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Cronache Parallele: 2. LA MORTE DI UN PORCO, UN FRATE GOLOSO E UNA RICHIESTA DI MATRIMONIO

pubblicato 31/dic/2009 21:07 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:18 ]
capitoli:
primo - terzo

Cronache Parallele: 2. LA MORTE DI UN PORCO, UN FRATE GOLOSO E UNA RICHIESTA DI MATRIMONIO
capitolo secondo
bozza di Romanzo di Benito Ciarlo



Taddeo Polimena non aveva nessuna di queste qualità. Ma era schietto, fiero e, purtroppo, anche violento e bestemmiatore.
Era bello, però, ed il suo sguardo aveva un fondo di bontà. Forse il suo atteggiamento di spavalderia serviva a celare la timidezza, la gentilezza che pure dovevano albergare nel suo cuore. Tutto questo era estremamente improbabile, Nina se ne rendeva conto. Taddeo era insofferente e permaloso ed aveva l’abitudine di cacciar fuori il coltello di tasca per un nonnulla. Quante volte ne aveva sentito parlare dalle donne al castello e dai suoi fratelli in casa. Bernardo aveva detto un giorno che Taddeo, con un colpo da maestro - del resto faceva il macellaio - aveva “allargato il sorriso ” ad un soldato che aveva osato barare a carte con lui.
Eppure, nel suo sguardo, Nina non leggeva cattiveria. Anzi, così più volte le era parso, leggeva devozione per lei, amicizia, forse... amore.

Il cinque di gennaio era la vigilia di una grande festa al castello. I preparativi fervevano già da qualche giorno. Stava per arrivare a Montalto un alto dignitario da Napoli.
Le donne arrivarono in cucina alle sei del mattino. Era nevicato durante la notte e, le sìliche (rampe d'accesso lastricate n.d.a.), s’erano ricoperte in un sottile strato di ghiaccio.
Nina salutò Porzia, che stava accendendo il fuoco nell’enorme camino. (Su queste fiamme d’inferno con l’aiuto degli uomini si può far cuocere un intero bue, le disse una volta Smena, la tiranna delle cucine).
Nina aveva il volto e le mani arrossate per il freddo e gli occhi lucidi.
« Come sei bella stamattina » le disse Taddeo Polimèna, il macellaio, scaricando sul grande tavolo tre oche già spiumate. Nina arrossì ancora di più e si rifugiò verso il camino ad aiutare Porzia.
La vecchia la guardò con occhio complice e mormorò sorridendo « Hai visto come ti guarda ?»
Inaspettatamente Nina le rispose con durezza di badare agli affari suoi. Porzia dispiaciuta, non le parlò per l’intera mattinata.
Taddeo si fermò a discorrere con Ismene dei norcini che sarebbero arrivati da lì a poco per collaborare ad uccidere il maiale e a macellarne le carni. Aiutò Porzia ad attaccare ad uno dei ganci del camino un enorme paiolo di rame, che fu presto riempito d’acqua dalle altre donne.
Controllò con occhio critico le varie madie che erano state disposte la sera prima sul pavimento, i recipienti di terracotta per raccogliere il sangue del porco, senza trascurare di cercare lo sguardo di Nina.
Questa, sembrava dopo qualche minuto, essersi dissolta nel nulla. Taddeo divenne nervoso e uscì nel cortile innevato per controllare il gancio e le corde attaccati alla grande trave della forca . Poi, rientrò e si mise ad affilare i coltelli ancora una volta.
Nina aveva portato, come tutte le mattine, il latte, i biscotti, il meli i cùpulu , il mel’i ficu , di sopra e li aveva consegnati alla gnu’ Genoveffa, la dama di compagnia della Baronessa Eleonora.
Mentre ripercorreva il corridoio per tornar dabbasso, s’inchinò, come le aveva insegnato Porzia, a Madamigella Cristina, nel frattempo uscita dalla Cappella dopo le orazioni del mattino.
La giovane figlia del Governatore era una ragazza molto bella. Coetanea di Nina e, come lei, molto più alta di tutte le altre signorine di quell’età, era sempre sorridente e gentile, a differenza dei genitori. Come sua madre aveva i capelli gialli .
