pubblicato 17/mar/2011 05:13 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 17/mar/2011 05:18
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La ricerca ci dice che usando i tuoi punti di forza nella tua vita di ogni giorno aumenterai il tuo benessere. Come fare per sapere quali sono? La scienza ci aiuta. Possiamo vedere quali sono e possiamo disegnare un piano per utilizzarli al meglio per cambiare la tua vita di oggi nella vita che vuoi. I nostri punti di forza sono l'espressione dei nostri valori, di ciò che riteniamo importante per noi e ciò a cui facciamo riferimento dei momenti di transizione, di crisi, di grandi cambiamenti. A volte non è molto semplice capire come si può fare a massimizzare le nostre potenzialità, come usare o ritrovare la nostra motivazione, come porsi obiettivi che siano allineati con questi valori. E' il compito del life coach che utilizza questo approccio di aiutarti a farlo. L'idea di fondo dell'enfasi sui punti di forza è che otteniamo più facilmente quello su cui ci focalizziamo. Secondo J.M. Fox Eades, autrice de "Celebrating Strenghts", il vero potenziale per lo sviluppo risiede nelle aree dei nostri punti di forza. E' stata la Psicologia Positiva e principalmente il lavoro di Martin Seligman a dare questo input e a efettuare ricerche e studi sugli effetti che l'uso dei nostri punti di forza ha riguardo al benessere soggettivo. Usare i nostri punti di forza aumenta il nostro buonumore e la nostra resilienza, la capacità di sollevarci dopo eventi negativi, e ci aiuta a diventare più felici ed efficaci in ciò che facciamo.
Non solo nella nostra vita personale usare i nostri punti di forza è una carta vincente. R. B. Diener, nel libro scritto assieme a Ben Dean Fondatore di Mentorcoach (USA), Positive Psychology Coaching, Putting the Science of Happiness to Work for your Clients scrive che le persone che si sentono più felici si ammalano di meno, sono leali e rimangono con la loro azienda più a lungo, ricevono migliori valutazioni dal loro datore di lavoro e dai clienti, dimostrano comportamenti prosociali e sono più creativi. Usando i nostri punti di forza possiamo sviluppare le nostre potenzialità al meglio anche nel nostro posto di lavoro.
Per quanto si riferisce alle aziende, l' integrazione multiculturale è un tema molto sentito oggi. Diener dice che la cultura è più di una differenza nel vestire, cucina, religione, e lingua. E' la lente attraverso cui guardiamo il mondo, influenza i nostri valori, il nostro senso di identità, il grado in cui crediamo la vita sia preordinata o da noi controllata, il modo in cui ci relazioniamo agli altri, e come ci sentiamo. Le aziende e gruppi di lavoro efficaci comprendono persone che vanno d'accordo e sono in grado di lavorare insieme, nonostante e oltre le differenze. Investire sul capitale umano è vincente: il nostro Return On Investment.
La ricerca ci dice che le persone che si sentono felici hanno delle abitudini di pensiero positivo, sono fisicamente sani, si prendono cura delle loro relazioni come un giardiniere si prende cura delle sue piante.Usare i nostri punti di forza ci porta a cambiare. Il vero cambiamento richiede che i nuovi comportamenti diventino abitudini. Allenarsi ad usare i nostri punti di forza ci aiuta a integrare nuove risorse e comportamenti nella nostra vita di tutti i giorni.
Dopo le voci di Eades, Diener e Dean, ecco la mia: imparare ed allenarsi con un Life Coach è "fare un tratto di strada insieme", sentirsi più motivati e supportati nella nostra ricerca di cambiare ciò che per noi non va più, lavorando con metodo per raggiungere un maggior senso di benessere: e il nostro benessere e un'economia che funziona sono davvero il nostro Return On Investment, la nostra redditività sul capitale investito. |
pubblicato 17/mar/2011 04:09 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 17/mar/2011 07:57
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Pensando al giorno della donna che puntualmente viene ricordato con la mimosa, ho voluto celebrare la donna mettendo al suo posto alcune cose interessanti tratte dal libro di Christiane Northrup, M.D. medico esperto nella realtà femminile. Lei come altre professioniste che ho il piacere e la fortuna di conoscere, è una professionista ben informata e chiara. In questa epoca caratterizzata dalla corsa verso il futuro e il cambiamento, ancora ci sono nella donna alcune lacune senza risposta. Ma le fonti ci sono. Basta cercarle. Riporto qui tre punti che mi sono molto piaciuti e che ritengo possano essere uno stimolo per molte donne a continuare ad informarsi e ad agire.
