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La mia grande famiglia
Sembra una favola ma è proprio tutto vero quello che vi sto raccontando. Mia madre ha coniato, come se fossero monetine, quindici maschi e quattordici femmine. Avevo circa nove anni quando i loro nomi apparirono tra le 188 coppie più prolifiche d'Italia e al primo posto tra quelle premiate. Ho ancora l’articolo uscito sulle pagine di un quotidiano nazionale con una foto che li mette in mostra circondati da tutti noi. La notizia naturalmente destò curiosità e scalpore e ancor di piu il discorso di papà che toccò il cuore dei lettori. - Grazie - disse nel ricevere il premio - grazie...- ripetè con voce rotta dalla commozione - forse non dovrei accettarlo poichè non ho fatto nulla di particolare, ho lasciato soltanto ai miei figli, confezionati dalla mia signora con il mio modesto intervento, il diritto di esistere ogni volta che ad essi si è presentata l’opportunità di nascere... La premiazione del concorso avvenne a Roma durante la celebrazione annuale della giornata delle madri e del fanciullo. I miei genitori, insieme alle altre coppie, furono ricevuti a Palazzo Venezia, nella sala delle Vittorie. Il presidente dell'Associazione, esprimendo profonda simpatia per i presenti, esaltò la fecondità della razza italiana. Considerando nel premio, 5000 lire in contanti e una polizza di 1000 lire, non il valore materiale ma l'espressione pratica e tangibile della simpatia con cui il Regime seguiva e proteggeva le famiglie numerose, dopo il discorso, diede la parola a papà che, emozionato ringraziò a nome di tutti. - Mi auguro - disse prima di concludere - che la tempesta della guerra non ci investa con i suoi fulmini! Sono un umile insegnante e ciò mi ha portato ad imparare le parole di Plutarco "la pace è quella durante la quale i figli seppelliscono i padri, la guerra è quella durante la quale sono i padri a seppellire i figli… - Tutti si alzarono in piedi ed applaudirono. Fu allora che Pinuccio, un fotografo amico del redattore capo di un giornale nazionale, ci immortalò per una foto ricordo che, nel giro di qualche giorno, apparve sulla prima pagina del quotidiano. La mia fu una “grande famiglia" nel suo aspetto più trionfante, nessuno potè mai rappresentare, come loro, la prosperità, il profumo rigoglioso del fiore della paternità e della maternità in un momento così dif - ficile . Papà e mamma furono il simbolo della speranza e della fiducia nella vita anche se niente ti faceva sperare in un mondo migliore. Il ritardo ! Ai “miei tempi”, alle sette dovevamo essere già tutti attorno al tavolo per la cena, l'assenza soltanto di uno di noi rappresentava per papà una grave mancanza di rispetto. Solo una volta mi capitò di rientrare con 12 minuti di ritardo e da allora feci in modo che non accadesse piu. Era il 29 aprile del ‘35. La primavera bussava alla porta col festoso ticchettio di una pioggia rapida e capricciosa quando, dopo essermi visto con una ragazzina conosciuta giorni prima su un pullman di linea, ritornai a casa passate le diciannove. Mamma, in un angolo della cucina aveva gli occhi velati di lacrime mentre papà e i miei fratelli, seduti attorno al tavolo, erano in attesa del mio rientro. Regnava un silenzio assoluto dominato dal volto aggrottato di papà che, non appena mi vide entrare, scattò subito in piedi come una molla - dodici minuti di ritardo...! - gridò scandendo le parole - dodici minuti di ritardo ! che sia la prima e l’ultima volta ! Siamo stati tutti in pensiero...! Ricordati, e lo dico anche a tutti voi - aggiunse rivolgendosi ai miei fratelli - che questa casa non è un albergo e neppure una trattoria ! In questa casa tutto deve funzionare secondo un ordine stabilito!“ Alle dodici e trenta e alle diciannove, tutti dovevamo quindi trovarci a casa per il pranzo e per la cena, non era ammesso ritardare neppure un minuto, per quell’ora tutti noi della famiglia dovevamo sederci attorno a quel grande tavolo della cucina dove poi si rimaneva ancora per una mezz’oretta a chiacchiera re piacevolmente. Come erano romantiche quelle serate, credetemi, soprattutto quelle d’inverno,illuminate soltanto dal guizzo della fiamma del focolare, con la luna che si levava nel cielo e con le campane che diffondevano il loro invito alla preghiera. Che ricordi ! E’ così vivo quel quadro che ancora oggi i miei occhi rivedono quelle scene. Il Natale di quand'ero bambino Quanti ricordi ho della mia fanciullezza e tutti sono collegati alla figura dei miei genitori. L'appartamento di Piazza Vittorio, dove eravamo nati tutti noi fratelli, era sempre sommerso di amici e parenti, una assordante confusione. Io ero il quarto supporto di un grande ventaglio di otto stecche. Mamma, sempre allegra e