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Oggi
nasce questa nuova "categoria di testi" denominata "Works in progress" nella quale prego i sigg. Autori di riferire i loro lavori a puntate, le loro sillogi poetiche e - perchè no? - quei lavori in corso, ancora allo stato di bozza dei quali magari gradiscono discutere con gli altri prima di renderli definitivi.
Provvedo a spostare dalle altre attuali categorie a questa tutti i lavor già pubblicati che abbiano queste caratteristiche.
Grazie er l'attenzione
Il Webmaster





Lavori in corso

  • Novello Inferno (Canto Quinto) CANTO PRIMO - CANTO SECONDO - CANTO TERZO  CANTO QUARTO    CANTO SESTOCANTO QUINTODA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo Fui desto, infin, ma quando mi voltai M’accorsi d’esser solo un’altra volta. -O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai? Possibil che la mente abbia sì stolta?- Nessuno mi rispose e la paura, D’aver sventura e solitudo molta, Fecemi lagrimar nella radura. In quella, la sua voce alfin mi scosse: -Questo t’accade ché hai cervice dura!...- Il dire fu interrotto dalla tosse Ma poi riprese sempre più indignato -A te di profanar, la mente mosse, L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato. Lo stai facendo in modo che rattrista Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!- Allor capii che ...
    Inviato in data 20/apr/2010 01:22 da Benito Ciarlo
  • Cronache parallele 4 capitoli precedenti: primo - secondo - terzo Cronache parallele 4 Bozza di Romanzo di Benito CiarloCapitolo Quarto Serravalle Scrivia, gennaio 1996 - Gianni... dove sei nato?... - A Montalto Uffugo, te l’ho già detto un sacco di volte. - Ah... ecco, ricordavo bene... Sai cos’è successo al tuo paese nel millecinquecentosessantuno? - Boh? Come mai mi fai questa domanda? - Sta’ a sentire : nel giugno di quell’anno i tuoi paesani hanno perpetrato una strage peggiore di quella della notte di San Bartolomeo!.. Come faccio a saperlo? Ieri, di passaggio da Torre Pellice mi sono fermato al museo Valdese - tornavo da una gita al Séstrière - e ho letto di questo fatto su dei tabelloni esposti che parlavano della persecuzione dei Valdesi nel sud d ...
    Inviato in data 16/feb/2010 05:32 da Benito Ciarlo
  • Novello Inferno: Canto Quarto CANTO PRIMO - CANTO SECONDO - CANTO TERZO    CANTO QUINTOCANTO QUARTODA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo Fui desto, infin, ma quando mi voltai M’accorsi d’esser solo un’altra volta. -O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai? Possibil che la mente abbia sì stolta?- Nessuno mi rispose e la paura, D’aver sventura e solitudo molta, Fecemi lagrimar nella radura. In quella, la sua voce alfin mi scosse: -Questo t’accade ché hai cervice dura!...- Il dire fu interrotto dalla tosse Ma poi riprese sempre più indignato -A te di profanar, la mente mosse, L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato. Lo stai facendo in modo che rattrista Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!- Allor capii che in quella ...
    Inviato in data 16/feb/2010 05:47 da Benito Ciarlo
  • Novello Inferno: CANTO TERZO CANTO PRIMO - CANTO SECONDO - CANTO QUARTO CANTO TERZO DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo " PER ME SI VA NELL'INFERNO NOVELLO TANTO DIVERSO DA QUELLO DE' PRIMORDI PER ME SI SCENDE GIU' DA FARFARELLO; E LASCIA O TU CHE V'ENTRI LI RICORDI CHE LI POETI ESPRESSERO CON RIMA POICHE' CONVIEN DAVVER CHE TE LI SCORDI CH'IN QUESTO LOCO NULLA E' COME PRIMA. RIFATTI I PONTI E MESSI GLI ASCENSORI LE MILLE SCALE LUCIDATE A LIMA, ANCORA IN CORSO SONO LI LAVORI: LA DIREZION SI SCUSA CON LA GENTE SE DAI DISAGI ANCOR NON SEMO FORI."12 Quel cartellon ci fulminò la mente. Dante notò ch'al sommo de la porta Del vecchio motto non si vedea niente ...
    Inviato in data 16/feb/2010 05:47 da Benito Ciarlo
  • Novello Inferno: CANTO SECONDO CANTO PRIMO - CANTO TERZOCANTO SECONDO da "Novello Inferno" - 2000 di B. Ciarlo A questo punto de lo mio narrare Dovrei invocar le Muse e 'l Divo Apollo Per farmi sostenere ed aiutare. 3 Ma tosto ci rinuncio e senza fallo Confesso al duca quel che non vo' fare.5 Elli s'adira e come francobollo M'appiccica sul muro e poi scompare.7 Solingo e pien d'affanno ora protesto Perché, padron del sogno, so che fare.9 Affermo: - Ciò che scrivo è sol pretesto Per la mia mente flaccida allenare Avulso egli è d'ogni divin contesto! Perciò, Maestro più non ti crucciare, Vuolsi così colà dove si puote Ciò che si sogna, e più non t'adirare ...
    Inviato in data 16/feb/2010 05:46 da Benito Ciarlo
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Novello Inferno (Canto Quinto)

pubblicato 20/apr/2010 01:15 da Benito Ciarlo


CANTO QUINTO

DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo

Fui desto, infin, ma quando mi voltai
M’accorsi d’esser solo un’altra volta.
-O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai?

Possibil che la mente abbia sì stolta?-
Nessuno mi rispose e la paura,
D’aver sventura e solitudo molta,

Fecemi lagrimar nella radura.
In quella, la sua voce alfin mi scosse:
-Questo t’accade ché hai cervice dura!...-

Il dire fu interrotto dalla tosse
Ma poi riprese sempre più indignato
-A te di profanar, la mente mosse,

L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato.
Lo stai facendo in modo che rattrista
Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!-

Allor capii che in quella landa trista,
di molto scura, senza il colto Faro,
sarei rimasto, se lo sommo artista

m’avesse abbandonato. -Un madonnaro!
Ecco che sono! Un artigian del gesso
che sul selciato pinge ciò che fàro

li veri artisti. Ma dimmi, quanto spesso
il falso al ver rinnova l’interesse?
Ti prego e pensa e restami d’appresso!-

Mi s’appressò ridendo, e, come tesse
il ragno il suo tappeto, il Fiorentino
m’avviluppo’ nelle sue frasi spesse:

- Tu-, disse - Non rispetti il calepino!
Ti muovi com’un grullo o come un bimbo
ch’al corso del narrar non da’ destino!

Ora mi spiego: ragioniam del Limbo.
Perché tu ne parlasti nel secondo
sapendo che nel quarto, e non di sghembo,

dovevi farlo? Davver non è profondo
il tuo voler rifar quel ch’i’ ho già fatto,
dammi ragioni o resti quaggiù in fondo!”