primo punto: Nonostante il sistema clitorideo sia chiaramente l'area più esplicitamente erogena del corpo femminile, la sessualità femminile non si limita alle aree genitali. Anche il cervello, è un posto originatore di orgasmi, ed è questo il motivo per cui donne con lesioni spinali che non possono sentire niente sotto la cintura possono comunque provare orgasmi. Nel suo libro Christine cita la ricercatrice Gina Ogden, Ph.D., che affferma che alcune donne possono raggiungere l'orgasmo solo pensando a cose che sono eroticamente stimolanti per loro.
secondo punto: A prescindere da cosa abbiamo subito in passato da bambini o cosa abbiamo appreso dalla nostra cultura dice l'autrice, i nostri corpi e le nostre menti hanno la abilità di cambiare. Questo fenomeno, si chiama plasticità. E quando si tratta di poter sperimentare una soddisfacente vita sessuale a qualsiasi età è una buona notizia. Quando reclamiamo la nostra sessualità secondo ciò che è importante per noi, il mondo intero cambia. se invece di attendere il Principe Azzurro di turno che ci accenda, impariamo come accenderci da noi stesse, allora si che abbiamo le redini della nostra vita tra le mani.
terzo punto: Una donna stimolata eroticamente accende un uomo (o un'altra donna) . Una donna arrabbiata, rancorosa fa esattamente il contrario. Secondo la Northrup il responsabile di questo meccanismo è l'aumento dell'ossido nitrico: un gas prodotto dalle membrane di ogni vaso sanguigno nel nostro corpo durante l'esercizio, il sesso, la meditazione, - e i pensieri gioiosi e pieni di speranza. L'ossido nitrico non solo aumenta istantaneamente la circolazione del sangue nel corpo, ma anche agisce come equilibratore di altri neurotrasmettitori che influenzano l'umore, come la serotonina e la dopamina dunque simile al meccanismo attraverso cui le droghe come il Viagra agiscono per incrementare il flusso del sangue al pene. Una donna eccitata agisce dunque come un Viagra "virtuale" per l'uomo aumentando in lui i livelli di ossido nitrico e migliorando l'erezione. Visto che la disfunzione numero uno attualmente nelle donne è la mancanza di desiderio, se una donna non sa come eccitarsi, non sarà capace di far eccitare il suo partner. Allora lui dovrà ricorrere ad un farmaco. L'autrice ci invita a immaginare quanto più sano sarebbe il mondo se le donne sapessero come mettere la chiave nella loro propria accensione e loro stesse guidare lungo la strada del piacere.
