|
Il punto di vista
Annotazioni su temi d'attualità
Un anno fa la vicenda di Eluana Englaro. Savino Pezzot-ta, nel suo blog, interveniva sulla questione con sue ri-flessioni, che riportiamo, oggi ancora attuali.
VITÀ E DIGNITÀ
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sul caso Englaro. Quello che vorrei mettere in evidenza è la stretta relazione tra la difesa della vita e la dimen-sione dignitaria della persona. La mia non vuole esse-re una presa di posizione arrogante e non rispettosa del dolore che sta attraversando le persone coinvolte, ma solo un mettere per iscritto i miei pensieri. Sarò grato a tutti coloro che vorranno intervenire. Il fatto nuovo che cambia la situazione è la sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di Cassazione che conferma della sentenza del 17 ottobre 2007 con la quale si autorizzava la rimozione del sondino. Veni-vano poste due condizioni : -- Che la scienza dichiarasse che lo stato in cui si tro-vava Eluana era irreversibile; -- Che si potesse ricostruire "la volontà presunta" della paziente in base alle sue precedenti dichiarazioni, del-la sua personalità, del suo stile di vita e dei suoi con-vincimenti. Non spetta a me giudicare questa sentenza sotto il pro-filo giuridico né sotto l’aspetto medico, posso solo rile-vare che sulla sentenza ci sono pareri diversi, sia di giudici che di medici.
La sentenza mi turba sul piano umano e mi preoccupa la ricaduta che potrebbe avere sulla situazione delle persone inguaribili (la non reversibilità) che sono le più esposte e meno garantite e valorizzate rispetto al-le persone sane. Mi preoccupa che possa passare l’idea che abbia diritto alla vita solo chi è sano sia dal punto di vista psichico che fisico. Mi si dirà che stiamo par-lando di casi estremi, ma la possibilità di scivolamenti progressivi è sempre possibile.
Penso che sia grave far passare l’idea che una persona perda il suo status di persona solo perché non può ba-dare a se stessa. Non mi ha convinto nemmeno l’idea che si possa stabilire un confine tra l’umano e il vege-tale. Dovrei anche ricordare che le recenti ricerche della botanica mettono in luce che gli stessi vegetali hanno delle sensibilità. Non a caso si parla sempre di più di neurologia vegetale. Alcuni ricercatori italiani sono stati fra i primi a fare queste scoperte. Le Piante hanno forme pensanti con le quale comunicano, pren-dono decisioni (anche in caso di difficoltà), ricordano, in altre parole hanno memoria e perfino una sorta d’autocoscienza. Parlare di stato vegetativo per indi-care l’assenza di sensibilità può rilevarsi una mistifi-cazione.
Avere cura delle persone è in ogni modo un obbligo che ogni uomo ha e il lasciare morire non è un atto di pietà. Se questo pietosismo dovesse passare e diventare opinione pubblica, sarebbe stravolto il senso profondo della pietà, che è sempre riconoscimento dell’altro e cura del suo essere.
Diventa necessario pertanto ripetere alcuni principi: -- Va affermato che chi si trova in stato vegetativo è un essere umano vivente, anche se privato delle sue facoltà psichiche e fisiche non perde la sua dignità di persona; -- La morte di un individuo umano avviene quando avviene la morte celebrale, vale a dire quando “tutte “le sue funzioni cerebrali sono cessate; -- La dignità delle persone non soltanto d’ordine biolo-gico, ma legata alla sua natura che non è solo mate-riale ma anche spirituale; -- Nutrire una persona in stato vegetativo e predispor-re l’assistenza sanitaria di base, non è un atto terapeu-tico, ma naturale. È pertanto dovere morale non farle mancare acqua e cibo e l’alimentazione e questo non può configurasi come accanimento terapeutico. Non sono in grado di giudicare se la condizione d’Elua-na è irreversibile e se la mancata somministrazione d’acqua e cibo comportano sofferenza, nel dubbio non si può far cessare una vita. Eluana non vive in virtù di una macchina, vive di virtù propria: deve essere solo alimentata.
Non è possibile lasciar passare l’idea che la vita che vale e solo quella sana: ogni vita ha un valore in-trinseco che è indisponibile. Avere cura della vita non è un problema cattolico, ma umano. Puramente uma-no.
A nessuno deve sfuggire che oggi nel nostro Paese e su |
questo caso si stanno confrontando due visioni della vita: quella dell’individualismo proprietario che ri-tiene l’«IO» autosufficiente in tutto e quella del per-sonalismo che ritiene l’umano sia anzitutto un NOI. Queste non sono visioni astratte, ma hanno delle conseguenze sull’organizzazione della convivenza so-ciale. Non sono temi neutrali sul piano politico e so-ciale ma presuppongono un’idea di società e di rela-zioni umane. Spiace che parte della sinistra riformi-sta che si dichiara aperta alla dimensione sociale, non riesca a cogliere questa dimensione e assuma una posizione radical-libertaria fortemente indivi-dualista.
Non sono interessato ad una visione biologistica della vita umana, ma ad una visione integrale dell’uma-no e vedo la persona umana non solo come un corpo biologico, ma come un insieme di corporeità e spi-rito. Nel vivente agisce sempre lo spirito ed è solo la morte che provoca la scissione tra corpo e spirito.
