thoroughly permeated it was by Nazi ideology." Publishers Weekly "Well-written... The best book I've ever read on the subject." The Monitor (Texas) |
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Bruno Bettelheim Sopravvivere Feltrinelli (Milano), 1982
Alla vigilia della guerra Bruno Bettelheim fu internato in un campo di concentramento nazista, Dachau, dove ebbe modo di provare gli orrori del genocidio organizzato e di misurare il comportamento umano dei prigionieri sotto l'incubo della morte e nella progressiva distruzione della loro personalità. Liberato fortunosamente prima che la macchina di sterminio completasse il proprio inevitabile ciclo, e trasferitosi in America, tentò inutilmente di far conoscere l'orrore dei campi nazisti: si trovò di fronte ad un muro di incredulità, diffidenza e addirittura rifiuto preconcetto. La cosa lo fece pensare e lo spinse a elaborare una teoria sui rapporti tra sopravvissuti e ambiente sociale a cui dedicò parecchi suoi libri. In questo, che può essere considerato l'autobiografia di un personaggio noto in tutto il mondo come uno degli psicanalisti più aperti alla ricca tematica della vita, torna sull'argomento tracciando la psicologia del sopravvissuto, e non solo di chi è scampato dai campi di concentramento ma in generale da quei fatti catastrofici, da quegli eventi tragici che colpiscono l'uomo anche nei periodi di pace. Per Bettelheim l'esperienza del sopravvissuto si articola secondo due distinti momenti: c'è il trauma iniziale che distrugge l'esistenza sociale del soggetto disaggregandolo dai sistemi di supporto e di riferimento che prima lo inquadravano (la famiglia, gli amici, il lavoro, i gusti privati ecc.) e poi ci sono gli effetti del trauma che durano tutta la vita e costituiscono una minaccia alla stessa sopravvivenza fisica. Tra l'altro l'essere sopravvissuti ad una catastrofe o ad una situazione estrema comporta anche il senso di una vaga ma pungente responsabilità: perché io sono sopravvissuto quando tanti altri sono periti? Con quale diritto? Ne risulta nell'individuo fragilità emotiva, senso di colpa, sfiducia nella propria reintegrazione sociale e il sorgere di uno stato d'animo prossimo a quello delle sindromi paranoiche. La via per uscirne non è né quella di restare prigionieri della passata esperienza traumatica né quella di rimuoverla o negarla, rifiutandone la portata psicologica e trattandola col distacco con cui si guarda ai fatti storici. Entrambe le posizioni portano a disturbi emotivi, magari nascosti ma non per questo meno pericolosi. La vera soluzione è di reintegrare il passato nel soggetto e questo alla vita quotidiana. Se si pensa che a lungo si è considerato l'istinto di sopravvivenza come l'elemento fondamentale del comportamento umano, e a questo tutti gli atti sociali erano rivolti, a cominciare dall'educazione, e dall'insegnamento scolastico, e se si riflette sul fatto che oggi questo principio è in gran parte impallidito in un clima di maggiore diffusa garanzia, si comprende meglio l'insistenza di alcuni saggi riuniti nel volume sui fattori pedagogici e sui rapporti fra scuola e principio di realtà. Dopo che l'individuo è stato svincolato da un condizionamento così elementare come la sopravvivenza, bisogna pur fornirgli altri mezzi per determinare la propria condotta, orientandola verso certi fini, anche sociali ed eludendo l'insidia di una violenza cieca e suicida. |
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Agostino Bistarelli La storia del ritorno I reduci italiani del secondo dopoguerra Bollati Boringhieri (Torino), 2007
www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=17511
Eduardo De Filippo nella primavera del 1945 scrive e mette in scena Napoli milionaria, nel cui protagonista, il reduce Gennaro, erano condensati i sentimenti e le condizioni di quella valanga di soldati che stava rientrando da diversi fronti. Le particolari caratteristiche della seconda guerra mondiale, durante la quale l’esperienza italiana si è intersecata con la sconfitta, la crisi istituzionale si è sovrapposta al cambio di alleanze e, soprattutto, la Resistenza ha respinto il nazifascismo facendo incrociare guerra patriottica e guerra civile, rendono evidente l’impossibilità di considerare il combattente una figura unitaria. Ciò naturalmente si riflette anche a conflitto finito, ponendo il problema della scomposizione della figura del reduce, specchio frantumato di ciò che il regime aveva trascinato in guerra. Il libro ricostruisce l’universo del reducismo italiano del secondo dopoguerra con uno sguardo comparativo rispetto a quello degli altri paesi coinvolti nel conflitto, descrive l’interazione tra società e istituzioni nella determinazione delle condizioni degli ex combattenti per quanto riguarda sia l’aspetto morale sia la materialità della vita quotidiana, si sofferma sulla molteplicità di forme identitarie che riflettono le diverse esperienze del vissuto di guerra, illustra l’aspetto politico e istituzionale del tema. E dal punto di vista della ricomposizione della società italiana del dopoguerra fornisce indicazioni e nuovi elementi per altri argomenti di indagine quali ad esempio la funzione e il dibattito sull’assistenza sociale e sulle forme del welfare italiano, la mentalità del ceto politico antifascista nel suo farsi classe dirigente di fronte alle eredità del fascismo, o per quella che è stata definita l’ideologia della ricostruzione.
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Piero Bocchiaro Psicologia del male Laterza (Bari), 2009
Chiunque, in particolari circostanze, può infierire contro un altro essere umano: questo è quanto emerge dall?impressionante viaggio nelle profondità del male condotto da Piero Bocchiaro. Pagina dopo pagina, l'analisi avvincente e rigorosa offerta dall'autore annulla lo scarto (sicuramente confortante) tra "buoni" e "cattivi", mettendo fatalmente in crisi la tradizionale dicotomia Bene/Male. |
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Luigi Bonante La Guerra Laterza (Roma), 2005
www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842055082
Cos'è la guerra? Come la si fa? Perché la si fa? Una ricostruzione della guerra in tutte le sue dimensioni: antropologica, strategica, storiografica, filosofica.
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Joanna Bourke
Stupro
Storia della violenza sessuale
Laterza (Roma), 2009
‘Gli uomini’ non sono stupratori, alcuni uomini lo sono, alcune donne lo sono. Stupratori non si nasce, si diventa, e lo stupro non è un ‘virus sociale’ inevitabile ma un’azione umana, frutto di contesti e di volontà. Perché essere crudeli è una scelta: chi sono i violentatori e qual è la storia di chi decide di umiliare e torturare sessualmente. Uno stupratore non usa semplice violenza contro un altro essere umano: lo invade, lo marchia, imprime ferite che diventeranno fonte di angoscia permanente. Lo stupro è un flagello che attraversa la storia, sfugge alle notazioni statistiche, si maschera dietro pregiudizi e fraintendimenti, si trasforma insieme alla società. Ma, dice Joanna Bourke, non è un male endemico dell’umanità. La violenza sessuale può essere combattuta e vinta. Al centro di questo libro non troverete le vittime di stupro, ma gli stupratori. Attingendo agli studi di criminologi, giuristi, psicologi e sociologi, servendosi delle narrazioni di violenza rilasciate da vittime e aggressori dalla metà dell’Ottocento a oggi, e di come quei racconti sono cambiati nel tempo, combattendo con la definizione di stupro e stupratore, di consenso e coercizione, Joanna Bourke scava nelle ‘motivazioni’ che portano un individuo a scegliere la violenza. E dimostra quanto in profondità lo stupro sia il prodotto dell’età storica e della società in cui viene perpetrato. Cadono così una volta per tutte le menzogne e i falsi miti che sono stati edificati intorno al suo impronunciabile tabù.
