Raccolta di poesie di Giuseppe
Pilumeli
Resoconto analisi editoriale:
L’opera poetica di Pilumeli si
rivolge a un lettore colto e riflessivo, l’enfasi sulla natura della malinconia,
la dimensione psicologica del viaggio nostalgico verso le creature del mondo, ed
altri aspetti autobiografici rendono la raccolta, un testo complesso da
approfondire. Non è sufficiente una sola lettura per inquadrare lo stile
poetico, e il “messaggio” se così impropriamente vogliamo chiamarlo, contenuto
nei versi, va decifrato.
Ciò che sembra solo all’occhio
inesperto “una farfalla che vola”, in realtà “parla” di altro, la sua leggerezza
non deve ingannare, essa è oscura, enigmatica, è il tempo perduto. Frangenti
di allegria e spensieratezza allontanano per un attimo il lettore dalla
percezione di quel sentimento di nostalgia e di amore per la vita, sussurrato e
tanto caro al dotto poeta. Pungenti e “Bukoskiani”, i versi appassionati e
critici di “Amico”, “Poetica”(p.32) e “Come grandine in estate”. Un uomo che
guarda se stesso e il mondo che cambia, e critica i “ modi di essere” lontani
dalla purezza del fanciullo e contaminati dalla sete di potere e ci permettono
di conoscere la vera anima del poeta: la passione del cuore e, il sudore e il
sangue della vita.
Responsabile staff editoriale Nerina E.
Zarabara
CANTO NOTTURNO
Dedicato a Giacomo Leopardi
Prefazione
L’itinerario morale e poetico
di
Giuseppe Pilumeli
Raramente
si è visto dopo la generazione dei grandi del Novecento un poeta come Giuseppe
Pilumeli il cui tratto distintivo è una inattaccabile, indiscutibile serietà
intellettuale. Raramente si è visto un autore così totalmente privo di
compiacimento per il proprio sé estetico fino al rischio di una disistima
completa per la propria creatività.
Dopo
la generazione dei grandi del Novecento la letteratura è stata colta dal
morbo del successo, dall'idea che forse persino la poesia avrebbe potuto
aprire porte, dalla spettacolarizzazione della parola, per non dire di una
parola da raffinati cabarettisti, intrattenitori in cerca di facile successo
che la poesia in genere – e la poesia vera in particolare – non può dare. Tutto
ciò è completamente estraneo alla visione dell’arte ma anche della vita di
Pilumeli.
Al
di là - o meglio prima - di tutto ciò di cui parleremo nel prosieguo, sono questi
i punti fermi della poesia e della concezione della poesia di Giuseppe
Pilumeli. Cui si aggiunga l'assoluta consapevolezza del valore della poesia,
della missione di essa, benché anche il Nostro (...e non è il solo) sia
rassegnato alla quasi inutilità dello scrivere versi.
Chi
voglia leggere seriamente quest'opera poetica deve prepararsi a un poeta che
non lascia spazio a trastulli; non si tratterà di una lettura facile. Deve
essere pronto a confrontarsi con uno stile asciutto, privo di retorica, di solennità,
di compiacimento e di quella gioia infantile per i propri versi che hanno
taluni poeti che scrivono per diletto. Il rapporto di Pilumeli con la
poesia è amaro, perchè amaro è il suo rapporto con la vita. Chiunque non fosse
avvezzo alla grande poesia, ai poeti veri, non può leggere un autore così
fermamente consapevole dell’ altezza della poesia, del rispetto da portare alla
parola. Insomma Signori: Pilumeli non è uno che quando non sa cosa scrivere si
giustifica con l'automatismo psichico, o peggio ancora, quando sbaglia si
rifugia dilettantescamente nella cosiddetta licenza poetica, o con espressione
più attuale nella voluta ‘infrazione al codice linguistico’. Pilumeli non
scherza. Non bara. Non si vanta. Non si gratifica. Non cerca giustificazione né
autoconsolazione, e non è affetto dalla mediocrità dell'autoindulgenza.
