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CRONACHE PARALLELE: 1. Come fu che Nina imparò a leggere

pubblicato 28/dic/2009 02:17 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:14 ]

CRONACHE PARALLELE: 1. Come fu che Nina imparò a leggere

Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo


Montalto, 5 gennaio 1559

Nina, il cinque gennaio del millecinquecentocinquantanove, compiva sedici anni. Terza dei quattro figli di Ignazio Spatafora e Lucia Chiapperino, da quattro anni era a servizio nelle cucine del Castello di Montalto. Del che genitori e fratelli andavano fierissimi.

Suo padre, era un “mastro d’ascia” e godeva, nella città di Montalto, del rispetto a quel tempo dovuto ad un ottimo artigiano, facente parte degli Onest’huomini (eletti dal popolo, per l’assemblea consiliare della città) in rappresentanza del Borgo del Piano del Duca. La sua carica gli permetteva di frequentare due volte all’anno i Gentil’huomini (gli eletti dei nobili) e lo stesso Governatore, per deliberare sulle attività del fiorente Comune.

Aiutato dai figli Ruggero, Bernardo e Francesco (appena tredicenne ma col “mestiere” nel sangue), fabbricava attrezzi agricoli, gioghi, carri con maestria ineguagliabile. La sua popolarità derivava anche dal fatto che il Governatore spagnolo, il Barone Castagneto in persona, si era recato nella sua bottega ad ammirare un carro da lui costruito e artisticamente decorato dai figli.

Di questi, Bernardo, era diventato un falegname, capace di costruire pure pezzi di arredamento artisticamente decorati, con intarsi di pregevole fattura e una verniciatura speciale che faceva della cassapanca o dello stipo qualcosa di veramente splendido. Il primo, invece, aveva seguito il mestiere paterno in tutto e per tutto, aggiungendo di suo la capacità di ferrare cavalli, asini e muli. Un maniscalco meticoloso che stava acquistando la nomea di bravo artigiano, con gran dispetto del vecchio fabbro che aveva bottega non molto distante dalla loro.

Nina era una ragazza molto intelligente oltre che bella.

Quando, dodicenne, cominciò il suo lavoro al castello era, come tutte le sue coetanee e la maggior parte del popolo, completamente analfabeta. Oggi sapeva leggere e scrivere molto bene, anche se custodiva gelosamente e timorosamente questo suo segreto.

Una delle cuoche, la più anziana, Porzia Beza, le aveva insegnato quel mistero, esortandola a non parlarne con nessuno.

Porzia era una “tramontana” . Si esprimeva con un accento dolcissimo e sapeva tante di cose di cui Nina ignorava persino l’esistenza.

Spesso si sedeva in un angolo a pregare recitando giaculatorie che nessuno capiva.

Sulle prime, Nina, ne ebbe paura, poiché s’era messa in testa che si trattasse di una “magara” . Questo suo timore diventò una certezza quando, un giorno, scoprì che Porzia, nello stanzino delle ceneri , stava leggendo un libro.

La ragazza sapeva da lungo tempo - glielo aveva insegnato sua madre - che i libri erano robe di Satanasso, salvo i Vangeli che leggono i preti e quelli che leggono i nobili, e che a farne uso, tra il popolo, erano i giudei, le magare e i negromanti che, come tutti sanno, hanno tre dita tinte di nero.

Il terrore si impadronì di Nina. Il cuore prese a galoppargli nel petto e la paura le impedì di muoversi. Porzia, accorgendosene, la fece entrare quasi con forza nello stanzino, richiudendo la porta.

«Cos’hai, figlia mia ? Perché tremi così ? »

Non riusciva ad articolare parola. Porzia intuì la ragione dello spavento e con pazienza e dolcezza le mostrò il libro. Era un Vangelo, e non era scritto in latino ma nella lingua di tutti i giorni, le spiegò.

«Non devi aver paura del sapere » le disse. E prese a leggerle alcune delle storie sacre. Le dimostrò che, nel libro, non le parole del diavolo erano trascritte ma quelle di Dio.