La Northrup suggerisce a noi donne di "entrare in quella stanza" e rientrare in contatto con la dea che c'è in ognuna di noi decidendo di permettere al nostro piacere di tornare a scorrerci dentro e di vederci di nuovo o per la prima volta come donne che piacciono; di rivolgere di più la nostra attenzione al sesso e alle attività erotiche rendendo disponibile nella nostra agenda del tempo per farlo. Ci dice anche di considerare essenziale l'esercizio fisico e di vivere la natura e le sue bellezze come se fosse la nostra bellezza. Ci consiglia di imparare il nostro corpo, di studiarlo, di vedere come reagisce. Ci sfida a conoscere il nostro sistema clitorideo. Questa conoscenza ci aiuterà a provare più piacere. Ci spinge a considerare la nostra comunità seriamente come punto di riferimento e sostegno.Le donne sanno fare comunità. Ci intima a aiutare il nostro compagno a diventare l'amante che vogliamo che sia. Ci informa che ci sono oggi molti mezzi a disposizione che possono aiutarci in questo bel compito come lubrificanti e feromoni. E soprattutto, ci invita a usare la nostra creatività per uscire dal modo di pensare dominante creando la vita sessuale che desideriamo. Le informazioni sono uno strumento potente e per molto tempo le donne hanno evitato di cercarle. Ciò che qui riporto e che ho trovato molto interessante vuole essere sono uno stimolo a continuare la ricerca. Ora è il momento di cambiare e tornare ad essere il conducente della propria vita sessuale e del proprio piacere. Ci sono molte professioniste donne con cui oggigiorno possiamo confrontarci per avere le informazioni da donna a donna di cui abbiamo bisogno, per vivere una vita sessuale e affettiva autonoma, appagante e piena. Come life coach sono affascinata dalle possibilità di cambiamento della nostra mente e dei pensieri che bloccano la strada verso una vita piena di gioia e di soddisfazione. La nostra vita sessuale è il nostro corpo insieme alla nostra mente. Nella nostra vita sessuale sono intrecciate la nostra esperienza e la nostra cultura, ma non sono immutabili e determinanti. Il primo passo è guardare queste componenti per ciò che sono e decidere che è tempo di cambiare i loro effetti sulla nostra vita di oggi. Così facendo, cambiamo il nostro domani.
source: Christiane Northrup, M.D. Women's Bodies, Women's Wisdom, Creating Physical and Emotional Health and Healing New York Times Bestseller (2010) |
pubblicato 24/ott/2010 09:51 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 24/ott/2010 09:58
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Così recita il capitolo 5, parte 1 del libro "Nobody left to hate" Teaching Compassion After Columbine, di Elliot Aronson. Il titolo, tradotto letteralmente significa: non rimane nessuno da odiare. Bello no? Il suo interessante e appassionante libro parla si del massacro di Columbine High School (scuole superiori) negli USA, in cui due ragazzi nel 1999, pianificarono e misero in pratica un massacro nella loro scuola, sui loro compagni, e poi su se stessi. Ma parla soprattutto di cosa si può fare per cambiare le cose. Per prevenire ciò che è successo in quel Paese e che potrebbe succedere in altri posti del mondo in cui viviamo. Magari anche qui. E chiama in causa la scuola.
Aronson ha scritto questo libro con l'intento di far riflettere le istituzioni, gli educatori e le famiglie su quanto possiamo fare come comunità per ridurre la violenza nella vita dei nostri ragazzi e e nella nostra vita in generale. Egli ci indica una strada, costruita su molti anni di ricerca e esperienza nel campo. La strada egli dice, passa attraverso l'apprendimento: l'apprendimento delle competenze dell'intelligenza emotiva. Ma soprattutto passa attraverso la creazione di un ambiente scolastico cooperativo in cui i ragazzi si sentano di appartenere. Si sentano inclusi.
Fino a quel momento infausto si pensava che cose come queste non accadessero in zone benestanti o periferiche delle città. Le statistiche invece ci dicono che gli omicidi di più vittime dentro e nei dintori nelle scuole si è innalzato bruscamente nei recenti anni passati. Un'inchiesta della CBS/NY Times tra gli studenti adolescenti riporta che il 52% delle comunità studentesche negli Stati Uniti vivono con la paura di un attacco nella loro scuola come quello di Columbine.. Anche i loro genitori dimostrano un elevato aumento di stress e di ansietà dovuti all'argomento della sicurezza nelle scuole.
I due ragazzi responsabili di un così efferato delitto di massa finito poi col loro proprio duplice suicidio hanno lasciato delle testimonianze filmate. Avevano calcolato di massacrare 250 persone. Non ci sono riusciti in pieno ma il ciò che sono riusciti a portare a termine non lo dimenticheremo facilmente. E il loro non è il solo evento del genere. Questi due ragazzi erano adolescenti maschi che si sentivano esclusi dai loro compagni nella loro scuola. Erano tra i ragazzi che si possono definire "fuori dal gruppo" erano "diversi". Dai video che hanno lasciato sappiamo che volevano vendetta. Vivevano in un quartiere benestante, il loro successo accademico era superiore alla media.