Sicché
un riscontro salta subito all'occhio: egli nel suo quotidiano essere uomo e
nella sua vocazione di poeta vive a capofitto nel dolore, e sembra che mai
abbia pensato di potersene districare. La sua vita, la sua poesia, sembra una
continua passione, anzi passio, ma senza morte né resurrezione. Forse
gli è mancata la discesa agli inferi e la resurrezione; quegli inferi
umanissimi, empirici, psicologici, letterari (del pensar letterario). Manca
infatti il riscatto dalla sofferenza, e sembra che il suo dolore con tenacia di
capaneo egli abbia perseguito come unico obiettivo possibile.
Sono
di ottimo esempio i versi seguenti:
Sono come un garofano
Nato in una selva
Che piange di carezze
non avute
E del profumo inutile
si ammala.
Ma
qui siamo ancora ai primordi della sua espressione poetica.
Consideriamo
una seconda composizione dove la tristezza investe tutto, il presente e il
passato, gli esseri umani e gli oggetti; dunque la sua immersione nel dolore
appare totale, e definitiva:
Rivedo la tua casa
sola triste
come me
anche lei ti ha
perduta e piange
a modo suo
le sgretolature sui
muri il fango per le scale
è anch'esso
un piano eterno.
E
ancora:
Notte.
Abisso di silenzio.
La luna dorme
nel suo letto
d'ombra.
Alla finestra veglio
conto le stelle e
mi perdo.
Tuffarmi in questo
mare nero,
sparire
atomo di cielo,
morire,
vagare tra le stelle,
nutrirmi di silenzi,
vorrei
vorrei e
piango.
I
versi successivi hanno la medesima caratteristica ma con una affermazione del
dolore più limpida, dove l’irriscattabilità è ormai diventata assuefazione e
rinuncia; e il cono di luce che il sole lascia sul pavimento è del tutto
casuale e non lo riguarda, non simboleggia un motivo di speranza:
Sfiorita la vita
socchiudo le imposte
del sole non ho che
una traccia
un cerchio di luce
sul pavimento
Ma la vita non entra
più
non entra più un
suono
ho gli occhi
cerchiati un pallore
quasi un preludio di
morte.
E
come se i precedenti non bastassero ecco altri versi per dichiarare,
sfaccettare, mostrare (mai esibire!) un disincanto senza remissione
Trascorso questo
giorno
in cui tutto si
dimentica
ancora tornerà la
noia
e ricadrà la neve
sopra il cuore.
Allora solo i ricordi
esisteranno.
Torneranno a stampare
orme crudeli
amari solchi d'un
passato amaro.
Segue
una sintesi tecnicamente nuova, una composizione nella quale l’autore dà
conferma che al dolore non si sfugge:
Ogni sera vieni
all'appuntamento,
malinconia: ti
annunciano
la luna e i grilli
canterini.
Lontano le luci della
città,
le finestre velate
d'un panno bianco.
E' sera.
Ora che la brava
gente
si riunisce attorno
al padre,
ora scendo pian piano
i gradini della mia
solitudine.
Per le strade
quelli come me
che cercano la pace
fuggendo.
Non uno sguardo non
una parola.
La vita è come un
fiume.
E’
una poesia bella e vera la prima forse che propone ampiezza e compiutezza, un
insieme equilibrato, una composizione ormai matura nella fase ideativa, nel
lessico perfettamente calzante e altamente espressivo, nel ritmo, nelle
immagini, nella dichiarazione urlata di una solitudine insostenibile: poesia
così matura, ed è stata scritta solo nel ‘66, quando il poeta ha ancora 19
anni!
E’
l’ora dell’intimità familiare, il quadretto si compone: la cena al desco con
tutti i familiari riuniti intorno al padre: e mentre nelle case ciò accade
egli… scende…
E' sera./ Ora che la brava gente/
si riunisce attorno al padre,/ ora scendo pian piano/ i gradini
della mia solitudine.
Tutti
i versi precedenti sulla solitudine, sul dolore esistenziale si condensano qui
e qui si precisa il dolore che sentiamo lancinante, insostenibile.
Ma
a un certo punto cosa accade?
E
poi …
Il
nostro quesito è inquietante o gioioso?
