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Vincere la morte

Morte: come vincerne la paura

PERCHÉ LA MORTE FA PAURA?

La morte terrorizza perché rappresenta l’abbandono di un mondo e di una identità ai quali si è tremendamente attaccati, anche se si sta vivendo una vita infelice. Questo per la sola ragione che si preferisce il certo, per quanto sofferto, all’incerto.
La semplice -quanto ardua- soluzione è quindi trasformare l’incerto in certo.
Purtroppo la maggior parte delle persone non ha nozioni su cosa ci si possa aspettare nell’aldilà, o se via sia effettivamente un’atra vita oltre la morte.
Un detto popolare recita:
Nessuno è mai tornato dall’aldilà per dirci come si sta”.
Ma è anche vero che si fa molto poco per approfondire l’argomento: anzi, il più delle volte lo si evita sia inconsciamente, sia consapevolmente.
Anche le religioni istituzionali parlano dei luoghi di premio dopo la morte come (il paradiso per cattolici) senza darne una esperienza diretta.
I Maestri del più alto ordine –invece- dicono che sedendosi ai piedi di un vero Santo è possibile imparare ad andare e venire dall’aldilà a volontà e svelare così il mistero della vita e l’enigma della morte.
Quindi i Maestri ci vengono incontro per questo bisogno fondamentale mettendo l’uomo in contatto con la sua Anima e facendogli capire come la morte non sia che un semplice passaggio da uno stato a un altro, l’abbandono -nel momento giusto per il nostro spirito- di un cappotto usurato per poter indossare la nostra veste più gloriosa.

 “UOMO, CONOSCI TE STESSO!

Un giorno dovremo  lasciare questa struttura temporanea che, come un edificio di malta e mattoni, si deteriora col tempo.
Nelle leggi della natura non c’è appello contro la sentenza di morte.
Noi temiamo la morte a causa dell’agonia, della sofferenza e dell’incertezza circa l’aldilà sconosciuto; temiamo la malattia perché ci conduce presso la porta della morte; e così lottiamo per vivere benché sappiamo che la nostra fine è certa.
Le parole calmanti dei dottori, degli amici, degli amici, dei parenti o dei preti, non possono portare pace e conforto nella nostra mente nel momento in cui comincia il processo distruttivo della natura.
Questo è il corso naturale delle cose, non si può ingannare la natura.
Qual è dunque il rimedio?
C’è una sola via d’uscita a questo abisso di disperazione: adottare ed abituarci, mentre siamo ancora in vita, al processo naturale di ritiro dal corpo delle correnti spirituali, mentre siamo in stato cosciente.
Questo può essere fatto con l’aiuto del Maestro senza nessuna sofferenza o disturbo alcuno.
Ciò non è solo una possibilità ma un fatto rimarchevole.
La nostra gioia non conoscerà limiti quando entreremo in possesso del segreto che ha eluso gli uomini per così tanti secoli.
Diventeremo superuomini in possesso della chiave della pace e del paradiso di cui avevamo fino ad ora letto solo nelle sacre scritture.
Levatevi quindi, e svegliatevi, prima che sia troppo tardi per mettere in pratica questa scienza
(1).
Questa scienza si chiama meditazione, ed è uno strumento che è a disposizione del genere umano da epoche immemorabili.

ESISTE UN MODO

Quindi esiste un modo per vincere la paura della morte, per rispondere a questa domanda che l’uomo si pone dagli albori dell’umanità.
Tale risposta sfugge solo perché viene cercata nei posti sbagliati: l’uomo si concentra sul decadimento del corpo, si ostina a voler condurre una vita dissoluta per poi cercare di riparare i danni sostituendo le parti “danneggiate” con altre espiantate da altri esseri umani in coma.
Cerca nella clonazione o nella forzatura del DNA la chiave per prolungare la vita, e non capisce invece che prolungare ulteriormente una vita, magari non adeguata alla propria evoluzione, potrebbe non essere utile in chiave divina.
Uno dei modi per vincere la paura della morte si trova anche nei più antichi scritti tramandatici: in Sanscrito si definisce “Vairagya”. Significa "non attaccamento”, noi lo chiamiamo “distacco”.

Nei suoi famosi sutra, Patanjali ne parlava come della “consapevole padronanza di colui che ha cessato di avere sete di oggetti visibili e udibili".
Egli enunciava due processi operativi che sono peculiari al Vedanta (uno dei sistemi della filosofia indiana, la “summa” degli antichissimi Veda): “viveka” e “vairagya”, dove “viveka” ovvero la discriminazione o il discernimento tra il reale-assoluto e il relativo-contingente, tra ciò che realmente è, e ciò che appare, fa conseguire il “vairagya”, il distacco da “ciò che non è”, che è pura apparenza...