« Buongiorno, Nina. Tira su quella testa. Tutto bene laggiù ? »
« Buongiorno a vossignoria. Mi benedica. Sì, si va tutto bene. Tra qualche momento sentirà le urla del porco.»
« Oh mio Dio che strazio. Tu lo sopporti quello spettacolo ?»
« Cosa vuole che sia ? A me non ha mai fatto schifo ne paura. E poi, la carne di maiale è così buona. Taddeo è bravissimo, un colpo secco e zac ! Il maiale non s’accorge nemmeno di morire.»
«Si ? Ma allora perché urla così ? »
« Urla prima di morire, quando gli uomini lo immobilizzano e lo legano. Credo che l’istinto gli faccia capire che guaio stia per passare...»
Sobbalzarono. Quasi a sottolineare il dialogo, uno strillo acutissimo si levò di fuori. Un grido quasi umano, prolungato e piangente.
« Ecco che cominciano. Mi perdoni, col Suo permesso devo correre di sotto. »
« Vai pure »
Nina s’inchinò di nuovo e, di corsa, raggiunse le scale.
« Nina !», la richiamò Cristina.
Altrettanto velocemente la ragazza fece dietrofront, senza interrompere la corsa e tornò ad inchinarsi.
« Ai Suoi comandi, Madamigella. »
« Volevo solo dirti... dopodomani, a festa finita, perché non vieni su da me nel pomeriggio ?»
« Da lei ? Di cosa ha bisogno ? Cosa dovrò fare ? Io sono pratica solo di cucina, di verdure e di làgane ...» si schermì lei.
« Niente di particolare, vieni su e basta. Lo farò dire ad Ismene in modo che ti lasci libera per il pomeriggio.»
« Come lei desidera».
Tornò di volata in cucina, ma giunta sull’ultimo pianerottolo si fermò, affascinata dal silenzio improvviso. Attraverso il portone spalancato vide che avevano appeso il maiale, il quale stranamente non urlava più.
L’animale era stato legato per le zampe ed era tenuto fermo da due uomini, uno dei quali gli aveva immobilizzato la testa, mentre un terzo tirando la corda lo issava. Taddeo aveva avvicinato una giara di terracotta alla “forca”. Poi aveva brandito un enorme, affilatissimo coltellaccio e, avvicinatosi al malcapitato suino gli aveva gridato sul grugno, con una sonora risata : « A noi due ! Porco che non sei altro !»
Si scatenò il finimondo. Il maiale, quasi avesse capito e raccolto la sfida, cominciò a strillare e a dimenarsi. Gli uomini furono scaraventati per terra ed ebbero il loro bel da fare per reggere la forca affinché non si rovesciasse. Per una buona mezz’ora dovettero lottare con quel mostro prima di ristabilire l’equilibrio. A quel punto, Taddeo affondò rapidissimo la punta del coltellaccio nella gola della bestia aprendogliela. Muovendo la lama si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di Nina.
Tanto bastò per distrarlo. Il porco, nello strepito della morte cacciò uno strillo che ricordava il frantumarsi del vetro. Poi, il maledetto, continuò a dimenarsi inondando letteralmente di sangue la neve del cortile. Umiliato, Taddeo, lo finì con un secondo colpo alla gola, nel senso opposto del primo. Dagli squarci il sangue fluiva velocemente nella giara. Il giovane macellaio lasciò completare l’operazione di dissanguamento agli altri e si recò in cucina, per sollecitare le donne di versare l’acqua bollente nella madia grande.
Si lavò le mani in un secchio, vicino alle scale. Si accorse che Nina stava osservandolo e indugiò. Era sudato, ma sentiva i brividi sotto la pelle. “Questa donna mi farà impazzire” pensò.
In sei sollevarono il porco e lo adagiarono nella madia grande. Taddeo controllava il filo di un rasoio. Poi, mentre le donne si avvicendavano a versare acqua bollente sulla pelle del maiale, egli con grande destrezza ne rasava le setole. Cambiò strumento quattro volte. E mentre con fierezza, ridendo, affermava : « Guardate che meraviglia ! Sembra il culo d’un neonato tant’è liscio !”, avvenne un’ultima stranezza. In un estremo sussulto di vita, traendo l’energia chissà da dove, il maiale strepitò, rovesciando la madia e finendo sul pavimento per restarvi poi definitivamente immobile.. Taddeo imprecò bestemmiando il nome della Madonna.
