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Violenza, calma e dintorni

Orizzonti per un'alternativa possibile.

Giorno dopo giorno ci assalgono centinaia di esempi di comportamenti violenti. Al lavoro e sulle strade, in Parlamento e alle Nazioni Unite, in classe, in famiglia, gran parte dell'attività è volta a prevenire, impedire o limitare l'uso della violenza - le leggi, i regolamenti, i trattati, i contratti, i codici, gli accordi e le intese a questo servono. Tutto ciò è terribile: quanta energia sprecata! Quanto sarebbe più facile che ognuno si rendesse conto da solo di ciò che è opportuno fare - ma questa è un'utopia non realistica. Per non cadere nello sconforto dobbiamo trovare qualcosa da fare. Questo scritto offre una possibile alternativa.

Il nostro è un mondo violento ed egoista. Ce lo confermano le notizie e i normali rapporti umani. Tutti hanno da dire la loro, tutti vogliono avere ragione e normalmente chi ha meno ragione, grida più forte, o almeno la pensano così quelli che non riescono a farsi sentire. Per questo ammiriamo i vincenti, coloro che sono riusciti a farsi sentire. Chi ha successo assume sembianze eroiche, come se il farsi sentire sia una forma di bisogno primario. Certo, chi ha successo ha sicuramente maggiori doti degli altri, chi ha successo è più intelligente, più scaltro degli altri, più lungimirante degli altri. O è solo più violento?

Da sempre l'opinione comune ha ammantato di ragioni morali il vincitore, che così risulta accettabile anche agli occhi dei perdenti. Nei tempi antichi esisteva l'eroe alla difesa di una città, e poco diverso era il cavaliere medievale, partito per le Crociate o al servizi dell'onore di qualche donzella in difficoltà. Più recentemente, emergono le figure del liberatore politico, del riformatore sociale, del difensore dei più deboli, magari in chiave riveduta e corretta (cfr. gli eroi dei manga o i rivoluzionari di ogni epoca), e talvolta si arriva perfino alla figura del salvatore universale, in genere destinato al sacrificio di sé, che non necessariamente ha valenza religiosa ma che certamente si ispira alla vicenda archetipa di Gesù Cristo.
   
Perfino al giorno d'oggi, in un periodo che sembra lontanissimo dagli slanci antichi, sopravvivono alcuni eroi:  il moderno motociclista in sella al suo destriero motorizzato, il difensore dell'ambiente che protesta al freddo o al caldo estremi, il giornalista d'assalto che denuncia le ingiustizie a prezzo della vita. Anche il terrorista è un esempio di come sia radicata l'idea che sia necessario usare la violenza quando si è nel giusto. Insomma, la lotta per una giusta causa ancora ha il suo fascino e riempie di soddisfazione chi la pratica e chi la osserva.

In qualche modo, quindi, onore, giustizia e forza fisica sono sempre andati di pari passo. Perché? La risposta risiede nella natura dell'uomo e non è tra le più piacevoli. Andare a scavare nell'intimità porta a contatto con le strutture più radicate, che sono diventate parte di noi e del nostro modo di vivere tanto che non le notiamo più. Non solo: un discorso serio sulla violenza non può prescindere da una riflessione sulla natura del mondo, sul ruolo del male e sul suo peso nella storia privata e sociale dell'umanità.

Che questo non sia il regno di Dio è un dato di fatto - troppi sono i motivi di sconcerto e di sofferenza per avere dei dubbi. Che questo sia il regno dell'autoaffermazione forse non è così chiaro, ma diventa tale se ci soffermiamo a considerare la motivazione delle nostre azioni più semplici. Mangiare, bere, cercare un riparo - e, più modernamente, cercare lavoro, accumulare denaro - sono rivolti alla protezione della nostra esistenza biologica, tanto quanto la ricerca di un partner per l'accoppiamento. Nulla di male in ciò: ma se approfondiamo l'analisi, ci rendiamo conto che esiste un ulteriore livello di protezione di sé che coinvolge la sfera psicologica. L'io come centro di aggregazione delle percezioni e dei processi mentali diventa il bene primario da tutelare, a qualunque costo. L'identificazione con un'immagine di sé porta necessariamente a porre dei limiti tra la persona e il mondo, limiti che per infinite ragioni possono essere corretti e spostati ogni momento in nome dell'autotutela, sulla scorta di esperienze infelici o ritenuti tali. Se poi aggiungiamo il peso della società e dei suoi valori storicamente in movimento, allora è facile rendersi conto che tutto intorno a noi ci chiede di essere autoassertivi.