-Se la mettiam così -, gli urlai di scatto
-mi sveglio e smetto di sfornar terzine,
giacchè nessun appare soddisfatto!-

E come il Leoncavallo che alla fine
rompe gl’indugi e contro l’Alto lotta
e brucia gomme e spacca le vetrine,

così trattai quella patata scotta:
agli altri, che le pene e il personaggio
trovano sciapi, dico: - Tener la giusta rotta

Non è soltanto un test del mio coraggio,
svolgono un ruolo molto rilevante
lo spazio, il tempo ed il restare saggio;

E cito a testimonio ancora Dante:
anch’Egli nell’Inferno che scimmiotto
d’ogni dannato tratteggiò, graffiante,

un sol peccato. Sì quello col botto!
Maggior dettagli lascio ai vignettisti,
che tutti i giorni schizzano al di sotto

d’arcinote testate, ai giornalisti
stigmatizzar l’azione quotidiana.
Io deggio, invece, dir de li più tristi.-

-E’ giusto-, disse quella buona lana
di fiorentin che prima s’era offeso,
-E poi che vale di cercar la tana

del topo che la trappol’ha già preso?-
D’accordo allor? Orsù datemi campo
Ed agli errori miei non date peso:

vedrete che nel volgere d’un lampo
tutti i peccati e tutti i mascalzoni
da quest’inferno non avranno scampo!

Per la miseria quante disgressioni!
Ora mi conviene di dir di questo posto
ch’è senza tracce di turpi demòni

e di dannati che se ne vann’arrosto.
Disorientato chiedo al mio Maestro.
Ed Elli a me, mostrandosi composto:

-Vedi? non è cambiato il rio canestro,
c’è calma qui, siccome c’era allora
e non si scorge pena oppur capestro.

Il Limbo mi ricorda e, com’allora
oscura è l’aria, fonda e nebulosa.
S’è vero quel ch’udimmo là di fora

stento a spigarmi bene questa cosa.-
Sentii vicino a me, tutto ad un tratto
altra presenza di persona estrosa

per cui mi volsi a lei di molto ratto,
e nella nebbia che tutt’avvolgeva,
ne vidi l’ombra e ne conobbi il tratto.

E nella nebbia quella già correva,
quando Dante mi disse: - Ebbene, ascolta:
in questo sito, che un tempo radunava

Uomini grandi e giusti e gente colta
Nata precocemente, avanti Cristo,
stanno color che l’anima hanno stolta

color che pur il Vero avendo visto
non han capito, o che, coscientemente
hanno voluto far a men del basto.

La pena li fa ciechi e nella mente
Un’idea dominante li costringe
A correr sempre più velocemente

Sicché, sbattendo fra di lor, chi spinge
Con maggior forza può restare eretto
Ma cade a terra, invece, chi respinge.

Tu puoi veder, però, che quant’ho detto
Adduce pena pure al più violento
Che tosto inciampa e al suol cade costretto! -

Vidi Romiti correr come il vento
Ed inciampare infin su quella buccia
Dal volto triste e dallo sguardo spento

A tutti nota come Enrico Cuccia.
E vidi con dolor che dir non so
Un gran Poeta far come bertuccia

Strepiti grandi quando Dario Fo
Correndo l’investì con grande spinta:
-Quel maledetto il Nobel mi fregò!-

Gridò piangendo. E Fo, con quella grinta
Ch’è propria del giullare replicò:
-Suvvia, Poeta dalla faccia stinta!

Anch’io son qui dannato anzicchennò
Per la stessa ragione. Da quel giorno
La foto tua mi tenni sul comò

Declamando i tuoi versi con lo scorno
Di chi voleva l’Oscar perdavvero
Ed ebbe il Nobel a guisa di un bel corno!-

-Poeti questi? - Domandò l’Austero
Conoscitor del metro e de la rima,
-Poeti - dissi, - pur se non par vero! -

Dante sbuffò e se ne venne in cima
A picciol promontorio per mirare
Con me le pene che descrisse prima.

Per tanto strazio io non sapea che fare
Perciò, secondo l’uso di chi trema
Feci due conti per non più affannare

E alla mia coscienza senza tema
Imposi di dormire giusto il tempo
D’attraversar quell’orrida pustema.

Cronache parallele 4

pubblicato 13/feb/2010 08:45 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:32 ]

capitoli precedenti: primo - secondo - terzo

Cronache parallele 4

Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo
Capitolo Quarto

Serravalle Scrivia, gennaio 1996

- Gianni... dove sei nato?...
- A Montalto Uffugo, te l’ho già detto un sacco di volte.
- Ah... ecco, ricordavo bene... Sai cos’è successo al tuo paese nel millecinquecentosessantuno?
- Boh? Come mai mi fai questa domanda?
- Sta’ a sentire : nel giugno di quell’anno i tuoi paesani hanno perpetrato una strage peggiore di quella della notte di San Bartolomeo!.. Come faccio a saperlo? Ieri, di passaggio da Torre Pellice mi sono fermato al museo Valdese - tornavo da una gita al Séstrière - e ho letto di questo fatto su dei tabelloni esposti che parlavano della persecuzione dei Valdesi nel sud d’Italia. Ho letto che a Montalto Uffugo l’undici di giugno del millecinquecentosessantuno ne trucidarono, sgozzandoli, un centinaio sulla piazza principale...
- Pensa ! Non ne ho mai sentito parlare. E’ orribile... Sapevo che nel mio paese esisteva un borgo, chiamato degli “ultramontani”, che nel medioevo era abitato da una colonia di piemontesi, Non ho mai saputo niente, però, di questo terribile fatto che tu mi riferisci.
- Eh, amico mio, erano terribili i tuoi antenati.
- Non credo. Come fai a dirlo? Erano terribili i tempi... Che ne sai tu di quale fu la reazione del popolino a quella strage? Era terribile l’Inquisizione, ma
dappertutto. Erano terribili gli spagnoli. Questo lo so perché nel mio dialetto “ho paura” si traduce “mi spagnu” e, “non aver paura “ in “un ti spagnàri”.
Capisci? La paura a Montalto è sempre stata identificata con la Spagna. Eppure ne ebbero occasioni di spaventarsi i miei antenati: tra Svevi, Aragonesi, Angioini, Tedeschi, Francesi, Arabi, Mori, Turchi e Pirati che poco alla volta hanno costrettoquel mio povero paese a chiudersi a riccio su un monte inaccessibile lasciando il piano del Crati, ove Plinio lo ricorda. E poi... chi ti dice che io discenda dai persecutori e non dai perseguitati?
- Miseria ! Facevo così per dire e tu intavoli subito un processo? Sei il solito terrone permaloso.
- Come tutti i calabresi, secondo il vostro più trito luogo comune.