Le donne si segnarono. Nina non poté fare a meno di dirgli « Chi è il porco, lui o tu?»
La replica di Taddeo fu ancora violenta : « Taci, donna, non provocarmi ! E voi, sbrigatevi !» gridò agli aiutanti. Gli avvicinarono il paiolo. Scuoiò il maiale della sua cotica e si accinse a preparare i tagli di carne come gli era stato richiesto dalla cuoca, Gnura Smena, mentre gli altri, velocissimi asportavano le interiora riponendole in una apposita madia (chiamata "la merdona") e portandole subito all’aperto. Qui le ripulirono e dopo meticolosissimi lavaggi le riposero, separate per tipo, nei recipienti (limme) di terracotta smaltata. Il cuore, i polmoni, resti del fegato, della milza, le trippe i resti di carne che Taddeo lasciava man mano da parte, vennero raccolti da Porzia e tagliuzzati a dovere.
In una grande padella posata sul treppiede friggeva del grasso. Porzia vi versò i pezzetti di carne. Il lauro empì la cucina d’aroma.
Ismene trasse dallo stipo una forma di pane fresco. Si fermarono tutti. Nina distribuì le ciotole. Porzia servì il “suffrittu” per la canonica mangiata degli “avanzi”.
Ismene versò agli uomini un boccale di vino a testa. Le donne bevvero dalla caraffa. Taddeo s’era seduto vicino a Nina che però non lo degnava d’uno sguardo. Mangiavano tutti con appetito.
“Scusami, per poco fa” avrebbe voluto dirle Taddeo. Invece se ne restò immusonito. Lei mangiava con grazia. Sembrava una signora. Era così bella che lo faceva star male. « Nina» le chiese a bassa voce, con durezza, contraddicendo il desiderio che aveva provato solo un attimo prima, « perché mi tratti così?»
Lei non rispose. S’alzò di scatto e uscì. Taddeo finì di mangiare. Incrociò lo sguardo di Porzia leggendovi compassione e s’irritò.
Ripresero a lavorar le carni sul grande tavolo, mentre le donne s’affaccendavano per la preparazione del pranzo di mezzogiorno.
Nina rientrò con due secchi colmi d’acqua. Si lavò le mani in un catino. Poi aiutò Ismene ad impastare la lagana. Guardò Taddeo maneggiare il coltello. Pensò ch’era proprio bravo nel suo lavoro. Per qualche momento osservò il volto bruno, i baffi spioventi, i capelli lunghi che sfuggivano da sotto il cappello. Il fazzoletto giallo legato al collo dava risalto ai lineamenti del volto che Nina, per la prima volta trovò bellissimi. S’era fermata d’impastare e fu ripresa da Ismene che la redarguì dicendole di scendere giù dalle nuvole. Le altre risero. Taddeo si voltò a guardarla. Lei arrossì e abbassò lo sguardo. Il cuore dell’uomo si gonfiò di gioia. Aveva scorto qualcosa nei suoi occhi. Qualcosa di mai visto prima. Una scintilla durata un attimo. Si ferì ad un dito con la punta d’un disossatore. Di nuovo bestemmiò ad alta voce succhiandosi il dito. “Le donne !” pensò ; e si concentrò sul suo lavoro.
Maria, una donnetta minuta, dal volto scavato e dalla bocca sfuggente, a differenza di quanto il suo aspetto indicava, era la più allegra di tutte. Come ogni mattina a quell’ora, cominciò a cantare ad alta voce. Presto, le altre si unirono al coro, continuando diligentemente a lavorare.
Anche uno degli uomini, Giacomo Quatro, un quarantenne grande come un orso, con un vocione che ricordava l’eco del tuono, si divertì a dare ritmo alla sua azione di triturazione della carne per la salsiccia, canticchiando con le donne. L’andirivieni degli affilatissimi coltelli era molto rapido e, incro-ciandosi sul grande tagliere di legno riducevano i pezzi di carne in un trito finissimo che altri provvedevano ad asportare e ad infilare nelle budella del porco.
