CAPITOLI: PRIMO - SECONDO - QUARTO CRONACHE PARALLELE 3. NINA DEI GIORNI NOSTRI Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo Capitolo terzo Firenze Aprile 1985 Nel 1985 recarsi in treno a Firenze era una vera e propria impresa che portava via oltre sei ore. Giovanni partì alle 18,15 da Novi Ligure con un diretto per Roma, fece scalo a Pisa e raggiunse Firenze a mezzanotte circa. Nel tragitto rilesse la propria relazione e cercò di memorizzare dati e proposte da fare all’indomani durante la riunione annuale. Presto si annoiò : aveva lavorato duro e conosceva benissimo tutto quanto aveva scritto, il ripasso era, di conseguenza, perfettamente inutile. Trasse dalla valigetta un libro che più volte aveva cominciato a leggere senza mai finirlo, e si concentrò nella lettura che proseguì anche alla stazione di Pisa in attesa del treno per Firenze. Terminò la lettura del libro di Delio Cantimori “Eretici italiani del Cinquecento” nel comodo letto dell’albergo “delle Due Fontane”, che erano circa le tre di notte. Aveva, come sempre, difficoltà a dormire. Il libro in questione era stato un regalo di suo padre per il natale di qualche anno prima. Riforma e Controriforma lo avevano sempre interessato. Dopo i primi capitoli, però aveva smesso d i leggere preso dalle mille incombenze del quotidiano. Non si ricordò più di quel libro fino a quando non fu preso dalla smania di conoscere tutto sui Valdesi. Aveva idee confuse in merito e la sua unica certezza era che molte idee riformiste, per le quali tanta gente era finita torturata o arsa, trovavano dopo il Concilio Vaticano Secondo, una qualche applicazione anche in campo cattolico. La messa in volgare, per esempio . Ma i preti, perché non lasciavano che si sposassero ? Presto dimenticò le riflessioni che quella notte agitarono le sue pochissime ore di sonno. Alle sette, dopo una veloce colazione, decise di fare due passi a piedi. La riuniore era fissata per le 9,30. Aveva due ore buone a disposizione. Raggiunse Piazza del Duomo. Poche persone già sostavano attorno al battistero, altre vicino al campanile di Giotto e all’ingresso della cattedrale. Il traffico, col trascorrere dei minuti, diventava sempre più intenso e le autovetture sfrecciavano attorno al Duomo. Giovanni sostò un quarto d’ora nel Tempio, cercando di scorgere gli affreschi del Vasari all’intern o della cupola, ma la cattiva illuminazione e lo stato di conservazione del capolavoro gli restituirono alla vista delle ombre scure e indecifrabili. S’avviò verso piazza della Signoria, infastidito dal volo di piccioni che quasi lo investirono. La poca gente col naso all’insù non gli impedì di provare lo sgomento e l’esaltazione che lo prendevano ogni volta che poteva sostare presso la Loggia dei Lanzi. La perfezione del Perseo e la monumentale grandiosità delle altre statue non rappresentavano nulla al confronto della sensazione che provava ammirando quella d’età romana che, gli avevano detto, simboleggiava “la Germania Sconfitta” che si trovava nella seconda fila di statue della Loggia, verso destra, vicino al “Ratto delle Sabine”. Tutte le volte, nell’espressione pietrificata di quella donna, scorgeva un’aura che lo metteva a disagio e al tempo stesso gli provocava un’esaltazione inspiegabile. Se mai avesse scritto un libro con una donna come protagonista, ebbene, nel suo immaginario la donna avrebbe avuto quelle fattezze, quel volto. S’accorse ch’eran o quasi le nove. A passi svelti raggiunse Borgo Pinti. La riunione si protrasse per tutto il giorno, tanto che fu aggiornata al mattino successivo. Tornò in piazza delle Due Fontane, al solito albergo. Facendo la doccia gli venne di pensare ai Bronzi di Riace che aveva ammirato lì vicino, alla Santissima Annunziata, e al commento che il suo capo aveva fatto davanti alle due statue, al