Nei giorni che seguirono, il leggere e lo scrivere, furono i loro argomenti di discussione. Porzia le spiegò che con lo scrivere potevano essere annullate le distanze. Le raccontò della sua vecchia madre che ancora viveva in un paese molto lontano, ad oltre un mese di cammino da Montalto, alla quale una volta ogni tanto poteva raccontare della sua vita. La lettera custodiva le sue parole e le ripronunciava quando la madre la riceveva, leggendole. Lo stesso accadeva a lei, sapeva quel che capitava nella sua patria lontana : un borgo chiamato Bobbio, che si trovava in una valle chiamata Pellice, ai piedi di monti che toccavano il cielo.

« Sapere leggere e scrivere non è stregoneria, ma un dono di Dio, come la parola. Del resto, pensaci, bambina mia : le verità che conosciamo sul Nostro Signore Gesù Cristo, anche i preti le hanno apprese dai libri.» concluse.

« Sì, ma loro possono, anzi devono.»

« E noi perché no ? Non siamo persone come loro ? E non ha forse detto il Signore a tutti di predicare la Sua buona novella ? E come potremmo farlo se non potessimo studiarla, capirla ?»

Nina esitò. Perché c’erano i preti ed i monaci, se non per predicare il Vangelo ? La curiosità la indusse a chiedere :« Chi porta le tue parole a tua madre e quelle di tua madre a te ? »

L’anziana valdese cambiò discorso ed evitò di risponderle.

Nina volle imparare e Porzia le insegnò. Per oltre un anno, ogni minuto del loro tempo libero fu assorbito da questo esercizio.

La ragazza apprese così bene e rapidamente che stupì la maestra. Leggeva velocemente, senza mai sbagliare una parola, per difficile che fosse. Quanto allo scrivere, fu un vero miracolo. I segni tracciati da quella ragazza prodigiosa erano perfetti al punto che Porzia se ne meravigliava. Un vero dono della natura : una grafia chiarissima, tonda, essenziale ed elegante, ottenuta con esercizi miserabili su qualsiasi materiale. Il fatto più straordinario era la memoria della fanciulla, capace di ripetere senza il minimo errore ciò che aveva letto una volta sola, anche dopo parecchi giorni. Porzia non aveva mai visto una cosa simile.

Il loro diventò anche un gioco. Quando non volevano essere capite dalle altre, bastava tracciare pochi segni, le parole, nella farina, nella cenere, nella polvere, o sullo sterrato del vaglio .

Nina diventò avida. Dopo aver letto, con l’aiuto di Porzia, il Vangelo secondo Matteo, in italiano, (com’erano diverse le parole rispetto a quelle che usava ogni giorno, erano quelle usate dai predicatori, bisognava capirle una alla volta) divorò tutti i libri, fogli e scritti che la vecchia le passava. Imparò a pregare, non ebbe difficoltà, finalmente, a comprendere il significato delle prediche e, pian piano imparò ad esprimersi nella lingua dei signori. Non solo, ma nell’ultimo periodo s’accorse di pensare in quella lingua e di essere capace, pur non desiderandolo consciamente, di comporre frasi del tutto originali, pensieri, poesie. A ferragosto dell’anno precedente, Porzia, di ritorno dalla Guardia , le portò un libro nuovo, che spiegava il significato vero delle parole e la loro origine. Nina lo considerò un tesoro e lo conservò per tutta la vita. Quel volumetto diventò per la ragazza l’equivalente d’una sorgente d’acqua fresca alla quale prese l’abitudine di dissetarsi molte volte al giorno.

Divenne critica e ne ebbe paura. Quasi mai, i religiosi, parlavano dell’evidente bontà di Dio. Sempre, invece, della sua terribile ira e delle fiamme dell’inferno. E di quelle altrettanto roventi del purgatorio. Non lasciavano altra speranza alla povera gente che quella di ubbidire supinamente anche alle cose più assurde che, ne era certa, Gesù non si sarebbe mai sognato di imporre. Minacciavano la prossima fine del mondo in ogni loro discorso, facendo perdere alla gente che li capiva la gioia di vivere. Domenica dopo domenica raggiunse la convinzione che Dio, secondo i preti, ce l’avesse particolarmente con i miserabili come i suoi paesani. Presto, però, lei si convinse del contrario, poiché le sue letture, ed il suo pensiero autonomamente formatosi l’avevano portata a concludere che l’essenza di Dio fosse l’amore e non altro.

