CANTO QUINTO DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo Fui desto, infin, ma quando mi voltai M’accorsi d’esser solo un’altra volta. -O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai? Possibil che la mente abbia sì stolta?- Nessuno mi rispose e la paura, D’aver sventura e solitudo molta, Fecemi lagrimar nella radura. In quella, la sua voce alfin mi scosse: -Questo t’accade ché hai cervice dura!...- Il dire fu interrotto dalla tosse Ma poi riprese sempre più indignato -A te di profanar, la mente mosse, L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato. Lo stai facendo in modo che rattrista Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!- Allor capii che in quella landa trista, di molto scura, senza il colto Faro, sarei rimasto, se lo sommo artista m’avesse abbandonato. -Un madonnaro! Ecco che sono! Un artigian del gesso che sul selciato pinge ciò che fàro li veri artisti. Ma dimmi, quanto spesso il falso al ver rinnova l’interesse? Ti prego e pensa e restami d’appresso!- Mi s’appressò ridendo, e, come tesse il ragno il suo tappeto, il Fiorentino m’avviluppo’ nelle sue frasi spesse: - Tu-, disse - Non rispetti il calepino! Ti muovi com’un grullo o come un bimbo ch’al corso del narrar non da’ destino! Ora mi spiego: ragioniam del Limbo. Perché tu ne parlasti nel secondo sapendo che nel quarto, e non di sghembo, dovevi farlo? Davver non è profondo il tuo voler rifar quel ch’i’ ho già fatto, dammi ragioni o resti quaggiù in fondo!” -Se la mettiam così -, gli urlai di scatto -mi sveglio e smetto di sfornar terzine, giacchè nessun appare soddisfatto!- E come il Leoncavallo che alla fine rompe gl’indugi e contro l’Alto lotta e brucia gomme e spacca le vetrine, così trattai quella patata scotta: agli altri, che le pene e il personaggio trovano sciapi, dico: - Tener la giusta rotta Non è soltanto un test del mio coraggio, svolgono un ruolo molto rilevante lo spazio, il tempo ed il restare saggio; E cito a testimonio ancora Dante: anch’Egli nell’Inferno che scimmiotto d’ogni dannato tratteggiò, graffiante, un sol peccato. Sì quello col botto! Maggior dettagli lascio ai vignettisti, che tutti i giorni schizzano al di sotto d’arcinote testate, ai giornalisti stigmatizzar l’azione quotidiana. Io deggio, invece, dir de li più tristi.- -E’ giusto-, disse quella buona lana di fiorentin che prima s’era offeso, -E poi che vale di cercar la tana del topo che la trappol’ha già preso?- D’accordo allor? Orsù datemi campo Ed agli errori miei non date peso: vedrete che nel volgere d’un lampo tutti i peccati e tutti i mascalzoni da quest’inferno non avranno scampo! Per la miseria
quante disgressioni! Ora mi conviene di dir di questo posto ch’è senza tracce di turpi demòni e di dannati che se ne vann’arrosto. Disorientato chiedo al mio Maestro. Ed Elli a me, mostrandosi composto: -Vedi? non è cambiato il rio canestro, c’è calma qui, siccome c’era allora e non si scorge pena oppur capestro. Il Limbo mi ricorda e, com’allora oscura è l’aria, fonda e nebulosa. S’è vero quel ch’udimmo là di fora stento a spigarmi bene questa cosa.- Sentii vicino a me, tutto ad un tratto altra presenza di persona estrosa per cui mi volsi a lei di molto ratto, e nella nebbia che tutt’avvolgeva, ne vidi l’ombra e ne conobbi il tratto. E nella nebbia quella già correva, quando Dante mi disse: - Ebbene, ascolta: in questo sito, che un tempo radunava Uomini grandi e giusti e gente colta Nata precocemente, avanti Cristo, stanno color che l’anima hanno stolta color che pur il Vero avendo visto non han capito, o che, coscientemente hanno voluto far a men del basto. La pena li fa ciechi e nella mente Un’idea dominante li costringe A correr sempre più velocemente Sicché, sbattendo fra di lor, chi spinge Con maggior forza può restare eretto Ma cade a terra, invece, chi respinge. Tu puoi veder, però, che quant’ho detto Adduce pena pure al più violento Che tosto inciampa e al suol cade costretto! - Vidi Romiti correr come il vento Ed inciampare infin su quella buccia Dal volto triste e dallo sguardo spento A tutti nota come Enrico Cuccia. E vidi con dolor che dir non so Un gran Poeta far come bertuccia Strepiti grandi quando Dario Fo Correndo l’investì con grande spinta: -Quel maledetto il Nobel mi fregò!- Gridò piangendo. E Fo, con quella grinta Ch’è propria del giullare replicò: -Suvvia, Poeta dalla faccia stinta! Anch’io son qui dannato anzicchennò Per la stessa ragione. Da quel giorno La foto tua mi tenni sul comò Declamando i tuoi versi con lo scorno Di chi voleva l’Oscar perdavvero Ed ebbe il Nobel a guisa di un bel corno!- -Poeti questi? - Domandò l’Austero Conoscitor del metro e de la rima, -Poeti - dissi, - pur se non par vero! - Dante sbuffò e se ne venne in cima A picciol promontorio per mirare Con me le pene che descrisse prima. Per tanto strazio io non sapea che fare Perciò, secondo l’uso di chi trema Feci due conti per non più affannare E alla mia coscienza senza tema Imposi di dormire giusto il tempo D’attraversar quell’orrida pustema. |