cui restauro la società per la quale lavoravano aveva contribuito con la propria tecnologia : “ Per me sono state ottenute col metodo della cera persa, solo che i modelli erano due uomini veri”. A quel commento, Giovanni, che non aveva capito trattarsi di una facezia, s’infervorò per confutare la tesi così assurda, provocando una risata generale. Mentre l’acqua calda gli massaggiava la nuca, si trovò a riflettere sulla perfezione quasi michelangiolesca dei volti, delle mani e degli arti inferiori delle due statue, mentre l’anatomia del ventre, del torace e delle spalle gli era parsa, come dire, abbozzata. Con disappunto rimpianse di non essersi portato una camicia di ricambio. Del resto era previsto che tutto sarebbe terminato entro le diciassette. Chi avrebbe potuto immaginare che quella fottutissima discussione sugli indici di gravità e frequenza sarebbe durata così tanto? S’aggirò a piedi per la Firenze storica fino alle ventuno. Sempre, quando gli era consentito dal tempo a disposizione, andava a far tappa in piazza San Lorenzo, soprattutto per ammirare la statua di Giovanni de’ Medici, quel “Giovanni dalle Bande Nere” che da ragazzo (anche per effetto di un film in cui Gassman interpretava quel ruolo) lo aveva fatto sognare più volte. Fu lì che incontrò Nina per la prima volta. Sarà stata la suggest ione dovuta alla visita in Piazza della Signoria, ma non potè far a meno di notare che il volto della ragazza intravista sul sagrato di san Lorenzo somigliava in modo impressionante alla statua della Germania Sconfitta. Le si avvicinò per osservarla meglio. Indossava un paio di jeans sdruciti e un giubbotto imbottito color pervinca. La serata era fredda, nonostante si fosse quasi a maggio. La vide andare verso la paninoteca con altre ragazze ed intuì che doveva far parte di un gruppo in gita scolastica. Entrò nello stesso locale e chiese un toast e una birra, cercando di non perdere di vista quel volto. Non voleva dare nell’occhio data l’assurdità della situazione : la ragazza non aveva più di sedici anni ed il suo interesse era, diciamo così, solo estetico. Seduto su uno sgabello a trespolo presso il lungo bancone della paninoteca, addentò il suo toast e in quel momento incrociò il suo sguardo. Il rimescolio interiore che gli esplose nel petto era del tutto simile a quello che provava ogni volta davanti alla famosa statua. Indugiò a guardarla, fino a che la ragazza abbassò gli occhi, evidentemente a disagio. Poi ebbe coscienza, finalmente, del perché provasse quelle strane sensazioni. Gli occhi della statua, senza pupille, e quelli bellissimi e neri della ragazza trasudavano dolore. Un dolore senza lacrime, senza rassegnazione. Un dolore vecchio come la storia del mondo. Mentre tracannava dalla bottiglia l’ultimo residuo di birra si accorse che il gruppo di studentesse stava uscendo di nuovo sulla via e udì una di loro chiamare “Nina”. Vide la ragazza dagli occhi tristi risponderle. Accadde esattamente come per la statua : Giovanni non dimenticò mai quel volto, quegli occhi e quel nome. Non si spiegava perché fosse così violentemente attratto da quei nasi dritti e da quegli sguardi angosciati. Sapeva soltanto che non li avrebbe mai dimenticati e che se, un giorno, avesse avuto la forza di scrivere un romanzo, l’eroina avrebbe avuto quel volto, quegli occhi colmi di dolore ed una storia che lo giustificasse. Torino Aprile 1995 Giovanni non dimenticò quel volto e seppe riconoscerlo dieci anni dopo in un luogo e in un contesto totalmente diverso. Era ancora aprile, questa volta carico d’estate precoce. A Torino, in un salone della Camera di Commercio si sarebbe tenuta una giornata di studio sul Decreto Ronchi inerente la regolamentazione per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di ogni genere. Giovanni era diventato il