Joanna Bourke
Paura
Una storia culturale
Laterza (Roma), 2007
Dalla paura di venire sepolti vivi allo spettro del terrorismo, dal panico in combattimento a quello per i grandi disastri, i terrori e i tremori che ci hanno oppressi nel corso degli ultimi centocinquanta anni rivivono in questo saggio colto e brillante. Nelle sue pagine, le voci incrinate di chi le ha vissute davvero raccontano le proprie paure: «nonostante le distanze temporali o spaziali, a volte i loro balbettii impauriti sono assordanti; altre volte, solo deboli, esitanti sussurri. Osservando le paure della nostra società, sia passate che presenti, possiamo meditare sul futuro. E il futuro è frutto delle nostre scelte».
Joanna Bourke
La seconda guerra mondiale
Il Mulino (Bologna), 2005
Con questa breve storia Joanna Bourke intende raccontare la seconda guerra mondiale non negli usuali termini politico-militari, ma come immane disastro abbattutosi sulle persone e sulle popolazioni che vi furono coinvolte. E' una storia della guerra vista dalla parte della gente, la cui voce, rintracciata nei diari o nelle testimonianze orali, dà una misura diversa, insondata dalle statistiche, di traumi come quello della perdita, della prigionia e dell'esilio. I fatti vengono esposti fronte dopo fronte: dall'Europa occidentale alla battaglia dell'Atlantico, dalla Cina al sud-est asiatico e al Pacifico, dai Balcani all'Italia e all'Africa, al fronte orientale. Ma l'attenzione va all'esperienza dei singoli, alla testimonianza diretta del loro vissuto (si tratti di partigiani deportati o di soldati torturatori, di vittime o di carnefici), al campionario tragico di violenze di una guerra che le ha sperimentate tutte, dal genocidio ai bombardamenti a tappeto, fino alla bomba atomica, e che ha prodotto più morti, e più morti civili, di ogni altra precedente.
Joanna Bourke Le seduzioni della guerra Miti e storie di soldati in battaglia
Carocci (Roma), 2001
Perché gli uomini accettano di andare in guerra? Con quali sentimenti motivazioni e miti imbracciano le armi contro il nemico? E come finiscono per diventare protagonisti di tanti atti di efferata crudeltà che sono purtroppo la costante di tutti i conflitti umani? In questo libro originale e provocatorio Joanna Bourke ci guida nelle pieghe più riposte e inquietanti dell´esperienza della guerra alla scoperta dei meccanismi psicologici, sociali e culturali che portano normali cittadini a diventare i violenti carnefici di altri essere umani e ad accettare questo ruolo con convinzione o addirittura con piacere. Alla base delle tesi dell´autrice che hanno provocato una vivace discussione in Inghilterra c´è un´ampia disamina di lettere, diari e memorie di veterani della prima e della seconda guerra mondiale e della guerra del Vietnam ma anche un´accurata panoramica dei libri e del film di guerra che hanno contribuito in questi anni a plasmare nell´immaginario collettivo la figura del moderno "guerriero".
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Cristpher R. Browning Uomini comuni Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia Einaudi (Torino), 1995
All'alba del 13 luglio 1942, gli uomini del Battaglione 101 della Riserva di Polizia tedesca entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei: ne selezionarono poche centinaia come «lavoratori» da deportare; gli altri, fossero donne, vecchi o bambini, li uccisero. Ordinaria crudeltà nazista, si direbbe; ma gli uomini del Battaglione 101 erano operai, impiegati, commercianti, artigiani arruolati da poco. Uomini comuni, reclutati per estrema necessità, che non erano nazisti né fanatici antisemiti, e ciò nonostante sterminarono 1500 vittime in un solo giorno. E il massacro di Józefów non fu che il primo di una lunga serie: in poco piú di un anno, il Battaglione 101 uccise altre 38 000 persone e collaborò alla deportazione a Treblinka e allo sterminio di oltre 45 000 ebrei. Alla fine della guerra, rimasero 210 testimonianze di membri del Battaglione 101: cosa pensavano, mentre partecipavano alla «soluzione finale»? Come giustificavano il proprio comportamento? E soprattutto, per quale motivo furono cosí spietatamente efficienti nell'eseguire gli ordini? Per fede nell'autorità, per paura della punizione? La spiegazione data da Christopher Browning è molto piú sorprendente e angosciante: un uomo comune può diventare uno spietato assassino per puro spirito di emulazione e desiderio di carriera. Ovvero: i sentimenti piú banali e apparentemente innocui sono i motori della piú estrema inumanità. Ieri e oggi. |
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Elias Canetti Massa e potere Adelphi (Milano), 1981
Nel 1922, a Francoforte, lo studente diciassettenne Elias Canetti si trovò ad assistere a una manifestazione contro l’assassinio di Rathenau. Quel giorno egli sentì che la massa esercita un’attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione. Nel 1927, a Vienna, compiva un ulteriore passo: l’esperienza di essere nella massa, partecipando al grande corteo del 15 luglio, quando fu incendiato il Palazzo di Giustizia. La polizia sparò: novanta morti. Nelle sue memorie Canetti scriverà, a proposito della massa: «È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l’enigma nondimeno è restato tale». Il «qualcosa» a cui qui si allude è Massa e potere, che apparve nel 1960, dopo trentotto anni di elaborazione. Già questi elementi, queste date fanno capire quale immensa energia, concentrazione, furia si sia depositata in queste pagine. Alla lunghissima genesi dell’opera corrisponde l’estrema singolarità della sua forma. Qui non ci viene semplicemente offerta una nuova teoria da allineare alle tante già esistenti su queste due parole ossessive: massa, potere. Profondamente avverso alla coazione a spiegare, che opprime la nostra cultura, Canetti è qui riuscito nell’impresa di pensare con il massimo della precisione, ma tenendosi sempre «al margine del mondo dei concetti». Questo libro, che si presenta come una severa trattazione scientifica, è ben più di un racconto frastagliato e sanguinoso: è un vasto mito costellato di tanti altri miti, spesso dissepolti con passione da libri dimenticati nell’oscurità delle biblioteche. Prima di diventare una vistosa caratteristica delle società moderne, la massa è stata, la massa continua ad essere molte altre cose. Per avvicinarci a capirla, bisogna innanzitutto ricordare – come dice un antico testo ebraico – «che non esiste spazio vuoto fra cielo e terra, bensì tutto è pieno di schiere e moltitudini». La massa è qualcosa di esterno, ma può essere anche interna; è visibile, ma può essere anche invisibile; può uccidere, ma attrae. Massa è in primo luogo quella sterminata dei morti. Massa è il fuoco, il grano, la foresta, la pioggia, la sabbia, il vento, il mare, il denaro. Massa è la «scena psichica» dello schizofrenico. La massa, infine, non può esistere se non come contrappeso, cosmica ’paredra’, di un’altra soverchiante entità: il potere. Alla proliferazione della massa deve rispondere la tenebrosa solitudine del potente. Genghiz khan e il presidente Schreber, il sultano di Delhi e Filippo Maria Visconti spiccano nel loro molteplice delirio sul fondo di masse di sudditi, cadaveri, allucinazioni. Con l’asciuttezza vibrante di un annalista cinese, Canetti ha saldato in un tutto questa immane storia che vive in ciascuno di noi, che è iscritta nei nostri gesti elementari: afferrare, fuggire, spiare, ingoiare. La muta dei cacciatori paleolitici convive e si intreccia per sempre con i dimostranti che incendiano il Palazzo di Giustizia, con il rogo della biblioteca di Kien in Auto da fé. Alla fine riconosciamo come dallo sluagh-ghairm, il grido di battaglia dei morti negli Highlands scozzesi, discenda e si espanda in tutto il mondo un’altra parola: lo slogan. |
