mausabba

Attività recente sul sito

La Pallavolo e la sua filosofia

(Ovvero il tentativo di spiegare perché è stata così importante nella mia vita)


Quale l’obbiettivo di queste righe?
Forse il desiderio di comprendere meglio, di sistematizzare e legare tutta una serie di pulsioni e scelte che hanno avuto forte peso nella mia vita, e non solo sportiva.
Poiché tutto è legato, e gli effetti e le cause di alcune scelte possono essere determinanti ad ogni livello esistenziale.

Prima di tutto, oltre a disquisire di quel grande sport che è la pallavolo, è necessario sottolineare l’importanza dello sport o dell’esercizio fisico in genere, per una esistenza serena ed in equilibrio tra fisico, mente e spirito.
In seconda battuta sarebbe molto significativo che lo sport scelto fosse uno sport di squadra, perché gli insegnamenti che ne scaturiscono sono i più significativi per una vita di cooperazione e socialità, delle quali cose il singolo non potrà mai fare a meno e di cui la comunità non può che avere grande bisogno, anche alla luce della grande carenza di spirito di collaborazione imperante nella nostra società moderna.
Infine se lo sport di squadra fosse poi la pallavolo questo sarebbe veramente il massimo, ovviamente a mio parere e per le ragioni che di seguito spiegherò. Ma non precorriamo i tempi e andiamo per ordine...

Quanti di noi pensano che la pratica di una attività sportiva sia importante per vivere al meglio?
Sono pochi coloro che ad una domanda del genere risponderebbero negativamente. Ma sono moltissimi quelli che ai propositi non fanno poi seguire i fatti. Pigrizia, abulia, depressione, manie lavorative, autocommiserazione, auto-sfiducia, timidezza, inesperienza, presuntuosità, tifo-calcio-filia, alcune delle più comuni barriere alla realizzazione di tal proposito.

Io penso che il modo migliore per conservare in efficienza il magnifico contenitore-strumento che è il nostro corpo fisico, sia quello di mantenerlo in esercizio, ove per questo intendo lo sfruttamento delle sue migliori potenzialità, la tendenza a saturare - per usare una metafora aziendale - “la capacità produttiva dell’impianto”. La qualcosa si traduce in economia e non, come si potrebbe superficialmente pensare, “in maggior dispendio”, nonché nella possibilità di evitare la prematura “obsolescenza”.

Non è vero che solo i giovani possono ambire a ciò. Ognuno al suo livello, ognuno proporzionalmente alle sue risorse, ha l’obbligo di mantenere al meglio “il dono del corpo”. Quand’anche sfortunatamente in difetto delle necessarie pulsioni spirituali, se non altro per rispetto ai molti che non hanno la possibilità di farlo.

Sarebbe di straordinaria importanza, per il singolo, per la società e per il comune benessere, che tutti, perlomeno nell’età giovanile, facessero una esperienza di attività sportiva di squadra.
La pallavolo è probabilmente uno degli sport più adatti ad una esperienza utile ed illuminante. Non perché io l’abbia praticata assiduamente, ma proprio per le sue oggettive caratteristiche umane e sociali.

Tuttavia anche attraverso la mia esperienza, posso serenamente affermare che la pratica della pallavolo, può aiutare a comprendere il vero significato della vita, il piacere di lottare con altri per un comune obbiettivo , il sacrificio necessario per ottenere un qualsiasi risultato e la gioia e la soddisfazione conseguenti all’averlo raggiunto.

Che titoli ho per affermare questo? Me lo posso permettere?
In tutta umiltà posso dire che dal lontano 1972, ininterrottamente, pratico questo sport, da sempre con l’impegno e l’assiduità proporzionali alle mie risorse. Sono un irriducibile e cercherò di resistere fino a quando le già citate risorse me lo permetteranno.

Fu all’età di quindici anni che decisi di voler diventare un giocatore di pallavolo. Non “un campione”, ma un buon giocatore, e comunque il meglio che avrei potuto. Il perché allora non mi era chiarissimo, ero spronato dall’esempio di alcuni amici e da una sorta di affinità inconscia. La pallavolo mi affascinava, era molto meno popolare di adesso, forse proprio per questo ancor più attraente ai miei occhi.
A quei tempi ero un ragazzetto timido e piccolino (il più basso di tutta la classe), e la rete era alta, molto alta, quasi insuperabile.
Iniziai ad allenarmi assieme ad alcuni amici, in un paese poco distante dal mio.
Mi recavo in palestra - ricordo - con la mia bicicletta, a dispetto di qualsivoglia intemperie e, con un impegno ed una abnegazione totali ascoltavo e tentavo di mettere in pratica gli insegnamenti di quell’allenatore, che forse non era eccezionale (lo capii più tardi), comunque già bravo nell’esecuzione dei fondamentali di questo sport.
Da allora ho messo piede in un numero imprecisato di palestre piemontesi e non, militando in diverse squadre ed in campionati federali di varie serie, dalla terza categoria alla serie B.
A tutt’oggi la mia veneranda presenza si realizza in un campionato competitivo ovviamente non professionistico.
L’età di alcuni di noi è piuttosto elevata, ciononostante, sopperendo con l’esperienza dove il fisico non riesce a giungere, risultiamo spesso un osso duro per i nostri ben più giovani avversari.
Abbiamo così la possibilità di divertirci, di stare insieme e nel contempo mantenere un decoroso livello di forma fisica.

Ma vorrei ora riflettere su ciò che questa attività sportiva mi ha insegnato, dell’esperienza di vita che da essa si può trarre e dei bisogni che essa soddisfa. Tutto ciò insomma, benefici e sacrifici, che consapevolmente o inconsciamente, dovrebbe essere, alla base di una “passione” sportiva.