***
Erano quasi trent’anni che viveva in Piemonte. Vi era giunto diciottenne, con la solita valigia di cartone pressato, legata con lo spago, colma soprattutto di speranze.
Era quasi fuggito da quel paese, Montalto, che, per la sua secolare immobilità, gli stava stretto e rendeva le sue giornate tutte uguali, interminabili e
contrassegnate da un’inazione che lo faceva diventare furioso.
Aveva lasciato la Calabria, gli amici, la ragazza, che pure credeva d’amare, con una sorta di acredine e un sentimento di rivalsa nel cuore.
Al nord, continuava a ripetersi, se uno vale ha la possibilità di emergere. Con rabbia determinata affermava tra sé che lui ce l’avrebbe fatta e, quando il
treno, dopo tredici ore, attraversò la galleria dei Giovi, cinque parole gli ronzavano nella testa, ritmate dallo sferragliare sulle rotaie :”ve la farò vedere io.”.
A Ronco Scrivia lo assalì lo sconforto. Cominciò a tormentarsi con una domanda che lo angustiò per il resto del percorso che lo separava da Serravalle (ormai, gli aveva detto il controllore, con gentilezza, mancano pochi chilometri) . E se fossi solo un presuntuoso? E
se come perito industriale fossi un fiasco? Del resto, che tecnico potrei essere io, che amo la poesia e le letture?
Poi cercava conforto rileggendo la pagina della Gazzetta del Sud del 30 luglio del sessantotto, che aveva portato con sé come referenza : Istituto Tecnico A. Monaco Cosenza : I Diplomati della sessione estiva. La migliore votazione ottenuta da uno studente montaltese, diplomatosi con la media dell’otto. Gli altri,
salvo qualche eccezione, diplomati con la sufficienza.
Moltissimi non ce l’hanno fatta.
Aveva un bel leggere...
Quando mai aveva visto una fabbrica ? Guardò fuori dal finestrino ed ebbe paura dell’enorme quantità di neve. Dio mio, pensò, siamo appena alla fine d' ottobre!  Il sole balugginava sui campi immacolati rendendone insopportabile la vista.
Soltanto una volta, in febbraio, col suo amico Antonio Di Domenico aveva ammirato uno spettacolo del genere a Monte Scuro, sulla Sila, dove si erano recati con la centoventiquattro di suo padre   in occasione di un “filone”.

Arquata Scrivia. Una premurosa signora gli rivolse la parola. La prossima fermata sarebbe stata Serravalle. Era ora di cominciare a prepararsi. Mancavano soltanto cinque minuti all’arrivo.

***

Serravalle Scrivia, febbraio 1996
Serravalle Scrivia (AL) 16 febbraio 1996
    Caro Bruno,
ti riscrivo dopo tanto tempo. Ormai scrivere è diventato quasi superfluo, visto l’uso che facciamo del telefono,
e che, presto faremo di internet.
    L’argomento del quale voglio parlarti non si può esaurire con qualche telefonata. Scriverti mi aiuterà a riordinare le idee e a farti partecipe di un mio problema alquanto strano e per risolvere il quale avrò bisogno del tuo aiuto.
    Procedo con ordine. Qualche giorno fa, un mio collega mi ha chiesto che gli raccontassi di alcuni fatti terribili accaduti a Montalto nel 1561, dei quali, però, io non ho mai sentito parlare, nemmeno in forma di leggenda. Questi fatti sono sicuramente veri o hanno un fondo di verità concreta poiché Domenico (il collega del quale sto parlando) mi ha riferito di averne letto un sunto in un tabellone di un museo Valdese di Torre Pellice, qui in
Piemonte. Sulle prime, la cosa si è tra noi risolta con le solite schermaglie verbali tra un piemontese (falso e cortese) e un calabrese (terrone permaloso), come vicendevolmente ci definiamo con... fine ironia. Nei giorni seguenti, a mensa, abbiamo ridiscusso di quei fatti senza più scherzare, cercando di capire la logica di una strage. Non siamo arrivati a nulla poiché entrambi conosciamo solo la notizia del massacro, le ragioni, che
sembrano essere la persecuzione degli eretici al tempo dell’inquisizione spagnola e la migrazione al sud dei seguaci di Valdo che vivevano nelle valli Svizzere, Francesi, Lombarde e Piemontesi; nient’altro.
O meglio, io so qualcosa in più rispetto a lui. So di Sansisto dei Valdesi, di Guardia Piemontese, del Borgo degli “ultramontani” nel nostro paese, che si distingue per la singolarità della architettura delle case, così diversa rispetto a quelle della stessa epoca degli altri rioni. Tutto qui. Non so altro.
Questo mio amico mi riferisce che il sei giugno del 1561, in piazza del Mercato, davanti alla scalinata della chiesa di San Francesco, oltre ottanta poveri uomini, furono sgozzati da un boia che usava un coltellaccio ed un martello per aprire loro la gola, lasciandoli morire in un’agonia straziante. E alla sera, altri ne vennero scagliati dal castello fino a precipitare in piazza. Durante la notte, secondo il racconto di Domenico, i corpi di questi malcapitati furono smembrati e, i brani di carne umana furono appesi a dei pali lungo la strada per Cosenza, per monito agli altri eretici.
    Ti confesso che immaginarmi quest’orrore ha scosso profondamente l’anima mia, tanto che appena ci penso o ne scrivo, come in questo momento, mi duole lo stomaco e mi ronza la testa. Sento quasi come un dovere cercare di capire.  La memoria storica del nostro paese sembra aver cancellato questa vergogna. Non una lapide, non un qualsiasi segno di pietà, nemmeno il ricordo. Mai nessuno a Montalto mi ha parlato di questo episodio così vergognoso, nemmeno quelle persone che definivamo “gli studiosi”, e che nelle sere  d’agosto intrattenevano noi giovani in quella stessa piazza, parlandoci delle glorie dell’Accademia Letteraria Montaltina degli Inculti e del Foscarini.

    Presto, a mia volta, mi recherò a Torre Pellice per cercare le testimonianze documentali di questo orribile episodio. Non so molto dei culti valdesi, luterani, calvinisti eccetera. Ma mi farò scrupolo di documentarmi a dovere. Come ti dicevo, andrò a visitare quel museo e mi recherò anche al Tempio. Chiederò al Priore, al Pastore o come lo definiscono, che mi dia la possibilità di consultare i documenti originali da cui hanno tratto la sinossi letta dal mio amico. Non per verificare la veridicità della stessa, ma per capire, per rivivere, per fare ammenda, dopo quattrocentotrentacinque anni, se mai fosse dimostrato che furono prprio i montaltesi e non altri ad assistere inerti o a portare a termine quello sterminio (non ti sembri esagerato il termine). In breve, voglio documentarmi su questo fatto. Perciò ho bisogno anche di te, caro il mio professore.     Ti prego di scrivermi qualcosa al riguardo e non in forma di trattato di storia come tuo solito. Cronaca nuda e cruda se ti riesce. E, per favore, se puoi, mandami le fotocopie di qualche documento originale che vorrai cercare per me negli archivi Parrocchiali di San Domenico e San Francesco Cerca anche, e soprattutto, negli archivi delle parrocchie di San Vincenzo, Sansisto dei Valdesi e Vaccarizzo. E, se non ti chiedo troppo, non trascurare Guardia Piemontese. So che tuo fratello, l’Assessore Regionale, è in ottimi rapporti con la Curia di Cosenza. Puoi chiedergli di darmi una mano anche da quel versante ?

    Scusami, caro Bruno per questo mio angosciarti con problemi che oggi non dovrebbero più essere tali. Sai come sono fatto. Se un argomento mi prende, diventa la mia monomania finchè non ne giungo a capo e fino ad allora vivo male. Era così anche per te quando eravamo ragazzi. Io non sono cambiato. Perciò, se puoi, perdi un po’ del tuo tempo libero per aiutarmi. Te ne sarò molto grato.

