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Primo compleanno di Scrivere al tempo di Internet

Cronache parallele 4

pubblicato 13/feb/2010 08:45 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:32 ]
capitoli precedenti: primo - secondo - terzo

Cronache parallele 4

Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo
Capitolo Quarto

Serravalle Scrivia, gennaio 1996

- Gianni... dove sei nato?...
- A Montalto Uffugo, te l’ho già detto un sacco di volte.
- Ah... ecco, ricordavo bene... Sai cos’è successo al tuo paese nel millecinquecentosessantuno?
- Boh? Come mai mi fai questa domanda?
- Sta’ a sentire : nel giugno di quell’anno i tuoi paesani hanno perpetrato una strage peggiore di quella della notte di San Bartolomeo!.. Come faccio a saperlo? Ieri, di passaggio da Torre Pellice mi sono fermato al museo Valdese - tornavo da una gita al Séstrière - e ho letto di questo fatto su dei tabelloni esposti che parlavano della persecuzione dei Valdesi nel sud d’Italia. Ho letto che a Montalto Uffugo l’undici di giugno del millecinquecentosessantuno ne trucidarono, sgozzandoli, un centinaio sulla piazza principale...
- Pensa ! Non ne ho mai sentito parlare. E’ orribile... Sapevo che nel mio paese esisteva un borgo, chiamato degli “ultramontani”, che nel medioevo era abitato da una colonia di piemontesi, Non ho mai saputo niente, però, di questo terribile fatto che tu mi riferisci.
- Eh, amico mio, erano terribili i tuoi antenati.
- Non credo. Come fai a dirlo? Erano terribili i tempi... Che ne sai tu di quale fu la reazione del popolino a quella strage? Era terribile l’Inquisizione, ma
dappertutto. Erano terribili gli spagnoli. Questo lo so perché nel mio dialetto “ho paura” si traduce “mi spagnu” e, “non aver paura “ in “un ti spagnàri”.
Capisci? La paura a Montalto è sempre stata identificata con la Spagna. Eppure ne ebbero occasioni di spaventarsi i miei antenati: tra Svevi, Aragonesi, Angioini, Tedeschi, Francesi, Arabi, Mori, Turchi e Pirati che poco alla volta hanno costrettoquel mio povero paese a chiudersi a riccio su un monte inaccessibile lasciando il piano del Crati, ove Plinio lo ricorda. E poi... chi ti dice che io discenda dai persecutori e non dai perseguitati?
- Miseria ! Facevo così per dire e tu intavoli subito un processo? Sei il solito terrone permaloso.
- Come tutti i calabresi, secondo il vostro più trito luogo comune.

***
Erano quasi trent’anni che viveva in Piemonte. Vi era giunto diciottenne, con la solita valigia di cartone pressato, legata con lo spago, colma soprattutto di speranze.
Era quasi fuggito da quel paese, Montalto, che, per la sua secolare immobilità, gli stava stretto e rendeva le sue giornate tutte uguali, interminabili e
contrassegnate da un’inazione che lo faceva diventare furioso.
Aveva lasciato la Calabria, gli amici, la ragazza, che pure credeva d’amare, con una sorta di acredine e un sentimento di rivalsa nel cuore.
Al nord, continuava a ripetersi, se uno vale ha la possibilità di emergere. Con rabbia determinata affermava tra sé che lui ce l’avrebbe fatta e, quando il
treno, dopo tredici ore, attraversò la galleria dei Giovi, cinque parole gli ronzavano nella testa, ritmate dallo sferragliare sulle rotaie :”ve la farò vedere io.”.
A Ronco Scrivia lo assalì lo sconforto. Cominciò a tormentarsi con una domanda che lo angustiò per il resto del percorso che lo separava da Serravalle (ormai, gli aveva detto il controllore, con gentilezza, mancano pochi chilometri) . E se fossi solo un presuntuoso? E
se come perito industriale fossi un fiasco? Del resto, che tecnico potrei essere io, che amo la poesia e le letture?
Poi cercava conforto rileggendo la pagina della Gazzetta del Sud del 30 luglio del sessantotto, che aveva portato con sé come referenza : Istituto Tecnico A. Monaco Cosenza : I Diplomati della sessione estiva. La migliore votazione ottenuta da uno studente montaltese, diplomatosi con la media dell’otto. Gli altri,
salvo qualche eccezione, diplomati con la sufficienza.
Moltissimi non ce l’hanno fatta.
Aveva un bel leggere...
Quando mai aveva visto una fabbrica ? Guardò fuori dal finestrino ed ebbe paura dell’enorme quantità di neve. Dio mio, pensò, siamo appena alla fine d' ottobre!  Il sole balugginava sui campi immacolati rendendone insopportabile la vista.
Soltanto una volta, in febbraio, col suo amico Antonio Di Domenico aveva ammirato uno spettacolo del genere a Monte Scuro, sulla Sila, dove si erano recati con la centoventiquattro di suo padre   in occasione di un “filone”.

