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Novello Inferno (Canto Quinto)

pubblicato 20/apr/2010 01:15 da Benito Ciarlo

CANTO QUINTO

DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo

Fui desto, infin, ma quando mi voltai
M’accorsi d’esser solo un’altra volta.
-O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai?

Possibil che la mente abbia sì stolta?-
Nessuno mi rispose e la paura,
D’aver sventura e solitudo molta,

Fecemi lagrimar nella radura.
In quella, la sua voce alfin mi scosse:
-Questo t’accade ché hai cervice dura!...-

Il dire fu interrotto dalla tosse
Ma poi riprese sempre più indignato
-A te di profanar, la mente mosse,

L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato.
Lo stai facendo in modo che rattrista
Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!-

Allor capii che in quella landa trista,
di molto scura, senza il colto Faro,
sarei rimasto, se lo sommo artista

m’avesse abbandonato. -Un madonnaro!
Ecco che sono! Un artigian del gesso
che sul selciato pinge ciò che fàro

li veri artisti. Ma dimmi, quanto spesso
il falso al ver rinnova l’interesse?
Ti prego e pensa e restami d’appresso!-

Mi s’appressò ridendo, e, come tesse
il ragno il suo tappeto, il Fiorentino
m’avviluppo’ nelle sue frasi spesse:

- Tu-, disse - Non rispetti il calepino!
Ti muovi com’un grullo o come un bimbo
ch’al corso del narrar non da’ destino!

Ora mi spiego: ragioniam del Limbo.
Perché tu ne parlasti nel secondo
sapendo che nel quarto, e non di sghembo,

dovevi farlo? Davver non è profondo
il tuo voler rifar quel ch’i’ ho già fatto,
dammi ragioni o resti quaggiù in fondo!”

-Se la mettiam così -, gli urlai di scatto
-mi sveglio e smetto di sfornar terzine,
giacchè nessun appare soddisfatto!-

E come il Leoncavallo che alla fine
rompe gl’indugi e contro l’Alto lotta
e brucia gomme e spacca le vetrine,

così trattai quella patata scotta:
agli altri, che le pene e il personaggio
trovano sciapi, dico: - Tener la giusta rotta

Non è soltanto un test del mio coraggio,
svolgono un ruolo molto rilevante
lo spazio, il tempo ed il restare saggio;

E cito a testimonio ancora Dante:
anch’Egli nell’Inferno che scimmiotto
d’ogni dannato tratteggiò, graffiante,

un sol peccato. Sì quello col botto!
Maggior dettagli lascio ai vignettisti,
che tutti i giorni schizzano al di sotto

d’arcinote testate, ai giornalisti
stigmatizzar l’azione quotidiana.
Io deggio, invece, dir de li più tristi.-

-E’ giusto-, disse quella buona lana
di fiorentin che prima s’era offeso,
-E poi che vale di cercar la tana

del topo che la trappol’ha già preso?-
D’accordo allor? Orsù datemi campo
Ed agli errori miei non date peso:

vedrete che nel volgere d’un lampo
tutti i peccati e tutti i mascalzoni
da quest’inferno non avranno scampo!

Per la miseria quante disgressioni!
Ora mi conviene di dir di questo posto
ch’è senza tracce di turpi demòni

e di dannati che se ne vann’arrosto.
Disorientato chiedo al mio Maestro.
Ed Elli a me, mostrandosi composto:

-Vedi? non è cambiato il rio canestro,
c’è calma qui, siccome c’era allora
e non si scorge pena oppur capestro.

Il Limbo mi ricorda e, com’allora
oscura è l’aria, fonda e nebulosa.
S’è vero quel ch’udimmo là di fora

stento a spigarmi bene questa cosa.-
Sentii vicino a me, tutto ad un tratto
altra presenza di persona estrosa

per cui mi volsi a lei di molto ratto,
e nella nebbia che tutt’avvolgeva,
ne vidi l’ombra e ne conobbi il tratto.

E nella nebbia quella già correva,
quando Dante mi disse: - Ebbene, ascolta:
in questo sito, che un tempo radunava

Uomini grandi e giusti e gente colta
Nata precocemente, avanti Cristo,
stanno color che l’anima hanno stolta

color che pur il Vero avendo visto
non han capito, o che, coscientemente
hanno voluto far a men del basto.

La pena li fa ciechi e nella mente
Un’idea dominante li costringe
A correr sempre più velocemente

Sicché, sbattendo fra di lor, chi spinge
Con maggior forza può restare eretto
Ma cade a terra, invece, chi respinge.

Tu puoi veder, però, che quant’ho detto
Adduce pena pure al più violento
Che tosto inciampa e al suol cade costretto! -

Vidi Romiti correr come il vento
Ed inciampare infin su quella buccia
Dal volto triste e dallo sguardo spento

A tutti nota come Enrico Cuccia.
E vidi con dolor che dir non so
Un gran Poeta far come bertuccia

Strepiti grandi quando Dario Fo
Correndo l’investì con grande spinta:
-Quel maledetto il Nobel mi fregò!-

Gridò piangendo. E Fo, con quella grinta
Ch’è propria del giullare replicò:
-Suvvia, Poeta dalla faccia stinta!

Anch’io son qui dannato anzicchennò
Per la stessa ragione. Da quel giorno
La foto tua mi tenni sul comò

Declamando i tuoi versi con lo scorno
Di chi voleva l’Oscar perdavvero
Ed ebbe il Nobel a guisa di un bel corno!-

-Poeti questi? - Domandò l’Austero
Conoscitor del metro e de la rima,
-Poeti - dissi, - pur se non par vero! -

Dante sbuffò e se ne venne in cima
A picciol promontorio per mirare
Con me le pene che descrisse prima.

Per tanto strazio io non sapea che fare
Perciò, secondo l’uso di chi trema
Feci due conti per non più affannare

E alla mia coscienza senza tema
Imposi di dormire giusto il tempo
D’attraversar quell’orrida pustema.