Colloco queste mie riflessioni nell’ambito di una pro-posta dignitaria per l’uomo d’oggi. Non ho la pretesa di imporre la mia visione, ma più umilmente riten-go mio dovere proporla e sostenerla In una società che tende ad andare il concetto di natura umana e di comunità umana, occorre una resistenza teorica e pratica a tutte le violazioni concrete della dignità dell’uomo. La dignità trova fondamento sull’espe-rienza umana costitutiva della relazione originaria nella quale il valore intrinseco della cura, dell’ali-mentare e dell’accogliere diventa evidente. La digni-tà non è un attributo peculiare della persona nella sua individualità; è una relazione e si manifesta nei gesti con cui ci rapportiamo con gli altri conside-randoli in tutte le situazioni in cui vengono a tro-varsi come uomini.
Il Samaritano della parabola evangelica non agisce in osservanza ad una religione, o per fedeltà ad una regola d’origine trascendentale; la sua gran forza sta nell’essere il suo gesto una conseguenza logica di un dovere d’umanità, in cui manifesta la sua dignità di persona umana, e al tempo stesso riconosce nel ferito senza voce e senza cibo un’uguale dignità umana. Partendo da queste riflessioni ritengo di dovermi battere perché non sia tolta l’alimentazione ad Elua-na, ma nello stesso tempo lo stesso concetto di digni-tà mi porta a non accettare le norme discriminanti contenute nel decreto sicurezza nei confronti degli immigrati.
La norma approvata a Palazzo Madama Venerdi scorso [l'1 febbraio 2009] in materia di sicurezza do-ve s’invitano i medici alla delazione, introduce una discriminazione che colpisce la dignità delle persone immigrate che si trovano in stato di debolezza. È chiaro che i clandestini ammalati si sottrarranno a presentarsi ad un qualsiasi pronto soccorso.
Mi si potrà obiettare che avremo meno spese, ma co-sa succederà a chi è ammalato di broncopolmonite, di donne in preda ad un’emorragia provocata dall’ intervento abortivo di una "mammana"; oppure di chi è affetto da Aids, tubercolosi, scabbia o malaria, sifilide o tetano, difterite o morbillo e "orecchioni". Nel momento in cui i clandestini non si avvici-neranno più alle strutture pubbliche della sanità, |
si potrebbe creare un circuito sanitario parallelo e clandestino con conseguenze imprevedibile sotto il profilo della diffusione delle malattie già eliminate da noi che potrebbero diffondersi nel nostro Paese. Non sto parlando di cose astratte o di problemi pre-sunti, ma di una realtà che purtroppo e già in atto. Per fare un esempio concreto mi riferisco alla realtà di Bergamo dove l’immigrazione conta numeri con-sistenti, i casi di tubercolosi, di scabbia e d’altre ma-lattie che pensavano debellate stanno schizzando verso l’altro. Il rischio che si corre è che si possano creare un po’ di qui e un po’ di delle "bombe bat-teriologiche".
Le nuove norme avranno un impatto negativo an-che sulla tutela e la promozione dell’infanzia, peg-giorando le condizioni di vita di tanti bambini stra-nieri.
Come si vede il concetto di dignità umana è polise-mico e riguarda molti aspetti della vita umana. Mi collochiamo su un terreno diverso da chi ritiene di eleggere il singolo come unico protagonista del pro-cesso di vita e di morte e unico giudice esclusivo del-la propria dignità e che definisce il criterio digni-tario sulla base della qualità della vita e che pertan-to non tutte le vite sono degne di essere vissute. La prospettiva entro cui mi muovo è quella che fonda il concetto di dignità sull’approccio personalista, rela-zionale e comunitario e che di conseguenza persegue un’immagine più inclusiva degli esseri umani e per-tanto aperta alla dimensione relazionale, alla solida-rietà, alla condivisione.
Sono tra quelli che ha chiesto che si procedesse ad u-na decretazione d’urgenza. Mi preoccupa il conflitto istituzionale che si è aperto e ne vedo tutte le peri-colosità, ma in questo caso agisce solo la coscienza.
Savino Pezzotta, 7 febbraio 2009
Dalla prima pagina
CANDIDATURA BONINO: UNA MACCHINA CHE FATICA A METTERSI IN MOTO
Nemmeno l'ombra, poi, di Giovanna Melandri o di Goffredo Bettini che però è all'estero. Certo, la cam-pagna è lunga e avranno modo di farsi vedere, ma forse, alla luce delle dichiarazioni di Dario France-schini (il capogruppo ha detto che secondo lui quella della Bonino è una candidatura sbagliata), era me-glio farsi vedere. Ma le assenze democratiche non so-lo l'unica nota stonata.
Mentre nella Capitale impazzano i manifesti di Rena-ta Polverini, Emma Bonino non ha ancora iniziato le affissioni. La candidata spiega che è una scelta. L'o-biettivo è non imbrattare le vie di Roma. Per questo lancia l'idea di mettere qualcosa di giallo alle fine-stre. Il materiale, recita il volantino distribuito al Vascello, può essere scaricato sul sito http://www. emmapresidente.it/. Peccato che sia ancora in co-struzione.
Nicola Imberti - Il Tempo
|