Arquata Scrivia. Una premurosa signora gli rivolse la parola. La prossima fermata sarebbe stata Serravalle. Era ora di cominciare a prepararsi. Mancavano soltanto cinque minuti all’arrivo.

***

Serravalle Scrivia, febbraio 1996
Serravalle Scrivia (AL) 16 febbraio 1996
    Caro Bruno,
ti riscrivo dopo tanto tempo. Ormai scrivere è diventato quasi superfluo, visto l’uso che facciamo del telefono,
e che, presto faremo di internet.
    L’argomento del quale voglio parlarti non si può esaurire con qualche telefonata. Scriverti mi aiuterà a riordinare le idee e a farti partecipe di un mio problema alquanto strano e per risolvere il quale avrò bisogno del tuo aiuto.
    Procedo con ordine. Qualche giorno fa, un mio collega mi ha chiesto che gli raccontassi di alcuni fatti terribili accaduti a Montalto nel 1561, dei quali, però, io non ho mai sentito parlare, nemmeno in forma di leggenda. Questi fatti sono sicuramente veri o hanno un fondo di verità concreta poiché Domenico (il collega del quale sto parlando) mi ha riferito di averne letto un sunto in un tabellone di un museo Valdese di Torre Pellice, qui in
Piemonte. Sulle prime, la cosa si è tra noi risolta con le solite schermaglie verbali tra un piemontese (falso e cortese) e un calabrese (terrone permaloso), come vicendevolmente ci definiamo con... fine ironia. Nei giorni seguenti, a mensa, abbiamo ridiscusso di quei fatti senza più scherzare, cercando di capire la logica di una strage. Non siamo arrivati a nulla poiché entrambi conosciamo solo la notizia del massacro, le ragioni, che
sembrano essere la persecuzione degli eretici al tempo dell’inquisizione spagnola e la migrazione al sud dei seguaci di Valdo che vivevano nelle valli Svizzere, Francesi, Lombarde e Piemontesi; nient’altro.
O meglio, io so qualcosa in più rispetto a lui. So di Sansisto dei Valdesi, di Guardia Piemontese, del Borgo degli “ultramontani” nel nostro paese, che si distingue per la singolarità della architettura delle case, così diversa rispetto a quelle della stessa epoca degli altri rioni. Tutto qui. Non so altro.
Questo mio amico mi riferisce che il sei giugno del 1561, in piazza del Mercato, davanti alla scalinata della chiesa di San Francesco, oltre ottanta poveri uomini, furono sgozzati da un boia che usava un coltellaccio ed un martello per aprire loro la gola, lasciandoli morire in un’agonia straziante. E alla sera, altri ne vennero scagliati dal castello fino a precipitare in piazza. Durante la notte, secondo il racconto di Domenico, i corpi di questi malcapitati furono smembrati e, i brani di carne umana furono appesi a dei pali lungo la strada per Cosenza, per monito agli altri eretici.
    Ti confesso che immaginarmi quest’orrore ha scosso profondamente l’anima mia, tanto che appena ci penso o ne scrivo, come in questo momento, mi duole lo stomaco e mi ronza la testa. Sento quasi come un dovere cercare di capire.  La memoria storica del nostro paese sembra aver cancellato questa vergogna. Non una lapide, non un qualsiasi segno di pietà, nemmeno il ricordo. Mai nessuno a Montalto mi ha parlato di questo episodio così vergognoso, nemmeno quelle persone che definivamo “gli studiosi”, e che nelle sere  d’agosto intrattenevano noi giovani in quella stessa piazza, parlandoci delle glorie dell’Accademia Letteraria Montaltina degli Inculti e del Foscarini.

