Cibo


Un'Alleanza tra città e campagna

L’agricoltura è un settore strategico per qualunque Paese del mondo, non solo per il valore economico che esprime, ma perché è alla base della salute delle persone e della qualità della vita. Quale futuro per l’agricoltura?

 

“Un’alleanza tra città e campagna: è la sfida necessaria ed auspicabile soprattutto ai fini della tutela delle produzioni di cibo, delle risorse ambientali e del paesaggio. – afferma con forza l’Assessore allo Sviluppo Rurale della Provincia di Pisa, Giacomo Sanavio - E’ urgente sviluppare un adeguato avanzamento culturale sull’importanza dell’agricoltura e sui servizi e le funzioni di interesse collettivo che essa è in grado di svolgere. Al tempo stesso, la nostra agricoltura deve accettare, proprio in un momento di profonda crisi, di misurarsi con l’esigenza di ridefinire la propria missione: produrre cibo, curare i beni comuni”.

 

Assessore Sanavio, Lei guarda all’agricoltura in forma rinnovata. Strategica per la qualità della vita della città e con ruoli nuovi, quali sono?

L’agricoltura che guarda al futuro, offre prodotti di alta qualità, sfrutta le sue enormi potenzialità che vanno dall’essere depositaria di valori e stili di vita da recuperare, alla capacità naturale di gestire le risorse e tutelare l’ambiente in modo sostenibile. Si pone, cioè, come alleato che può contribuire in modo significativo ad innalzare la qualità della vita di chi vive in città. Può proporre un modello di sviluppo sostenibile. Il modello di agricoltura toscano ha da sempre offerto alla città prodotti orientati verso un innalzamento della qualità, ma all’agricoltura va riconosciuto che, oltre a questo, fa molto di più e il settore va ulteriormente stimolato in questa direzione. La campagna si pone come baluardo nella difesa del suolo e delle risorse ad esso connesse come aria e acqua, un bene irriproducibile e funzionale alla sopravvivenza stessa dell’uomo. Soprattutto può svolgere nuove funzioni e offrire nuovi servizi alla città.

 

Quali sono le nuove funzioni dell’agricoltura?

Le funzioni dell’agricoltura sono contenute nel moderno e ampio concetto di agricoltura multifunzionale che racchiude in sé molte mansioni, tra le quali quella di mercato di prossimità di prodotti freschi e a basso impatto ambientale (bassi consumi energetici per trasporti e zero costi per la conservazione dei prodotti), la funzione di barriera contro l’inquinamento (l’agricoltura può contribuire ad assorbire quote importanti di CO2), tutela delle risorse idriche, conservazione e manutenzione del suolo. L’agricoltura è fonte di energie rinnovabili, nella misura in cui, fatta salva la produzione agricola e la tutela delle filiere agricole da cui non possiamo prescindere, vengono utilizzati gli scarti di produzione e taglio e recuperando superfici a set-aside. A questo vanno aggiunte le funzioni didattiche, ricreative e culturali, le opportunità di svago e ritrovo, ma anche le funzioni di cura e mantenimento del paesaggio, in larga parte costituito da paesaggio rurale, da uno, cioè, dei contesti ambientali tra i più rappresentativi del nostro Paese, nonché espressione dei caratteri identitari della nostra cultura.


E i servizi?

I servizi che l’agricoltura è in grado di offrire riguardano – se ci riflettiamo - tutto il sistema socio-economico. Basti pensare alle opportunità legate alla tematica dell’agricoltura sociale, con cui si intende l’insieme di pratiche che fanno uso delle risorse e degli spazi dell’agricoltura per assicurare servizi civili ed inclusione sociale e lavorativa, soprattutto alle persone a bassa contrattualità sociale. Inoltre, l’agricoltura è in grado di offrire servizi alle Pubbliche Amministrazioni, le quali, come prevede il D. Lgs. 228/01, possono avvalersi delle imprese agricole per lo svolgimento di attività funzionali alla sistemazione e manutenzione del territorio, alla salvaguardia del paesaggio agrario e forestale, alla cura ed al mantenimento dell’assetto idrogeologico, tramite la stipula di contratto di appalto. In quest’ottica, si possono pensare rapporti di collaborazione contrattualizzati tra Pubbliche Amministrazioni ed imprenditori agricoli che si impegnino, nell’esercizio dell’attività d’impresa, ad assicurare la tutela delle risorse naturali, la diminuzione delle emissioni e dell’inquinamento delle falde, l’aumento delle emissioni di ossigeno, il mantenimento della biodiversità, del patrimonio culturale e del paesaggio agrario e forestale. Tali contratti consentirebbero alle amministrazioni comunali di promuovere in tempi rapidi e costi contenuti consistenti iniziative di riqualificazione ambientale con vantaggi dal punto di vista paesistico ed ecologico oltre che disporre di servizi pubblici, quali percorsi ciclopedonali, parchi urbani, ecc. in affitto con costi decisamente inferiori a quelli derivanti dalle procedure tradizionali di acquisizione, realizzazione e gestione diretta.