Cosa
accade nella mente e nel quotidiano del nostro autore dopo decenni di
tristezze? Egli comincia da lontano, con timide aperture, per poi imboccare una
escalation di cui, forse, sul piano privato, sembra non essersi reso
conto. Non a caso il titolo parla di un itinerario. C’è dunque movimento
nell’opera di Pilumeli, c’è un progredire verso, c’è una meta, e
dunque uno snodo, uno sbocco su nuovi territori dell’animo e della vita?
Vediamo.
Si
parte con un momento di ironia elegante, gustosissima; solo che, secondo l’indole
e l’esprimere poetico di Pilumeli, assolutamente distante da ogni
magniloquenza, tale ironia è appena percettibile, la si coglie a condizione di
una lettura attentissima e auscultando il testo con un fonendo tutto speciale.
Non devi ridere
se chinato sul tavolo
mi vedrai cercare
l'impossibile rima
cuore amore.
Non sai che di mondi
lucenti,
di giorni di sole
mi son rimaste solo
parole.
Ve
lo immaginate Pilumeli chino sul tavolo a cercare la rima cuore amore?
Io
si. E’ una scena di irresistibile comicità.
(Naturalmente
si deduce facilmente il suo distacco dalla rima ovvia, dalla poesia facile,
dalle rime da…. canzonetta).
Bene,
il decollo - lentissimo - parte da lontano. Questa poesia fa parte
dell’infanzia poetica dell’autore: quella ‘infanzia’ che ha già visto non solo
questa ma ben altre composizioni già tecnicamente mature.
E
questa cos’è?
Mi manca la tua voce
Il respiro
E le labbra carnose
A lungo sospirate.
Eccole, le immagino
sulle mie
Aprirsi e chiudersi
Sulla mia voglia di
te.
La
voglia di vivere e amare del poeta si è svegliata?
Guardate
come continua…
Per te risveglierò la
musa pazza
le corde pizzicate del mio cuore.
Stupore mi prende al tuo passo leggero
Sei l'amore di allora
Sei l'amore che torna?
Dunque
qualcosa è accaduto. Un risveglio del sangue, un animo che ha trovato
nuova ragion d'essere, un motivo di rinnovamento profondo? Il ritorno di una
figura femminile? O è… la Musa?
Chi ha strappato Giuseppe Pilumeli al suo torpido dolore?
Ed
ecco una vigorosa assunzione di responsabilità nei confronti della Storia.
Chi sono? Un giorno
dovrò
confessare a me stesso
le ragioni di un vivere
a volte inutile, spesso assurdo,
per un definitivo sollievo.
Cresciuto come un bimbo
inerme come inerme solo
può essere un poeta
timido fino alla paura
in un tempo in cui poeta
è passatempo ai borghesi
o alleato all'oppressione -
come scordarsi Montale
che vota per Leone? -
ho cantato verdi amori
e favole ariostesche,
inutile come un arbusto,
inutile come un poeta.
Ci si deve pur spogliare
degli abiti del bambino
e del poeta dimesso.
Se compito degli uomini
è vivere si viva ma
puri, incontaminati,
selvaggi come eroi,
graffiando, condannando
perché non c'è perdono
per l'uomo che uomini
uccida per sete di potere.
Non si può come un papa
pregare per Nixon
e perdonare l'oppressore
come una madonna.
Solo chi soffre ha
il diritto all'amore.
Ci si deve pur spogliare/ degli
abiti del bambino/ e del poeta dimesso./
Appare
chiaro che si tratta di assunzione di responsabilità nei confronti della
Storia. Se così non fosse tale confronto riguarderebbe una dimensione altra,
altra dimensione ontologica, ma in quel caso il pacchetto prevede tutto ciò
che riguarda quella dimensione (inclusa l’ammissione dell’ esistenza di Dio nel
quale sempre, e vigorosamente, Pilumeli dichiara di non credere).
Un giorno dovrò
confessare a me stesso
le ragioni di un vivere
a volte inutile, spesso assurdo,
per un definitivo sollievo.