Innanzi tutto parliamo di collaborazione e cooperazione. Sono il pilastro  basilare dello sport di squadra.
Se ci pensiamo un attimo possiamo dedurre che il parallelismo con la vita è evidente.
La collaborazione è una delle più importanti esigenze nella vita, certamente attinente al vero significato della vita. Se noi guardiamo intorno a noi , all’eredità ricevuta dai nostri avi, che cosa possiamo vedere?
Tutto quello che sopravvive di loro sono i contributi che hanno dato alla vita umana. Campi coltivati, vie di comunicazione, edifici, risultati di esperienze di vita trasmessi nelle tradizioni, nella filosofia, nell’arte, nella scienza, nella ricerca del giusto comportamento per la nostra umana condizione. Questi risultati sono stati ottenuti da uomini che hanno offerto la loro collaborazione alla società che li circondava, e quindi all’umanità intera.
Che ne è stato di quelli che non hanno mai cooperato, che hanno dato alla vita un diverso significato, che sempre si son solo chiesti  “che cosa posso ricavare dalla vita per me stesso?”.  Lascio a voi immaginare il senso di vuoto e di inutilità con il quale hanno abbandonato questo mondo.

Mi guardo bene - badate - dal pensare che giocare a pallavolo possa garantire la riuscita della vita in questo senso. Ma, checché ne pensiate, è l’insegnamento che conta. Per chi sa coglierlo (e non è necessario che ciò avvenga consapevolmente) v’è un feeling, un parallelismo, un automatismo, che fa dello sport di squadra una vera miniera di informazioni per la vita.
Se ancora non è chiaro mi spiego meglio:
- il significato della pallavolo (il mio sinonimo di “sport di squadra”) è quello di interessarsi alla squadra nel suo complesso cercando di sviluppare l’impegno comune attraverso l’amicizia (ricerca della miglior comunicazione - rapporto) tra i compagni,
- nella pallavolo i compagni lottano insieme per raggiungere un obbiettivo che soddisfi la squadra, non il singolo,
- nella pallavolo solo collaborando, e quindi comunicando al meglio, si possono ottenere dei buoni risultati ,
- nella pallavolo l’interesse del singolo è subordinato all’interesse della squadra,
- nella pallavolo il sacrificio del singolo per gli altri è lo spirito che anima un’azione positiva.

Per ora ho citato solo alcuni dei più semplici concetti concernenti la pallavolo, praticamente intrinseci ad essa. Si provi ora a sostituire la parola “pallavolo” con “vita”, la parola “squadra” con “società - umanità” e la parola “compagni” con la parola “simili - uomini - esseri umani”.  Non mi pare - se mi permettete - un futile parallelismo.

Vorrei ora tentare di definire quali sono le peculiarità della pallavolo. Gli sport di squadra sono molti, tuttavia la pallavolo è diversa, non migliore o peggiore, bensì - a parer mio - più completa più affine alle qualità che la vita dovrebbe esprimere, più educativa per il vivere sociale. Queste caratteristiche, prese singolarmente, possono essere proprie anche di altri sport, ma la differenza sta proprio nella presenza contemporanea di esse.

* Innanzi tutto una rete separa le due squadre. Questo è fondamentale. Spiego subito il Perché: il gruppo può contare esclusivamente sui propri mezzi per lottare e competere. Il gruppo elabora in proprio l’azione che dovrà contrapporsi alle capacità avversarie.
Quanto più qualità nel proprio ambito il gruppo esprime, tanto più efficace sarà il risultato. Il gruppo elabora esclusivamente la sua strategia, senza interferenze e senza poter a sua volta interferire. “Per vincere dobbiamo essere bravi noi”, una vittoria non è tale se ottenuta impedendo agli altri di esprimersi causa la nostra interferenza.
Non è possibile utilizzare mezzi scorretti, prevaricare usando la sopraffazione fisica o la violenza fine a sé stessa. Lo scontro fisico tra gli atleti permette di mettere in campo elementi che nulla hanno a che vedere con le “regole del gioco”, permette di dimostrare che la scorrettezza spesso vale più della bravura (ed il significato sociale di tale esempio è veramente deleterio nonchè esplosivo, vedasi l’etica “evoluta” di tanti calciofili, non solo i tifosi esagitati negli stadi, ma anche tanti presunti esperti cui troppo spazio viene dato presso i mass-media), spesso non permette al meno dotato fisicamente la minima espressione.
Nella pallavolo “la logica della prevaricazione fisica del forte sul debole” tanto cara a filosofie superficiali e corrotte, non trova conferme. Nella pallavolo il piccolo ha la possibilità di lottare con l’alto, il grasso con il magro, il muscoloso con il mingherlino, su un piano paritetico, utilizzando l’astuzia e la tecnica.
Chiaro è che i più alti hanno maggiori possibilità, minori fatiche da spendere, tuttavia non essendovi possibilità di prevaricazione fisica, il piano di espressione è lo stesso. Ognuno può mettere in campo le sue qualità e le sue risorse dalla stessa base di partenza. Ritengo la cosa importantissima. Un recondito insegnamento verso la parità e l’uguaglianza di espressione tra gli esseri umani, contro la logica dell’uomo contro l’uomo, dei pregiudizi e dei razzismi di ogni genere e tipo. Il fatto che la pallavolo non abbia il grande seguito che dovrebbe, nasce proprio da queste sue caratteristiche evolute.
E’ uno sport che poco si adatta a personalità primitive e tendenti alla prevaricazione. Il dolore nasce dal constatare che questo tipo di personalità è ancora troppo presente nella nostra cosiddetta società “civile”.

* Nella pallavolo è necessario un numero elevato di corali azioni vincenti per giungere al risultato. Non è sufficiente l’equivalente di un solo goal o di una meta per vincere.
Il risultato viene ottenuto progressivamente, mattone dopo mattone, con pazienza, costanza e perseveranza.
E’ necessaria continuità di concentrazione e di applicazione. Vincere non è mai facile o comunque legato alla casualità di un singolo episodio.
Checché se ne dica questo è vero anche nella vita. Il “colpo di fortuna” è spesso l’alibi che permette di non riconoscere i propri errori e di evitare di comprendere i meriti altrui (il nostro ego, supportato dall’invidia e dalla gelosia a noi tanto care, ne subirebbe uno shock troppo forte).
Solo con pazienza e con ridondanza di coerenti tentativi, senza perdersi d’animo per le contrarietà e le difficoltà incontrate, è possibile ottenere risultati durevoli e soddisfacenti. Vale per la pallavolo e vale per la vita.