Un maschio non piange per cose da niente.....recitava così una famosa canzone. Ebbene, secondo l'autore, i maschi sono più vulnerabili quando si tratta di esprimere ciò che provano e la relazione che hanno con l'espressione di questi sentimenti e la rabbia è molte volte conflittuale. I genitori e la società in questo non aiutano: allenano i maschi a non avere una intelligenza emotiva. Gli studi ci dicono che le femmine sono molto più empatiche dei maschi, sono più capaci di leggere le emozioni altrui. Il maschi invece, vengono spinti a vivere con la "parte eroica" di se e vengono derubati della parte che invece permetterebbe loro di vivere una vita emotiva piena.
Non ci si deve sorprendere che in storie come quelle di Columbine, chi preme il grilletto sia maschio. I maschi reagiscono alla tristezza con la rabbia. Essi così reagiscono all'umiliazione e alla provocazione: con la rabbia, non con le lacrime. Non ammettono i loro sentimenti in pubblico, con i loro genitori o con i loro insegnanti. I maschi commettono crimini violenti sei volte più delle donne. Inoltre, i crimini che commettono i maschi sono più violenti. Le statistiche ci dicono che c'è un maschio violento per ogni 10 maschi dell'età di 10 anni o più, comparati con una femmina criminale ogni 56 femmine di età di 10 anni o di più.
Quindi i maschi sono più vulnerabili delle femmine in materia di violenza. I maschi ci dicono i dati, tendono a reagire violentemente quando hanno difficoltà con un loro legame sociale tipo la famiglia, magari una fidanzata, o la scuola. I ragazzi che uccidono a scuola ci tengono alla loro scuola. Vogliono appartenere alla scuola. Ed è lì che agiscono in modo violento.
La depressione colpisce molti giovani in età adolescenziale. Il 20% degli adolescenti che frequentano le scuole medie e superiori negli Stati Unitii fanno uso di farmaci per disturbi di depressione lieve. Piccoli interventi educativi possono incidere positivamente sulla depressione: insegnando le competenze emotive. In un intervento citato di sole otto ore di lezione sulle competenze emotive, addirittura più della metà dei partecipanti ha migliorato la propria lieve depressione. Gli educatori molto spesso si preoccupano della mancanza di tempo per insegnare cose che non siano pertinenti al curriculum scolastico. Gli studi ci dicono il contrario: l'apprendimento delle competenze emotive è predittore del successo accademico. L' intelligenza emotiva favorisce e incrementa il successo accademico. Ecco i motivi per cui è compito della scuola occuparsene.
Ci sono azioni che fanno la differenza. Dopo un attento studio sull'incidenza del bullismo nelle scuole norvegesi nel 1997, il governo decide di intervenire con interventi per diminuire questo dato. In alcuni casi, fino al 17% dell'alunnato era bullizzato. Si sono decisi tre livelli di intervento:
1° livello:
- informare i genitori dei sintomi di chi subisce atti di bullismo
- dare agli insegnanti le conoscenze tecniche di come riconoscere il bullismo e come agire
- agli studenti vengono fatti vedere video con l'intento di evocare simpatia e empatia per le vittime di fatti di bullismo
2° livello:
- sono state attivate dagli insegnanti discussioni in classe su come prevenire e aiutare chi subisce bullismo
3° livello:
- si sono attivati counsellors per lavorare sui bulli e sui loro genitori. si sono attivati counsellors inoltre per aiutare le vittime a migliorare il loro successo accademico e la loro intelligenza emotiva.
Il risultato: dopo venti mesi di campagna il bullismo è diminuito del 50%.