responsabile dell’Ecologia dello stabilimento in cui lavorava da oltre ventisette anni e, come tale, cercava di aggiornare le proprie cognizioni sulla materia partecipando a conferenze come queste. La incontrò al tavolo delle registrazioni e la riconobbe immediatamente. Del resto non era difficile; chi l’avesse vista avendo in mente le fattezze della statua della Germania Sconfitta, non avrebbe esitato a dire che la modella per lo scultore fosse stata lei. Ancora una volta cercò i suoi occhi e vi lesse lo stesso arcano dolore. Ammutolì per l’emozione. La donna (ormai doveva avere 26 - 27 anni) gli sollecitò la consegna dei documenti d’iscrizione. Nel ricevere dalle sue mani il plico degli atti del convegno s’avvide di sudare copiosamente. Maledisse mentalmente la cravatta, che serrava la sua gola impedendogli di respirare bene, e il suo abbondante sovrappeso. Uscì di nuovo nel corridoio dopo il secondo intervento degli oratori, mentre si era scatenato un serrato dibattito sull’ attribuzione del termine “rifiuto” a quelle che fino alla data d’entrata in vigore del Decreto erano state catalogate come “Materie Prime Secondarie” in quanto destinate al riutilizzo. Con disappunto vide che nessuno sedeva alla reception. Cercò un bagno e, mentre vi si dirigeva, incontrò di nuovo Nina. Era alta e slanciata nel suo tailleur grigio perla. La camiciola di seta rosa, col colletto civettuolamente rialzato sul collo, faceva risaltare la perfezione dell’ovale del viso. I collant neri davano un tocco di bellezza in più alle sue gambe, tanto diverse da quelle che ricordava fasciate dagli sdruciti blue-jeans. “ Mi scusi signorina” “Prego” “Volevo chiederle, ehm... non mi fraintenda la prego... volevo chiederle se il suo nome è Nina” La donna arrossì ed indicò il badge che aveva appuntato sul risvolto della giacca ove era scritto a chiare lettere il suo nome “Elena Spadafora”. “ Mi chiamo Elena, come può vedere, signor ..... signor “ e dopo aver dato un’occhiata al badge di Giovanni, “ Polimena” concluse, “ però a casa e gli amici mi chiamano Nina... lei come fa a saperlo?” chiese senza accennare al minimo sorriso. Giovanni si terse il sudore col fazzoletto e, guardandola negli occhi scandì : “ Firenze, fine aprile 1985, paninoteca in piazza san Lorenzo. Ricorda? Cos’era una gita scolastica?” La donna lo guardò con stupore e parve riflettere per un momento su quelle indicazioni. “ Sì, ricordo la gita a Firenze dell’85 ma questo non spiega come faccia lei a conoscere il mio diminuitivo, visto che...” “ Dunque non mi ero sbagliato. Permetta che le spieghi...” Giovanni, sorridendo raccontò la singolare esperienza vissuta dieci anni prima e mai dimenticata. La donna sorrise e poi disse che nessuno fino ad oggi l’aveva paragonata ad una statua d’età romana. “Le assicuro, signorina, oggi più che mai lei è la copia esatta di quella statua. Si direbbe che duemila anni fa sia esistita una ragazza col suo stesso volto, con la sua stessa espressione e che uno scultore le abbia riprodotte nella statua della Germania Sconfitta. Già dieci anni fa la somiglianza mi aveva impressionato al punto da non dimenticare più quella ragazzina in jeans dall’aria così seria... ma oggi, devo dire che oggi chiunque giurerebbe che lei sia stata la modella di quello scultore... mi scusi se l’ho importunata. Arrivederci, devo rientrare.” Elena gli sorrise : “Nessun problema” gli disse. Alle due del pomeriggio l’incontro sul Decreto 22 e sulle sue implicazioni era terminato. Giovanni cercò ancora Elena ma di lei non v’era traccia. S’avviò verso la macchina lasciata in un vicino posteggio e notò che l’appetito e l’aria pesante di Torino gli stavano provocando un po’ di mal di testa. Raggiunse la sua vettura nel parcheggio e s’avvide ch’era completamente al sole; avrebbe sudato di nuovo, pensò. Avrebbe