La canzone, basata su evidenti doppi sensi, raccontava dell’amore tra una ragazza e un giovane frate e del loro espediente per restar da soli. La trovata consisteva nella simulazione della malattia da parte di lei, tanto da far disperar la madre al punto che, credendola moribonda, prega il fraticello, intanto sopraggiunto per chiedere l’elemosina, di confessare la figlia. Nel chiuso della stanza i due si amano e alla fine la ragazza grida alla madre :« Mammà, lu Monachieddru m’ha sanàtu ! »
Mentre la canzone stava finendo e su tutti i volti si disegnava un sorriso divertito, dalla porta sul cortile entrò fra Bernardino.
Tutti tacquero immediatamente.
Il frate, vagò nella cucina, spostando con fatica la sua prominente pancia che sembrava impalata sulle gambe corte, da nano. S’avvicinò ai norcini e, senza dire una parola, staccato un pezzo di salsiccia dalla corda che stavano formando, l’addentò riempiendosi l’enorme bocca di carne cruda, budello compreso. Spezzò del pane su un orlo, lacerandolo, e se lo infilò tra i denti. Masticando s’avvicinò alla credenza. Afferrata la caraffa scolò il vino che vi era rimasto, lordandosi l’abito bianco coi rivoli che gli colavano dagli angoli delle labbra.
Il silenzio era gelido e assoluto, ci fossero state le mosche le si sarebbe sentite ronzare.
Nessuno osava parlare. Porzia si rifugiò nello stanzino della cenere e vi restò fino a quando, il frate, dopo circa mezz’ora, se ne uscì da dove era entrato.
Fra Bernardino, intanto, s’avvicinò alla pentola di terracotta dove erano stati messi a cuocere, sin dal mattino presto, i fagioli. Con un cucchiaio di legno se ne versò una ciotola. Nella padella utilizzata per il “suffrittu” era rimasto dello strutto rappreso. Con lo stesso cucchiaio lo asportò condendovi i fagioli. “Sono arrivato troppo tardi” pensò. Trangugiò i legumi facendo un rumore orribile nell’imboccarsi, tanto che tutti si voltarono a guardarlo.
« Bene ! Bene !,» esclamò, finito di mangiare.
La sua voce, avvezza a predicare, era stentorea.
« Benissimo !... Quante volte devo ripetervi, donne di malaffare, che quella canzone è licenziosa ed induce peccaminosi desideri nelle giovani ? Non dovete cantarla mai più !»
Il tono si affievoliva man mano che procedeva nella frase. Diventava sfuggente, quasi un mormorio, preludio certo all’immancabilmente urlata severarum reprimenda che sarebbe seguita :
« Pazze ! Voi siete peggio delle maledette tramontane che spregiano il sangue divino del nostro Signore Gesù Cristo ! Voi diffamate, cantando, l’onore d’una giovane, il dolore d’una madre, la reputazione di un Frate ! Pazze ! Il fuoco del rogo prima, e quello dell’inferno poi, consumeranno le vostre membra per omnia saecula saeculorm... Pazze !»
Intanto s’era avvicinato ad Ismene, china sulla sfoglia e, sempre continuando ad inveire, le aveva posto una mano sulla schiena. Nina e Taddeo s’accorsero della manovra e distogliendo gli occhi dalla scena finirono con lo scambiarsi uno sguardo che li indusse a sorridersi. In quell’attimo non udirono più il frate. Il tempo parve dilatarsi. Fra loro si svolse un lunghissimo colloquio ch’era poi il riecheggiare di un’unica frase : “ti amo”.
Nina arrossì violentemente, sentendosi sciogliere.
Taddeo avrebbe voluto urlare dalla gioia.
Sbigottì, invece, quando, tornando alla realtà, si rese conto che il frate avanzava minaccioso verso di lui.