Sembra che ci sia la convinzione di tanti, alcuni educatori compresi, che i ragazzi debbano passare per le difficoltà e angherie dell'adolescenza come quasi fosse un rito di iniziazione alla vita adulta. L'autore pensa e io condivido, che c'è abbastanza animosità, crudeltà e competizione nel mondo degli adolescenti senza che si debba promuoverlo nelle scuole. Sembra, dice, che gli ammistratori scolastici non si rendono conto del profondo effetto che un ambiente ostile e competitivo puà avere sullo sviluppo degli studenti e sui loro atteggiamenti nei contronti delle altre persone. Le scuole hanno il dovere di provvedere per gli studenti un obiettivo comune in cui tutti possano lavorare insieme, dentro una struttura che supporti un senso di appartenenza positivo.
E' importante ristrutturare l'esperienza scolastica. Non si parla del contenuto accademico ma dell'ambiente che si crea intorno al processo di apprendimento. Gli studenti imparano tante cose durante questo processo. Se l'ambiente incoraggia la competizione, alcuni sarano vincitori e alcuni perdenti e molti non saranno nè l'uno me l'altro.. Gli studenti che avranno sei classi competitive con insegnanti che incoraggiano la competizione non come stimolo a progredire ma come l'unico obiettivo da perseguire, vedranno la vita come una continua competizione dentro e fuori l'aula.
L'abilità di vedere il mondo dall prospettiva di un altro essere umano ha profonde implicazioni per l'empatia, il pregiudizio l'aggressione e le relazioni interpersonali in generale. Questa abilità si può apprendere. Quando il nostro cuore si apre agli altri, è virtualmente impossibile bullizzare un'altra persona, certamente non si uccide un'altra persona. Se impari a empatizzare con gli altri, il tuo desiderio di bullizzare e di escludere gli altri diminuisce.
Aronson ribadisce che ciò che gli insegnanti insegnano è importante. E' solo che è molto più importante ciò che gli studenti scoprono l'uno dell'altro per loro conto, nel processo in cui apprendono le materie del curriculum scolastico. E ciò che apprendono nel processo di diventare competenti accademicamente è molto più importante per la qualità della loro vita. E di quella di tutti noi. Mi piace molto la sua frase: "Non faremo in modo che gli studenti di provenienze diverse si apprezzino dicendo loro che il pregiudizio e la discriminazione sono cose cattive. Ci riusciremo mettendoli in una situazione in cui possono interagire in una struttura disegnata in modo tale che l'umanità di ognuno di loro possa emergere." E gli insegnanti in questo possono fare da modelli.
Come life coach penso che questo è rilevante allo stesso modo nel mondo lavorativo degli adutli. Un ambiente di lavoro positivo, anche se noioso e ripetitivo, può offrire molto di più di un ambiente scolastico negativo. Ecco forse un motivo per cui alcuni ragazzi decidono di andare a lavorare e non continuano gli studi. In ambienti positivi essi possono sperimentare quel tipo di lavoro di gruppo, cameraterìa, e responsabilità che spesso manca a scuola. In un ambiente di lavoro positivo manca la svalutazione, l'emarginazione l'umiliazione. le persone sono rispettate per ciò che sono. Le differenze non sono semplicmente tollerate ma celebrate. Nella famiglia, in cui la violenza è diventata talmente scontata che quasi diventa difficile considerare di intervenire.
E per chi si chiede quanto quello che è successo a Columbine, nei lontani USA, sia rilevante per la nostra nazione, riprendo ciò che ho riportato all'inizio: ..."fino a quel momento si pensava che cose come queste non accadessero in zone benestanti o periferiche delle città" . Anche noi abbiamo a che fare con le differenze e l'intolleranza e il pregiudizio, non solo nelle scuole, al lavoro, per le strade, nelle istituzioni, nella politica. I dati ci dimostrano ogni giorno che convivere è un compito difficile. Che ci vogliono strumenti adeguati.
Ritengo importante iniziare ad imparare. Ritengo importante investire nella scuola in questo senso. Noi adulti, genitori, educatori, politici, capi d'azienda. Ne possiamo guadagnare tutti. E soprattutto ci guadagneranno quelle persone a cui più teniamo e che nell'adolescenza vedono un momento molto difficile, per alcuni addirittura intollerabile, tanto da decidere di compiere atti estremi: i nostri ragazzi.
