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Force Ten tribute band - il demo

recensione a cura di Valeria Andreoli

I Force Ten sono cinque musicisti della zona di Roma, che meritano tutta la stima e l’appoggio possibili, già solo per il fatto di aver intrapreso un viaggio difficile come quello di riproporre la musica dei Rush, band che ha all’attivo una carriera sterminata ed estremamente variegata, e che è comunemente apprezzata (anche se purtroppo in Italia meno che altrove) per il gusto e l’innovazione compositivi non meno che per le enormi capacità tecniche dei componenti.
Compito arduo, quindi, quello cui attendono i nostri cinque; i quali tuttavia, con questo loro primo demo, dimostrano chiaramente che il coraggio e l’impavidità non sono certo le loro uniche doti da apprezzare.

Anzitutto, ho molto gradito la scaletta: sono infatti stati scelti tre brani relativi alla seconda fase, ritenuta la migliore dei Rush in quanto più prettamente progressiva, e altri tre relativi alla terza fase nettamente più tecnologica e sintetizzata, e più precisamente 6 brani da 5 albums diversi: segno questo di una volontà di non limitarsi ai cavalli di battaglia storici della band, ma di spaziare all’interno di cotanta manna musicale, dimostrando di sapervisi ben giostrare.

In secondo luogo, ciò che salta agli orecchi sin dal primo anche breve ascolto di tale lavoro, è lo sforzo dei ragazzi di essere estremamente fedeli alle songs originali, sia come esecuzione che come sound.
Penso soprattutto al chitarrista, che riesegue in maniera pedissequa riff e assoli senza nulla o pressoché nulla modificare, ben esaltando il gusto e l’eleganza tipici dello stile di Lifeson ; ma discorso affine si può fare per le tastiere, forse leggermente in maggiore evidenza ma comunque sempre del tutto pertinenti.
Per non parlare poi della sezione ritmica: a tratti dà veramente l’idea di ascoltare Moving Pictures… il bassista è davvero eccellente nell’interpretare il Lee forse dei suoi tempi migliori, e mi riferisco non solo alla difficoltà tecnica di rieseguirne le difficili linee melodiche ma anche di imitarne il suono. Sul batterista avevo pochi dubbi, avendolo conosciuto già numerosi anni orsono con la sua vecchia band metal progressive di ottima fattura; è forse quello con il compito più ingrato, cioè di non far rimpiangere un monolite delle pelli come Neil Peart, e va detto che ci riesce egregiamente.

Dopo numerosi ascolti, le uniche eccezioni che ho riscontrato sono i suoni lievemente diversi di chitarra in Limelight e dei bass pedals in Tom Sawyer, quest’ultima forse la song un po’ più personalizzata anche perché leggermente incattivita e indurita, un po’ come Mission e il ritornello di The Trees; per il resto, lo sforzo dei ragazzi di essere più aderenti possibile ai brani da loro rieseguiti mi sembra evidente, questa per lo meno la loro scelta in fase di registrazione; dal vivo lo sapremo solo quando finalmente (spero a breve) calcheranno un palco.
Resta però da sottolineare la differenza più evidente, ovvero la voce.
Il cantante in questione, sebbene molto giovane, tradisce una personalità davvero notevole: non si sforza minimamente di imitare il Lee singer, che da studio è spesso graffiante e a tratti persino urlatore; lui al contrario, con la sua voce molto calda e rilassata, dà alle songs un’impronta davvero originale, cosa che chi scrive ha particolarmente apprezzato.
E’ lui il vero carattere distintivo del gruppo, ciò che maggiormente lo distacca dalla band canadese. Personalmente ho sempre sostenuto l’opportunità che qualsiasi coverband mantenga sempre una propria autonomia, una propria peculiarità, nonostante una buona dose di fedeltà e aderenza all’originale siano sempre auspicabili, talora persino fisiologiche, soprattutto quando si reinterpretano bands di questo calibro. In questo senso mi pare che i Force Ten siano meravigliosamente riusciti in entrambi gli intenti.
La speranza è che i ragazzi continuino su questa strada, auspicando come detto che al più presto intraprendano anche la carriera dal vivo.