Il PD e i problemi dell'ambiente

Che posto hanno o dovrebbero avere oggi i temi ambientali nelle politiche per uscire dalla crisi e quindi nel governo del territorio?

Queste domande ne contengono una più specifica che merita di essere meglio esplicitata e cioè in che misura esse dipendono e dipenderanno dal tipo di riforma istituzionale che si riuscirà finalmente ad avviare dopo i gravi ritardi nell’attuazione del titolo V della Costituzione.

Che le questioni ambientali non possano più essere considerate lussi o fisime di pochi nostalgici ideologici ce lo ricorda  drammaticamente la cronaca e nessuno può far finta di niente o ridurla a vicenda giudiziaria o poco più.

Le recenti alluvioni e disastri più di quanto ci dicano le cronache e lo stesso dibattito politico hanno posto una questione che va molto al di là della pur controversa vicenda della protezione civile e di Bertolaso.

Ci dice, infatti, che una delle leggi e quindi degli interventi più innovativi decisi dopo prolungate resistenze che aveva portato lo Stato a considerare l’assetto idrogeologico non più una questione estranea al governo della cosa pubblica e del territorio o solo riconducibile a mera ingegneria è stata via via ridimensionata, mal gestita e lasciata senza risorse. E che tutto questo è avvenuto spesso nell’indifferenza istituzionale e culturale che non ha risparmiato del tutto nessuna forza politica e livello di governo. Che le autorità di bacino non siano state messe nelle condizioni di poter fare al meglio il loro lavoro di pianificazione di situazioni fortemente e notoriamente a rischio non ha turbato più di tanto lo stato ma spesso neppure le regioni e gli stessi enti locali. E qui si potrebbe introdurre una notazione di valenza più generale e cioè le competenze esclusive o meno dello stato non sono di per se una garanzia che lo stato sappia poi fare bene la sua parte. Ma dice anche –ecco l’attualità della vicenda- che senza una politica nazionale adeguata e seria è tutta la filiera istituzionale ossia tutto il sistema dalle regioni agli enti locali che va in tilt o comunque ne risulta notevolmente azzoppato. Se questo oggi dovrebbe risultare chiaro a tutti per il suolo e la legge 183, non lo è di meno se passiamo ad altri aspetti della questione ambientale dove pure operano o operavano leggi altrettanto importanti come quelle sui parchi e le aree protette o il paesaggio ma anche sull’acqua e la sua privatizzazione che talvolta ha trovato singolari anticipazioni anche in sede regionale. Del resto anche in fatto di consumo di territorio che ha nei condoni il suo cavallo di Troia neppure le regioni più accorte sembrano dare il meglio e che lo giustifichino in nome del ‘fare’ non cambia i risultati.

Il venir meno proprio di quel ruolo nazionale dello stato pur garantito sovente da competenze esclusive o quasi, finisce fatalmente per mettere in crisi o comunque in serie difficoltà tutti i livelli istituzionali che separati tra di loro e non impegnati e sostenuti da quella ‘leale collaborazione’ costituzionale senza la quale non si va da nessuna parte. E non si va da nessuna parte perché tutte le materie e competenze comunque ripartite tra stato, regioni ed enti locali conservano tra di loro quella ‘trasversalità’ su cui a ragione e da tempo insiste la Corte costituzionale.