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Marcel Colin - Bruno Gravier - Jean-Marc Elchardus Le Crime contre l'humanité Erès (France), 1996
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Giovanni De Luna Il corpo del nemico ucciso Violenza e morte nella guerra contemporanea Einaudi (Torino), 2006
I morti scalfiscono la monumentalità della guerra e ce ne restituiscono il significato più profondo. Esiste un nesso indissolubile tra la Guerra e la Morte. Perché il fine ultimo della guerra consiste nell'uccidere il nemico. Questo libro parla dunque di guerra, di morte e di corpi. Racconta le guerre del Novecento e di oggi attraverso i corpi dei morti: corpi-documenti, studiati nelle fotografie, decifrati nelle schede dei medici legali, analizzati dagli antropologi, descritti dai grandi narratori della contemporaneità. Il corpo "amico" viene rispettato sempre, onorato spesso; può essere usato per gridare vendetta o implorare la pace. Il corpo "nemico" è talvolta rispettato, quasi sempre profanato. Nel primo caso viene sepolto in una tomba individuale, in un cimitero, nel secondo può essere esibito in pubblico o cancellato in una fossa comune. A ogni diverso uso del corpo del nemico ucciso corrisponde una diversa tipologia della guerra. Una storia del Novecento e delle sue guerre, fino a quelle più attuali, guardando alle vittime ultime della violenza bellica: i caduti sul campo. Un percorso che si snoda attraverso le guerre mondiali e quelle coloniali, le guerre civili e quelle ai civili, per concludersi con le guerre asimmetriche di oggi. La guerra e i grandi fenomeni di violenza di massa del Novecento si possono conoscere partendo dalla loro conclusione, da quei morti che ne rappresentano il più concreto e drammatico prodotto finale. E' come guardare l'erba dalla parte delle radici: cambia la prospettiva metodologica, ma cambiano anche le priorità concettuali. Le guerre, con le violenze e le crudeltà che scatenano, sembrano avere un fondo comune sempre uguale, quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ne scaturisce una loro visione "mitica", una sorta di impossibilità conoscitiva in cui c'è posto solo per la venerazione o la rimozione. Riportare al centro della guerra il corpo del nemico ucciso e le diverse strategie messe in atto nei suoi confronti consente di storicizzare la guerra, di conoscerla nel suo "cuore di tenebra". Esistono regole che gli uomini si sono date in relazione ai corpi dei morti in battaglia. Quelle regole, anche quando sono violate, contribuiscono ad ancorare le guerre al nostro tempo e ci restituiscono il titanico tentativo della nostra civiltà di sottrarsi al fascino archetipico dello "stato di natura". |
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Fabio Dei (a cura) Antropologia della violenza Meltemi (Roma), 2005
L’antropologia culturale può aiutare a comprendere i fenomeni di violenza politica e di massa che caratterizzano la storia contemporanea? Questo volume raccoglie alcuni importanti interventi del recente dibattito antropologico relativi al nesso tra le pratiche violente e le modalità di costruzione politica e culturale delle differenze etniche. La nozione di senso comune, che vede i conflitti politici come conseguenza di irriducibili differenze etniche, viene radicalmente rovesciata: è al contrario l’appartenenza etnica e culturale a risultare frutto di complesse strategie di scontro politico. La violenza appare così non come una regressione culturale, ma come strettamente legata alle politiche culturali del moderno Stato-nazione. I saggi raccolti affrontano questo problema da una molteplicità di angolature teoriche ed etnografiche: i conflitti etnici e religiosi di fine Novecento (John R. Bowen, Robert M. Hayden), i rapporti fra tortura e modernità (Talal Asad, Michael Taussig), la relazione tra “crimini di guerra” e “crimini di pace” (Nancy Scheper-Hughes), i modi in cui la violenza plasma la nozione contemporanea di soggettività (Veena Das).
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Lloyd deMause
The Origins of War in Child Abuse
Il libro uscirà nel 2010, ma alcuni capitoli sono visibili gratuitamente su
Lloyd DeMause Psychohistorian
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Chris Edge
La Guerra
Laterza (Milano), 2004
Possiamo fidarci di Chris Hedges. E' stato nei posti peggiori e ha visto le cose peggiori. Così dobbiamo ascoltarlo quando sostiene che la guerra è una droga che uccide, che il nazionalismo è sempre pericoloso e che dobbiamo svegliarci e renderci conto di quanto il mondo attuale sia terrificante. Michael Ignatieff |
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Franco Fornari Psicoanalisi della guerra Feltrinelli (Milano), 1970
Il presente volume è il testo del rapporto al XXV Congresso degli Psicoanalisti di lingua romanza, tenutosi a Milano dal 16 al 19 maggio 1964. Il testo originale francese è edito dalle Presses Universitaires de France. Discusso con meditata adesione da una assise scientifica che rappresenta il meglio della psicoanalisi europea, il rapporto è stato accolto dai congressisti come un contributo "di qualità eccezionale" e definito da André Green "l'opera più importante, su questa materia, dopo il Disagio nella civiltà di Freud." Il libro pertanto non è solo l'espressione originale e sotto molti aspetti geniale del pensiero di uno psicoanalista italiano, ma si presenta anche come la testimonianza di una parte singolarmente rappresentativa della comunità psicoanalitica internazionale che è legata al nome di Sigmund Freud: testimonianza scientifica e umana sulla guerra come il problema più drammatico della storia dell'uomo, che ha raggiunto il suo apice e la sua crisi nell'era atomica. Il libro, il cui sottotitolo potrebber essere "Riduzione all'inconscio del fenomeno guerra e responsabilità individuali della guerra," riprende e spinge alle estreme conseguenze il discorso avviato nel 1932 dal famoso carteggio Einstein-Freud Warum Krieg, che segnò il reciso rifiuto dell'ambiguo olimpismo scientifico, che guarda alle cose umane da una altezza stratosferica, per coinvolgere la scienza e lo scienziato stesso, per primo, nella diretta responsabilità della possibile distruzione della vita sulla terra. La freudiana scoperta dell'inconscio è qui lo strumento di indagine sugli aspetti più inquietanti e nascosti del fatto più ovvio e insieme più enigmatico della storia umana: la guerra. Ammesse le motivazioni politico-demografiche-economiche, generalmente accettate, l'A. si pone il problema del perché, nel fenomeno guerra, tali motivazioni si degradino a livello di pure e semplici funzioni distruttive. La risposta della psicoanalisi a tale quesito è che la guerra esprime e tenta di risolvere, ormai senza più speranza di successo, angosce psicotiche profonde, In particolare l'A. scopre nell'elaborazione paranoica del lutto una specifica dinamica psicotica che permette agli uomini di vivere paradossalmente come normale necessità etica la massima e folle criminalità. Gli uomini hanno avuto forse da sempre la vaga intuizione che la guerra racchiudesse una misteriosa pazzia: la psicoanalisi è però ora in grado di chiarire e descrivere i meccanismi psicotici specifici in essa coinvolti. L'A. ripropone qui in un'inedita formulazione e con una documentazione scintifica più estesa e più approfondita la tesi delle responsabiiltà individuali di fronte alla guerra già enunciata in Psicoanalisi della situazione atomica (Rizzoli, 1970; trad. francesce: Gallimard, 1970). Pur essendo tale tesi ricavata dalla riduzione all'inconscio del fenomeno guerra e della vita collettiva in genere, i significati nuovi e sconcertanti che ne vengono riverberati sulla prassi politica fanno sfociare tale tesi in una proposta che si pone come alternativa alla guerra.