* Onde poter indirizzare la palla nel campo avversario sono consentiti tre soli “tocchi” di palla.
Non sono possibili prolungate iniziative personali, nelle quali è peraltro possibile sbagliare e poi recuperare. Non è possibile toccare la palla due volte consecutive allo stesso giocatore.
Il non poter eccedere in personalismi eccessivi pone tutti i giocatori su un piano di uguaglianza, e già questo di per sé si configura come una peculiare barriera all’individualismo sfrenato che tanti (sportivi presunti e non) perseguono. Tutti i giocatori in campo devono collaborare, anche coloro non direttamente coinvolti nell’azione di gioco, chiamati a coprire le possibili zone scoperte.
C’è un solo istante a disposizione di  ognuno dei giocatori che contribuiscono all’azione. Ed in quello stesso istante è necessario dare il meglio, concentrare tutte le proprie energie fisiche e psicologiche (concentrazione ed equilibrio mente-corpo).
Non sempre nella vita è possibile ragionare con calma prima di ogni azione. La maggior parte delle decisioni, dalle più piccole alle più grandi, vengono prese nello spazio di un istante, e possono essere importanti non solo per noi, ma anche per coloro che ci accompagnano nel cammino della vita.
Solo essendo pronti e consapevoli delle proprie responsabilità è possibile prendere la giusta decisione e di conseguenza agire nel modo più adatto ad ottenere dei buoni risultati.
Nella pallavolo questo concetto è esasperato, ognuno ha l’identico istante per dare il suo contributo, e le primedonne non sempre possono contribuire seriamente al successo, e spesso creano forti disequilibri all’interno della squadra.
A proprie spese si impara che, tra due squadre poste di fronte, l’una con giocatori individualmente forti, ma disuniti e slegati tra loro, ognuno ansioso di essere al centro dell’attenzione, e l’altra composta da giocatori meno potenti, ma più umili, più affiatati, ognuno ansioso di mettere le sue risorse al servizio dei compagni e della squadra, è sempre quest’ultima ad avere la meglio.
Il concetto fondamentale della collaborazione, pilastro dell’esistenza umana, è nella pallavolo estremamente tangibile e verificabile, in una forma concentrata, priva di disturbi di fondo, momento a sé stante di emblematica esperienza di vita.

La pallavolo non è fatta per i giovani viziati.
“Il bambino viziato viene abituato ad aspettarsi che i suoi desideri siano considerati leggi, pretende la garanzia di un posto di primo piano senza aver fatto nulla per meritarselo, ed in genere affronta qualunque situazione con l’ardire di chi si aspetta una posizione privilegiata come per diritto di nascita.
Poi quando viene a trovarsi nella condizione di non essere più al centro dell’attenzione e di non trovare compagni e persone disposte a considerare le sue esigenze come la cosa più importante, non sa come regolarsi e avverte la sensazione che il suo mondo stia crollando, con reazioni spesso rabbiose e offensive verso chi ha la sfortuna di capitare a tiro.
Il viziato è stato abituato ad aspettarsi tutto dagli altri, e non a dare: non è in grado di affrontare da solo i problemi, non sa come affrontarli. Invece di chiedere l’aiuto ai compagni lo pretende come dovuto, pensando di essere comunque al di sopra di essi. E’ abituato al fatto che gli altri siano servili con lui, ha perduto la sua indipendenza, e non sa più cosa può fare da solo, quali i suoi limiti e quali le sue capacità”i.
La pallavolo potrebbe essere un forte correttivo per un individuo siffatto. Purtroppo i “viziati” sono molti, e forse sempre più ve ne saranno, complice l’andazzo familiare e sociale odierno.
La pallavolo può essere strumento sociale per cotrobattere le pulsioni che vedono tanti individui interessati solo e completamente di sé stessi, che non hanno mai imparato l’utilità e la necessità della cooperazione.
“Perché questi “bambini viziati”, divenuti adulti, sono forse la classe più pericolosa per l’intera comunità. Essi boicottano sempre la necessità di cooperare, certuni assumendo un atteggiamento di rivolta più aperto: quando non trovano più il facile calore e la copertura subordinata cui sono stati abituati, si sentono traditi, considerano la società ostile nei loro confronti e cercano di vendicarsi con tutti i loro simili.
Oppure, non potendo resistere alla sofferenza, cercano l’oblio in modi diversi ma sempre devastanti per l’intera società.
E se la società mostra ostilità per il loro modo di vivere (la qual cosa è certa) considereranno sempre questa ostilità come una nuova prova del fatto che sono maltrattati personalmente.
Qualsiasi punizione o possibilità di redenzione non fa altro che ulteriormente confermare che “tutti sono contro di loro”. I bambini viziati sentono solo che “la vita per loro significa essere al primo posto, al comando e che..... essere riconosciuti come i più importanti ottenendo tutto ciò che vogliono, è l’unico motivo per cui valga la pena esistere”.
Nessuna argomentazione o trattamento o cura può essere efficace se non si riesce a scoprire l’errore originario. Ma per fare ciò è necessaria la collaborazione di un individuo disposto a “capire di avere un problema”. La  qual cosa, come un cane che si morde la coda, cozza con l’atteggiamento di cui sopra. La sola possibilità di miglioramento sta nell’abituare il soggetto ad affrontare la vita in maniera più cooperativa e coraggiosa.
E’ dunque di suprema importanza abituare ed incoraggiare i bambini alla cooperazione, unica salvaguardia a possibili tendenze nevrotiche, permettendo loro di trovare , fra compagni della stessa età, il proprio modo di affrontare compiti e attività comuni”1.

La pallavolo, con le sue peculiari caratteristiche, ben si adatta a tale,  quanto mai socialmente utile, esercizio. Ogni problema della vita, per essere affrontato e poi risolto, richiede la capacità di cooperare, e ogni attività ed ogni compito devono essere esercitati nel quadro della nostra umana società, possibilmente in un modo che aiuti, o perlomeno non intralci, il progresso e/o l’evoluzione dell’umano benessere (ovviamente non nella comune accezione del termine).
Solo l’individuo che comprende che vivere significa contribuire sarà in grado di affrontare le proprie difficoltà con coraggio e con migliori possibilità di successo (il suo personale successo!).