sorridente, cantava a mezza voce dalla mattina alla sera nonostante il trambusto che procuravano i miei fratelli più piccoli rincorrendosi da una stanza all’altra inseguiti da nonna nel vano tentativo di ammucchiarli. La nostra casa non era grande, appena quattro stanze, due delle quale invase da lettini e da un piccolo armadio che conteneva i vestiti della festa, molti in buono stato altri rovinati poichè quelli dei più grandi diventavano nel tempo gli abiti dei più piccoli, una catena di montaggio degna di una grande industria. Ai “miei tempi” il passaggio che di solito oggi avviene in ogni famiglia in casa nostra aveva un espansione più prolungata. Un paio di calzoni, una camicia, una sottana viaggiavano attraverso lunghe serie di soggetti abbandonando quello già cresciuto per contenere il marmocchietto o il ragazzino dell’anno successivo. I piu piccoli erano quelli che poi ereditavano, come decorazioni gloriose, le nostre toppe fino al logorio totale quando, appunto, non restava che scucire e conservare i bottoni. In casa nostra eravamo un esercito ma vi era ordine in tutto, ognuno di noi occupava il proprio spa zio rispettando la volontà degli altri anche perchè non vi era scelta, organizzarsi o franare e papà aveva cercato di comunicare il senso della organizzazione. Anche le ore di studio si svolgevano metodicamente poiché, essendo stato insegnante, ritrovava in quell'occasione il proprio talento di maestro riuscendo ad inchiodarci sui quaderni e sui libri fin quando non ci addormentavamo. Quasi tutti noi avevamo visto la luce nel periodo di natale, in quei giorni in cui tutto l'appartamento si trasformava in un piccolo cantiere edile con papà impegnatissimo nella sfrenata invocazione per il presepe e mamma presa dalla passione non meno impetuosa di preparare il gran cenone insieme a tutte le donne della grande costellazione, nonna, zia e due mie sorelle maggiori. Già dall'inizio di dicembre si sentiva nell'aria la festa più bella dell'anno. Quell'atmosfera gioiosa iniziava dal momento in cui papà incominciava a lavorare vicino a quel grande presepe messo in un angolo della sala. Da quell'istante la nostra casa diventava un cantiere vero e proprio invaso da tavole, tavolette, cartoni, vasetti per la tempera, carte colorate, barattoli di colla di farina, forbici, pennelli, pezzi di sughero, pupi. Papà, in maniche di camicia, eccitatissimo, non faceva altro che lavorare a tutto vapore. - non addormentatevi… - gridava a noi figli - mi servono altre palmizie, altre case… dove sono i pastori e i re magi? - continuava aiutato da me e da zio Pietro. I miei fratelli più piccoli, invasi da tutto quel materiale, si limitavano invece a preparare la colla o colorare le casette che pazientemente costruivamo. - voglio qualcosa di nuovo sul presepe - diceva papà tutti gli anni tanto per dare un’ impronta diversa alla sua piccola "costruzione” - voglio i re magi sui cammelli e voglio le casette più grandi, quelle che abbiamo sono troppo piccole, i pastori sembrano dei giganti …nel ruscello ci voglio l'acqua e non la carta argentata… i venditori li voglio più sorridenti… - Ogni anno era sempre così, si sostituiva il pezzo dell'anno precedente con uno nuovo. I pastorelli con le pecore al posto di quelle con le mucche, i venditori di trippa invece degli acquaioli, le palmizie grandi al posto di quelle piccole e poi si aumentavano i pescivendoli, le grotte, i cammelli poiché sembravano sempre pochi quelli che aveva. Che grande gioia si provava poi nel vedere quella piccola città illuminata da mille colori… Anche mamma era grande, quanti piatti "costruiva" insieme a sua madre e alle sue sorelle. Non doveva mancare nulla la notte di Natale sulla nostra tavola anche perché si attendeva un anno intero per gustare, ora dopo ora, minuto dopo minuto, la festa più bella dell'anno. Attorno al gran tavolo della sala eravamo quasi una trentina. Quell'atmosfera magica aveva il potere di accendere in ognu - no la gioia di vivere e d'essere più buono. I regali? Ognuno trovava nella scatola colorata che mamma incartava e chiudeva con grossi nastri scintillanti quel capo di cui aveva avuto bisogno durante l’anno, scarpe, camicia, pantaloni, calzini, magliette. A casa nostra, come in tutte le famiglie di quei tempi, i regali si ricevevano soltanto a Natale. Per i compleanni, onomastici ed altre ricorrenze si organizzava un pranzo più elaborato del solito. Quanto avrei da dire della mia fanciullezza, ma mi fermo qui. Sono troppo emozionato ! Queste sono solo alcune delle storie che troverete nel libro "AI MIEI TEMPI" Il volume, di 107 pagine, edito dall´ASSOCIAZIONE NONNI E NONNE, si può richiedere direttamente all´organizzazione. Il costo del libro è di euro 6 (anzichè euro 12 ) piu le spese postali. |