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Marcello Flores Tutta la violenza di un secolo Feltrinelli (Milano), 2005
www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5000353
Le violenze sono tutte uguali? Quanti tipi di violenza ci sono? Ci sono stati violenti e società propense alla violenza? C’è differenza tra guerra e genocidio? Tutte le violenze si possono giustificare? Sono possibili il perdono e la riconciliazione? Tante domande, tante risposte: così diceva Bertolt Brecht. Marcello Flores offre a un pubblico vastissimo (che va dal giovane studente all’educatore, dall’operatore sociale al genitore) la possibilità di avvicinare, senza facili scorciatoie, una materia difficile e urgente. Per capire e capirsi.
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Stephen G. Fritz
Frontsoldaten The German soldier in World War II University Press of Kentuky (Usa), 1995
"Drawn from letters, diaries, and memoirs, this impressive study presents a rounded, detailed picture of the daily life of the Landser—the ordinary German infantryman of World War II—and takes an unblinking look at the stark realities of combat... Helps explain why the German army was so relentlessly efficient in battle."—Publishers Weekly "Rejects facile arguments that the German soldier was an automaton simply doing what he was told or what he was indoctrinated to accept."—Journal of Social History "So readable as to be difficult to put down... Should prove enlightening to students of German as well as military history."—Virginia Quarterly Review "A moving account of personal observations combined with a thoughtful commentary in which the author provides numerous insights into the combat environment."—American Historical Review "Perhaps the most chilling story of men at war that I can recall."—Louisville Courier-Journal
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Erich Fromm Anatomia della distruttività umana Mondadori (Milano), 1975 (1° ed.)
Uno dei più grandi maestri contemporanei di scienze umane svolge in questo libro un'indagine globale, dall'età primitiva a oggi, sulle tendenze dell'uomo alla violenza distruttiva. Attraverso un'analisi articolata e puntuale Erich Fromm si propone di liberare il concetto di «distruttività» da quei fondamenti (naturali o sociali) che le principali scuole psicologiche contemporanee ritengono assoluti e mostrare, invece, come vi siano fatti culturali, convenzionali, politici e più genericamente storico-sociali a condizionare i cosiddetti «istinti sadici» dell'uomo. Le pulsioni a controllare, sottomettere, torturare; il sadismo, la necrofilia, la guerra; le molteplici sembianze in cui si manifestano le tendenze distruttive dell'uomo: sono questi, in ultima analisi, i temi fondamentali di Anatomia della distruttività umana. Punto di riferimento in un dibattito sempre attuale, quest'opera è una guida a comprendere le radici, gli autentici caratteri e gli antidoti delle crisi di violenza che stravolgono le società contemporanee. |
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Paul Fussell Tempo di guerra Psicologia,emozioni e cultura nella seconda guerra mondiale Mondadori (Milano), 1991
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Arno Gruen
The Insanity of Normality
Toward Understanding Human Destructiveness
Human Development Books (Berkeley, Usa), 2008 (ristampa)
In The Insanity of Normality, the psychoanalyst Arno Gruen challenges the assumption, made popular by Freud in the twentieth century, that humans are born with an innate tendency to destruction and violence. Gruen argues instead that at the root of evil lies self-hatred, a rage originating in a self-betrayal that begins in childhood, when autonomy is surrendered in exchange for the "love" of those who wield power over us. To share in that subjugating power, we create a false self, a pleasing-to-others image of ourselves that springs from powerful and deep-seated hopes of being loved and fears of being injured and humiliated. Gruen traces this pattern of over-adaptation and smoldering rebellion through a number of case studies, sociological phenomena -- from Nazism to Reaganomics -- and literary works. The insanity this attitude produces, unfortunately, goes widely unrecognized precisely because it is the same cold, manipulative "realism" that modern society inculcates into its members. Gruen warns, however, that escape from this pattern lies not simply in rebellion, for the rebel remains emotionally tied to the object of his rebellion, but in the development of a personal autonomy. His elegant and far-reaching conclusion is that while autonomy is not easily attained, its absence proves catastrophic to both individual and society. "With compassion and conviction Dr. Gruen carefully exposes the undiagnosed and undisclosed insanity unwittingly accepted as normality... This is a text for leaders and followers, for conformists and rebels alike, for members of the healing professions who seek to repair the destructive fallout from our pursuit of normality and for all who strive for a more compassionate and saner social order." --Montague Ullman, M.D.
Arno Gruen
La follia della normalità
Per una interpretuzione della distruttività umana
Feltrinelli (Milano), 1994
"Mai come oggi, di fronte ai disastri del XX secolo, sembra opportuno porre la questione se l'umanità sia naturalmente buona. Gli esseri umani, secondo Sigmund Freud, nascono con un inestinguibile desiderio di morte, una predisposizione innata al comportamento violento e distruttivo: ho scritto questo libro nella speranza che le mie esperienze e osservazioni aiutino le persone a contrapporre a tale razionalizzazione del male la loro verità." In queste pagine, Arno Gruen contrappone a Freud la tesi secondo cui la radice del male è nell'odio di sé: un sentimento di rabbia che nasce nel momento in cui, bambini, tradiamo noi stessi rinunciando all'autonomia per barattarla con il presunto "amore" di chi esercita potere su di noi, i genitori innanzitutto. Pur di avere parte a quel potere, rinunciamo alla responsabilità delle nostre azioni e accettiamo di obbedire e di adattarci creandoci un "falso sé" orientato esclusivamente all'immagine pubblicamente approvata. Da qui scaturisce una "follia" che la società definisce "realismo" e apprezza in quanto tale. Gruen descrive con grande vivezza tale modello di sviluppo, che oscilla sempre tra due posizioni, adattamento e ribellione. In questa prospettiva, passa in rassegna molti fenomeni sociali e politici tra i più drammatici del secolo: Hitler e il nazismo, la guerra del Vietnam, il più recente terrorismo di destra e di sinistra, il fanatismo sportivo, casi di cronaca nera quotidiana. La conclusione cui giunge l'autore è che l'unica via di uscita da questa "folle normalità" sia non tanto la ribellione - il ribelle è emotivamente legato a ciò contro cui si ribella - quanto l'elaborazione di una autonomia personale. È proprio l'assenza di autonomia, infatti, che porta alla grande catastrofe del nostro tempo: la "politica di potere quale espressione del vuoto interiore". |
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Hannes Heer - Walter Manoschek - Alexander Pollak - Ruth Wodak The Discursive Construction of History Remembering the Wehrmacht's War of Annihilation Palgrave Macmillan (Hampshire, Uk), 2008
How do democratic and pluralistic societies cope with traumatic events in their past? What strategies and taboos are employed in reconstructing wars, revolutions, torturing, mass killings and genocide in a way that makes their contradiction of basic human rights and values invisible? The process of reconstructing history takes place in different domains of life and in a range of genres. Narratives are frequently reproduced through political speeches, films, documentaries and schoolbooks. Moreover, they are also transmitted in the private spheres of families and across generations. This interdisciplinary volume analyzes in detail, for the first time, the history and image of the German Wehrmacht and the debates in Austria and Germany surrounding two exhibitions about Wehrmacht war crimes during World War II – exhibitions which have to be regarded as a major intervention in the construction of national historical narratives and ‘myths’, and which provoked widespread political and media reaction, ranging from the scandalized to the critically reflective.