    Presto, a mia volta, mi recherò a Torre Pellice per cercare le testimonianze documentali di questo orribile episodio. Non so molto dei culti valdesi, luterani, calvinisti eccetera. Ma mi farò scrupolo di documentarmi a dovere. Come ti dicevo, andrò a visitare quel museo e mi recherò anche al Tempio. Chiederò al Priore, al Pastore o come lo definiscono, che mi dia la possibilità di consultare i documenti originali da cui hanno tratto la sinossi letta dal mio amico. Non per verificare la veridicità della stessa, ma per capire, per rivivere, per fare ammenda, dopo quattrocentotrentacinque anni, se mai fosse dimostrato che furono prprio i montaltesi e non altri ad assistere inerti o a portare a termine quello sterminio (non ti sembri esagerato il termine). In breve, voglio documentarmi su questo fatto. Perciò ho bisogno anche di te, caro il mio professore.     Ti prego di scrivermi qualcosa al riguardo e non in forma di trattato di storia come tuo solito. Cronaca nuda e cruda se ti riesce. E, per favore, se puoi, mandami le fotocopie di qualche documento originale che vorrai cercare per me negli archivi Parrocchiali di San Domenico e San Francesco Cerca anche, e soprattutto, negli archivi delle parrocchie di San Vincenzo, Sansisto dei Valdesi e Vaccarizzo. E, se non ti chiedo troppo, non trascurare Guardia Piemontese. So che tuo fratello, l’Assessore Regionale, è in ottimi rapporti con la Curia di Cosenza. Puoi chiedergli di darmi una mano anche da quel versante ?

    Scusami, caro Bruno per questo mio angosciarti con problemi che oggi non dovrebbero più essere tali. Sai come sono fatto. Se un argomento mi prende, diventa la mia monomania finchè non ne giungo a capo e fino ad allora vivo male. Era così anche per te quando eravamo ragazzi. Io non sono cambiato. Perciò, se puoi, perdi un po’ del tuo tempo libero per aiutarmi. Te ne sarò molto grato.

    Ti abbraccio e ti prego di salutare per me tutti i tuoi familiari e gli amici.
 