Possibile
che un poeta, consapevole di essere uomo vivo e attivo nella società, nella
storia, dica sul serio che egli dovrà confessare solo a se stesso le
ragioni del suo vivere? Io (arbitrariamente) propendo, conoscendo la severità
intellettuale di Pilumeli, per una un’altra idea. Ritengo che il poeta dichiara
nel proprio sé storico di sentire doveri ma non solo nei confronti di sé
stesso. La sua visione coscienziale del mondo che traspare da ogni frammento
della sua vita, del suo impegno, qui viene dichiarata con energia e ad alta
voce in una poesia non determinante sul piano estetico ma dove egli giganteggia
come uomo di coscienza, benché, per altri lidi e in altre discussioni teoriche,
già lo conoscevamo come tale e ampiamente ne riconoscevamo le qualità.
Ma
intanto Pilumeli ha cominciato a sorprenderci, lentamente, con poesie di
apertura, una poesia dopo l’altra, diradandole nel tempo, alternandole a versi
di una cupezza da capaneo, facendole apparire, e al tempo stesso nascondendole,
nei suoi blog. Poesie che ormai attingono un livello estetico alto,
emozionante.
Personalmente
dopo l’essenzialità del prodotto precedente ho provato quel misto di sorpresa e
smarrimento di chi vivendo la poesia come esercizio quotidiano ormai
quotidianamente non legge che versi nella migliore delle ipotesi scontati (cioè
tutto il contrario di ciò che la poesia deve essere), privi di concretezza,
scritti malissimo, e dunque robaccia tale da poter dire che ai livelli alti
della poesia non ero più abituato.
Ed
eccoci qui, un altro gradino più su
Chi ti dannò a non
sedere più sull'ermo colle?
Nel natio borgo tutto
di te echeggia. Il patrio
ostello, onde Silvia
ascoltavi, la torre, di Nerina
la casa, le
scalinate, la statua nella piazza.
Tutto parla di te.
Sei sempre rimasto
qua, Giacomo.
Qua l'inquieto spirto
vive per sempre.
La
sua passione dolorosa per Giacomo Leopardi di cui si sente seguace fino a non
voler sentire probabilmente quanto i miti ci tengano i piedi sul collo.
Ma
quando, tempo fa, lessi la poesia che segue rimasi bloccato da ammirazione e
stupore
Quanti bicchieri ci
siam scolati
amico
quando le notti di
luna piangevi
e pisciavi dal
terrazzo.
Nude si specchiavano
le anime
ed eran là
Maria ed i miei
sogni.
Adesso siam vecchi
stenti
e tu non vuoi
mostrarti.
Chissà se ti
ammazzassi e
rinascer ti facessi
in un posto
altro
senza padre,
senza madre
e poi darti ali
e ancor farti volare
su
fino al terrazzo.
Non
pensavo più di veder trattato il tema del ‘doppio’, e soprattutto così bene: la
figura di un amico introiettata e riproposta con una lucidità intellettuale e
una precisione stilistica che fa trasalire di stupore. La considero una poesia
geniale; mi assumo la responsabilità intellettuale nei confronti di chi
pensasse che la parola geniale sia eccessiva.
E
la conclusione non poteva non essere con questi versi che emanano splendore e
bellezza e non so cos’altro.
Quando
non si vuol finire qualcosa è difficile trovare un finale. Mi manca un’
idea per finire. Chiudo un po’ alla buona dicendo che ho passato mesi pensando
di dover convincere l’amico Pilumeli della bontà dei suoi versi. Ho desistito
subito da tale errore e ho semplicemente scritto quel che penso. Forse qua e là
mi son fatto prendere dall’entusiasmo. Sarà stata una mia debolezza, o più
semplicemente è tutto l’itinerario di Pilumeli ad essere semplicemente
entusiasmante?
Ma
di certo servirebbe una spallata (da chi deve venire?) per smuoverlo dalla sua
radicata cupezza; perché egli si confermi nella volontà ad essere poeta ma
anche, vista l’evoluzione tecnica e stilistica così evidente, nello spirito
della sua ultima e più alta resa poetica e continui ad offrire al lettore la
scintillante poesia di cui ha mostrato di essere ampiamente capace.