* Nella pallavolo non è possibile pareggiare, si può solo vincere o perdere. Il pareggio è spesso solo un compromesso. Nessuno dei due contendenti è soddisfatto, come nessuno è completamente rattristato. Se in tanti sport il pareggio è contemplabile, nella vita non succede praticamente mai.
Se ci si pensa attentamente, in qualsiasi transazione, in qualsiasi compromesso tra uomini, non vi è mai perfetto equilibrio. C’è sempre qualcuno che sul piano più oggettivo possibile, anche se per poco, ha la meglio. E anche nello sport spesso il pareggio non è reale se confrontato con le esigenze dell’una e dell’altra squadra (infatti nel calcio sono stati introdotti dei correttivi per incentivare alla vittoria). Ve n’è sempre una che ci guadagna di più.
Il fatto che sempre ci sia un vincente, nonché l’equivalente “perdente”, non è come potrebbe apparire un concetto “spietato”. Solo se si perde è possibile innescare la molla dell’autoanalisi che porta alla correzione degli errori, a quell’evoluzione che innesca la crescita necessaria all’adattamento.
Nel limbo non si muove nessuno.
Anche nella fisica esistono solo cariche opposte. Le particelle con carica neutra sono a loro volta composte di elementi con cariche opposte che si controbilanciano.
E nella vita non esistono possibili posizioni permanentemente equidistanti. Solo gli ignavi cercano di non prendere mai posizione. E così facendo non si muovono, non progrediscono, non interagiscono, non provocano reazioni, non si evolvono e non si adattano all’ambiente circostante.
Qualcuno ha detto “che in ogni sconfitta c’è il seme della successiva vittoria”, anche Perché solo nella sofferenza per la perdita v’è la molla necessaria a fare scattare il desiderio di correggersi. Solo chi non si sente toccato sul vivo da una sconfitta o da un insuccesso è veramente perdente.
E’ possibile anche perdere consapevolmente, sicuri di avere fatto tutto ciò che era possibile, tutto ciò che le risorse disponibili permettevano. Ma anche  in questo tipo di atteggiamento (molto raro peraltro), vi sono precise indicazioni da considerare per il prosieguo: o si decide di evitare per quanto possibile quell’avversario o si decide di rafforzarsi per essere pronti la volta successiva, o tutte e due le cose. 
Volendo fare un ardito parallelo con la teoria dell’evoluzione di Darwiniana memoria, possiamo capire come l’evoluzione sia un unico ed incontrastabile divenire di vittorie e di sconfitte. Vincendo, quindi sopravvivendo, ci si adatta (all’avversario e quindi all’ambiente), ma perdendo non si soccombe inutilmente, Perché in questa sconfitta v’è il messaggio, l’insegnamento per tutti coloro che vogliono farne tesoro e sopravvivere. Anzi vi si trova la spinta ad unirsi ancora di più, a cooperare per lottare più efficacemente, aiutandosi reciprocamente.
In verità anche Darwin fu molto crudo e spietato, egli giunse alla conclusione che “soltanto i più forti (o chi si adatta meglio) riescono (o peggio possono) sopravvivere”.
Nel mio piccolo io voglio intendere qualcosa di molto diverso: “la sopravvivenza della vita (la sua continuità e anche la riduzione della sofferenza) è possibile solo in virtù di mutazioni continue (direttamente conseguenti alle sofferenze e alle carenze purtroppo patite) che permettono agli esseri di adattarsi (adeguarsi, relazionarsi efficacemente) sempre meglio all’ambiente esterno, onde riscattarsi dalla sofferenza e vivere nella serenità e nell’equilibrio migliore con gli altri esseri e con l’ambiente medesimo”.
Quindi, non “legge della giungla”, non “legge del più forte”, non “spietata lotta per la sopravvivenza”, non “evoluzione” interpretata come ode al primato del più forte, ma bensì ricerca dell’equilibrio migliore per sé stessi, con gli altri e nella società-ambiente della quale si fa parte.
Ciò è ancor più necessario se si comprende che anche ciò che ci circonda è in continua evoluzione per le stesse ragioni. Quindi le sconfitte, la sofferenza, l’adattamento conseguente non possono mai avere fine.
Se una squadra di pallavolo non fa nulla per rimanere competitiva, se non trae insegnamento dalle sconfitte, se non si adegua agli avversari che troverà di fronte, mano a mano si involverà, retrocederà, fino a sciogliersi se non altro per lo sfinimento psicologico dei singoli. E altre squadre prenderanno il suo posto.

* Un’altra peculiarità della pallavolo, forse non determinante, che tuttavia vale la pena citare è che non è possibile disputare un incontro, o spezzoni di esso, in differenza numerica. Se un giocatore viene espulso un altro deve prenderne obbligatoriamente il posto. Ciò mi pare molto corretto.
Perché se un componente della squadra compie una scorrettezza, un eccesso, una manifestazione violenta, devono esserne penalizzati i compagni? Sarà in un momento successivo che dovrà avvenire il chiarimento, il sostegno od il giubilo da parte degli altri. Ma durante la partita è necessario che l’equilibrio (almeno numerico) venga mantenuto. Se il giocatore scorretto possiede almeno del buon senso (non dico intelligenza), sarà esso stesso, se in grado di un minimo sforzo di maturità, a riflettere nel frangente che lo vede non poter più partecipare alla gara.
L’esclusione dalla possibilità di esprimersi, obiettivo per il quale si impegna e si rende disponibile, è punizione sufficiente ad un giocatore consapevole di ciò che fa, financo delle sue scelte di vita. Si dà inoltre la possibilità ad un “panchinaro” di avere la sua chance. Se qualcuno non è stato capace di dimostrare quel minimo di maturità necessaria per essere meritevole di stare in campo, è meglio che qualcun altro, da tempo ansioso di esprimersi, possa prenderne il posto. Spesso sono coloro i quali ritengono essere “le primedonne”, perché hanno mezzi fisici o psicologici maggiori di altri, ad avere questo tipo di reazioni. Un po' di “panca” non fa male, ai bambini viziati di cui sopra può insegnare molto. La squadra tutta non potrà che trarne giovamento.

                                                                   ----------------------------

Vorrei ora, dopo questo non breve ma necessario e significativo “cappello introduttivo”, meglio approfondire alcuni degli insegnamenti di vita che la pallavolo può indurre a comprendere meglio.