    Ti abbraccio e ti prego di salutare per me tutti i tuoi familiari e gli amici.
 
Giovanni


***

Serravalle Scrivia, venerdì 15 novembre 1968

Dopo quattro differenti colloqui, un test psicoattitudinale e un altro scritto di trenta domande veramente infami, incentrato sulla tecnologia della fonderia e della laminazione dei metalli non ferrosi, l’anziana segretaria del Capo del Personale gli disse di tenersi a disposizione per qualche giorno. Appena terminate le selezioni gli avrebbero fatto sapere.
Giovanni, impacciato e ansioso nello stesso tempo, domandò per quanti giorni avrebbe dovuto aspettare.
Un paio di settimane, gli fu risposto.
Aveva in tasca venticinquemila lire. All’albergo ove era passato al mattino gli avevano detto che il pernottamento e la prima colazione gli sarebbero costati seimilacinquecento lire al giorno. Rifletté sull’impossibilità di restare. Si avviò verso la portineria, così gli era parso, mentre rimuginava sui suoi
problemi. Un signore dal fare trasandato lo apostrofò :
- Dove va, giovanotto ?
- Torno a Serravalle.
L’uomo sorrise. Gli spiegò che stava dirigendosi verso la fonderia. La perfetta simmetria degli edifici e la copiosa nevicata in corso, lo avevano  disorientato. Era uscito dal blocco degli uffici - centrale e parallelo a due capannoni perfettamente simmetrici - da una porta situata sul lato opposto a quella dalla quale era entrato e, svoltando a sinistra si era trovato nella direzione sbagliata. Arrossì e ringraziò, quasi scusandosi.
L’uomo, con gentilezza, guardando il suo impermeabile leggero, si offrì di accompagnarlo sotto l’ombrello. Gli chiese come fossero andate le prove. Sapeva della ricerca di personale tecnico in atto. Giovanni rispose di non saperlo. Credo, concluse, di non aver fatto una buona figura. Di forni per il rame, l’ottone e l’alluminio non ne sapeva granché.
Aveva un freddo terribile e, nell’attraversare l’ampio piazzale che lo separava dalla portineria, appena visibile nel turbinare del nevischio, sentì inumidirsi prima, e ghiacciare poi, i piedi. Le scarpe erano troppo leggere e la neve troppo alta. Un paio di camion nei pressi del bilico slittavano e stentavano a ripartire. L’uomo lo salutò dicendogli di non preoccuparsi, che tutto sarebbe filato liscio. “Magari!”, pensò Giovanni e ricambiò la stretta di mano.
Entrò in portineria e riconsegnò il tesserino che gli avevano dato all’ingresso. Un’anziana guardia, dai capelli candidi, che gli altri chiamavano “brigadiere”, annotò sul registro l’ora d’uscita e poi gli chiese se doveva chiamargli un taxi. Giovanni ringraziò ma rispose che avrebbe aspettato il primo autobus.
L’attesa diventò un tormento. Aveva bisogno d’una doccia calda e di dormire.
Il “brigadiere”, gli si avvicinò, mentre Giovanni, per l’ennesima volta, rileggeva gli avvisi in bacheca e l’orario di lavoro. Gli fece qualche domanda e, come per caso, gli chiese se avesse già trovato un alloggio. Evidentemente sapeva che proveniva da lontano. Giovanni gli disse che, per il momento, stava all’Hotel EUR ma che, dal giorno dopo non avrebbe più potuto permetterselo. Il brigadiere gli consigliò di cercare a Novi Ligure, poiché là c’era ancora qualche famiglia che faceva pensione. Oppure, suggerì, a Serravalle c’è un affittacamere. Vicino alla Chiesa Collegiata, con l’insegna “Alloggi”. Giovanni ringraziò. Si accorse all’improvviso che stava sudando copiosamente. La portineria, nonostante il continuo va e vieni di gente era riscaldata in modo superbo.
Arrivarono alla spicciolata i lavoratori che smontavano dal turno normale (dalle 8 alle 16,45). S’udì quasi contemporaneamente il clacson della corriera sul piazzale esterno. Giovanni salutò le guardie ed andò a sedersi nell’autobus. Durante il breve tragitto verso Serravalle notò che la maggior parte della gente si esprimeva in genovese. Si ricordò delle commedie di Gilberto Govi viste alla televisione qualche anno prima e senza accorgersene cominciò a sorridere.
Giunse in albergo un quarto d’ora dopo. Poggiò le scarpe sotto il termosifone per farle asciugare. Ci vuol altro, pensò ; queste scarpe basse non si conciliano né con la neve né con i marciapiedi di questo paese , lisci come nu scigulàcchiu. Appese l’impermeabile, fradicio d’acqua, nel bagno, ed i vestiti, anch’essi bagnati, in ordine sulla spalliera della sedia presso il termosifone.
Fece una doccia bollente e si sentì rinascere.
Il continuo andirivieni dei treni ed il loro fischiare in prossimità della stazione lo infastidì per un po’, poi non ci fece più caso.
Indossò il pigiama di flanella e trasse dalla valigia il resto delle provviste che gli erano rimaste. Sua madre pensando al lunghissimo viaggio, aveva abbondato in pane e carne di maiale. Quest’ultima era conservata in un vasetto a chiusura ermetica nello strutto. Poiché la chiusura non era evidentemente tanto ermetica, un po’ di grasso era colato ungendo la scatolina di cartone, i fogli di carta paglia e lo stesso pigiama. Per fortuna le
due camicie e il maglione restarono indenni. Tagliò due fette di pane e vi pose dentro un po’ di ciccioli e una salsiccia. Riempì un bicchiere d’acqua nel bagno e mangiò e bevve a sazietà. Sbirciò dalla finestra la piazza della stazione ben illuminata. Delle ruspe stavano ammucchiando la neve in fondo alla piazza. Altri uomini con badili enormi liberavano i marciapiedi.
Un vociare allegro di ragazzi attorno alla pala meccanica che cominciava a caricare un camion di neve. Chissà, si chiese, dove sarebbe andato a
scaricarla ?
Poi si dette dello stupido. Nel fiume l’avrebbe scaricata, nello Scrivia, certamente.
I ragazzi, ora giocavano a lanciarsi palle di neve. Si ritrasse con un nodo alla gola. Solo quattro anni prima si divertiva allo stesso modo con Bruno, Vincenzo, Tonino e Ciccio sul sagrato di San Giacomo. Era l’otto dicembre del sessantaquattro, dopo la messa delle sei del mattino per l’ Immacolata : l’unica vera nevicata al suo paese che ricordava.
Tornò alla valigia canticchiando sottovoce : Mira il tuo popolo o Bella Signora, che pien di giubilo oggi T’onora...
Trasse dalla valigia un libro consunto, regalo di don Fritz Caracciolo : Le Baccanti, di Euripide. Quante volte aveva tentato quella difficile lettura in agosto!
Rilesse il prologo ed il primo episodio. Subito dopo s’addormentò, sfinito. Erano le venti. Nevicava da circa quattro ore.
Presto il suo sonno fu agitato da strani sogni. Il suo ultimo professore di Elettrotecnica, il giovane ing. Borrelli, continuava a ripetergli “possibile che tu non abbia saputo esprimere un concetto semplice come l’induzione ? E poi, cos’erano quelle esitazioni sul motore a corrente continua ?”
Don Friz interveniva, intromettendosi, con la sua ridicola paglietta anni venti e le sue ghette perenni, impersonando Dioniso :  "Giungo, figlio di Zeus, a questa terra dei Tebani, Dioniso, che Semele, nata da Cadmo, un giorno partorì tra le vampe del fulmine...”. Ora era il volto del Capo del Personale, con il suo mezzo toscano irrequieto tra i denti che, ridendo, gli chiedeva ancora una volta “Da dove ha detto che viene ? Quanti anni ha ? Chi è alla
porta ? Chiama Cadmo il figlio di Agenore ! E’ lui che ha costruito la cerchia delle torri che recinge la città nostra, ed era venuto da Sidone..."
Sognò di immense macchine rutilanti, di narici di draghi colmi di ottone fuso, di laminatoi (che, non avendo mai visto, gli furono resi dalla sua immaginazione come la danza macabra di rossi serpenti metallici in un antro infernale). Poi si vide in attesa, alla stazione con la sua valigia di cartone completa di spago, mentre l’altoparlante annunciava “Si avvertono i signori viaggiatori diretti a Montalto Uffugo che il direttissimo Torino Napoli
Reggio Calabria Palermo viaggia con un giorno di ritardo”.