Giovanni


***

Serravalle Scrivia, venerdì 15 novembre 1968

Dopo quattro differenti colloqui, un test psicoattitudinale e un altro scritto di trenta domande veramente infami, incentrato sulla tecnologia della fonderia e della laminazione dei metalli non ferrosi, l’anziana segretaria del Capo del Personale gli disse di tenersi a disposizione per qualche giorno. Appena terminate le selezioni gli avrebbero fatto sapere.
Giovanni, impacciato e ansioso nello stesso tempo, domandò per quanti giorni avrebbe dovuto aspettare.
Un paio di settimane, gli fu risposto.
Aveva in tasca venticinquemila lire. All’albergo ove era passato al mattino gli avevano detto che il pernottamento e la prima colazione gli sarebbero costati seimilacinquecento lire al giorno. Rifletté sull’impossibilità di restare. Si avviò verso la portineria, così gli era parso, mentre rimuginava sui suoi
problemi. Un signore dal fare trasandato lo apostrofò :
- Dove va, giovanotto ?
- Torno a Serravalle.
L’uomo sorrise. Gli spiegò che stava dirigendosi verso la fonderia. La perfetta simmetria degli edifici e la copiosa nevicata in corso, lo avevano  disorientato. Era uscito dal blocco degli uffici - centrale e parallelo a due capannoni perfettamente simmetrici - da una porta situata sul lato opposto a quella dalla quale era entrato e, svoltando a sinistra si era trovato nella direzione sbagliata. Arrossì e ringraziò, quasi scusandosi.
L’uomo, con gentilezza, guardando il suo impermeabile leggero, si offrì di accompagnarlo sotto l’ombrello. Gli chiese come fossero andate le prove. Sapeva della ricerca di personale tecnico in atto. Giovanni rispose di non saperlo. Credo, concluse, di non aver fatto una buona figura. Di forni per il rame, l’ottone e l’alluminio non ne sapeva granché.
Aveva un freddo terribile e, nell’attraversare l’ampio piazzale che lo separava dalla portineria, appena visibile nel turbinare del nevischio, sentì inumidirsi prima, e ghiacciare poi, i piedi. Le scarpe erano troppo leggere e la neve troppo alta. Un paio di camion nei pressi del bilico slittavano e stentavano a ripartire. L’uomo lo salutò dicendogli di non preoccuparsi, che tutto sarebbe filato liscio. “Magari!”, pensò Giovanni e ricambiò la stretta di mano.
Entrò in portineria e riconsegnò il tesserino che gli avevano dato all’ingresso. Un’anziana guardia, dai capelli candidi, che gli altri chiamavano “brigadiere”, annotò sul registro l’ora d’uscita e poi gli chiese se doveva chiamargli un taxi. Giovanni ringraziò ma rispose che avrebbe aspettato il primo autobus.
L’attesa diventò un tormento. Aveva bisogno d’una doccia calda e di dormire.
Il “brigadiere”, gli si avvicinò, mentre Giovanni, per l’ennesima volta, rileggeva gli avvisi in bacheca e l’orario di lavoro. Gli fece qualche domanda e, come per caso, gli chiese se avesse già trovato un alloggio. Evidentemente sapeva che proveniva da lontano. Giovanni gli disse che, per il momento, stava all’Hotel EUR ma che, dal giorno dopo non avrebbe più potuto permetterselo. Il brigadiere gli consigliò di cercare a Novi Ligure, poiché là c’era ancora qualche famiglia che faceva pensione. Oppure, suggerì, a Serravalle c’è un affittacamere. Vicino alla Chiesa Collegiata, con l’insegna “Alloggi”. Giovanni ringraziò. Si accorse all’improvviso che stava sudando copiosamente. La portineria, nonostante il continuo va e vieni di gente era riscaldata in modo superbo.
Arrivarono alla spicciolata i lavoratori che smontavano dal turno normale (dalle 8 alle 16,45). S’udì quasi contemporaneamente il clacson della corriera sul piazzale esterno. Giovanni salutò le guardie ed andò a sedersi nell’autobus. Durante il breve tragitto verso Serravalle notò che la maggior parte della gente si esprimeva in genovese. Si ricordò delle commedie di Gilberto Govi viste alla televisione qualche anno prima e senza accorgersene cominciò a sorridere.
Giunse in albergo un quarto d’ora dopo. Poggiò le scarpe sotto il termosifone per farle asciugare. Ci vuol altro, pensò ; queste scarpe basse non si conciliano né con la neve né con i marciapiedi di questo paese , lisci come nu scigulàcchiu. Appese l’impermeabile, fradicio d’acqua, nel bagno, ed i vestiti, anch’essi bagnati, in ordine sulla spalliera della sedia presso il termosifone.