Come già accennato, praticando la pallavolo si impara anche (e prima di vincere) a perdere. Perché se la squadra avversaria ha successo, e noi no, un motivo o più motivi ne costituiscono sempre la premessa. E se nella partita successiva  si desidera vincere, è necessario andare a fondo per scoprire quali sono state le ragioni, gli atteggiamenti negativi, le mosse perdenti, le carenze che la sconfitta ha implicato. Questo lavoro di ricerca dei propri errori, che nella pallavolo è fondamentale, concerne sia il dialogo tra l’allenatore e i giocatori, sia gli approfondimenti tra i giocatori stessi, sia l’autoanalisi del singolo giocatore.
Quante volte nella vita, di fronte ad un insuccesso, ad un problema, ad una sconfitta, ci si interroga su quelli che sono i propri errori e non sugli atteggiamenti altrui?  Si è - viceversa - sempre abili e pronti a riversare sugli altri tutte le colpe e le responsabilità mentre i nostri errori vengono platealmente ignorati.
Se la sconfitta l’abbiamo ricevuta noi, se l’insuccesso ci ha frastornato, siamo sempre e solo noi ad essere chiamati in causa. La squadra avversaria ha fatto il suo dovere.
Non possiamo cambiare la squadra avversaria per vincere.
Dobbiamo modificare il nostro comportamento, Poiché è anche l’unico sul quale possiamo agire.
Siamo noi a dover lavorare (allenarsi) di più, siamo noi a dover ricercare un maggiore equilibrio, siamo noi a dover trovare la migliore disposizione, siamo noi ad essere chiamati ad un maggiore impegno, siamo noi a doverci concentrare di più, siamo noi che dobbiamo soffrire di più, siamo noi a dover accettare i nostri limiti e conseguentemente i limiti dei compagni, siamo noi a dover sviluppare un atteggiamento positivo e fiducioso verso i compagni, siamo noi che dobbiamo perdonarci gli errori cercando di non ricommetterli e su questi costruendo il miglioramento richiesto, siamo noi a doverci sacrificare per i compagni, siamo noi che dobbiamo garantire il nostro costante impegno, siamo noi che dobbiamo metterci al servizio dei compagni, siamo noi che dobbiamo essere disponibili, siamo noi a dover capire meglio.
Se il successo, l’obbiettivo della squadra, non è stato raggiunto, siamo noi, e solo noi, a doverci mettere in discussione. Il concetto non è banale come potrebbe apparire ad un superficiale esame.
Non voglio dire che in tutte le squadre di pallavolo o di altri sport, vi siano sempre atteggiamenti così evoluti. E’ chiaro che sempre di esseri umani si tratta! Ma l’esigenza ed i coinvolgimenti di cui sopra, sono sempre presenti nonchè necessari e richiesti. Chiaro che ci sarà sempre chi fa finta di niente, chi non capisce, ma devo dire che la percentuale di persone - nell’ambito della pallavolo - coinvolgibili in atteggiamenti di questo genere è di molto superiore alla cosiddetta “normalità sociale”. Inoltre, in genere, gli individualisti ed i menefreghisti, alla lunga si autoemarginano dalla squadra e non ritornano.

Corollario al riconoscimento delle cause endogene della sconfitta v’è un altro elemento molto importante: l’individuazione dei meriti altrui.
Chi ci ha battuto, chi ha avuto ragione, ha dei meriti. Difficilmente questi non vengono riconosciuti. Se gli altri hanno vinto significa che avevano elementi capaci, magari più preparati di noi, più convinti dei propri mezzi, più uniti, più amici, più grintosi, più tranquilli, più fiduciosi gli uni negli altri, più collaborativi, più precisi .....
Direi di più, per mia esperienza, spesso anche quando si vince si è portati a riconoscere i meriti altrui. Dopo una lunga battaglia, durata due ore e mezza, per cinque lunghi set, la differenza tra chi ha vinto e chi ha perso è minima. Sicuramente c’è, e va riconosciuta, ma la pulsione a riconoscere i meriti altrui è grande. Anche Perché più sono elevati i meriti dello sconfitto, maggiore è la soddisfazione per chi ha vinto. Questo non significa prendersi in giro, o auto-incensarsi. Pensiamoci bene. E’ necessario sapersi anche dire “bravi”. Senza esagerare, ma con la consapevolezza che dagli altri non potrà mai derivare la fiducia in sé stessi che solo dentro di noi possiamo innescare.

Conseguentemente vorrei reintrodurre il dirompente concetto di “fortuna” o “sfortuna”.
Ecco, se c’è un ambito dove conta poco, dove raramente si può invocare questo enorme alibi, questo è la pallavolo. Il peso della casualità e del fato sono sempre minimi. A mia memoria, nelle discussioni e nelle analisi che sempre seguono una sconfitta o una vittoria, sono rarissime le occasioni in cui si è parlato di fortuna.
Le cause sono sempre chiare, troppe sono le azioni che concorrono a formare il successo. Differentemente da altri sport (il calcio per esempio) dove è possibile che la squadra migliore, che ha espresso il miglior gioco, con il migliore affiatamento, perda, magari per una sola e fortuita occasione avversaria, nella pallavolo ciò non avviene. Le azioni vincenti devono essere centinaia per portare la squadra alla vittoria. Grande è il messaggio di coerenza, perseveranza, costanza, continuità che si può trarre da questo sport.