Si svegliò sudato e tremante. Brividi di febbre percuotevano il suo corpo come scariche elettriche. L’arsura gli raspava la gola e le labbra. Si alzò e
bevve. Si ricordò del tubetto di aspirine che sua madre gli aveva dato all’ultimo momento e ne trangugiò una con un’altra abbondante bevuta. In attesa del prevedibile effetto della pillola ricominciò a leggere. Lo distrasse di nuovo il fischio di un treno. Che bellezza, pensò, hanno la stazione ferroviaria in paese. La nostra è a otto chilometri, allo scalo. Udì delle voci, dei “ciao”, “as veghìmu”, “arvertze”. Gente che usciva dal bar. Erano appena le undici e non notte fonda come aveva immaginato lui.
Riprese a leggere dei dialoghi fra Tiresia e Dioniso.

Questo fu il suo primo giorno in Piemonte.

cantinua

Novello Inferno: Canto Quarto

pubblicato 31/gen/2010 01:03 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:47 ]

CANTO PRIMO - CANTO SECONDO - CANTO TERZO    CANTO QUINTO
CANTO QUARTO
DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo



Fui desto, infin, ma quando mi voltai
M’accorsi d’esser solo un’altra volta.
-O Dante”!-, dissi, -Cosa ancor sbagliai?

Possibil che la mente abbia sì stolta?-
Nessuno mi rispose e la paura,
D’aver sventura e solitudo molta,

Fecemi lagrimar nella radura.
In quella, la sua voce alfin mi scosse:
-Questo t’accade ché hai cervice dura!...-

Il dire fu interrotto dalla tosse
Ma poi riprese sempre più indignato
-A te di profanar, la mente mosse,

L’Inferno mio, perciò sono arrabbiato.
Lo stai facendo in modo che rattrista
Chiunque l’abbia appena un po’ sbirciato!-

Allor capii che in quella landa trista,
di molto scura, senza il colto Faro,
sarei rimasto, se lo sommo artista

m’avesse abbandonato. -Un madonnaro!
Ecco che sono! Un artigian del gesso
che sul selciato pinge ciò che fàro

li veri artisti. Ma dimmi, quanto spesso
il falso al ver rinnova l’interesse?
Ti prego e pensa e restami d’appresso!-

Mi s’appressò ridendo, e, come tesse
il ragno il suo tappeto, il Fiorentino
m’avviluppo’ nelle sue frasi spesse:

- Tu-, disse - Non rispetti il calepino!
Ti muovi com’un grullo o come un bimbo
ch’al corso del narrar non da’ destino!

Ora mi spiego: ragioniam del Limbo.
Perché tu ne parlasti nel secondo
sapendo che nel quarto, e non di sghembo,

dovevi farlo? Davver non è profondo
il tuo voler rifar quel ch’i’ ho già fatto,
dammi ragioni o resti quaggiù in fondo!”

-Se la mettiam così -, gli urlai di scatto
-mi sveglio e smetto di sfornar terzine,
giacchè nessun appare soddisfatto!-

E come il Leoncavallo che alla fine
rompe gl’indugi e contro l’Alto lotta
e brucia gomme e spacca le vetrine,

così trattai quella patata scotta:
agli altri, che le pene e il personaggio
trovano sciapi, dico: - Tener la giusta rotta

Non è soltanto un test del mio coraggio,
svolgono un ruolo molto rilevante
lo spazio, il tempo ed il restare saggio;

E cito a testimonio ancora Dante:
anch’Egli nell’Inferno che scimmiotto
d’ogni dannato tratteggiò, graffiante,

un sol peccato. Sì quello col botto!
Maggior dettagli lascio ai vignettisti,
che tutti i giorni schizzano al di sotto

d’arcinote testate, ai giornalisti
stigmatizzar l’azione quotidiana.
Io deggio, invece, dir de li più tristi.-

-E’ giusto-, disse quella buona lana
di fiorentin che prima s’era offeso,
-E poi che vale di cercar la tana

del topo che la trappol’ha già preso?-
D’accordo allor? Orsù datemi campo
Ed agli errori miei non date peso:

vedrete che nel volgere d’un lampo
tutti i peccati e tutti i mascalzoni
da quest’inferno non avranno scampo!

Per la miseria quante disgressioni!
Ora mi conviene di dir di questo posto
ch’è senza tracce di turpi demòni

e di dannati che se ne vann’arrosto.
Disorientato chiedo al mio Maestro.
Ed Elli a me, mostrandosi composto:

-Vedi? non è cambiato il rio canestro,
c’è calma qui, siccome c’era allora
e non si scorge pena oppur capestro.

Il Limbo mi ricorda e, com’allora
oscura è l’aria, fonda e nebulosa.
S’è vero quel ch’udimmo là di fora

stento a spigarmi bene questa cosa.-
Sentii vicino a me, tutto ad un tratto
altra presenza di persona estrosa

per cui mi volsi a lei di molto ratto,
e nella nebbia che tutt’avvolgeva,
ne vidi l’ombra e ne conobbi il tratto.

E nella nebbia quella già correva,
quando Dante mi disse: - Ebbene, ascolta:
in questo sito, che un tempo radunava

Uomini grandi e giusti e gente colta
Nata precocemente, avanti Cristo,
stanno color che l’anima hanno stolta

color che pur il Vero avendo visto
non han capito, o che, coscientemente
hanno voluto far a men del basto.

La pena li fa ciechi e nella mente
Un’idea dominante li costringe
A correr sempre più velocemente

Sicché, sbattendo fra di lor, chi spinge
Con maggior forza può restare eretto
Ma cade a terra, invece, chi respinge.