 

Le funzioni ed i servizi a cui Lei faceva riferimento presuppongono un particolare modello di agricoltura. Come lo descriverebbe?

L’idea di agricoltura che sottende a questa impostazione è quella che affonda le sue radici nella cultura e nella civiltà contadina e nei valori di cui è portatrice: rispetto dei cicli e tempi di produzione, stagionalità, senso di comunità e solidarietà; un’agricoltura fatta da aziende che – detto in altri termini – sentendo la responsabilità sociale di impresa, sono in grado di produrre beni pubblici, oltre che beni privati. Questo modello è ben lontano dal modello agricolo industriale (oggi dominante), che si è imposto negli ultimi decenni e che ha creato, tra l’altro, una forte distanza tra produzione e consumo. Piuttosto che valorizzare l’agricoltura familiare e locale, le regole della globalizzazione applicate all’agricoltura hanno incentivato un modello fortemente energivoro, orientato al mercato, “fatto per vendere” in grandi quantità, in qualunque stagione, con evidenti contraddizioni e conseguenze sul piano sociale ed ambientale in termini di inquinamento, consumo delle risorse, perdita della biodiversità, per non parlare del complesso tema della proprietà intellettuale dei semi, che meriterebbe uno specifico approfondimento. Il nostro modello di agricoltura, seppur diverso, è fortemente esposto agli effetti della globalizzazione, basti pensare, ad esempio, che il costo pagato ad un produttore di latte vaccino è di 28 centesimi di euro al litro, a fronte di un costo di produzione di almeno 32 centesimi di euro al litro.

 

In questo contesto come si può realizzare un’alleanza tra città e campagna?

Come accennavo all’inizio, l’alleanza tra città e campagna è innanzitutto un processo culturale, che presuppone il riconoscimento reciproco di ruolo e servizi, che non sono in competizione tra loro. Occorre operare un cambiamento necessario dal punto di vista culturale e produttivo, lavorando per costruire le condizioni per la definizione di un nuovo “patto” tra consumatori e produttori, ricostruendo al contempo le condizioni per un rilancio economico delle imprese e dell’intero settore. Nell’alleanza tra città e campagna c’è anche la tutela di quest’ultima dalla minaccia legata alla scarsa programmazione e speculazione edilizia; e l’adozione del senso del limite quale punto di vista di valutazione e di scelta. L’idea che sta alla base della definizione, strutturazione e successiva adozione del Piano del Cibo della Provincia di Pisa, sul quale siamo impegnati come Assessorato allo Sviluppo Rurale, rappresenta proprio la sfida per costruire un’alleanza tra il mondo rurale e la comunità provinciale, mettendo in relazione e costruendo quella rete di reciproca “utilità” tra i bisogni dei cittadini e la capacità produttiva del sistema locale, ricostruendo, oltremodo, quel legame necessario di fiducia tra gli attori principali della filiera del cibo. E’ una questione di salute e di qualità della vita dei cittadini, non soltanto sul piano ambientale.

 

Su quali basi è maturata l’idea di un Piano del Cibo per il territorio provinciale?