Distacco dunque… ma come possiamo descriverlo in modo pratico?
I maestri ci vengono incontro con un esempio: è come se la nostra vita corrispondesse ad una permanenza in un albergo, arriviamo, prendiamo possesso della stanza, troviamo un bellissimo bagno con la vasca idromassaggio, fuori c’è la piscina, c’è il campo da tennis, la sera gli spettacoli; poi ci sono gentili persone che ci servono e ci ascoltano e possiamo conoscere gente simpatica e di paesi lontani.
Possiamo –anzi dobbiamo- apprezzare e saper godere di tanta fortuna ma, sappiamo sempre, in ogni momento, che un giorno dovremo pagare il conto e andare via.
Così è il distacco che ci aiuta a vincere la paura della morte: prepararci già in vita allo slegarsi da ciò che è materiale.
Il “distacco” non è trattare il prossimo con alterigia o negarsi al compatimento delle disgrazie altrui. E’ un altra cosa, è quella distanza, quella capacità di comprendere l’impermanenza di ciò con cui nel mondo abbiamo a che fare, pur apprezzandolo e occupandocene al meglio delle nostre capacità.
Abbiamo una certezza, non sappiamo quando ma sappiamo che, ad un certo punto, dovremo partire e non potremo portare nulla con noi: il  “distacco” ci aiuta a prepararci a questa partenza.

IL VERO DISTACCO COME SI CONCRETIZZA?

C’era una volta uno yogi, che viveva nel folto di una foresta.
Egli credeva di aver raggiunto il completo distacco dal mondo, poiché la sola cosa che possedeva era una vecchia ciotola di legno, con la quale attingeva acqua e preparava semplici vivande.
Ma un giorno una scimmia, scesa dagli alberi, per gioco gli rubò la ciotola, sparendo poi nel folto della foresta.
Lo yogi perlustrò a lungo il terreno circostante, fra i rovi, rampicanti e alberi, cercando la propria ciotola ovunque, ma inutilmente.
Allora, perduta ogni speranza di ritrovarla, prese a imprecare, a lamentarsi accoratamente e a strapparsi i capelli, al colmo della disperazione.
In realtà, pur essendosi separato fisicamente da ogni cosa del mondo, il suo cuore non aveva ancora rinunciato all’idea di possedere qualcosa
”.

Sembra un paradosso, ma solo chi è realmente distaccato da tutto, può veramente possedere tutto: egli, vedendo ovunque la realtà della presenza di Dio, farà di ogni cosa una via ed un ponte verso di Lui.
Il mondo ha conosciuto ministri e imperatori profondamente saggi e distaccati, e, al contrario, eremiti attaccati ai loro pochi stracci e persino alle proprie ristrette opinioni, più di quanto la folade sia attaccata allo scoglio.
Ai nostri giorni, infatti, la Spiritualità secolare o laica ha ricevuto un nuovo e notevole impulso, mentre vi è stata una notevole diminuzione delle vocazioni religiose.
Nascono così Centri i cui aderenti, pur rimanendo impegnati nei propri compiti familiari e nel proprio lavoro, quali padri, madri, operai, agricoltori o impiegati, fanno della ricerca di Dio il punto culminante dei loro sforzi.
Essi dedicano con regolarità il loro tempo libero alla pratica della meditazione e della contemplazione, nella silenziosa unione interiore con la Luce divina, e prestano servizio a quanti sono nel bisogno.
Essi compongono nel nostro tempo una freccia del grande arco di Dio, per raggiungere il bersaglio di un mondo rinnovato dal di dentro.
Dalle attività che svolgono nel mondo essi si ritirano periodicamente, per rigenerarsi nel silenzio del loro “eremo sempre disponibile”, quello che San Paolo della Croce definì come “sacro deserto” di se stessi.
“Anacoreti” anche fra i grattacieli, essi compongono quel nuovo e umile ordine di servi di Dio che può essere definito dei “monaci nel mondo”.

IL SOLO ANTIDOTO ALLA PAURA È LA CONOSCENZA

Molte paure che potremmo definire minori (buio, solitudine, sofferenza, incertezza ecc.) sono infine riconducibili alla paura della morte.
Eliminare questa paura significa fare un salto considerevole in termini di serenità e pace quotidiane...
C’è un solo modo per realizzare questo ed è “la conoscenza”.
Ma per tale conoscenza non possiamo aspettare che la morte si avvicini (o a noi o ai nostri cari…) sarebbe troppo tardi, vorrebbe dire che siamo stati colti di sorpresa.
Questo tema dovrebbe essere approfondito per tempo, in “tempi non sospetti” per così dire: i periodi di serenità o di relativa tranquillità, ci sono dati proprio per prepararci e approfondire la conoscenza di ciò che ci spaventa Pensateci bene, ci spaventa solo ciò che non conosciamo, ciò che ci è “alieno” e che per questo demonizziamo o detestiamo.
Questa paura di ciò che non conosciamo agisce in tanti altri ambiti e causa, e ha causato all’umanità, tante sofferenze. 
L’antidoto si chiama “conoscenza”: conoscenza di noi stessi e di Dio. Perseguendo questo fine -invece delle futili e illusorie mete che la società odierna ci propone- capiremo infine anche la natura della morte, ed essa non ci farà più paura.

NON ACCONTENTATEVI

 “…Tuttavia gli uomini, pur sapendo per certo che dovranno lasciare il corpo fisico ed andare in un mondo di cui non conoscono assolutamente nulla, invece di dedicare la propria esistenza alla ricerca di questa suprema Verità ed a risolvere il problema della vita e della morte, si accontentano del canto degli inni o delle speculazioni filosofiche, oppure si abbandonano ai futili piaceri ed alle futili realizzazioni di questo mondo fugace.” (2)
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(1) Kirpal Singh - “Uomo conosci te stesso”
(2) Pier Franco Marcenaro  - “Gocce di nettare”

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Allegati (1)

  • Vincere la morte.pdf il 01/nov/2009 10.43 da maurizio sabbadini (versione 1)
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