In realtà le cose non sono così semplici. L'uomo chiede, vuole, desidera altro da quanto ha perché quanto ha è fasullo. L'identificazione che fa di sé con la sua mente non gli assicura che un regno di idee e di immagini mentali, ben lontane dalla realtà. Va da sé che un'esistenza del genere è effimera e priva di effetti sul mondo reale, ed è per questo che nasce la necessità per la mente, che si rende conto di non avere alcun peso reale, di accrescere la sua importanza. L'ego brama di avere un peso, brama il potere ma non può, così mette in atto la violenza per affermarsi.

L'origine della parola italiana "violenza" ha due possibili interpretazioni: una la collega al latino [S:ita:]vis[/S], forza fisica, l'altra la mette in relazione con la radice greca che significa "torcere" (cfr. l'italiano "vimini"). Mettendo insieme le due radici, è possibile definire la violenza come quell'atto brutale (letteralmente: "pesante, animalesco") che si esercita per volgere a proprio vantaggio una situazione. É chiaro che la violenza è cosa fisica quanto psicologica, tanto più evidente l'una, quanto più sottile l'altra. La violenza sta negli atti come nelle parole, anzi, per essere radicali nell'analisi, si trova nelle intenzioni.

L'intenzione è la causa prima di ogni azione, e visto che le azioni sono dettate dall'autoaffermazione della mente, allora è evidente che non è possibile distinguere tra azioni buone  e cattive se non in base all'intenzione. Certo, esistono azioni che provengano dal cuore, dallo stomaco, dall'istinto, e sono le più vere, le meno valutabili entro le categorie morali, ma per esser tali non devono passare al vaglio della mente. La mente, infatti, è il regno delle opposizioni, per cui valuta sempre una cosa confrontandola con un'altra, cercando le differenze, le somiglianze, operando in un sistema binario in cui A si oppone necessariamente a B. Il contrasto è inevitabile, così come è inevitabile per la mente scegliere.

Scegliendo, la mente ribadisce il meccanismo del terzo escluso e si ritrova vittima e carnefice di un circolo vizioso in cui per affermarsi ha bisogno di negare l'altro da sé. Il grave è che molto spesso questo altro da sé sono gli altri esseri umani, anch'essi dotati dello stesso identico meccanismo. Ecco che il giudizio morale, il cui scopo sarebbe quello di garantire a tutti le stesse opportunità di autoaffermazione, si genera dalle stesse abitudini di opzione che ne sono il presupposto. In realtà il bene e il male il più delle volte vengono determinati dal contesto. Un'azione è bene se produce un risultato che al soggetto piace, cioè giudica mentalmente vantaggiosa. Ci sono persone che giudicano positivo subire violenza e altre che giudicano positivo infliggerla, ciò a causa di un cortocircuito emotivo che fa credere - operazione mentale, questa, non dimentichiamolo! - opportuno un comportamento che solitamente viene considerato fuor di luogo. Il bene e il male in senso assoluto esistono solo nella sfera dell'interiore, dove è possibile definire il male come la trasgressione volontaria alle leggi - il bene - che albergano in ognuno di noi.

Al di là delle differenze personali, sociali, storiche e di contesto, l'essere umano è caratterizzato da una chiarezza di intenti comuni che viene sistematicamente ignorata proprio perché si oppone al meccanismo mentale dell'autoaffermazione. Garantire l'altrui affermazione sottrae spazio alla propria e questo è intollerabile per la mente, che si trova a dover scegliere tra la propria e l'altrui sopravvivenza. É per questo che decide, più o meno consapevolmente, di ignorare questa chiarezza, preferendo l'infelicità di una coscienza che rimorde al rischio di sentirsi limitata, e al, limite, di scomparire. Il vuoto e la mancanza di senso che l'uomo sente da quando è comparso sulla Terra è questa abdicazione al ruolo di creatura di chiarezza. Paradossalmente, però, il dolore di questo vuoto viene interpretato dalla mente come la mancanza di spazio sufficiente, da colmare con azioni di potere sempre più vaste.