Fece una doccia bollente e si sentì rinascere.
Il continuo andirivieni dei treni ed il loro fischiare in prossimità della stazione lo infastidì per un po’, poi non ci fece più caso.
Indossò il pigiama di flanella e trasse dalla valigia il resto delle provviste che gli erano rimaste. Sua madre pensando al lunghissimo viaggio, aveva abbondato in pane e carne di maiale. Quest’ultima era conservata in un vasetto a chiusura ermetica nello strutto. Poiché la chiusura non era evidentemente tanto ermetica, un po’ di grasso era colato ungendo la scatolina di cartone, i fogli di carta paglia e lo stesso pigiama. Per fortuna le
due camicie e il maglione restarono indenni. Tagliò due fette di pane e vi pose dentro un po’ di ciccioli e una salsiccia. Riempì un bicchiere d’acqua nel bagno e mangiò e bevve a sazietà. Sbirciò dalla finestra la piazza della stazione ben illuminata. Delle ruspe stavano ammucchiando la neve in fondo alla piazza. Altri uomini con badili enormi liberavano i marciapiedi.
Un vociare allegro di ragazzi attorno alla pala meccanica che cominciava a caricare un camion di neve. Chissà, si chiese, dove sarebbe andato a
scaricarla ?
Poi si dette dello stupido. Nel fiume l’avrebbe scaricata, nello Scrivia, certamente.
I ragazzi, ora giocavano a lanciarsi palle di neve. Si ritrasse con un nodo alla gola. Solo quattro anni prima si divertiva allo stesso modo con Bruno, Vincenzo, Tonino e Ciccio sul sagrato di San Giacomo. Era l’otto dicembre del sessantaquattro, dopo la messa delle sei del mattino per l’ Immacolata : l’unica vera nevicata al suo paese che ricordava.
Tornò alla valigia canticchiando sottovoce : Mira il tuo popolo o Bella Signora, che pien di giubilo oggi T’onora...
Trasse dalla valigia un libro consunto, regalo di don Fritz Caracciolo : Le Baccanti, di Euripide. Quante volte aveva tentato quella difficile lettura in agosto!
Rilesse il prologo ed il primo episodio. Subito dopo s’addormentò, sfinito. Erano le venti. Nevicava da circa quattro ore.
Presto il suo sonno fu agitato da strani sogni. Il suo ultimo professore di Elettrotecnica, il giovane ing. Borrelli, continuava a ripetergli “possibile che tu non abbia saputo esprimere un concetto semplice come l’induzione ? E poi, cos’erano quelle esitazioni sul motore a corrente continua ?”
Don Friz interveniva, intromettendosi, con la sua ridicola paglietta anni venti e le sue ghette perenni, impersonando Dioniso :  "Giungo, figlio di Zeus, a questa terra dei Tebani, Dioniso, che Semele, nata da Cadmo, un giorno partorì tra le vampe del fulmine...”. Ora era il volto del Capo del Personale, con il suo mezzo toscano irrequieto tra i denti che, ridendo, gli chiedeva ancora una volta “Da dove ha detto che viene ? Quanti anni ha ? Chi è alla
porta ? Chiama Cadmo il figlio di Agenore ! E’ lui che ha costruito la cerchia delle torri che recinge la città nostra, ed era venuto da Sidone..."
Sognò di immense macchine rutilanti, di narici di draghi colmi di ottone fuso, di laminatoi (che, non avendo mai visto, gli furono resi dalla sua immaginazione come la danza macabra di rossi serpenti metallici in un antro infernale). Poi si vide in attesa, alla stazione con la sua valigia di cartone completa di spago, mentre l’altoparlante annunciava “Si avvertono i signori viaggiatori diretti a Montalto Uffugo che il direttissimo Torino Napoli
Reggio Calabria Palermo viaggia con un giorno di ritardo”.

Si svegliò sudato e tremante. Brividi di febbre percuotevano il suo corpo come scariche elettriche. L’arsura gli raspava la gola e le labbra. Si alzò e
bevve. Si ricordò del tubetto di aspirine che sua madre gli aveva dato all’ultimo momento e ne trangugiò una con un’altra abbondante bevuta. In attesa del prevedibile effetto della pillola ricominciò a leggere. Lo distrasse di nuovo il fischio di un treno. Che bellezza, pensò, hanno la stazione ferroviaria in paese. La nostra è a otto chilometri, allo scalo. Udì delle voci, dei “ciao”, “as veghìmu”, “arvertze”. Gente che usciva dal bar. Erano appena le undici e non notte fonda come aveva immaginato lui.
Riprese a leggere dei dialoghi fra Tiresia e Dioniso.

Questo fu il suo primo giorno in Piemonte.

cantinua

Commenti

Emma Bricola - 14/feb/2010 03:00

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