Giocando a pallavolo si impara che per vincere, per avere successo, bisogna lottare, perseverare, anche quando tutto sembra perduto, anche a dispetto delle eventuali decisioni arbitrali sfavorevoli, non dandosi mai per sconfitti finché l’ultimo punto non è stato siglato. La consapevolezza delle proprie possibilità, la fiducia in sé stessi, non devono mai venire meno per massimizzare le possibilità di vittoria. Il sistema del “cambio palla” se da un lato rende più difficile la vittoria, dall’altro aiuta chi è in svantaggio a non arrendersi fino all’ultimo.
La nazionale di pallavolo italiana dominatrice mondiale pressoché assoluta degli ultimi anni è figlia di questo modo di intendere lo sport, ed è figlia anche del suo allenatore-filosofo (non per niente) Julio Velasco.
Ricordo una sua citazione emblematica: riguardava un aspetto collaterale che dà però la misura dell’atteggiamento richiesto da lui ai giocatori. Era l’assoluto divieto di portarsi al seguito, nelle trasferte, quand’anche lunghe e disagiate, in paesi con una “cultura culinaria” meno evoluta di quella italiana, qualsivoglia sorta di cuochi, viveri, vettovaglie eccetera.
I giocatori si dovevano adattare all’ambiente anche mangiando solo i cibi disponibili sul posto.
“Una squadra che vuole vincere, deve adattarsi all’ambiente avversario e superarlo sul suo campo, cercando così di andare sempre un po' più in là dei suoi limiti, e deve saper soffrire” - questo il suo ragionamento - “e se non è neanche capace di sopportare un cibo diverso da quello abituale, figuriamoci se poi può vincere in campo”.
La tesi che la pallavolo non è fatta per i bambini viziati ed il concetto dell’essere più forti di qualsiasi avversità ne risulta ben chiaro. Molto meglio di tante sterili dichiarazioni di intento.
Ancora, mi viene in mente che qualche anno fa, prima che iniziasse il ciclo della nazionale italiana, v’era stato il ciclo della nazionale USA, la quale dominò la scena per 3 o 4 anni. Questo ciclo iniziò con la vittoria statunitense alle olimpiadi di Los Angeles. Ebbene circolò la voce che i giocatori in questione vennero preparati espressamente per l’evento anche con veri e propri “corsi di sopravvivenza” stile marines per intenderci. Catapultati nella foresta, senza viveri e aiuti, e soli. Anche in questo caso il messaggio era chiaro e forte “devi riuscire a cavartela, a sopravvivere, a superare i tuoi limiti, senza aiuti e addirittura in pericolo di incolumità, se vorrai essere capace ad avere fiducia in te stesso qualunque squadra tu abbia di fronte, e qualunque avversità ti si presenti”.
Come si può evincere da questi esempi, la pallavolo è certamente uno degli sport dove l’aspetto psicologico è più importante. La presenza di una rete in mezzo al campo, e la “solitudine” relativa che ne deriva, è certamente una delle cause di maggior rilievo di questa connaturata influenza della psicologia.
Mi si perdoni, ma non riesco a trattenermi dal confronto con i nostri maschietti della nazionale di calcio, con i loro cuochi al seguito e le loro scorte di viveri, le loro pastasciutte, le loro bevande, circondati da tutte le attenzioni di questo mondo.
D’altro canto pur essendo l’Italia il paese calciofilo per eccellenza, come mai con tante risorse all’attivo, non è mai esistita una nazionale vincente per un periodo lungo, non v’è mai stato ciclo paragonabile neanche lontanamente a quello dell’attuale nazionale di pallavolo? Perché solo risultati spot? Ognuno di noi ha sotto gli occhi le risposte.
Ricordo solo che fino a qualche anno fa la nazionale di pallavolo italiana era assolutamente inconsistente ad alto livello. Una “scuola” italiana di pallavolo non v’è mai stata prima d’ora, diversamente da quella russa o giapponese. Eppure i risultati sono possibili. Non v’è nulla di meglio di questo esempio reale a dimostrazione che “tutto si può, se si vuole veramente e se si agisce coerentemente con l’obbiettivo da raggiungere”.

Analizzerei ora meglio ciò che afferisce alle implicazioni della pallavolo relativamente ai rapporti interpersonali tra i componenti la squadra. Quanto è importante il gruppo, la coesione tra gli elementi facenti parte, il livello di collaborazione fuori e dentro il campo, per conseguire il risultato? Se non tutto è quasi tutto.
La pallavolo insegna, praticamente costringe, a lottare insieme con altri, a sacrificarsi per un compagno, ad avere fiducia nell’altro, ad incoraggiarlo in un difficile momento.
Ogni azione della partita deve essere sorretta da questo atteggiamento.
Prendendosela con il compagno che ha sbagliato o peggio, con se stessi, per un errore, tutta la squadra ed il risultato ne risultano compromessi.
Perdonando l’errore e anzi, messi subito in grado di riscattarsi, ripetendo con successo la precedente azione sbagliata, si ricupera forza e morale per sé e per gli altri.
Riuscire a realizzare questo tipo di atteggiamento positivo, non è sempre facile.
Nella vita non succede praticamente mai. Se rimetti alla prova una persona di cui ti sei fidato e ti ha deluso, questa pensa subito che tu voglia fregarla, o si offende Perché lo trova uno sgradevole modo di farle notare l’errore precedente. In questo caso spesso decide di errare nuovamente solo per il gusto di non compiacerci.
Quante sono le volte che cerchiamo di avere un atteggiamento positivo nei confronti di chi ha sbagliato? Quante volte ci caliamo nelle sue mutande per comprendere le cause che l’hanno portato all’errore? Quante volte perdoniamo? Poche, pochissime. E più le persone ci sono vicine e meno perdoniamo.

Se non perdoniamo nemmeno noi stessi, come possiamo farlo con gli altri? Viviamo con la sindrome da perfezione. Circondati peraltro da modelli irreali e irraggiungibili.
Se gioco in prima categoria non posso pretendere da me stesso e dai miei compagni un livello di gioco simile a quello della nazionale italiana!!
Bene, se questo, giocando a pallavolo (in prima categoria naturalmente), bene o male si capisce, nella nostra società pare sia molto  difficoltoso. E allora via.... con migliaia di ragazzine che possono identificarsi solo con la Schiffer, con l’ignoranza che deve essere mascherata con la competenza, con le aspirazioni più elevate totalmente distoniche alle possibilità reali, alla supremazia dell’apparenza sulla sostanza. A tutti si vuole solo “vendere” un immagine di noi stessi corrispondente al modello. Al di là del fatto che il modello per ogni singolo individuo sia corretto o sbagliato (ma sarebbe meglio fosse corretto), mi chiedo quanti sono coloro che lavorano su se stessi, all’interno, per aderire al modello.
Eh, no! Questo non si può fare, costa fatica!
.... “D’altro canto, se sono fatto così....” meglio solo darsi una bella verniciata e via..... “Chi me la fa fare di cambiare? Cambino gli altri !”. Questi alcuni dei più comuni atteggiamenti sulla piazza.
Ci sono persone che continuano a sbattere nasate contro il muro ad ogni piè sospinto. Eppure...niente, nessuna umiltà, nessuna messa in discussione, nessun desiderio di cambiamento. Sono un pericolo per se stessi e per gli altri, ma non se ne danno ragione. Son tutti ricolmi di orgoglio e finta dignità.
Per fare un parallelo, essi potrebbero essere paragonati a giocatori di pallavolo che pensano (o meglio fingono) di essere “Giani” e giocano come un qualsiasi “pippo” dopolavoristico. Solo che giocando si noterebbe lievemente la differenza!