Non facciamo niente di importante da soli è la bella conclusione di questo autore. Io aggiungo che la cooperazione e l'empatia sono strumenti importanti per la convivenza e per l'eccellenza. La scuola può fare molto insegnando queste competenze e trasformando un ambiente ostile ed escludente in uno accogliente e inclusivo, un ambiente di cui si vada orgogliosi di appartenere. Questi ragazzi che apprenderanno ad essere orgogliosi di appartenere ad una comunità e tolleranti delle diversità saranno i cittadini che incontreremo per le strade, nelle istituzioni, nelle aziende e negli ospedali. Saranno le persone che ci auguriamo con tutto il cuore di incontrare.
Questo articolo nasce dal libro Nobody Left To Hate, Teaching Compassion After Columbine" di Elliot Aronson, (2000) Edizioni Holt.
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pubblicato 19/ott/2010 02:50 da Roberto Miotto
Il concetto di autostima sembra ristentire di importanza secondo le ultime ricerche. Secondo Steve Safigan, life coach e presidente di Foundation Seminars questo sembra essere il caso. Al riguardo Safigan cita la ricerca di Kristin Neff, Professore Associato in Sviluppo Personale all'università del Texas e colleghi, in cui l'autostima risulta associata ad un costante aumento in narcisismo. Un'alta autostima secondo questa ricerca viene inoltre associata al bisogno di sentirsi superiori agli altri per potersi sentire ok riguardo a sè stessi.
Visto che le persone con una alta autostima devono costantemente alimentare il loro concetto di sè, l'autostima viene anche associata con una visione distorta del sè, il centrarsi su se stessi, e con una mancanza di considerazione per gli altri.
Chiunque metta in pericolo la loro autostima incontra spesso il pregiudizio, a volte violenza e a volte aggressione. Contraddicendo la credenza comune, i bulli tendono ad avere una alta autostima. IIn poche parole, l'autostima può creare distanza tra noi e gli altri.
Un modo diverso di relazionarsi con gli altri è la autobenevolenza. L'autobenevolenza, anche conosciuta come autocompassione, viene dalla cultura buddista ed è meno coltivata nell'occidente.
In relazione alla autostima, l'autobenevolenza non richiede che si sentiamo superiori agli altri. L'autobenevolenza non è una valutazione di noi stessi, ma è un atteggiamento che adottiamo verso il nostro fallimento e la nostra sofferenza.
I ricercatori identificano tre componenti della autobenevolenza:
1 autobenevolenza al posto di auto-giudizio: le persone che sono benevoli con se stesse sono tolleranti e amorevoli verso se stesse quando si trovano ad affrontare dolore o fallimenti.
2. Umanità condivisa al posto di isolamento: umanità condivisa è una prospettiva che vede i propri fallimenti e sentimenti di inadeguatezza come parte della condizione umana condivisa con quasi tutti noi. Al contrario, le persone che si isolano tendono a sentirsi sole con i loro fallimenti.
3 Regolazione emotiva al posto di di super-identificazione: le persone che sono capaci di regolare le loro emozioni hanno una visione equilibrata e mantengono le loro emozioni in prospettiva. Non ignorano e non ruminano su elementi della loro vita che non piacciono. Diversamente, le persone che si super-identificano tendono ad ossessionarsi e fissarsi sui fallimenti e li vedono come evidenza di inadeguatezza personale.
L'autobenevolenza è un atteggiamento positivo e proattivo, verso se stessi. Non è semplicemente l'assenza di atteggiamento negativo. Per esempio, l'assenza di un auto-giudizio non vuol dire necessariamente che uno è compassionevole verso se stesso. Questa persona si può isolare quando sperimenta un fallimento e non mette comunque i propri fallimenti nel contesto di una comune esperienza umana.
L'autobenevolenza come nuova autostima?