«... Ed eccoli i giovani laidi di oggi, che spendono le loro serate nella taverna di quella femmina indegna, che apparecchia loro il desco ed il letto ! e che li consuma come fuochi al vento. Eccoli questi peccatori ! degni della triplice bocca di Lucifero !» proseguì il monaco puntando minaccioso l’indice destro contro Taddeo.
Questi, irritato interloquì, a sua volta con veemenza : « Ma quando mai ! Ma voi che dite, Fra Bernà, è pura calunnia. Io ? E dove lo trovo il tempo d’andare alla taverna della Greca, io che lavoro notte e giorno ? Ma chi ve l’ha riferita un’infamia simile ?»
« Taci ! Non ho bisogno di delatori ! T’ho visto io sgusciar via di notte, tu come mille altri, dalle calde coperte di quella meretrice ! T’ha visto il mondo trascinarti ubriaco e sfatto per le strade, dopo essere stato posseduto da quella donnaccia!»
Tacque, smise d’agitarsi e s’avviò verso l’uscio, che socchiuse. Voltandosi assunse la posa di un comico angelo dell’Apocalisse. Col dito indice puntato verso l’alto tuonò « Maledetti peccatori ! Donne serve di Satana ! Magàre ! Miscredenti ! Giorno verrà che non avrete più voglia di cantare ! »
Il sole faceva risplendere le macchie di vino e d’unto disseminate sul candido saio.

Porzia Beza rientrò. Era pallida. Il reticolo di rughe s’era accentuato sul suo volto. Gli occhi sembravano più infossati del solito. Perle di sudore le ricoprivano la grigia peluria del labbro superiore. Nina, vedendola in quello stto, e temendo che stesse per svenire, le si avvicinò e la resse per un braccio.
« Vieni, all’aperto respirerai meglio. Non angosciarti, Porzia » le disse sottovoce, mentre uscivano nel cortile. La “tramontana”, s’appoggiò alla panca presso il pozzo mentre la giovane attingeva dell’acqua.
Erano in sospeso due argomenti di cui nessuna delle due aveva il coraggio di parlare.
Nina sapeva che gli oltramontani non erano cattivi cristiani, anzi, non ne aveva mai conosciuti di così buoni. Le infamie pronunciate da frate Bernardino avevano spaventato a morte Porzia. Altrettante coltellate erano state per Nina le sue affermazioni su Taddeo. Entrambe, però ritennero di non avere ragioni e coraggio a sufficienza per confidarsi i loro dolori. La ragazza porse a Porzia una ciotola d’acqua fresca. Lei ne bevve un sorso e la rassicurò : « Sto bene, non spaventarti, m’è soltanto girata un po’ la testa, sarà stata la cenere smossa.»
Nina poggiò per un momento la testa sulla spalla di Porzia : « Ti prego di perdonarmi per stamattina, sono stata sgarbata ». « Non pensarci, vieni, rientriamo, tra breve scenderanno i valletti per prendere il pranzo.»
Gli uomini stavano discutendo e Taddeo, al solito, lo faceva ad alta voce e gesticolando. Agitava due coltelli nell’aria mentre urlava « Quant’è vero Dio, a quella palla di grasso io gli taglio la pancia e gliela trito sul tagliere. Mangia quanto un esercito di lanzichenecchi e predica alla gente di osservare il digiuno. E’ il più grande puttaniere di Montalto e predica la castità ! E’ un mentitore , un giudascariota ! M’ha visto lui, dice ! E cosa cazzo ci faceva dalla Greca lui di notte ?»
Gnura Smena lo redarguì : «Basta ! Finiamola. Al lavoro e poche chiacchiere. Tu guagliù, stai celiando col fuoco, guarda che potrai scottarti. E attento con quei coltelli !»
« Sentitela ! » replicò Taddeo ormai irrefrenabile. « Ne ha paura e lo difende, anche se poco fa quel pancione non ha esitato a toccarle il culo davanti a tutti ! Dite, Smena... magari è per questo che lo difendete, non è così?» chiese poi ridendo. La vecchia rise a sua volta e lo mandò al diavolo.
Ismene e Nina, consegnarono il pranzo dei signori ai valletti.
