Il Manifesto
19.09.2010
- APERTURA
| di Ugo Mattei
PRIVATIZZAZIONI Servizi pubblici in
saldo. Referendum a rischio Perciò il governo
vuole sciogliere le camere
Sono da oltre un mese negli Stati Uniti e vedo
quindi le cose italiane da una certa distanza e in una prospettiva comparativa
che mi consente una percezione non offuscata dal dettaglio quotidiano della
polemica politica. Mi occupo anche qui di beni comuni e constato che il
referendum italiano attira l'attenzione di molti miei interlocutori, accademici
e non. Tutti si dimostrano colpiti dalla brutalità del tentativo con cui il
governo italiano cerca di «lisciare il pelo» (qui mi dicono brown-nose) alle
multinazionali mettendo sul piatto una torta così ricca. Tutti mi dicono che
neppure i più sensibili alle corporation fra i senatori di questo paese (e qui
in California Dianne Feinstein lo è molto) oserebbero neppure proporre tanto e
tanto in fretta. Qui al saccheggio dei beni comuni come «uscita dalla crisi»
certamente mirano in tanti (amministrazione Obama compresa) ma la cosa avviene
in modo più graduale, senza tanto brutale piratesco coraggio. Infatti, mi dice
un'osservatrice acuta, questa italiana non sarà affatto una privatizzazione ma
una ennesima corporatization, ossia un trasferimento diretto (e colluso) alla
corporation, entità che ormai scavalca la divisione tradizionale fra pubblico e
privato (e lo sappiamo bene dopo la reazione alla crisi finanziaria). Proprio
come il movimento globale per i beni comuni ma con motivazioni ed effetti
opposti. E allora in questa prospettiva più ampia emerge un'interpretazione
dell'incomprensibile farsa della crisi della destra (e della balbettante
opposizione della sinistra) italiana, meno legata allo scontro fra singoli ego
dei nostri improbabili politici. Teniamo in considerazione infatti che in
prospettiva globale l'Italia è da sempre un paese semiperiferico a sovranità
limitata (da Europa, Nato, Fmi e Vaticano) perché tutte le scelte importanti
sono eterodirette (economia ed esteri sono almeno dalla «seconda repubblica» in
mano a due maggiordomi, rispettivamente di Fmi Ocse e Nato). Ebbene la questione
di grande rilevanza economica in ballo in Italia oggi è il referendum contro la
corporatizzazione finale dei servizi, ed è proprio questo movimento di popolo
che preoccupa i cosiddetti poteri forti globali. Berlusconi non è in grado di
mantenere quanto promesso: di lui non ci si fida più. Di qui la fortissima
pressione per lo scioglimento delle Camere, che nel nostro diritto
costituzionale significa «rinvio di un anno» del referendum. In effetti il
decreto Ronchi è una «legge provvedimento» che dispiega i suoi effetti a data
certa, sicché solo il referendum vinto entro il 2011 effettivamente
disinnescherebbe la soluzione «corporatizzatrice» finale che sta tanto a cuore
al potere globale. Insomma, dal punto di vista economico (il solo rilevante
davvero) rinviare significa costringere il popolo sovrano (non sensibile agli
interessi multinazionali come i suoi rappresentanti parlamentari) a chiudere le
gabbie a buoi fuggiti, con gran brindisi in borsa delle corporation. Ecco
spiegata la fibrillazione. Naturalmente a Camere sciolte si aprirebbe una
questione costituzionale del tutto nuova nel nostro paese. È
costituzionalmente ammissibile il rinvio di un anno, provocato da organi di
democrazia indiretta (Governo e Parlamento), che svuota interamente di
significato uno strumento di democrazia diretta? Possono i rappresentanti del
Popolo Sovrano togliere la parola al Popolo Sovrano che rappresentano?