Hannes Heer - Klaus Naumann War of Extermination The German Military in World War II 1941-1944
Berghahn Books (Canada), 2004
"... provides new information and excellent analyses." Holocaust and Genocide Studies. Among the many myths about the relationship of Nazism to the mass of the German population, few proved more powerful in postwar West Germany than the notion that the Wehrmacht had not been involved in the crimes of the Third Reich. Former generals were particularly effective in spreading, through memoirs and speeches, the legend that millions of German soldiers had fought an honest and "clean" war and that mass murder, especially in the East, was entirely the work of Himmler's SS. This volume contains the most important contributions by distinguished historians who have thoroughly demolished this Wehrmacht myth. The picture that emerges from this collection is a depressing one and raises many questions about why "ordinary men" got involved as perpetrators and bystanders in an unprecedented program of extermination of "racially inferior" men, women, and children in Eastern Europe and the Soviet Union during the Second World War. |
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James Hillman Un terribile amore per la guerra Adelphi (Milano), 2004
In un momento chiave del celebre film sul generale Patton, un memorabile George C. Scott passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, esclama: "Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita". E' eloquente che James Hillman abbia scelto proprio questa scena, tanto spiazzante quanto rivelatrice, per introdurre il provocatorio tema del suo nuovo libro: la guerra come pulsione primaria e ambivalente della nostra specie - come pulsione, cioè, dotata di una carica libidica non inferiore a quella di altre pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano, quali l'amore e la solidarietà. Il presupposto è che se di quella pulsione non si ha una visione lucida ogni opposizione alla guerra sarà vana. Frantumando la retorica degli adagi progressisti - basati su una lettura caricaturale della 'pace perpetua' teorizzata da Kant-, Hillman risale così, in perfetta consonanza con la sua visione della psicologia, al carattere mitologico e arcaico di tale ambivalenza, riassunto nell'inseparabilità di Ares e Afrodite. In questa prospettiva tutte le guerre del passato e del presente appariranno quindi semplici variazioni della guerra più emblematica dell'Occidente classico, quella cantata nell'Iliade. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia - oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt -, Hillman ci guida a una scandalosa verità: più che un'incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca - lo dimostra la contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam - una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana. |
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Jürgen Müller-Hohagen Verleugnet, verdrängt, verschwiegen Seelische Nachwirkungen der NS-Zeit und Wege zu ihrer Überwindung Kösel-Verlag (München), 2005
Das unfassbare Ausmaß an Schrecken, Leid und Schuld der NS-Zeit hat alle geprägt: Verfolgte, Flüchtlinge, Bombenopfer, Soldaten, Täter und Mitläufer. Viele meinen, mit wachsendem Zeitabstand werde Verschwiegenes, Verleugnetes, Verdrängtes von damals immer weniger wirksam. Das kann sein. Es kann aber auch genau das Gegenteil zutreffen. Oft finden sich noch tiefe Spuren in der zweiten und dritten Generation. Solche Nachwirkungen der NS-Zeit beobachtet der Psychotherapeut Jürgen Müller-Hohagen seit Jahren in seiner Arbeit. Immer wieder stellt er dabei fest, dass derartige Spätfolgen nicht in Betracht gezogen werden. Dann suchen Menschen an der falschen Stelle nach Wegen aus ihren heutigen Schwierigkeiten. Durch eine Annäherung an die verborgenen Anteile der eigenen Familiengeschichte ergeben sich oft unerwartet klare Lösungen.
La traduzione del titolo in italiano potrebbe essere: "Negato, represso, segreto. Gli effetti psicologici del nazismo e le vie per il loro superamento" |
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J. Robert Lilly Stupri di guerra Mursia (Milano)
www.mursia.com/testimonianze/stupridiguerra.html
«Come altri soldati di altri eserciti, anche gli americani si sono resi responsabili di stupri durante la Seconda guerra mondiale. Le donne inglesi e francesi erano alleate, quelle tedesche nemiche, ma tutte sono rimaste vittime, a migliaia, di quella esasperata violenza sessuale che è lo stupro.» Il volto oscuro e sconosciuto dei «liberatori» rivelato da documenti e testimonianze drammatiche conservati negli archivi dei tribunali militari americani. Tra il 1942 e il 1945 circa 17.000 donne di tutte le età, inglesi, francesi e tedesche, furono stuprate da soldati americani. Cause, modalità e conseguenze di questo agghiacciante fenomeno sono analizzate con rigore storico e descritte con un linguaggio contenuto e privo di sensazionalismi. La rilettura attenta degli atti dei processi e la voce dei testimoni permettono di ricostruire la verità storica dello «stupro di guerra», vietato dalla Convenzione di Ginevra nel 1949 e riconosciuto come crimine di guerra solo nel 1996. |
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Sönke Neitzel - Daniel Hohrath (Hrsg.)
Kriegsgreuel
Die Entgrenzung der Gewalt in kriegerischen Konflikten vom Mittelalter bis ins 20. Jahrhundert
Schöningh (Paderborn, Germany), 2008
[Tradotto in italiano il titolo potrebbe essere: La crudeltà della guerra. I confini della violenza nei conflitti armati dal Medio Evo fino al 20° secolo]
Fast alle Gesellschaften haben sich bemüht, der organisierten Gewalt in Kriegen Grenzen zu setzen. Seitdem es Regeln für die Kriegführung gab, sind sie indes immer wieder gebrochen worden. Dabei kam es zu ungezählten Gewalttaten an meist Wehrlosen, die in das Kampfgeschehen im Frontbereich oder im Hinterland verwickelt wurden. Der vorliegende Band befasst sich mit zwei Themen: mit den von Kriegsbrauch oder Völkerrecht vorgegebenen Regeln für den Umgang mit feindlichen Soldaten und Zivilisten und mit der Verletzung dieser Regeln. Historikerinnen und Historiker aus sechs Ländern untersuchen - epochenübergreifend vom Mittelalter bis zum 20. Jahrhundert - solche Norm- und Rechtsverletzungen. Ausgewählte Fallbeispiele machen deutlich, von wem, in welcher Form, unter welchen Umständen und aus welchem Anlass diese Grenzen jeweils überschritten wurden. Welche Taten sich von der als »normal« empfundenen Gewalt des Krieges abhoben, wird ebenso aufgezeigt wie die je nach Zeit und Umständen unterschiedlichen Auffassungen darüber, was denn überhaupt als »Kriegsgreuel« anzusehen sei.