La pallavolo è concreta. O ci sei o non ci sei. Non si può barare. Neanche a livello psicologico. Non si può non essere se stessi durante la partita. Ognuno è li, nudo e crudo, pregi e limiti, competenze ed incopetenze. Tutti sono in grado di scoprire le carte altrui. Anzi si deve giocare a carte scoperte se si vuole riuscire. Ognuno è costretto a non vergognarsi di sé stesso se vuole partecipare. Assicuro - per esperienza personale - che è un grande e continuo esercizio di umiltà.

Fondamentale per riuscire ad avere successo, anche nella pallavolo, è l’allenamento.  Allenarsi con costanza, direi con abnegazione, seguendo un certo programma, ascoltando i consigli di un allenatore e dei compagni, è determinante se non essenziale per ottenere risultati di un certo livello.
Solo con la costanza e la forza di volontà che ti portano a ripetere infinite volte lo stesso gesto, è possibile, nel momento agonistico, sfruttare al meglio le proprie risorse, ottenendo con apparente facilità quell’equilibrio mente-corpo che permette un’azione vincente.
La nostra mente è un apparato meraviglioso essendo in grado, datole l’obbiettivo da raggiungere, di coordinare i nostri movimenti in modo da ottenerlo.
Nella pallavolo, dove ogni azione di un singolo giocatore è veramente istantanea, l’importanza del buon funzionamento di questo meccanismo è molto elevata. Non essendo possibile un ragionamento prolungato è necessario che l’automatismo funzioni al meglio.
Ma se questo automatismo non si è allenato, il coordinamento tra mente e corpo non funziona. La mente disegna un’azione che il corpo non riesce e non può realizzare. Nella pallavolo l’allenamento del fisico è importante, ma alla pari se non inferiore all’allenamento del “meccanismo dell’equilibrio mente-corpo” di cui sopra.
Faccio un esempio per farmi meglio capire: prendiamo la cosiddetta “schiacciata”. E’ un fondamentale molto spettacolare, soprattutto se eseguito a certi livelli. Normalmente è l’ultimo dei tre tocchi consentiti e serve a far toccare la palla nel campo degli avversari senza che questi possano ricuperarla a loro vantaggio. Che cosa succede nei pochi istanti prima, durante e dopo l’esecuzione di questo gesto atletico?
La palla è nelle mani dell’alzatore, lo schiacciatore deve tener presente lo schema chiamato precedentemente dallo stesso alzatore, valutare se dalla posizione in cui è  lo schema sia realizzabile, valutare le traiettoria della palla che viene verso il punto nel quale potrà essere schiacciata, iniziare la rincorsa a tempo con tale punto, saltare in alto davanti alla rete senza toccarla, mantenendo la giusta distanza tra egli ed il punto in cui si troverà la palla, caricare il corpo ad arco in modo da poter imprimere la maggiore forza al corpo, giungere al contatto con la palla nel momento di massima elevazione, cogliere se possibile con la “coda dell’occhio” la disposizione del muro avversario quand’anche la disposizione dei difensori avversari, angolare il corpo ed il polso in maniera da evitare il possibile ostacolo, decidere se colpire con forza o effettuare un colpo più “morbido” in relazione alle probabilità di “passare” o meno, colpire la palla, atterrare, auto-coprirsi se il muro avversario ha avuto la meglio e tornare infine nella posizione idonea all’azione successiva.
Tutto questo avviene in qualche decimo di secondo. Difficile riuscire bene senza essersi preparati a lungo. L’importanza di quell’automatismo mentale che io chiamerei “meccanismo inconscio al successo” è molto grande.
Teniamo presente che, come già detto, quasi sempre nella vita decisioni ed azioni vengono eseguite nell’arco di pochi istanti.
Quale l’insegnamento da trarre da tutto questo? Quale l’importanza della preparazione, dell’allenamento e dei sacrifici quantomai oscuri e solitari?
“Solo il sacrificio e/o la preparazioni, costanti, coerenti, motivati, messi  con perseveranza al servizio dell’obbiettivo, possono portare l’individuo a massimizzare le possibilità di successo”, dove per “successo” non intendo il significato erroneo comunemente attribuito al termine, ma piuttosto “la realizzazione di un valido risultato o ideale, giusto  e buono per l’individuo”, per ogni singolo individuo. Non v’è, e non vi dovrà giustamente mai esservi, un risultato valido e comune per tutti.
Il singolo risultato deve essere però subordinato al risultato che tutta la squadra-società vuole ottenere.
Se il successo del singolo è in contraddizione con il benessere del sistema in cui opera, la cosa si tramuta in una perdita a danno di tutti gli altri componenti il sistema, la cui globalità può trarre vantaggio solo se viene soddisfatto il successo del sistema  stesso.
Parafrasando un famoso principio pilastro dell’Organizzazione Aziendale, che ben si adatta a qualsiasi ambito: “l’ottimizzazione dell’obbiettivo di un sistema, passa sempre, e dico sempre, per la sotto-ottimizzazione dei singoli sotto-obbiettivi dei sottosistemi componenti”.
Se ognuno si allena per sé e gioca per sé, le partite non si vincono.