La violenza quindi è la risposta della mente, debole per sua natura, che non è capace di affrontare la sua limitatezza e che non accetta di essere messa in discussione da ciò che mentale non è. Nella sua nevrosi la mente pone il suo possessore in uno stato di tensione che è già violenza. Chi è violento fuori è violento in primo luogo dentro. Chi è violento dentro è cieco e sordo al bene. Chi è violento decide di non essere se stesso nel tentativo di esserlo, ma non si rende contro di quanto il suo comportamento sia assurdo e autoreferenziale.

Il campo dell'applicazione della violenza è vario e dipende dall'inclinazione personale. Invece di esercitarla nella materia, alcuni preferiscono esercitarla nel regno delle idee. Invece che sugli altri, alcuni preferiscono esercitarla contro di sé. Ovunque ci sia esercizio della forza in contrasto a qualcosa c'è violenza. É violenza perfino il tentativo di combattere la propria inclinazione al male, se viene inteso come la sostituzione di un'abitudine con un'altra. Tutto ciò che si pone nell'abito del ragionamento binario è violento.

Esiste però un'alternativa a questa serie infinita di violenze. L'alternativa si chiama calma.   Pur inserendosi nell'ineluttabile sequela di coppie oppositive che ha determinato questo pianeta, la calma non si oppone, se non idealmente, alla violenza, ma anzi ci indica l'unica strada per non cedere alla tentazione di contrastare la violenza con altra violenza. È come se la calma fosse il terzo elemento, quello che,  non dandosi nel regno delle idee, si realizza nella pratica. É, in definitiva, l'elemento che sfugge alla logica e al giudizio morale.

La calma è lo stato attento e ricettivo del guerriero armato che non desidera la lotta, o meglio, lo stato di tonicità del muscolo a riposo, che non è sollecitato da alcuno stimolo né si trova morbosamente ipotonico. Questo stato è sinonimo di forza e di dinamismo, non tanto perché  prepari un qualche tipo di azione, ma perché presuppone quella capacità di ascolto della chiarezza che è alternativa al potere della mente. Solo chi è debole agisce di strappo, perché ha bisogno di esercitare un potere con forze insufficienti; chi è davvero forte vive nella sua forza.

La calma, infatti, è simile al riposo - la parola italiana deriva dall'afa meridiana estiva. Nello stato di quiete - parola affine a casa, cimitero e città, che sono concetti accomunati dalla residenzialità - ciò che non è mente e non è corpo si riconosce nel suo essere profondo e diventa tutt'uno con la chiarezza a cui non riusciva ad accedere a causa del turbinio menatale; nello stato di quiete ciò che non è mente e non è corpo comincia a riorganizzare le priorità della vita attraverso l'esercizio della volontà. Come si diceva poc'anzi, non si instaura una lotta, né si fanno affermazioni di principio: ci si pone solamente in uno stato, senza aspettative e senza la necessità di esercitare il potere sulla mente.

La volontà è chiarezza messa in atto. Solo in accordo con la chiarezza interiore è possibile affrontare la difficile operazione di ripulitura del linguaggio che permette all'essere umano di sottrarsi all'esercizio del potere e alla violenza. Le parole sono strumento della mente, ma possono diventare strumento anche della calma e della chiarezza interiore, a patto però che il linguaggio contenga quante meno opposizioni possibili. Una frettolosa analisi del linguaggio comune, politico o sportivo, porterà alla luce un'infinità di espressioni violente o ambigue. Pensate a frasi come "giocare una partita contro la squadra avversaria", "ingaggiare la guerra al terrorismo", "portare avanti una battaglia civile", "combattere il cancro" e simili.  Finché non ci si impegnerà nell'azione positiva di utilizzare solo termini che escludono l'idea di opposizione violenta, non ci sarà pace nella mente, e mai ci sarà pace nel cuore.     