(Santino Cicala)
Come un garofano
Sono come un garofano
Nato in una selva
Che piange di carezze non
avute
E del profumo inutile si
ammala.
(1966)
Al di qua della
siepe
Hai deciso
ch'è meglio sostare
al di qua della siepe.
Oltre il cancello
mostri imbalsamati
potrebbero
spezzarti la lingua.
Dolcezza
Faccia bianca sopra il
cuscino.
Due mani di ragazzo carezzano
una mano stanca.
(febbraio 2006)
Invocazione
profana
Dio che ci guardi dall'alto
dei cieli
e che ci fai odiare la vita
perchè c'hai dato gli occhi
del cuore.
Dio grandioso che ti specchi
nei laghi
più alti della bontà
e che ci lasci nell'odio
tocca un po' il cuore di chi
non vuole amare.
Dio se ami la Vergine tua Santa Madre
dammi un cuore più forte
che mi faccia amare la vita
e sperare solo nella morte.
(1965)
Ricordo
Rivedo la tua casa sola triste
come me
anche lei ti ha perduta e
piange
a modo suo
le sgretolature sui muri il
fango per le scale
è anch'esso
un piano eterno.
(1965)
Stupore.
Notte.
Abisso di silenzio.
La luna dorme
nel suo letto d'ombra.
Alla finestra veglio
conto le stelle e
mi perdo.
Tuffarmi in questo mare nero,
sparire
atomo di cielo,
morire,
vagare tra le stelle,
nutrirmi di silenzi,
vorrei
vorrei e
piango.
(1965)
Tramonto marino
Tramonta il sole
perdendosi nel mare
e l'acqua luccica
come stella lontana.
Si solleva dall'onde
una musica arcana,
un invito
richiamo lontano
a posarsi sul letto di pace.
(1965)
Parole
Non devi ridere
se chinato sul tavolo
mi vedrai cercare
l'impossibile rima cuore
amore.
Non sai che di mondi lucenti,
di giorni di sole
mi son rimaste solo
parole.
(1966)
Cadon le foglie
Cadon le foglie nell'autunno
triste
tremule scendono dall'alto
albero insieme;
il ramo nudo primavera attende
per potersi riccamente
rivestire.
Povero illuso, essere
impotente
tempesta scenderà dal cupo
cielo
e i rami nudi schianterà per
terra..
Certo non questa la sorte
sperata,
nel nascere, dai poveri
mortali:
ricchezza, gloria, vanità
cadute
come un albero nudo alla
tempesta
(1964)
Farfalla di sogno
Nessuno ci ridarà
I giorni perduti
Farfalla di sogno
Senza indugio vola
Nella mia mano
Potrei pure morire
Allo strusciar dell'ali.
Preludio di morte
Sfiorita la vita
socchiudo le imposte
del sole non ho che una
traccia
un cerchio di luce sul
pavimento
Ma la vita non entra più
non entra più un suono
ho gli occhi cerchiati un
pallore
quasi un preludio di morte.
(1966)
Orfeo
Pietre di lava ardente
e uomini e macchine
ossequiosi ai semafori
é qui che vengo a cercarti
sapendo che non ci sei
non mi va che divenga di sale
non mi piaci una statua di sale.
Al mercato dei
fiori
Un canestro di rose e fiori
zeppo di dolci aromi
ruberò per te
al mercato dei fiori
Sono solo un poeta
Sono solo un poeta
coscienza del nulla
amo i silenzi
gli odori di terra smossa
amo i ricordi
piango la gente che muore
piango la gente che vive.
Sono solo un poeta
inutile.
Notte
Nel buio della notte
se vieni amor mio
voglio darti un bacio
per ogni stella che splende
Compleanno
Trascorso questo giorno
in cui tutto si dimentica
ancora tornerà la noia
e ricadrà la neve sopra il
cuore.
Allora solo i ricordi
esisteranno.
Torneranno a stampare orme
crudeli
amari solchi d'un passato
amaro.