Tu puoi veder, però, che quant’ho detto
Adduce pena pure al più violento
Che tosto inciampa e al suol cade costretto! -

Vidi Romiti correr come il vento
Ed inciampare infin su quella buccia
Dal volto triste e dallo sguardo spento

A tutti nota come Enrico Cuccia.
E vidi con dolor che dir non so
Un gran Poeta far come bertuccia

Strepiti grandi quando Dario Fo
Correndo l’investì con grande spinta:
-Quel maledetto il Nobel mi fregò!-

Gridò piangendo. E Fo, con quella grinta
Ch’è propria del giullare replicò:
-Suvvia, Poeta dalla faccia stinta!

Anch’io son qui dannato anzicchennò
Per la stessa ragione. Da quel giorno
La foto tua mi tenni sul comò

Declamando i tuoi versi con lo scorno
Di chi voleva l’Oscar perdavvero
Ed ebbe il Nobel a guisa di un bel corno!-

-Poeti questi? - Domandò l’Austero
Conoscitor del metro e de la rima,
-Poeti - dissi, - pur se non par vero! -

Dante sbuffò e se ne venne in cima
A picciol promontorio per mirare
Con me le pene che descrisse prima.

Per tanto strazio io non sapea che fare
Perciò, secondo l’uso di chi trema
Feci due conti per non più affannare

E alla mia coscienza senza tema
Imposi di dormire giusto il tempo
D’attraversar quell’orrida pustema.

Novello Inferno: CANTO TERZO

pubblicato 27/gen/2010 11:47 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:47 ]

CANTO PRIMO - CANTO SECONDO - CANTO QUARTO
CANTO TERZO
DA: "NOVELLO INFERNO" - 2000 di B. Ciarlo




" PER ME SI VA NELL'INFERNO NOVELLO
TANTO DIVERSO DA QUELLO DE' PRIMORDI
PER ME SI SCENDE GIU' DA FARFARELLO;
E LASCIA O TU CHE V'ENTRI LI RICORDI
CHE LI POETI ESPRESSERO CON RIMA
POICHE' CONVIEN DAVVER CHE TE LI SCORDI
CH'IN QUESTO LOCO NULLA E' COME PRIMA.
RIFATTI I PONTI E MESSI GLI ASCENSORI
LE MILLE SCALE LUCIDATE A LIMA,
ANCORA IN CORSO SONO LI LAVORI:
LA DIREZION SI SCUSA CON LA GENTE
SE DAI DISAGI ANCOR NON SEMO FORI."12

Quel cartellon ci fulminò la mente.

Dante notò ch'al sommo de la porta
Del vecchio motto non si vedea niente,15

E poscia a me come persona accorta:

-Vorrei poterti dir che' troveremo
Ma troppi cambiamenti in questa sporta18

Mi lascian presagir che falliremo

Basando tutto sulla mia esperienza,
perciò che c'è di nuovo scopriremo

movendo assiem la mente. La speranza
è che prontezza lesta ci soccorra.
Lasciamo al caso di condur la danza! -

Giocano a carte, giocan'alla morra
Graffiacàn, Draghinazzo e i lor fratelli26
E benché l'ira come un fiume scorra

Un ché d'allegro sprona i capannelli.
S'è sparsa voce, infatti, che ben presto
Il porton s'aprirà per li più felli.

Ecco avanzar plotone disonesto31
Di gente in vita adusa alla menzogna
Che con li piè calpesta il suolo pesto.33

Dante s'adira e duro mi rampogna
Poiché nel mentre m'ero un po' distratto
Perciò mi dice: - Meriti la gogna!

Adopra li quattrin com'io t'ho detto
O nulla tu vedrai dell'Acheronte. -
Volsi lo sguardo trist'al suo cospetto,

giacché non v'era traccia di Caronte.
Con tanti sold'in man sembravo scemo,
Per cui lo Mastro disse: - Or mi son conte

Le novità di questo loco estremo:
prosciugossi Acheronte e lo nocchiero
al chiodo appese il suo vetusto remo.

Or qui comanda un demone più fiero
Baffuto assai e di ben bassa mente:
Di nome fa D'Alema il condottiero

E par che non sia uso alla tangente.49
Ma tu non strepitar, dammi la grana
Che faccio un salto e torno immantinete.

Ed io smarrito alla domanda strana
Gli chiesi dov'andasse coi quattrini
Ed Elli a me: - Sei peggio d'una rana

Che stenta a separarsi dai girini!54
Vado lassù alle Botteghe Oscure
Per ungere le mani ai galoppini:

Vedrai che appariranno meno dure
Le beghe che quaggiù ci hanno condotto. -
E sì dicendo abbandonò le cure.59

Nascosto dietro a un tratto d'oleodotto
Che mena nafta alla caldaia centrale62
Restai in attesa del salvacondotto.

E, mentre che aspettavo io vidi un tale
Attaccar briga senz'anima che trema: 65
-O tu! Vile fattore d'ogni male!-

Ei disse rivolgendosi al D'Alema,
-Ero nel giusto quando t'accusavo
d'esser di Satàn la razio estrema! -69

-Certo! - rispose il demone, - Ma bravo!
L'avevi indovinata… Ebben, che importa?
Ora siam qui, io demone e tu schiavo

De' tuoi stessi peccati. E quella porta
Per te or s'aprirà! Vedrai che spasso,
con gli altri peccator mangiar la torta

de la legge crudel del contrappasso!"
Allor capii che quelle allocuzioni,
Ch'avrebbero ad ogn' uom l'animo scasso, 78

Eran rivolte a Silvio Berlusconi.
Il volto di costui tutto tremante
Vid'io inoltrarsi in mezzo alli demòni

Che a suon di calci in cul seduta stante
Lo spinsero ben oltre quell'androne.
In quel frangente fè ritorno Dante.

-Possiamo entrar, compiuta ho la missione:
ho qui i biglietti di seconda classe
autenticati dal signor Veltrone!- 87

Nessun verrebbe qui se immaginasse
Qual sia la pena per gente come quella
Tanto è crudele e che, se non bastasse

È accompagnata da una ciaramella91
Ch'a furia di sonar l'anima increspa,
e il cuor ti buca come una ciambella:

Oltre il portone assiso è Bruno Vespa
Ch'appena vide l'uom di Melegnano
Con voce triturante come raspa

Lo fè salir s'un palco e con la mano
Cacciollo in terra e lì lasciollo afflitto.
" Mi consenta… " principia in modo strano

Colui che pur la Standa diè in affitto.
E Vespa, quel dimonio pustoloso,
la forfora si scrolla e grida: " Zitto!

Tu non potrai parlar, pur se bavoso
Dovessi il Ciel pregar per poter farlo
Troppo hai parlato, maledetto coso!"

" Son sempre stato onesto! " " E basta dirlo? "
interloquì un diavolo accattone
ch'aveva vomitato al sol sentirlo.

Sivio gridò: " Esigo parità di condizione!"
Ah! Vendetta del Ciel quanto sei pronta!
Chiede la par-condicio l'imbroglione!