La prima conseguenza delle letture, per Nina, fu quella di non sognare più l’inferno.

Porzia le prestò due piccoli libri (stavano nella tasca del grembiule) che contenevano racconti e poesie, alcune delle quali, Nina, mandò immediatamente a memoria, tanto le piacquero. In particolare spesso ne ripeteva tra se e se, una la cui melodiosa ritmica la estasiava ed il cui significato così lampante condivideva :

La vecchierella peregrina e stanca
se ‘l dì cammina almen posa la sera ;
el villanel la notte se rinfranca
se ‘l giorno s’afatica alla riviera ;
se quando al sole el bove mena l’anca,
quando è la luna almen posar si spera ;
ma s’io patisco el giorno affanno e doglia,
assai la notte son de peggior voglia .

Poi lesse di valli e di pastori. Di monti così alti che nessuno ne aveva mai varcato la cima, di nevi perenni, di ghiacciai e di animali favolosi. Del baco da seta, dei follatori di lana e delle filande così numerose da non poterle contare e di paesi dai nomi inconsueti, Lyon, Albi, Torino, Ginevra, Milano e Bergamo.

Lesse di bellissime storie d’amore tra giovani che, dopo aver coronato il loro sogno, si posero in viaggio per tentare la fortuna lontano lontano.

E lesse di guerre terribili e di persecuzioni. Di gente che, stranamente, non rifuggiva la povertà ma la cercava, per vivere come Cristo aveva insegnato agli apostoli. Proprio come San Francesco. Ma perché loro erano perseguitati ?

Si commosse e pianse leggendo una poesia : un mattino, riordinando la stanza della Baronessina Cristina - sostituiva una cameriera malata - vide il libro aperto sul leggio presso la finestra. Si lasciò vincere dalla tentazione era un manoscritto, con miniature. La carta era pesante e lacerata ai bordi, la grafia era meravigliosa. Lesse, velocemente come suo solito :



La bella donna che cotanto amavi
subitamente s’è da noi partita,
e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita
sì furon gli atti suoi dolci soavi.
Tempo è da ricovrare ambo le chiavi
del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,
e seguir lei per via dritta espedita ;
peso terren non sia più che t’aggravi.
Poi che se’ sgombro de la maggior salma,
l’altre puoi giuso agevolmente porre,
salendo quasi un pellegrino scarco.
Ben vedi omai sì come a morte corre
ogni cosa creata, e quanto all’alma
bisogna ir lieve al periglioso varco.


Dunque era questo l’amore! Sentiva suoi quei versi, li sentiva morderle l’anima. Oltre la morte, oltre la gioia, oltre il dolore. Solo questo, e non altro, può essere l’amore. Frenò le lacrime che le rigavano le guance e vinse la tentazione di leggere altro, poiché sentì giungere la Baronessina. Aprì la finestra e sprimacciò i morbidi cuscini senza ch’ella si fosse accorta della sua curiosità.

Sognò che il suo innamorato, un giorno scrivesse per lei parole così belle.

Il desiderio di essere chiesta in sposa, normale per le ragazze della sua età, s’arricchì di una nuova determinazione : il suo avrebbe dovuto essere un uomo gentile. Avrebbe rifiutato qualsiasi uomo che non l’avesse chiesta in sposa direttamente. Suo padre e sua madre non avrebbero potuto fare progetti su di lei. La madre le spiegò che sarebbe rimasta zitella, con quel suo atteggiamento. Da che mondo era mondo, un montaltese non avrebbe fatto una richiesta così importante direttamente alla ragazza. Tutti sapevano che ciò era proibito dall’uso. Come il costume insegna, avrebbe rispettosamente fatto chiedere dai suoi genitori, o da Donna Speranza, la paraninfa, il benestare dei genitori di lei e, se lo avesse ottenuto, la seconda cosa sarebbe stata certamente la trattativa per la formalizzazione del matrimonio.

« Va bene, se è così... vuol dire che resterò zitella » era la determinazione di Nina.

Gentile, poeta e... innamorato, naturalmente. Così sognava il suo uomo, Nina.



1.continua


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