(28 Marzo 1966)
Malinconia
Ogni sera vieni
all'appuntamento,
malinconia: ti annunciano
la luna e i grilli canterini.
Lontano le luci della città,
le finestre velate d'un panno
bianco.
E' sera.
Ora che la brava gente
si riunisce attorno al padre,
ora scendo pian piano
i gradini della mia
solitudine.
Per le strade
quelli come me
che cercano la pace fuggendo.
Non uno sguardo non una
parola.
La vita è come un fiume.
(1966)
Angoscia
Come tutta in un attimo passa
la vita dell'uomo
e non lascia che
vani fantasmi.
Come un filo d'acqua
che si perde
tra il sole e la sabbia
niente di questo amore rimarrà
un giorno.
Neanche di questa angoscia
qualcosa resterà.
Di te non rimarrà
che un sorriso lieve
che svanisce
come sabbia tra le mani.
(1966)
Imitazione
Terribile ma caro
dono del cielo.
Alle mie notti apparsa
improvvisa e limpida, chiara
come la luna.
Sapessi quanto t'amo
forse fuggiresti.
Dolcissima, possente
timida ed audace
muta e loquace.
Sapessi quanto t'amo
forse moriresti
statua di sale,
Euridice.
Nell'Eden
Ciliegi fioriti
meli senza serpente
per te
anima
E poi colori e sapori
E un viale lungo un infinito
al di là della siepe
Presagio
Ammucchiati come gocce di
sangue
Stavano tra il grano i
papaveri
sulla strada impazzita.
Rossi, come gocce di sangue
vedevo tra il grano i papaveri
con la mente impazzita.
(1969)
Silvia
Non so neppure
come andasti
non so cosa pensavi
o Silvia mia.
Mi sovviene così poco
il tuo ricordo
bimba
della mia fanciullezza.
Ti raggiungerò un giorno
nel nulla eterno.
E sarà pace
con te
o Silvia mia.
(20/3/2006)
Fuori dal pozzo
Appena fuori dal gorgo
sento la solita voce
dolce lontana
una voce che m'ama
e' dolce tornare alla vita
in questo magico autunno
Petali...
impalpabili
fragili
rossi.
Sbocciati
inariditi
rinati.
Papaveri rossi
nella mia mano...
sofferenti,
nascosti,
nel buio,
lucenti,
nella gioia
sempre tremuli nel cuore
Tutti sono morti
Tutti sono morti
Poeti anarchici
sirene di libertà.
Pier Paolo processò un regime
e cadde straziato
Pablo comunista
Tirannicida
Sussurrava metafore
E si spense di tristezza
Per la patria
Sono morti tutti
Poeti solitari
Garofani d'amore
Fabrizio che cantò i diversi
E la malattia divorò
Come Jacques l'anarchico
Poeta delle nebbie.
Tutti morti
Tutti sepolti
Nel cimitero dei poeti.
(27 marzo 2003)
Poetica
Non chiedermi la parola
che suoni melodia
ed odori di rosa.
La poesia nasce dagli abissi
e dalla pietra dura.
La rosa e l'alloro io lascio
ai poeti laureati.
Per me la parola nuda
che sa di sangue e sudore.
(1972)
Perché
Perché questo buio profondo
Perché quest’ansia
Perché questo tragico nodo
Tu sei sospiro di brezza
marina
Aria leggera
Profumo di gigli.
Lunghi passeranno i giorni
dell’addio
E sarà strazio
Tristezza senza fine
Rinuncia immonda
Suicidio dell’anima
(21/7/2004)
Mi manchi
Mi manca la tua voce
Il respiro
E le labbra carnose
A lungo sospirate.
Eccole, le immagino sulle mie
Aprirsi e chiudersi
Sulla mia voglia di te.
(27/7/2004)
Bella
Bella sei
Prepotente
Corpo di bimba
E labbra di fuoco
Bevo il tuo nettare alla fonte
E salgo in Paradiso.
(17/8/2004)
Senza titolo
Amo il tuo odore
E le dolci vertigini in cui
Mi precipiti
Tutto amo di te
Le tue ritrose sfacciataggini
E le sfacciate ritrosie
Il tuo nettare berrò
Come un cavaliere alla fonte.