Sönke Neitzel
Tapping Hitler's Generals
Transcripts of Secret Conversations, 1942-45
Pen & Sword Books (Barnsley, England), 2007
Between 1942 and 1945, MI-19, a division of the British Directorate of Military Intelligence, created a number of Combined Services Detailed Interrogation Centres in and around London. The most important of these centres was at Trent Park, in North London. Sophisticated tapping equipment was installed, and secret gramophone recordings were made of conversations between German general staff officers. In these transcripts, the officers reflect on how they thought the war was progressing, and the direction of German politics and strategy. The officers discussed the July Plot of 1944, the failed attempt to assassinate Hitler, collaboration with the enemy, and their experience of German war crimes. The editor has written biographies of all of the officers who appear in the transcripts, and has meticulously researched the validity of their assertions.
L'originale in tedesco:
Sönke Neitzel, Abgehört. Deutsch Generäle in britischer Kriegsgefangenschaft, 1942-1945, Ullstein Taschenbuchvlg (Berlin), 2007 |
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Laurence Rees Their Darkest Hour People Tested to the Extreme in WWII Elbry Press (United Kingdom), 2007
www.rbooks.co.uk/product.aspx?id=009191759X
www.laurencerrees.com
How could Nazi killers shoot Jewish women and children at close range? Why did Japanese soldiers rape and murder on such a horrendous scale? How was it possible to endure the torment of a Nazi death camp? Award-winning documentary maker and historian Laurence Rees has spent nearly 20 years wrestling with these questions in the course of filming hundreds of interviews with people tested to the extreme during World War II. He has come face-to-face with rapists, mass murderers, even cannibals, but he has also met courageous individuals who are an inspiration to us all. In Their Darkest Hour he presents 35 of his most electrifying encounters. |
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Paul Ricoeur Ricordare, dimenticare, perdonare L'enigma del passato Il Mulino (Bologna), 2004
Il passato è presente solo nella memoria, così che la memoria è passato vivente. In quanto non è più, il passato indica, in forma negativa, che qualcosa va sempre irrimediabilmente perduto, a causa della potenza corruttrice e distruttiva del tempo. Tuttavia il passato mostra anche, in forma positiva, l'anteriorità dell'essere, della cosa assente, la sua permanenza umbratile, non garantita dalla memoria, ma suscettibile di essere evocata attraverso un ricordo che ritorna, senza perpetuarsi inalterato. E' infatti illusorio credere che i nostri ricordi restino immutati nel tempo e che, se dimenticati, si tratti soltanto di ritrovarne la primitiva impronta o, al massimo, di correggerne le deformazioni subite. Come evitare allora di immobilizzare e falsificare il ricordo? Esiste una autentica fedeltà al passato? Se la storia e la memoria sono condannate a "oscillare tra fiducia e sospetto", l'unico antidoto alla falsificazione della memoria consiste nel rivendicarne la dimensione etica, nella richiesta che ciascuno formuli una promessa di fedeltà e verità, da rinnovare incessantemente. Una possibilità di "memoria giusta" può scaturire - indica Ricoeur - da un nuovo rapporto tra passato, presente e futuro, in cui trovi posto anche il gesto del perdono. Nel saldare insieme queste dimensioni l'uomo contemporaneo può confrontarsi davvero con un passato per lui carico di macigni e violenze, alleviando e rischiarando le mete del futuro. E' intorno a temi così pulsanti che gravita la meditazione del filosofo francese: ci accompagnano nella lettura le belle pagine introduttive di Remo Bodei. |
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Come la lingua per Esopo, anche la memoria può essere la migliore o la peggiore delle cose. A partire dagli ultimi anni del secolo scorso, le società occidentali si sono riempite del loro passato e i cittadini sono stati investiti dal vortice dei discorsi pubblici sulla memoria: un'immensa cacofonia nella quale si mescolano, assieme al riemergere delle ferite della storia, i clamori suscitati dalle controversie pubbliche, spesso inconciliabili, e i conflitti che nascono dall'uso politico del passato. Da ogni parte ci si giri, un qualche evento finisce nelle maglie del presente per essere commemorato, riscritto o sottoposto a giudizio. Se le società non possono vivere senza memoria, componente essenziale nella costruzione dell'identità, nondimeno è necessario domandarsi cosa significhi ricordare, oggi e nelle moderne democrazie di massa, e quali siano le insidie di una memoria che si va saturando. Sono queste le tematiche che il libro affronta, soffermandosi essenzialmente sull'esempio della Germania, il paese che forse più di ogni altro in Europa ha vissuto nell'ultimo secolo gli eccessi della storia. Documentando le fasi di elaborazione della memoria succedutesi a partire dal dopoguerra, sino ad arrivare alle aspre polemiche dell'oggi, il libro propone un inventario delle diverse modalità con cui si è cercato di rendere "abitabile" il passato e offre l'occasione al lettore di seguire un dibattito poco conosciuto in Italia ma cruciale politicamente per il presente. |
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Jacques Sémelin Purificare e distruggere Einaudi (Torino), 2007
Risultato di piú di vent'anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell'inferno dei genocidi. Il che è possibile solo attraverso una minuziosa ricostruzione dei tragitti politici, delle poste in gioco, delle tattiche e strategie per mezzo delle quali la violenza ha potuto trapassare - superando interdetti ancestrali relativi alla stessa concezione dell'umanità - in pratica genocidiaria e purificazione etnica. La violenza in questione è quella estrema, apparentemente piú ingiustificabile e terrificante, che Sémelin invita a guardare senza subirne gli effetti sideranti o addirittura l'atroce fascinazione, e che diventa comprensibile non appena venga inscritta nelle condizioni, nei meccanismi e nei processi che conducono alla messa a morte di massa. Il libro prende in considerazione in particolare le tragedie della Shoah, dell'ex Iugoslavia e del Ruanda, alla ricerca degli «operatori» logico-storici che hanno funzionato nel progetto di distruzione del popolo ebraico, nel programma di pulizia etnica attuato in Bosnia e nel genocidio ruandese, mettendo a confronto ricerche, resoconti e testimonianze, e intrecciando al lavoro di carattere storico l'analisi psicologica, sociologica, antropologica, politologica. In un momento storico in cui l'opinione pubblica ha raggiunto una nuova, inquietante soglia di assuefazione alle tragedie (massacri, guerre etniche, pretesi scontri di «civiltà» o di religione, con i loro seguiti di dolore e morte), questo libro costituisce un indispensabile strumento di conoscenza, e insieme l'invocazione di un'esigenza etica di vigilanza, di comprensione, di azione. |
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Wolfgang Sofsky Il paradiso della crudeltà Dodici saggi sul lato oscuro dell'uomo Einaudi (Torino), 2001
Nel suo Saggio sulla violenza, uscito presso Einaudi nel 1998, Sofsky avvalorava la tesi secondo cui la violenza è connaturata all'uomo; l'ordine civile, lungi dall'eliminarla, ne modifica semplicemente la forma. In questa nuova raccolta di saggi, l'autore si propone di approfondire il suo ragionamento a partire dall'osservazione sia dell' attualità e della violenza nel mondo di oggi (le stragi familiari, la questione palestinese, l'ex Jugoslavia) sia dell'arte e della cultura di ogni tempo, dai Capricci di Goya alle riflessioni di Montaigne. Qualunque sia il punto di partenza, però, la conclusione non cambia: la violenza non è legata ad alcun motivo particolare. Povertà, fanatismo, sfruttamento, follia, conflitti familiari, traumi, sono spiegazioni significative, ma al tempo stesso generiche. Nella maggior parte dei casi, la violenza è altro: la metamorfosi improvvisa di un mansueto cittadino in pluriomicida, un gruppo di persone "perbene" che incita al linciaggio di un presunto colpevole, la crudeltà con cui un commando di terroristi si accanisce sulle sue vittime. Tutte manifestazioni che, se possono avere un avvenimento contingente come detonatore, in realtà portano alla luce i lati piú oscuri e immutabili della natura umana. Obiettivo di uno studio sulla violenza, dunque, non è quello di presumere cause, ma di descrivere in modo analitico il processo della violenza, i rituali che la preparano, il potere della "folla" sul suo scatenarsi, e anche il ruolo dell'immaginazione: facoltà che solo l'uomo possiede e che gli permette di escogitare forme di violenza sempre nuove e sempre piú "inspiegabili".