E mentre del silenzio il duolo sconta
Vien seppellito sotto l'immondezza
Da due becchini di ben nota impronta:

essi somigliano con grande chiarezza
uno a Pannella e l'altro a Umberto Bossi.
Solo la testa resta a prender brezza

Del peccator che fece guerra ai rossi.
Vespa gli ha tolto il ben della parola
E senza suoni i labbri invan son scossi.

Da quella bocca aperta e quella sola
Sortì la propaganda in pompa magna
Ed or gli spot gli son cacciati in gola.

Finito questo, un altro s'accompagna
Sul palco del supplizio permanente
E Dante a me: " Ma non viveva in Spagna?

Quella non è la donna che la gente
Col fatto di Carramba sempre imbroglia?"
La finta bionda dalle tette spente

Fu tosto accesa di fiamma vermiglia
La qual mi vinse ciascun sentimento
E caddi come l'uom che sonno piglia.

________
12 L'inferno si modernizza.
15 Si riferisce alla vecchia scritta, "per me si va nella città dolente… cancellata dal tempo come certi proclami che il fascio appose sulle case nel ventennio.
18 sporta: contenitore, luogo. L'improprietà di linguaggio in Dante è indice di sbalordimento. (in verità "sporta" m'è servita per fare rima).
26 I diavoli che custodiscono il luogo si danno alle attività ludiche come i carcerieri dei vecchi film di cappa e spada. La posta in palio è il primo posto all'apertura del portone.
31 schiera di nuovi dannati
33 L'immagine è notevole: il suolo è pesto per le generazioni di dannati che lo hanno calpestato prima di questi.
49 Qui l'Autore ha messo in bocca a Dante una vecchia credenza popolare.
54 Modo allogorico per definirmi tirchio. Converrete che l'immagine è carina.
59 mi lasciò solo.
62 Segni della modernizzazione dell'inferno
65 con protervia
69 Coerentemente, Berlusconi continua a definire D'Alema figlio del comunismo, mangiabambini e promanazione di Satanasso.
78 che avrebbero frantumato l'anima a chiunque
87 Veltroni. L'allusione al Veltro è fuorviante.
91 Zampogna



Novello Inferno: CANTO SECONDO

pubblicato 22/gen/2010 06:40 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:46 ]


CANTO SECONDO
da "Novello Inferno" - 2000 di B. Ciarlo




A questo punto de lo mio narrare
Dovrei invocar le Muse e 'l Divo Apollo
Per farmi sostenere ed aiutare. 3

Ma tosto ci rinuncio e senza fallo
Confesso al duca quel che non vo' fare.5
Elli s'adira e come francobollo

M'appiccica sul muro e poi scompare.7
Solingo e pien d'affanno ora protesto
Perché, padron del sogno, so che fare.9

Affermo: - Ciò che scrivo è sol pretesto
Per la mia mente flaccida allenare
Avulso egli è d'ogni divin contesto!

Perciò, Maestro più non ti crucciare,
Vuolsi così colà dove si puote
Ciò che si sogna, e più non t'adirare! -15

E come il sagrestan le corde scuote
Per far sonar campane alla mattina
I' m'aggirai per quelle calli vuote

Finché della figura fiorentina
Trovai le peste lungo lo stradone
Ed il raggiunsi ad ora mattutina.

Calmai la furia di quel sapientone.
Placato 'l cor ed ammansito il Duce
Poss'or tornare a quella narrazione

Che s'interruppe un poco avanti luce
Per la disgressione sul Parnaso
Che tanto urtò colui che mi conduce:27

Se di Pandora noi rompiamo il vaso
Meno veleno all'aria s'appalesa
Di quanto ne vedemmo lì per caso.30

Dir quanti sono m'è soverchia impresa
Che tanti in su la riva se ne stanno
In mesta fila ed in pazient'attesa.

E come in procession le suore fanno
Così su quel sentier che men'al rio
Quell'anime dannate in coro vanno

Ad invocar mercè dal loro dio.
Adorano 'l danaro, beninteso,
E non l'Eterno che lor disse addio!

Il fium'è nuovo e sommamente esteso
E Dante no 'l conosce e si rammarca
- Fors'è l'Olona? - Azzardo non compreso.42

Ed ecco verso noi venir per barca
Un nano remigante pien di zelo
Pronto a rifar ancor la nave carca.45

Il cranio ha tozzo e pien di nero pelo,
La bocca grande e chiusa a denti stretti
Grandi le mani e adunche. Ond'io con gelo

Ravviso in lui la faccia di Chiambretti.49
Parola mia, l'orribile mastino
N'era la copia! E come li capretti

Ignari vanno verso il lor destino
Che li fa cibo a Pasqua degli umani,
così li peccatori in quel catino! 54

-Salta! -, mi spronò Dante, - O rendi vani
tutti gli sforzi che qui ci portorno,
saliam sul legno, affèrrat'a mie mani! -57

In quella bolgia un po' provai lo scorno
D'esser vicino a fior di mascalzoni,
M'appena giunti mi levai di torno.60

-O tu che sei cocciuto e non perdoni
A quest'avida gente lo peccato,
Perché da vivo, di', qui t'abbandoni?

Dove credi d'andar senza ch'il fato
Per te decida seguitar la gita?
Non puoi passar, se pria non hai pagato!- 66

E Dante a me: - E che, non l'hai capita
Ch'ad ogni tappa appar l'istesso scoglio?
Paga, perdinci, facciamola finita!

E tosto misi mano al portafoglio
E tanti ne contai, con tanti zeri
Che, come vedi, ancor provo cordoglio! 72

Poscia che fummo giunti all'altra sponda
Scendemmo lesti da lo triste legno
E l'Alighier che affann'e sudor gronda 75

Di mantenermi calmo mi fè segno:
- Questo giron no' l vidi quando venni,
Perciò non ti so dir per quale sdegno

Quest'anime a penar son fatte cenni 79
Non conosco la pena né 'l peccato
Ma penso come te che già l'accenni

Che lo stridor dei denti è provocato
Da quel yuppismo per lo qual son nati:
La voglia d'arrivar, ecco ch'è stato! 84

Il Saggio tacque ripensando ai Vati:
Scosse Chiambretti da la triste conta
E domandò del Limbo e dei suo' Frati. 87

Il mastino abbaiò con voce tonta:
-Più non esiste Limbo in questa landa,
Non più all'Inferno chi non seppe sconta! -

E 'l Fiorentin per l'allegrezza sbanda!
-Dopo 'l soverchio tempo de l'oblio
In Paradiso son saliti in banda

Per la misericordia di quel Dio
Che perdonò dei Giusti l'ignoranza. -
Dante affermò, così compresi anch'io.96

Simile è pena a comica mattanza
Di palloncini, ch'alla mano sfuggiti
Si sgonfian tutti dopo oscena danza. 99

E quei dannati che sembrommi arditi
Mentre la barca attraversava lenta
Or paiono tremanti e rimbambiti:102

Un diavolaccio dalla voce spenta 103
Tutt'il raduna presso un compressore
E con tubo di gomma il lor cul tenta

Fino a gonfiarli tanto che il rossore
Denunci una pressione così forte
Che il compressore fermi il suo motore! 108

Quei volti enormi con le gambe corte
Volano in sù, ver l'orrido soffitto 110
Fin quando da 'n pertugio l'aria sorte;

Allora, come l'acqua nel soffritto 112
Strepiti immani e movimenti ratti
Zigzàgano cadendo a capofitto!