Tanto importante è l’allenamento per giungere ad un risultato, tanto è importante come ci si allena.
Un allenamento sbagliato, non in sintonia con le risorse e con l’obbiettivo, porta a risultati negativi, se no addirittura opposti  a quelli desiderati.
Parrebbe evidente e banale. Sicuramente nello sport è più evidente. Ma nella vita non del tutto.
Sono mille gli esempi possibili di individui che desiderano fortissimamente un risultato ma non fanno nulla per ottenerlo, e non solo dal punto di vista materiale ma anche da quello prettamente psicologico.
Con gli esempi è possibile spaziare: studenti che pretendono di sapere senza studiare, disoccupati che pretendono di lavorare come impiegati disdegnando qualsiasi impiego alternativo considerandolo troppo umiliante, improvvisati docenti che pretendono di essere capaci ad insegnare senza avere mai appreso i fondamenti dell’arte dell’educare, politici che imperversano senza mai avere fatto il minimo tirocinio e che pretendono di essere illuminati dallo spirito divino, irritanti ed arroganti esperti di qualsiasi argomento il cui unico titolo è l’aver sentito una volta un amico che diceva....., presuntuosi di ogni genere e tipo con la soluzione in tasca per problemi di cui non conoscono nemmeno l’origine, schiere di depressi che non immaginano neanche che non è sufficiente ingoiare pillole per risolvere ma è necessario lavorare a lungo su sé stessi magari con un aiuto esterno (l’allenatore della  situazione), stuoli di predicatori più o meno improvvisati che pretendono di essere seguiti pur “razzolando” in maniera del tutto opposta, dirigenti o direttori o capi di qualsiasi natura che pensano di dirigere la gente senza aver compreso nemmeno chi sono e dove stanno andando loro, gente che si spaccia di essere seria e saggia esclusivamente in virtù di un titolo o del ruolo interpretato. Potrei continuare a lungo.
Insomma l’improvvisazione regna sovrana a tutti i livelli nella società e nell’ambiente che ci circonda.
Nella pallavolo, e nello sport in genere, chi improvvisa non ha molto successo. Ed eventuali bluff si scoprono in fretta.
Non solo, si comprende che prima di imparare ad eseguire le azioni e gli schemi più complessi, bisogna essere in grado di eseguire perfettamente i gesti più semplici.
Voler competere senza conoscere bene i “fondamentali”, è come costruire un castello sulle sabbie mobili.
Con umiltà e disponibilità è necessario adattarsi, a volte per molto tempo aspettare con pazienza in panchina il proprio turno, adeguarsi a ruoli poco importanti, lavorare con fatica senza intravedere possibilità, accettare con remissività le decisioni dell’allenatore.

Scusate se mi permetto di paragonare la pallavolo alla vita, ma mi pare così naturale!
Uno spaccato di vita concentrato, semplice, essenziale, più puro, senza i mille condizionamenti ricevuti durante la nostra esistenza.
Applicando le regole che ti portano a vincere nello sport in genere e nella pallavolo in particolare, si può avere successo anche nella vita.
Sintetizzando, alcune di queste sono:
* la passione e la voglia di giocare la partita,
* attenzione e concentrazione a quello che avviene intorno a te,
* il coraggio per compiere il gesto più difficile dando fondo alle ultime risorse disponibili,
* l’umiltà per limitare il proprio desiderio di strafare ed evitare rischi alla squadra,
* non sentire il dolore e continuare a gareggiare,
* sacrificarsi per la squadra e quindi per sé stessi,
* sopportare e comprendere gli errori altrui,
* dare fiducia ai propri compagni anche nei momenti più neri,
* comunicare al compagno la nostra gioia per un suo colpo vincente,
* saper aspettare il proprio turno con pazienza seduto in panchina,
* l’entusiasmo e la gioia per la vittoria condivisa con i compagni,
* la capacità di accettare le sconfitte traendone gli insegnamenti necessari a non ripetere gli stessi errori,
* la necessità di adattarsi all’avversario che si ha di fronte ed all’ambiente esterno,
* l’obiettività nel riconoscere i meriti altrui e nel prendersi le proprie responsabilità,
* l’attitudine a non voler essere a tutti i costi protagonisti a discapito dell’obbiettivo comune del gruppo,
* la comprensione che senza preparazione, senza lavoro umile e serio, senza allenamento, non si possono ottenere risultati che non siano casuali  (e che fortuna e sfortuna sono alibi troppo semplici e superficiali).

La pallavolo (similarmente ad altri sport, peraltro) è semplice, essenziale, nella squadra non contano i titoli, le cariche, i ruoli esterni, le gerarchie ad il censo sociali, tutti sono uguali e devono essere sé stessi Perché il risultato sia ottenuto. Ciò è foriero anche di solidi e durevoli rapporti di stima reciproca tra i compagni di squadra, dentro e fuori dal campo.

Gli antichi saggi sostenevano  la massima “mens sana in corpore sano”.
Infatti, come noi possiamo ben vedere, tanto la mente, quanto il corpo, sono manifestazioni della vita: sono parti della vita nella sua totalità e quindi possiamo comprendere molto bene attraverso l’esercizio di uno sport, i loro reciproci rapporti all’interno di questa totalità.
“La vita di un uomo è quella di un essere che si muove e che proprio nel muoversi-divenire trova la sua dimensione”1.  L’uomo non può esimersi dall’agire.
“La capacità di prevedere la direzione del movimento è diretta dalla mente. Una volta che abbiamo recepito questo, siamo in grado di capire in che senso la mente governa il corpo : finalizzando i suoi movimenti.
Se il movimento fosse semplicemente casuale e scoordinato non sarebbe mai sufficiente a giustificare lo sforzo che richiede. Deve esserci, quindi, una meta da raggiungere..
Dato che la funzione della mente è di decidere in quale direzione deve indirizzarsi il movimento, essa occupa nella vita una funzione direttiva.
Contemporaneamente anche il corpo influisce sulla mente Perché è esso a dover essere mosso.
La mente può far muovere il corpo solo in armonia ed in equilibrio con le risorse che il corpo stesso possiede e con quelle che può essere addestrato-allenato a sviluppare”2.
Quindi, uno sport come la pallavolo non aiuta solamente il corpo fisico, ma la mente stessa in equilibrio con esso, e permette di affrontare la vita con un efficace strumento in più.
La palestra utile allo sport può essere anche palestra di vita.


1 Liberamente tratto da “Cosa la vita dovrebbe significare per voi” di A.Adler.
2 Liberamente tratto da “Cosa la vita dovrebbe significare per voi” di A.Adler.

[Home]

Allegati (1)

  • Pallavolo.pdf il 25/ott/2009 05.08 da maurizio sabbadini (versione 1)
    111 k Visualizza Scarica