Wolfgang Sofsky Saggio sulla violenza CDE (Milano), 1999
Chi è abituato oggi a svalutare lo stato, provi a stare un mese senza di esso, a privarsi dei suoi apparati di forza, sorti anche per garantire la sicurezza dei beni e della vita dei cittadini. Se ha tuttavia frenato l'anarchia e l'arbitrio di individui e di gruppi, lo stato ha insieme annullato o ridotto veramente il tasso di violenza diffusa nella società? La tesi di Sofsky è che, con il costituirsi dell'ordine civile, la violenza -necessaria perché gli uomini non sono spontaneamente socievoli e collaborativi - cambia soltanto forma. Esiste cioè una implicazione reciproca tra violenza e civiltà: Cuna genera l'altra e si alimenta dell'altra, secondo la spirale continua di costrizione e ribellione, di disciplina e di volontà di sottrarsi a norme e obblighi. Attraverso una penetrante e dettagliata fenomenologia della violenza e dei suoi strumenti, questo libro ne mostra l'inquietante e sistematica ubiquità. La ritroviamo così nelle armi, che ampliano il raggio di potenza e di intervento distruttivo del corpo; nella caccia e nello strazio della carne da macello (come nella Crocifissione di Francis Bacon, in cui Cristo è appeso per i piedi a un gancio, a testa in giù, come un animale); nella tortura, nelle esecuzioni, nei massacri e nelle battaglie, che mettono in evidenza non solo il lato oscuro delle istituzioni, ma anche il piacere latente in ciascuno di noi nell'assistere alla sofferenza degli altri o nel praticarla (giacché, «da sempre gli uomini distruggono e uccidono volentieri»). Una visione fosca, sulla linea di un realismo che va da Hobbes a Freud, quella presentata qui al lettore. Con un pregio notevole: quello di aprire gli occhi sull'orrore che ancora ci circonda e che la democrazia, come regime «mite», ci induce spesso a dimenticare. Remo Bodei
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Paolo Sorcinelli - Angelo Varni Il secolo dei giovani Le nuove generazioni e la storia del Novecento Donzelli (Roma), 2004
Come si può raccontare il Novecento, da tanti definito proprio il «secolo dei giovani», senza assumerne lo sguardo? Come dar conto del mutamento di linguaggi che dal dopoguerra a oggi è intervenuto nel costume, nell’arte, nella musica, nella letteratura, nella politica, in definitiva nella nostra vita di tutti i giorni senza far riferimento a quella soggettività delle nuove generazioni che sembra essere uno dei caratteri più forti e originali della storia contemporanea? Il rapporto tra i giovani e la storia è in genere mediato dalle categorie concettuali degli adulti. Testimonianze, documenti, epistolari, archivi sono sempre stati appannaggio degli specialisti, cosicché il punto di vista e la prospettiva dei giovani, non diversamente da quelli delle donne e dei bambini, hanno finito con l’essere elementi marginali o di contorno. La scelta degli autori di questo volume è proprio quella di guardare a tali cambiamenti con gli occhi di chi li ha provocati, per capire in che modo i giovani hanno interpretato la storia che hanno vissuto e come, a loro volta, siano stati rappresentati dalla storiografia. Dai miti giovanili al rapporto con il sesso, dall’impegno sociale alla famiglia, dai consumi alla comunicazione, ecco la prima ricostruzione «giovanile» del secolo appena passato. |
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Ervin Staub The Roots of Evil The Origins of Genocide and Other Group Violence Cambridge University Press (New York, Usa), 1992
How can human beings kill or brutalize multitudes of other human beings? Focusing particularly on genocide, but also on other forms of mass killing, torture, and war, Ervin Staub explores the psychological, cultural, and societal roots of group aggression. He sketches a conceptual framework for the many influences on one group's desire to harm another: cultural and social patterns predisposing to violence, historical circumstances resulting in persistent life problems, and needs and modes of adaptation arising from the interaction of these influences. Such notions as cultural stereotyping and devaluation, societal self-concept, moral exclusion, the need for connection, authority orientation, personal and group goals, "better world" ideologies, justification, and moral equilibrium find a place in his analysis, and he addresses the relevant evidence from the behavioral sciences. Within this conceptual framework, Staub then considers the behavior of perpetrators and bystanders in four historical situations: the Holocaust (his primary example), the genocide of Armenians in Turkey, the "autogenocide" in Cambodia, and the "disappearances" in Argentina. Throughout, he is concerned with the roots of caring and the psychology of heroic helpers. In his concluding chapters, he reflects on the socialization of children at home and in schools, and on the societal practices and processes that facilitate the development of caring persons, and of care and cooperation among groups. A wide audience will find The Roots of Evil thought-provoking reading. |
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Enzo Traverso La violenza nazista Una genealogia Il Mulino (Bologna), 2002
Il nazismo come figlio legittimo della civiltà occidentale. Lo sterminio nazista degli ebrei è considerato un evento senza precedenti nella storia europea, fiammata insensata di barbarie nel cuore della nostra civiltà. In questo breve e stringente saggio, Enzo Traverso intende mostrare invece in quale misura l'Europa dell'Ottocento - l'Europa del capitalismo industriale, dell'imperialismo, del colonialismo, del darwinismo sociale, dell'eugenismo - abbia costituito il laboratorio del nazismo. L'autore pone i campi di sterminio al termine di un lungo processo di meccanizzazione e disumanizzazione della morte, che integra la razionalità produttiva e amministrativa del mondo moderno (la fabbrica, la prigione, la burocrazia). Possiamo vedere come gli stereotipi razzisti e antisemiti attingano ampiamente allo scientismo tardo-ottocentesco; come i genocidi coloniali vengano legittimati in quanto conseguenza ineluttabile della civiltà; infine come venga definendosi una nuova immagine dell'ebreo, in particolare dell'intellettuale, degradato a metafora di una malattia del corpo sociale. La convergenza di questi due piani della violenza, materiale e culturale, inizia a delinearsi dopo la Grande Guerra con la distruzione pianificata e la morte anonima di massa su scala europea, per trovare una sintesi nel nazionalsocialismo. Auschwitz appare così la fusione singolare di diverse forme di dominio e di sterminio già sperimentate, separatamente, nel corso del XIX secolo.