La ricerca di Neff suggerisce che l'autobenevolenza ha quasi tutti i benefici dell'autostima, con minori effetti "collaterali". A differenza dell'autostima, l'autobenevolenza non promuove il narcisismo o quelle poco salutari comparazioni con gli altri. La pratica dell'autocompassione è stata associata con i seguenti benefici psicologici:
- sentimenti di felicità, ottimismo e curiosità
- diminuzione dell'ansietà, depressione e ruminazione
- diminuzione di sentimenti di fallimento e inferiorità
- sentimenti più resilienti di valore di se nel tempo
- meno autocritica e perfezionismo
- più strumenti contro la comparazione sociale negativa e sulla coscienza dell'opinione degli altri su di se
- connessione con gli altri
- intelligenza emotiva e saggezza
- maggiore iniziativa e eccellenza di obiettivi
L'autobenevolenza può promuovere l'immotivazione e l'autoindulgenza? La ricerca indica di no.
L'autobenevolenza è diversa dall'avere pena di sè. Le persone che hanno pena di se si sentono generalmente non connesse con gli altri e allo stesso tempo esagerano i loro problemi. L'autobenevolenza ci indica la strada verso l'universalità della nostra condizione e ci permette di adottare una prospettiva obiettiva riguardo alla nostra sofferenza. Le persone che sono benevole con se stesse, sono molto più capaci di ammettere i propri errori, cambiare i loro comportamenti improduttivi, e accettare nuove sfide.
L'autobenevolenza nella pratica. Questa è la parte che sempre mi entusiasma. Come facciamo ad essere più benevolenti con noi stessi?
L'atuobenevolenza è comparativamente facile da praticare dice Safigan. A differenza dell'autostima essa non viene influenzata dall'approvazione sociale o dal raggiungimento di risultati in particolare. L'autobenevolenza non richiede che noi adottiamo una gonfiata visione di noi stessi. Invece ci permette di accettare chi siamo. Per esempio quando abbiamo bisogno di un innalzamento della nostra immagine, quando ci sentiamo feriti o umiliati. Molti di noi sono già capaci di essere benevoli con gli altri. L'autobenevolenza rivolge questa pratica verso l'interno, così che possiamo imparare a trattare noi stessi così benevolmente come tratteremmo un caro amico. L'autobenevolenza ci permette di abbracciare la nostra basilare, imperfetta umanità.
Io penso che questo concetto sia molto utile quando si parla di educazione nelle scuole. E' importante che i giovani imparino ad essere più benevolenti con se stessi e così essere più benevolenti con la società nel suo intero. E' importante dare loro strumenti adeguati e semplici pratiche quotidiane che permettano loro di acquisire degli atteggiamenti positivi da integrare nella vita di tutti giorni.
L'adozione di sane abitudini di pensiero, emozioni e comportamento porta ad innalzare il proprio benessere soggettivo. Insomma, per citare Tai Ben Shahar, autore del più frequentato corso di psicologia positiva a Harvard University, saremo più felici, un poco di più ogni giorno.
REFERENZE Self Kindness: A Healthier Alternative to Self Esteem? by Steve Safigan, in Positive Psychology News Daily, website Kristin Neff and colleagues, Neff, K. D. (in press). Self-compassion, self-esteem, and well-being. Social and Personality Compass.
Tai Ben- Shahar, (2008), Happier, Can You Learn To Be Happy?, New York Times Best Seller, McGrawHill ed.
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pubblicato 01/ott/2010 01:03 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 01/ott/2010 08:43
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Ciò che ci motiva oggi non è ciò che motivava le generazioni precendenti. Ora è indispensabile puntare sull'autonomia, l'eccellenza e il senso della propria vita. Il nostro modo "default" è di essere autonomi e auto-direttivi. Lo siamo nella nostra infanzia ma poi il tempo e le circostanze ci cambiano. Lo dice Daniel H. Pink nel suo New York Times Bestseller Drive The Surprising Truth about What Motivate Us. La strada per tornare ad esserlo c'è. Pink la chiama motivazione 3.0.
Per sentirsi motivate le persone hanno bisogno di autonomia. Su ciò che fanno, quando lo fanno come lo fanno e con chi lo fanno. Le persone che raggiungono l'autonomia si sentono motivate nella loro vita e nel loro lavoro. Le imprese che offrono ai loro dipendenti questa autonomia sono avanti rispetto alla concorrenza.