Si veda cosa è successo con il bacino del Serchio l’unico bacino peraltro a carattere ‘sperimentale’ ( così definito al momento del varo della legge 183). Nel 2004 viene approvato il  piano che mette al primo posto la creazione di casse di espansione per il contenimento delle piene. Per i primi interventi servivano 336 milioni di euro su un totale di 1 miliardo. Ma dal 2003 il ministero ha chiuso i rubinetti  per riaprirli nel 2005 per altri scopi sulla base di una legge del 2002 che da avvio a finanziamenti a pioggia del tutto discrezionali e del tutto scollegati dai piani di bacino approvati. Vogliamo ricordare questa vicenda non solo perché ci riguarda da vicino ma soprattutto perché ci fa toccare con mano cosa significhi gestire scorrettamente ossia discrezionalmente e non sul base di quelle intese istituzionali senza le quali non c’è programmazione, pianificazione , governo del territorio che tenga. Ed è per questo che appaiono perciò più gravi quei silenzi e quella indifferenza istituzionale a cui ho fatto riferimento e che non riguardano purtroppo solo la legge 183 e l’assetto idrogeologico. Altre leggi, altre norme negli ultimi anni riguardanti aspetti e comparti ambientali fondamentali dalla tutela della natura e del paesaggio, contro il consumo dissennato del territorio sono state azzoppate, lesionate, ridimensionate o ci si accinge a farlo sulla base di provvedimenti in cantiere che non hanno incontrato e ancora non incontrano reazioni adeguate. Qualunque ne sia la ragione che non risparmia neppure regioni come la Toscana e amministrazioni in cui il PD ha un ruolo determinante sarebbe bene discuterne apertamente e senza peli sulla lingua. E dobbiamo darlo proprio alla vigilia di scadenze istituzionali che al momento non paiono volgere al meglio.

E la prima questione che non può essere elusa specie nel momento che si parla a ruota libera di federalismo è che quella dei tagli non porta da nessuna parte e produce non risparmi ma appesantimenti; quanto sono costati e costeranno i tagli alla legge 183 e non solo in termini di vite umane e sofferenze? Subito dopo si pone la questione dei livelli, delle sedi e degli strumenti per la  gestione seria e adeguata improntata a cooperazione e non conflittualità.

E qui torna una questione poco considerata e sottovalutata anche  in regioni come la nostra.

Oggi l’intervento istituzionale deve attenersi ai criteri di adeguatezza, efficacia, differenzazione.

Che questi livelli specialmente nei comparti ai quali abbiamo accennato possano  oggi possano essere ricondotti esclusivamente a quelli amministrativi ed elettivi è assolutamente impossibile. Non lo sono i bacini idrografici, i parchi, gli ambiti paesaggistici e molti altri settori. Per questo nel corso di questi anni ci si è dotati di leggi e ordinamenti ‘speciali’ appunto sovraordinati perché solo così si era e si è in grado di intervenire a quei livelli di adeguatezza ed efficacia che il livello comunale, provinciale e neppure regionale e oggi anche nazionale non permettono. Il punto è come garantire che tutte le istituzioni siano coinvolte su un piano di pari dignità  da Roma fino all’ultimo comune nella gestione di questi strumenti, piani, programmi ‘speciali’ ma non nel senso della SPA di Bertolaso. Strumenti e sedi speciali la cui titolarità è delle istituzioni chiamate in questo a dare il meglio di se in ‘leale collaborazione’. Ancora un cenno alle autorità di bacino. Neppure il documento recentemente approvato dalla Camera dei deputati fa cenno alla indagine parlamentare di diversi anni fa che si concluse sottolineando che la gestione affidata alle autorità di bacino presentavano degli inconvenienti che invece non si riscontravano nella gestione degli enti parchi la cui legge era uscita da poco. Insomma il parlamento rilevava che sarebbe stato preferibile una gestione dei bacini affidata ad un organo in cui fossero rappresentati –appunto come negli enti parco- tutti i livelli istituzionali. E ciò perché in entrambi i casi si tratta di gistire competenze per conto del sistema istituzionale nel suo complesso che per questo gli affidava competenze ‘speciali’ in campo ambientale.

Ecco perché il nuovo assetto istituzionale non implica che qualcuno deve abbassare la cresta nei confronti di altri. Ma tutti devono riuscire a cooperare. E se non è vero che  gli enti locali o le stesse regioni debbano farsi da parte non è vero neppure che lo stato deve farsi da parte perché la sua funzione nazionale non solo non viene meno ma risulta accresciuta anche nei confronti dell’unione europea. Quando questo succede, infatti –vedi appunto le alluvioni- ci rimettono tutti. E se una regione come quella Toscana crede che si possa gestire meglio il nostro territorio, il suo ambiente, la sua natura e paesaggio  senza l’apporto fondamentale di questi organi ‘speciali’ magari ridimensionando il ruolo dei parchi anche regionali di cui non si è riusciti neppure a rinnovare la vecchia legge si illude e ne pagherà un prezzo che non gli fa onore.

Renzo Moschini