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Pierre Truche (a cura) Juger les crimes contre l’humanité 20 ans après le procès Barbie Ens (Lyon, France), 2009
Le procès Barbie, qui se tint du 11 mai au 4 juillet 1987 devant la cour d’assises du Rhône, fut le premier procès en France à invoquer le crime contre l’humanité. À l’occasion du vingtième anniversaire, le Centre d’histoire de la résistance et de la déportation, la Chaire lyonnaise des droits de l’homme, l’École normale supérieure Lettres et sciences humaines et la Maison d’Izieu, mémorial des enfants juifs exterminés, ont lancé une réflexion sur la situation actuelle en France et dans le monde ainsi que sur les réponses que peuvent apporter les juridictions nationales et internationales. Cette rencontre retrace la genèse et l’évolution de la notion de crime contre l’humanité, du génocide arménien aux juridictions rwandaises gacaca, nous invitant ainsi à une réflexion sur les enjeux politiques, juridiques et mémoriels de ces procédures. Entre justice punitive, volonté de responsabiliser, résistance à la négation et nécessité de la reconstruction, quels sont le rôle et la place des juges ? Comment s’articulent justice pénale internationale et souverainetés ? Et enfin, quel avenir pour la Cour pénale internationale ? |
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Harald Welzer Les Exécuteurs Des hommes normaux aux meurtriers de masse Gallimard (France), 2007
trad. de l'allemand par Bernard Lortholary:
Täter: Wie aus ganz normalen Menschen Massenmörder werden (2005)
« Je ne suis pas le monstre qu'on fait de moi. Je suis victime d'une erreur de raisonnement », déclare Adolf Eichmann à l'issue de son procès. Comme après lui tous les exécuteurs allemands, rwandais, serbes et croates, dont les cas sont étudiés dans ce livre, il récuse résolument l'idée qu'il aurait agi monstrueusement et en dehors des catégories morales de la communauté des hommes. Pourtant tous ont tué systématiquement ceux qu'eux et leurs semblables avaient exclus de l'humanité par définition. Qu'on puisse les qualifier de meurtriers est une idée restée jusqu'à ce jour étrangère aux exécuteurs dans leur immense majorité, car leur projet anti-humain avait bâti un système de responsabilité morale dans lequel le meurtre de masse était une évidence. Dans un dispositif social, montre Hararld Welzer, il suffit qu'une seule coordonnée – l'appartenance sociale ou ethnique – se décale pour que tout l'ensemble change et que s'établisse une réalité autre que l'antérieure. Ce décalage, observable dans le national-socialisme, où il est fondé scientifiquement sur une théorie des races, et dans l'ex-Yougoslavie et au Rwanda, où il est fondé ethniquement, consiste en une redéfinition radicale de qui fait partie ou non de l'univers d'obligation générale. La distinction inéluctable est absolue entre appartenants et non-appartenants est commune à ces sociétés meurtrières, par ailleurs extrêmement différentes. Une fois lancée, la pratique d'exclusion conduit à la spoliation, et la déportation et la violence dont elle est assortie transforment, avec une régularité terrifiante, le déplacement en « nettoyage », en extermination pure et simple des non-appartenants.
Harald Welzer (a cura) Der Krieg der Erinnerung
Holocaust, Kollaboration und Widerstand im europäischen Gedächtnis Fischer (Frankfurt, Germany) 2007
In seinem vielbeachteten Buch „Opa war kein Nazi“ hat sich Harald Welzer auf der Basis von deutschen Quellen mit Nationalsozialismus und Holocaust im Familiengedächtnis befasst. In der vorliegenden Studie erweitert er den Blick und fragt, welche Spuren der Zweite Weltkrieg und der Vernichtungsfeldzug der Nationalsozialisten im europäischen Gedächtnis hinterlassen haben. In diesem Buch wird erstmals untersucht, wie dort die Erfahrung von Krieg, Kollaboration, Komplizenschaft und Verfolgung zwischen den Generationen weitergegeben wird und welche Gestalt die Kriegserinnerung heute in verschiedenen europäischen Ländern annimmt. Dabei wird zum einen deutlich, dass das Bild von den deutschen Wehrmachtssoldaten in den untersuchten Ländern positiver ist, als es aus deutscher Sicht zu erwarten wäre. Zugleich wird aber überraschend klar, wie sehr der Antisemitismus das Geschichtsbewusstsein auch der Angehörigen der Nachkriegsgenerationen bis heute prägt. Insgesamt zeigt das Buch am Beispiel von Dänemark, Deutschland, Holland, Kroatien, Norwegen, der Schweiz und Serbien, welche Rolle Krieg und Besatzung heute für ein europäisches Gedächtnis spielen. |
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Educazione alla morte di Gregor Ziemer è uno dei più significativi libri sul modello scolastico, l'educazione, i riti e l'inquadramento dell'infanzia e della gioventù tedesca durante il Terzo Reich. Il volume è una sorta di reportage di Ziemer, che negli anni Trenta era direttore della scuola americana a Berlino oltre che corrispondente del "New York Herald", del "Chicago Tribune" e del "Daily Mail" londinese. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, Ziemer ebbe dal ministro all'Educazione nazista, Bernard Rust, il permesso di visitare le scuole tedesche dei diversi gradi, nonché le varie associazioni della gioventù e organizzazioni assistenziali. Lì raccolse interviste, commenti e impressioni di direttori, insegnanti, allievi e membri delle organizzazioni. Ne emerge un racconto drammatico quanto realistico dell'organizzazione interna delle varie scuole e istituzioni, anche grazie all'ampio uso che Ziemer fece dei manuali e del discorso pubblico dell'epoca. I limiti della censura intervennero sicuramente nel viaggio scolastico di Ziemer, ma la descrizione di quel mondo appare ancora oggi assolutamente unica. L'inchiesta di Ziemer si trasformò in uno straordinario strumento di propaganda: il volume che ne nacque fu tradotto in varie lingue e distribuito nei paesi liberati (in Italia apparve nel 1944). Nel frattempo la RKO affidò a Edward Dmytrik la realizzazione di un film tratto dal reportage (sugli schermi americani nel 1943) che prese il titolo Hitler’s Children, mentre la Walt Disney realizzò un cartone animato nel gennaio 1943 che mantenne il titolo originale (Education of Death). L'importanza della sua inchiesta fu tale che Ziemer venne in seguito chiamato come testimone al processo di Norimberga.
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