Quel dolore

Nella vita dell'uomo c'è un dolore che trascende ogni altro dolore, che è incommensurabile e impossibile da descrivere o da raffigurare. E' il dolore per la perdita di un figlio, un figlio adolescente o nel pieno vigore della giovinezza. Si noti che di un marito che abbia perso la moglie si dice che è vedovo , di un figlio senza  genitori si dice orfano, ma non esiste una parola per definire il genitore che abbia perso un figlio. E' una condizione così innaturale che perfino la lingua si rifiuta di considerarla e definirla!
Nell'immediatezza della perdita, quei poveri genitori non fanno che parlare del figlio , non fanno che rievocarne tratti, qualità, prodezze, debolezze. Ma se ci fate caso, ne parlano al presente, come se il figlio fosse ancora vivo, come se ancora potessero avverarsi le già delineate prospettive di successo nella vita. Se ci fate caso, per qualche giorno vivono in una sorta di esaltazione  che li fa straparlare, sono straziati dal dolore, lo esibiscono e il loro dire strazia anche voi.
Poi rimangono soli e solo allora percepiscono che quel loro figlio non esiste più. E in quel preciso momento la loro vita si ferma e smettono di vivere anch'essi. E tacciono. Il dolore di quella perdita diventa una presenza costante che incombe sull'anima e sui pensieri più intimi. Sempre! Tuttavia evitano di parlarne anche tra loro. E se piangono, lo fanno  da soli, ognuno per conto suo. Il loro dolore è così struggente, così infinito, così insopportabile che una sorta di pudore  impedisce di mostrarlo, di parteciparlo agli altri.  Quasi che parlarne potesse banalizzarlo.
In apparenza, vi pare che abbiano superato la tragedia, li vedete fare la vita di sempre:: escono, chiacchierano, sorridono, vanno al supermercato, leggono il giornale e vedono la tv. Se li incontrate si interessano di voi, chiedono di parenti e amici, mandano i saluti. In realtà sono diversi, cambiati dentro profondamente. Non si divertono più, non sopportano più le comitive allegre e rumorose, non reggono più le tavolate piene di commensali chiassosi, rifiutano gli inviti del genere con delle scuse e se vanno in pizzeria ci vanno da soli. In una parola, non vivono veramente, vegetano.  La loro partecipazione alla vita politica e civile è attenuata, sono attenti ai grandi eventi ma non ne rimangono sconvolti. Terremoti, tsunami, attentati, crolli di borsa, cadute di governo, aumento dei prezzi, nuove tasse li colpiscono ed appassionano in maniera mitigata. Sopportano meglio i contrattempi, le avversità. Non si disperano più di tanto se subiscono un furto, un torto o la perdita di amici e conoscenti. Se devono litigare o protestare lo fanno con freddezza, senza emozionarsi e non hanno paura di niente, nemmeno della morte. Continuano ad amare, ad odiare ad innamorarsi ma senza  concitazione e senza grandi esaltazioni. Sopportano meglio i tradimenti e nemmeno se dovessero scoprire l'adulterio del coniuge ne farebbero una tragedia.
In effetti la perdita di un figlio relativizza e ricondiziona ogni altro aspetto della loro vita
C'è una sola cosa che riesce a scuoterli da quella tiepidezza dei sentimenti che sembra caratterizzarli. Succede quando capita di vedere, intervistati alla tivvù, un papà o una mamma che hanno appena perso un figlio. Allora noterete che i loro volti si rigano di lacrime silenziose, lacrime di commozione e di pietà.
Perché essi sanno.