(21/9/2004)
Senza titolo
Percorrere una strada senza
sbocchi,
Cercare una fuga,
Sentirsi in trappola
In balia dell'angoscia.
Tace la terra
Coperta di bianco
Ed il cuore
E' una scatola vuota.
(2006)
Amico
Quanti bicchieri ci siam
scolati
Amico
quando le notti di luna
piangevi
e pisciavi dal terrazzo.
Nude si specchiavano le anime
ed eran là
Maria ed i tuoi sogni
Adesso siam vecchi
Stenti
Chissà se ti ammazzassi e
rinascer ti facessi
in un posto altro
senza padre,
senza madre
e poi darti ali
e ancor farti volare
su
fino al terrazzo.
(5/5/2007)
Poetica
Chi sono? Un giorno dovrò
confessare a me stesso
le ragioni di un vivere
a volte inutile, spesso assurdo,
per un definitivo sollievo.
Cresciuto come un bimbo
inerme come inerme solo
può essere un poeta
timido fino alla paura
in un tempo in cui poeta
è passatempo ai borghesi
o alleato all'oppressione -
come scordarsi Montale
che vota per Leone? -
ho cantato verdi amori
e favole ariostesche,
inutile come un arbusto,
inutile come un poeta.
Ci si deve pur spogliare
degli abiti del bambino
e del poeta dimesso.
Se compito degli uomini
è vivere si viva ma
puri, incontaminati,
selvaggi come eroi,
graffiando, condannando
perché non c'è perdono
per l'uomo che uomini
uccida per sete di potere.
Non si può come un papa
pregare per Nixon
e perdonare l'oppressore
come una madonna.
Solo chi soffre ha
il diritto all'amore.
(6 /5/2007)
Come grandine in estate
Arrivasti come grandine in estate
violenta, inattesa, inaspettata
colpisti la maestosità degli ulivi
e la modestia della vigna.
Ci vollero molte stagioni per ricostruire
E molta fatica, sudore, sangue.
(12/7/2007)
Per te
Per te risveglierò la musa pazza
le corde pizzicate del mio cuore.
Stupore mi prende al tuo passo leggero
Sei la bimba di un tempo,
Sei l'amore che torna.
(13/7/ 2007)
Ancora
Sempre vieni adorata
Mi ritrovo così
a cercare improbabili rime
Esisti, non esisti?
Ed io?
Esisto?
(24/7/ 2007)
Imitazione (da Saffo)
Mi sembra simile agli Dei,
anzi, s'è lecito, più beato degli dei
quell'uomo che innanzi ti siede
e ti ascolta, e gli parli da vicino
con dolcezza,
e ridi, e lui s'illumina del tuo fascino, e così
il cuore nel mio petto si squassa
ti guardo in silenzio, defilato e infine
non ho più la voce,
la mia lingua si spezza,
all’improvviso un fuoco mi corre
sotto la pelle, i miei occhi non vedono nulla,
le orecchie rimbombano,
scorre un sudore e un tremito mi prende
tutto , e sono più pallido della luna,
qua sulla riva del lago,
è come se mancasse poco
a morire.
(30/7/2007)
Senza titolo
Per troppo tempo ho camminato nell'ombra
Lunghi viali assorti nel silenzio mi circondavano
Ho vagato senza certezze
Senza forme di gioia.
Muti trascorsero gli anni della giovinezza ferita
Della parola in gola strozzata
Adesso trovo ginocchia
Su cui piangere
Tra le braccia d'un sogno insperato
Un Poeta stanco
Sono solo un poeta
stanco.
Vorrei volare e non
so.
Vorrei amare e non
posso.
Vorrei vivere e
muoio.
Vorrei scrivere
incantesimi per Te
e per Lui, amore
vano, amore duro.
Che vuoi che sia
Che vuoi che sia
lasciami un po' di musica
qualche libro
il resto vien da sé.
Camminerò per i miei campi
ancora
ancora sorgerà la luna
poi sparirà
dal cielo
in conflitto col sole.
Ed io chino passerò.