Maria e Porzia apparecchiarono per la servitù sul grande tavolo della cucina, sgomberato di ogni cosa. Attesero il ritorno dei valletti, quattro spagnoli taciturni (castrati, li definiva Taddeo) e delle cameriere. Porzia si alzò per la Preghiera. Gli uomini si levarono il cappello.

O tu, lo nostro payre lo qual sies en li cel,
lo teo nom sia santificà.
Lo teo regne vegne.
La toa voluntà enayma ilh es fayta al cel sia fayta en la terra.
Dona a nos enquoy lo nostre pan quottidian,
e perdona a nos li nostre debit
enayma nos perdonem a li nostre debitor.
E non nos menar in tentation, ma desliora nos de mal.
Amen.


Taddeo disse a Giacomo : « Lei sì, che sarebbe un bravo frate ! Il suo latino si capisce di più, ed è così buona, così...pia, ecco.»

Consumarono tutti insieme il loro pranzo a base di lagane e fagioli, carne di porco e zampe ed interiora di oche.
Arrivò poi il momento più difficile della giornata per Nina : il lavaggio delle pentole e delle stoviglie. Nel pomeriggio, infatti tutte le pentole dovevano essere riutilizzate per la preparazione della carne per l’indomani e, a fine lavoro, per supplemento, dovevano essere bollite le cotiche e le parti grasse per lo strutto e li scarafuogli (ciccioli). Sarebbe servita la quadàra (il grande paiolo di rame). Alla cottura, come sempre avrebbero assistito Ismene (che dormiva stabilmente in Castello) e Giacomo il norcino, che se ne sarebbe tornato a casa a tarda notte, certamente ubriaco e sazio.
La ragazza si rimboccò le maniche e slargò il grembiule sulla gonna. Indossò una giubba pesante e tornò in cortile. Le donne sparecchiavano e portavano fuori le stoviglie, presso il vascone addossato al muro delle stalle. Taddeo, Giacomo e i valletti (che badarono a non sporcare i loro vestitini rosa pieni di alamari con l’unto ed il nero delle pentole), portarono i paioli più grandi. Nina prese il secchio della cenere e un badile.
Le si avvicinò Taddeo : «Lascia, vado io a prendertela.» Lei lo lasciò fare ma non gli parlò. Dispose sul bordo della vasca una serie di stracci e la ciotola con la sabbia fine. Le pentole erano così unte che l’odore, sebbene consueto, nauseò la giovane. Taddeo la raggiunse e dispose il secchio con la cenere direttamente nella vasca.
S’accorsero d’essere soli.
Il giovane faceva ruotare le falde del cappello tra le mani nervosamente. I raggi del sole sfaccettavano i suoi capelli e lo costringevano a stringere le palpebre, il che contribuiva a dargli un aspetto truce, a dispetto dell’atteggiamento di timidezza evidenziato dall’armeggiare col cappello. Aveva ormai ventitré anni. Non era mai stato uno stinco di santo, tutt’altro. Le sue avventure con le donne erano note come le sue sbornie e le sue liti al coltello. Però non aveva mai sentito nel cuore, per nessuna, niente di paragonabile di quello che provava da un po’ di tempo per Nina. Desiderava quel corpo armonioso, quelle labbra color di rosa, adorava la sua voce, anche se non s’era mai rivolta a lui con gentilezza e men che meno con complicità. Gli mancava il fiato tutte le volte che la guardava, al punto che, spesso, si esortò a non rincitrullire per una femmina alla quale non interessava. Quello sguardo, però... Quel suo sguardo, finalmente libero da remore e da pose, gli aveva fatto intuire che anche lei...
« Devo parlarti, Nina»
La ragazza aveva temuto e, al tempo stesso, atteso quel momento. Si sentiva in subbuglio e le gambe parvero non sorreggerla più. Si sforzò di pensare alle terribili parole di frate Bernardino. Un nodo le serrò la gola e, suo malgrado s’accorse d’avere le lacrime agli occhi. Volse il capo in direzione delle stalle. Si terse gli occhi e replicò dimessa: « Meglio di no.»
« Vuoi ascoltarmi, donna ?» Taddeo si cacciò il cappello in testa con furia e le si piazzò davanti.
« Devo semplicemente chiederti se vuoi sposarmi. Maledizione !»