Evidentemente in caso di scioglimento anticipato delle Camere saranno gli organi
di garanzia preposti al controllo della coerenza costituzionale del nostro
ordinamento (Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica) a doversi
pronunciare. Noi riteniamo che si debba arrivare a un contestuale rinvio di un
anno degli effetti della legge Ronchi sottoposta a referendum, in modo da
evitare questo strappo costituzionale. In altre parole, in caso di
scioglimento, non a fine 2011 ma a fine 2012 dovrebbe scattare l'obbligo di
«messa a gara», evitando di far fuggire i buoi prima che si possano chiudere le
stalle. Ricordiamo che una volta venduti i servizi pubblici diviene
difficilissimo recuperarli alla proprietà pubblica, perché scattano i requisiti
di riserva di legge e indennizzo a tutela dei beneficiari privati della
corporatizzazione\saccheggio. Insomma una bella questione da approfondire
giuridicamente per capire quali forme tecniche debba prendere la nostra
sacrosanta questione di sostanza costituzionale provocata da quella brutale
struttura di provvedimento-saccheggio a data certa del decreto Ronchi che tanto
colpisce gli osservatori di queste parti. Che gli effetti politici del
Referendum siano già ora una corsa bipartisan contro il tempo, per scappare col
bottino prima che il popolo si pronunci, è già evidente a Torino. Infatti
Chiamparino, adempiendo con zelo anche ai desiderata regionali bipartisan di
Bresso e Cota, sta premendo sull'acceleratore della corporatizzazione del
trasporto pubblico torinese (Gtt). Sebbene un comitato di cittadini stia
raccogliendo molte firme per chiedere una moratoria almeno fino all'
espletamento del referendum sul Decreto Ronchi (sulla base del quale la «messa a
gara» sta avvenendo) il sindaco non sente ragioni.
Il Manifesto
20.07.2010
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EDITORIALE
| di Ugo Mattei
RECORD MILIONARIO
Unmilionequattrocentounmilaquattrocentotrentadue (1.401.432) persone
costituiscono una rappresentanza diretta ed autentica del popolo
sovrano. Questi rappresentanti, firmatari dei tre referendum per
l'acqua bene comune, chiedono alla Corte Costituzionale che il popolo
possa finalmente pronunciarsi, tramite referendum abrogativo, su un
tema politico di importanza fondamentale: chi ed in nome di quali
interessi deve gestire il nostro patrimonio pubblico e curare i nostri
"beni comuni"? Da
oltre vent'anni, un'altra rappresentanza del popolo, quella indiretta e
cooptata che siede in Parlamento, utilizza un "male comune", il debito
pubblico, per giustificare il trasferimento ad interessi privati di
risorse ingentissime accumulate con anni di sacrifici del popolo
sovrano. Questi trasferimenti, avvengono, a prezzo vile, sotto forma di
privatizzazione di monopoli pubblici travestiti da liberalizzazioni del
mercato (Autostrade, Ferrovie, Alitalia, Telecom...). Esse favoriscono
i soliti noti e non hanno portato alcun apprezzabile sollievo ai conti
pubblici. Progressivamente il patrimonio di noi tutti è stato affidato
ai Consigli di Amministrazione di società di diritto privato che non
devono rispondere a nessuno salvo che ai loro azionisti. Sono aumentati
così gli stipendi dei manager pubblici e i budget per la pubblicità
(che creano potere mediatico) mentre gli investimenti a lungo termine
sono crollati ed il debito pubblico non si è ridotto. Per anni la
"rappresentanza cooptata" ha fatto di tale cessione della sovranità
economica ai Consigli di Amministrazione, un vessillo trionfale, da
sventolare nella grande crociata ideologica contro il settore pubblico,
le sue inefficienze ed i suoi sprechi. Per anni i cantori della
privatizzazione hanno imperversato sui principali giornali ripetendo
che questa politica ci avrebbe consentito di competere sul mercato
globale, di restare in Europa, di trovare i soldi per fare le riforme,
di crescere. Poi c'è stata la crisi e sebbene molti continuino con
quelle sciocchezze, la forza retorica ed il prestigio di
privatizzazioni e C.d.A. è drammaticamente crollata. Perfino Tremonti
ha cominciato a polemizzare con il mercatismo e con le banche. Il
ministro Ronchi ora privatizza acqua e servizi pubblici ma nega di
volerlo fare. Incredibile cambiamento culturale in pochi mesi : il
pensiero unico ha perso l'egemonia. Il popolo sovrano a differenza
dei suoi rappresentanti cooptati non ha conosciuto i benefici dell'
amicizia con gli interessi finanziari forti, ma solo la miseria
economica e culturale generata dalla collusione fra potere politico e
capitale. Ha visto abbastanza: con l'acqua vuole lavare l'onta. 1.401.432
rappresentanti autentici del popolo sovrano chiedono di invertire la
rotta. Queste persone vogliono ricostruire, partecipando direttamente e
senza più delege, un settore pubblico in cui prevalga l'interesse
comune: oltre il liberismo e oltre lo statalismo. Una sfida per la
sinistra. Il manifesto si sta attrezzando per raccoglierla.
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