Per sentirsi motivate le persone hanno bisogno di eccellenza. E' attraverso il fare le cose bene, al meglio delle nostre capacità che ci sentiamo motivati. E la motivazione richiede dedizione. L'eccellenza comincia con il "flow" quell'assorbimento completo nel compito che non ci fa pensare, che ci fa perdere la cognizione del tempo, che ci tiene completamente focalizzati su ciò che stiamo facendo. Quelle esperienze ottimali di quando la sfida che affrontiamo è squisitamente appaiata alle nostre abilità.
Pink dice ancora, l'eccellenza è una forma mentale. Richiede una capacità di vedere le tue abilità non come abilità che hanno un limite. Vederle invece come abilità che non hanno fine. L'eccellenza quindi richiede lo sforzo deliberato alla pratica. All'impegno caparbio a migliorarsi. Infine, l'eccellenza è un ideale che non si può raggiungere totalmente, ed è questo che lo rende accattivante e desiderabile. Le persone che nella loro vita hanno più momenti di esperienze ottimali di assorbimento in ciò che fanno, si sentono più motivate.
Le imprese intelligenti forniscono ai lavoratori questo tipo di compiti che facilitano lo stato di "flow", non troppo difficili e non troppo facili. I loro dipendenti sono persone motivate nel lavoro e nella vita. Per sentirsi motivate le persone cercano un senso nella loro vita. Qualcosa che vada oltre la loro stessa esistenza. Che serva loro come principio guida. Le persone hanno bisogno di cercare ciò che per loro ha un significato che va al di là dell'interesse personale. Che li colleghi all'umanità.
Molti grossi nomi del mondo del business mondiale hanno recepito questo cambio e molti sono gli esempi citati nel libro di Pink. Molti sono gli imprenditori illuminati che fanno proprio questo nuovo modo di fare impresa. I lavoratori di oggi lo fanno meglio quando ciò che fanno ha un senso più largo del loro interesse personale o dell'azienda. Questo lo si raggiunge con obiettivi che usano il profitto per raggiungere un significato. Pink fa l'esempio di TOMS, impresa che produce e vende scarpe che regala un paio di scarpe a bambini poveri per ogni paio di scarpe che vende;con parole che enfatizzino qualcosa che va oltre l'interesse personale. Studenti della Harvard Business School firmano una promessa in cui esprimono il desiderio di esser ricordati non per quanto denaro producono ma per quanto il mondo sia cambiato in meglio grazie alla loro leadership; con politiche che permettano alle persone di cercare il senso della loro vita a modo loro .Interventi semplici ma efficaci come trovare all'interno dell'orario lavorativo la possibilità di dedicare un pò del proprio tempo a ciò che per noi è più significativo all'interno dell'azienda. La massimizzazione del profitto assieme alla massimizzazione del significato profondo di ciò che facciamo, dice questo visionario autore, può ringiovanire le nostre imprese e cambiare il mondo. Le conoscenze le abbiamo, i mezzi ci sono. La volontà di farlo è, ancora una volta, nelle nostre mani.
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pubblicato 18/set/2010 14:41 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 21/set/2010 01:15
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El deporte es un recurso importante para el bienestar de la persona. En el Reino Unido experimentan como ayudar a jòvenes con depresiòn a travès del surf.
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pubblicato 16/set/2010 15:47 da Roberto Miotto
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aggiornato in data 18/set/2010 14:38
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| Praticare una attività sportiva ci aiuta a mantenerci in forma, ad apprendere costanza e tenacia nel perseguire i nostri obiettivi. Ci insegna a non scoraggiarci quando il compito è difficile. Ci insegna a focalizzarci sul momento che viviamo. Ci permette di sperimentare quello stato in cui dimentichiamo il tempo e i nostri pensieri si annullano. M. Seligman, padre della psicologia positiva, riporta che questo stato è uno degli ingredienti principali del benessere soggettivo, assieme al saper assaporare le cose di ogni giorno e a fare ciò che per noi ha senso nella vita. |
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