Pensate al termine "offendere", che indica sia il ferimento psicologico che quello fisico.  Pensate all'assurdità di un'espressione come "lotta/battaglia non violenta": feroce nella contraddizione quanto palese negli scopi. Si combatte solo chi dà fastidio - certo, non dobbiamo amare il terrorismo o le malattie incurabili, però potremmo sforzarci di capire perché questi fenomeni esistono: se così facessimo, se cioè ognuno di noi avesse il coraggio di far risuonare dentro di sé la verità e la chiarezza, allora non ci sarebbe necessità di affermare l'ordine, la salute, la giustizia, perché ognuno di noi sarebbe ordine, salute, giustizia. Ognuno a suo modo, certo, ma ognuno con un fondo di  buona volontà che lo accomuna agli altri.

La riforma del vocabolario personale è inoltre un ottimo esercizio per l'inventiva umana e uno stimolo a usare la mente per lo scopo per cui esite nell'uomo, ovvero per l'analisi dei fenomeni. Così, si potrebbe dire che le malattie si curano, gli ostacoli  si affrontano o si aggirano,  le difficoltà materiali si alleviano, i pregiudizi si eliminano; la miseria si risolve, le partite si giocano con sportivi di diverse squadre. Come si diceva, la violenza non è nelle azioni o nelle parole: è nell'intenzione.

L'azione positiva, creativa, rivoluzionaria sottintesa a questo tipo di attenzione linguistica ha la stessa portata culturale della predicazione di Cristo. Nel Vangelo di Matteo compaiono queste parole: "amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti."  Razionalmente queste parole non hanno senso, eppure sono straordinarie proprio perché aggirano il sistema binario della mente. Solo l'amore, che è unificazione a sé del mondo, può porsi, come la chiarezza interiore, come alternativa divergente ai concetti di male e bene. Solo l'amore, che è esercizio di un'azione positiva, può interrompere la lunga catena di violenza  e di potere che grava su di noi ancora prima che nascessimo. Quando si ama non ci sono io né tu, ma un tutto che è giusto come il sole ed è egalitario come la pioggia.

Uniti sotto il cielo, gli esseri umani posseggono la capacità di coltivare un atteggiamento equanime, che è chiarezza senza sforzo e senza decisione. É la pratica taoista del Wu wei, traducibile in italiano con il temine "desistenza", letteralmente "la posizione di chi rimane fermo, di chi si astiene".  Non è indifferenza, questa, né pigrizia: è lo stato vigile del guerriero di qualche paragrafo fa, è la tonicità del muscolo sano, è l'attenzione indifferenziata, è, potremmo dire, uno stato di amore in potenza. Storicamente sono sempre stati esaltati la forza e l'aggressività, perché nel corto e medio tempo producono risultati interessanti, ma alla lunga ciò che sembra debole risulta di gran lunga più conveniente: il paradosso taoista della superiorità dell'acqua sopra ogni cosa ("Non c'è nulla al mondo più molle e debole dell'acqua, eppure nell'attaccare ciò che è duro e forte nulla può superrla, non c'è nulla che la sostituisca. Che il debole vinca il forte, e il tenero vince il duro, nessuno al mondo lo ignora, ma nessuno sa metterlo in pratica."[1]) ha lo steso scopo del paradosso evangelico, cioè scardinare l'abitudine al dualismo con l'elogio di ciò che appare meschino ai più.

Che cosa rimane allora da fare? L'esempio di Gesù, di Gandhi, di Krishnamurti, di quelle persone che hanno cercato dentro di sé e hanno trovato la calma, la chiarezza e la pace, può aiutarci nella vita di tutti i giorni: non servono grandi obiettivi. Serve invece la costanza che deriva dall'esercizio positivo della volontà e serve disponibilità a mettere in discussione ogni gesto, ogni parola, ogni intenzione, per eliminare gradatamente dalla materia ciò che nell'anima deve essere affrontato radicalmente, con un moto singolo, diretto, sincero. La vita troverà mille e mille modi per aiutarci, mettendo alla prova la nostra serietà e mandandoci persone a cui raccontare la nostra esperienza, a cui affidare la nostra fiducia. Perché la vita la sa sempre più lunga di noi.   

Proprietà intellettuale (c) G. Cavasino
12 febbraio 2008
http://artemides.noguide.it
VIETATA OGNI COPIA

Ref. [1]
"Libro del Tao" cura e traduzione G.Mancuso.
Edizioni tascabili economici Newton
Pag. 61 n. 78