La Toscana ha fatto del cibo, del suo capitale simbolico, delle sue implicazioni culturali ed economiche, una leva di sviluppo per le aree rurali e di caratterizzazione per il sistema regionale e locale. Proprio in considerazione di questa peculiarità, la Toscana è territorio ideale nel quale aprire una riflessione sulla pianificazione del cibo e sulle intersezioni esistenti tra bisogni e capacità produttiva locale. Inoltre, nel nostro territorio negli ultimi anni, sono nate numerose iniziative collettive in forma spontanea o su impulso delle Amministrazioni locali (mercati locali, botteghe di produttori, GAS, progetti di informazione e sensibilizzazione nelle scuole). Allo stesso tempo, le imprese hanno saputo sfruttare le potenzialità derivanti dal flusso turistico, da una qualificazione della domanda dei consumatori locali, da una crescente vivacità e disponibilità alla collaborazione tra imprese, e tra queste e le amministrazioni locali, che hanno incoraggiato la nascita di progetti comuni e iniziative collettive. Come Amministrazione Provinciale, in occasione della costruzione del nuovo Piano Locale di Sviluppo Rurale, abbiamo scelto di coglierne le opportunità, non solo e non tanto in funzione dei flussi di spesa e di investimenti da questo attivati, assicurando un pieno utilizzo delle risorse finanziarie disponibili; ma anche come mezzo per facilitare l’emergere di nuove sensibilità ed attenzioni, oltre che nuove idee e modelli di comportamento, da parte di soggetti, pubblici e privati, rispetto agli obiettivi da raggiungere, stimolando un innalzamento del contributo delle campagne alla vita locale. L’affermazione del ruolo dell’agricoltura multifunzionale, che assicura il mantenimento di infrastrutture collettive in campo ambientale, sicurezza alimentare, servizi alla persona, necessita l’avvio di un più fitto dialogo tra settori e competenze. In particolare, le politiche di sviluppo rurale, coordinate con le politiche territoriali (specialmente pianificazione urbanistica e servizi) possono guidare i comportamenti individuali e collettivi, facendo leva più sull’incentivazione, che non sui vincoli, difendendo le aree più fertili da altri utilizzi.

 

Rispetto a quest’ultimo aspetto, come si concilia il governo del territorio, la salvaguardia delle produzioni e del paesaggio rurale con il tema delle energie rinnovabili, in particolare fotovoltaico?

Condivido appieno l’opinione in base alla quale la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ed in particolare la tecnologia fotovoltaica, debba essere promossa in ragione di tutti i numerosi  benefici che è in grado di produrre e che non staremo qui a ricordare. Ciò nonostante ogni progetto deve essere attentamente valutato in riferimento alle dimensioni degli impianti ed alle aree in cui vengono proposti, alla luce di un bilancio obiettivo tra costi/benefici (anche ambientali) che lo stesso è in grado di produrre, che tenga in considerazione la possibilità di realizzarli in ambiti ove gli effetti negativi possano essere ridotti al minimo. Occorre considerare inoltre che, anche trascurando l’enorme disponibilità di coperture di edifici per le quali la decisione di realizzare impianti fotovoltaici spetta evidentemente ai proprietari, la potenza installabile nelle aree già degradate, quali ex-zone industriali, discariche esaurite, recuperi ambientali di cave ecc., risulta comunque rilevante ed in grado molto probabilmente di soddisfare le necessità della nostra regione. 

Vale la pena, inoltre, evidenziare che nella maggior parte dei casi le ipotesi che spesso sentiamo formulare o che leggiamo sui giornali relativamente alla possibile convivenza, sullo stesso sito, dell’attività agricola con i parchi fotovoltaici, risultano infondate. Non si può ipotizzare, infatti, la coesistenza tra impianti e colture, per comprensibili motivi di spazio e di tecniche di lavorazione. E’ inoltre noto che la vita media di questi impianti è superiore ai venti anni e che le strutture richieste per la loro realizzazione rendono la trasformazione del suolo sostanzialmente irreversibile.
L’uso del suolo agricolo per l’installazione di impianti finalizzati alla produzione di energie rinnovabili è auspicabile solo se limitata allo sviluppo della multifunzionalità delle aziende agricole. Appare invece preoccupante perseguire un uso industriale di tali produzioni poiché tale direzione porterebbe alla sottrazione di terreni deputati alla produzione di cibo, deteriorando ulteriormente il settore agroalimentare provinciale. La disponibilità di terre fertili, infatti, costituisce una risorsa limitata e non rinnovabile, continuamente soggetta ad erosione (negli ultimi 40 anni l’Italia ha perso oltre 5 milioni di ettari di terreni agricoli!) con un ampliamento non sempre razionale dell’edificato, molto spesso scollegato da esigenze di soddisfacimento di fabbisogno abitativo connesso all’incremento demografico o da necessità dettate da nuove iniziative produttive.
Occorre maggiore attenzione e rispetto per le terre fertili  che ancora esistono nel territorio ed, allo stesso tempo, una programmazione condivisa che tenga da conto di una doppia esigenza: diffusione delle fonti energetiche rinnovabili e salvaguardia del suolo agricolo e del paesaggio. Solo così, credo che si possa prevenire e risolvere il rischio di un conflitto politico-culturale che potrebbe veder contrapposte due legittime e fondamentali esigenze.