dovuto tentare di dimagrire prima o poi. Ma come poteva vincere quell’appetito che lo sopraffaceva? I suoi succhi gastrici aggredivano letteralmente il suo stomaco vuoto e mangiare diventava imperativo. Certo, però che pesare centodieci chili a quarantasei anni era tutt’altro che salutare. Udì il suono di un clacson proprio mentre stava per entrare nell’abitacolo arroventato. “Salve” disse lei sporgendo la testa dal finestrino della smart. “Salve” le rispose Giovanni sorridendo. “ ha finito?” “Certo, per oggi sì” “Abita qui a Torino, naturalmente” “Quante domande... Sì naturalmente, infatti sto tornando a casa” “ E “, azzardò Giovanni, “se invece venisse a pranzo con me? Potremmo parlare ancora di Firenze, le va ?” “Ma, veramente io... “ “ La prego, non ci impiegheremo più di un’ora... un’ora e mezza al massimo. Se può venga, ne sarei veramente felice.” Nina parcheggiò la smart accanto alla Vectra di Giovanni. “ Va bene, questa storia m’incuriosisce. Però devo cercare un telefono per avvertire che farò tardi” Giovanni le porse il suo portatile. Nina non ci mise molto. “Mia madre ha sempre paura che faccia brutti incontri. E poi teme che a Lorenzo, il mio fidanzato, non faccia piacere ch’io vada a pranzo con un perfetto sconosciuto...” “Capisco. Senta : chiami Lorenzo e inviti anche lui...” “ Ma no, che dice? Lorenzo è in Francia “ “ ...Allora viene con me ?” “ Perché no ? Non mi mangerà mica, vero?” “ Certo che no, sono prevalentemente vegetariano, io. S’accomodi”. La ragazza sedette graziosamente e richiuse da se lo sportello della Vectra. Giovanni le propose di andare a pranzo in via Po, nel ristorante pugliese. Quella cucina meridionale e piccante a lui, date le sue origini, piaceva da matti. La ragazza sorrise riferendo che per lei non era un problema poiché di solito pranzava con una fetta di carne e dell’insalata. Mentre raggiungevano piazza Vittorio, Giovanni le raccontò delle strane sensazioni che quella famosa statua gli provocava. E, confessò, oggi che aveva trovato in una donna reale, viva, le stesse espressioni, lo stesso volto, la sua incomprensibile esaltazione si era acuita. A tavola le parlò del dolore misterioso che il suo sguardo e quello cieco della statua promanavano. Nina, quasi per smentire le sensazioni del suo ospite, si mostrò allegra e disse che nessun grande dolore, grazie a Dio, fin ora l’aveva mai toccata. Stettero insieme un paio d’ore. Alla fine Nina sapeva molte cose di Giovanni, di sua moglie e del figlio che studiava da ingegnere. Giovanni invece ignorava ancora tutto di Nina. Mentre tornavano al parcheggio le chiese “Sei di origini meridionali anche tu? Spadafora è un cognome comune dalle mie parti”. “No” rispose lei, io sono nata a Torre Pellice, che è qui vicino, ed i miei vivono li sin dalla notte dei tempi...” “ Sono proprio contento di averti conosciuta. Spero di rivederti qualche volta, magari con Lorenzo. Se passerete da Serravalle mi farete veramente piacere se verrete a trovarmi” “ Spero di rivederti anch’io, magari con la tua famiglia.” Esitò qualche istante e poi proseguì : “Posso essere sincera ?” “Devi !” “Sai, stamattina m’eri sembrato un po’ matto” “ Sincerità per sincerità ti confiderò un segreto : io non sono un po’ matto, lo sono completamente. Mi perdo dietro alle sensazioni che possono darmi un libro, un film, un tramonto, una statua, uno sguardo sconfinato come il tuo, che credo conservi parte di un mistero universale, giacchè tutto alla fine si rivela figlio dello stesso padre che reclama i sui diritti : il dolore.” “ No, non sei matto, Giovanni. Credo di aver conosciuto un poeta oggi. Non è così ?” “ Non credo proprio. Hai conosciuto un matto a cui però la poesia piace moltissimo. Ciao, Nina, chiamami qualche volta”. “ Ciao. Anche tu, chiamami quando vuoi.” 3. CONTINUA |