Uno di questi con li membri sfatti
Sbattè per terra giust'a me vicino
E cercando una tregua implorò patti: 117

-O tu che vivo e sgonfio sul cammino 118
Di noi malnati muovi svelto 'l passo,
Piàcciati ascoltar lo raccontino

Di chi borioso un dì trovava spasso
Di fronte al mondo timido o fellone 122
Mostrando fiero il suo parlare grasso! 123

Io riconobbi subito 'l briccone
E lo guardai mostrandomi sgarbato, 125
pensando a quando per televisione

un numero di gente avea insultato.
E pur se tregua concedea nel farlo
Io gli parlai: - Eh sì, pallon gonfiato

Fosti davvero, ed or ti rode il tarlo
Di questo perder l'aria ad ogn'istante
E di cadute al suolo! Io sono Ciarlo, 132

Non mi conosci ma conosci Dante:
In nome Suo ti chiedo, già che ho fretta,
Di dirmi il nome di ciascun birbante.

-Io son Vittorio Sgarbi - quei balbetta
Pensando allo martirio ritardato, 137
-Altri son là in cerchia non ristretta. 138

Vedi quel gran pallon ch'è s'è ancorato
Quasi scoppiando su quell'ermo corno?
Mai sulla terra fu disarcionato!

Egli per quarant'anni fu d'attorno
Ad ogni trasmission facendo sbagli…143
Sì che hai capito! Egli è Mike Buongiorno!

Mill'altri là son pronti, senti i ragli?
Vedi Costanzo, Fede e Buonaccorti? -
-E' inutile che al Ciel lo sguardo scagli,

Pensando che non sono ancora morti!
E' un sogno, non ricordi? Allor è destro: 149
non son dei falsi quei ch'abbiamo scorti!-

I dubbi miei prevenne il gran Maestro
Dicendomi così. Allor trovai l'ardire
D'entrar per lo cammin alto e silvestro. 150

_____________________________

3 Ciò a perfetta imitazione del secondo canto dell'Inferno Dantesco. La pretesa è alquanto assurda.
5 Confesso al duca quel che non vo' fare.Quel che non oso fare, cioè invocare le Muse.
7 Dante s'adira di fronte alla mia presunzione e passa addirittura alle vie di fatto per poi ritirarsi pien di sdegno.
9 In fin dei conti il sogno è mio, sono io il direttore d'orchestra, perciò assumo le necessarie decisioni al fine di proseguire.
15 Evidentemente la pedissequa imitazione di versi tanto famosi, non incoraggia il Maestro a mostrarsi. E' necessario insistere facendo leva sul suo senso di pietà.
27 Evidentemente Dante s'è lasciato ritrovare.
30-39. Il veleno si riferisce allo stuolo di peccatori in attesa di procedere, pregando il loro nume tutelare, il dio denaro.
42 Olona: fiume lombardo molto simile allo Stige e all'Acheronte a causa del suo grado d'inquinamento.
45 Viene ripresa con colpevole anticipo rispetto all'originale dantesco, la figura del traghettatore infernale.
49 Chiambretti: Noto rompipalle televisivo, famoso per il suo carattere apparentemente irriverente verso le autorità costituite ma del tutto da esse dipendente.
54 Nuova formidabile similitudine per significare l'ignoranza dei nuovi peccatori rispetto alle pene che li attendono.
57 La stizza di Dante va trasformandosi in benevolenza?
60 mi levai di torno: mi scostai da loro.
66 L'esplicita richiesta di mazzetta provocherà un'altra severarum reprimenda da parte del Fiorentino dal prominente naso.
72 La pratica della tangente è tanto schifosa che, attuarla, anche se in sogno, mi mette in condizione di soffrire. Non si tratta di tirchieria, anche, se ne convengo, il verso, così come è formulato, porterebbe a concludere il lettore in quel senso.
75 Affanno e sudore: segni di imbarazzo, in Dante, che non riconosce il posto. (Vv. versi seguenti.)
79 Quest'anime a penar son fatte cenni: sono chiamate a scontare il fio.
84 Yuppismo:male dell'ultima parte del secolo che afflisse moltitudini di uomini che sacrificarono al raggiungimento dei loro scopi ogni ideale e persino la dignità personale. Fu la causa dell'impennata delle vendite delle mentine, giacchè per questa genia di malnati scacciar di bocca il sapore di merda, tanti erano i culi che dovevano leccare, era imperativo e mentine e pastiglie Valda si dimostrarono adatte allo scopo.
87 Dante è sbalordito di non trovare il Limbo e i suoi abitatori, patriarchi, scienziati, filosofi e poeti dell'antichità, coi quali volentieri avrebbe colloquiato. Frati: fratelli.
96 Primo importantissimo cambiamento che realizza un mio pio desiderio: non mi è mai riuscito, infatti, di considerare giusto un Dio che si vendica, mantenendo all'inferno, seppure senz'altro supplizio che la negazione della Sua Luce, coloro che ebbero come unica colpa l'ignoranza. La legge non ammette ignoranza, è una massima che ritengo ingiusta anche se applicata alla giustizia degli umani. Perciò da padrone del sogno vedo di porvi rimedio.
99 Quando un palloncino perse aria dal beccuccio prima di ricadere al suolo si muove in tutte le direzioni emettendo il tipico rumore dell'aria fra le labbra che ricorda una scoreggia, perciò qui viene definita oscena la danza.
102 rimbambiti: inebetiti
103 spenta: roca per il troppo gridare
108 l'infernal compressore è concepito in modo che interrompa il suo moto un attimo prima che il dannato scoppi, gonfiandolo fino al possibile. Questo spiega la figura retorica del verso 109: gli arti scompaiono di fronte alla sproporzione assurda del volto e del corpo gonfiati.
110 ver: verso, in direzione.
112 un pezzo qualsiasi di cibo umido, buttato nell’olio bollente, sfrigolando gira in tutte le direzioni. Allo stesso modo quei dannati sgonfiandosi.
117 Se gli fosse stato consentito di parlarmi avrebbe evitato almeno per qualche tempo la ripetizione della pena descritta
118 Dalla condizione normale del mio corpo (peraltro grasso e normalmente definito gonfio da parenti amici e conoscenti) capisce che sono vivo e non (ancora) dannato. Quell'aggettivo, sgonfio è forse un tentativo di captatio benevolentia.
122 Il mondo "timido e fellone" è un'espressione sgarbiana che sintetizza il suo modo di vedere gli altri: codardi.
123 parlare grasso: turpiloquio.
125 l'aggettivo "sgarbato" è voluto ed assume qui un duplice significato molto marcato: non sono mai stato un ammiratore di Sgarbi anzi detestandolo, non mostro per lui alcuna pietà.
132 per questo peccato d'immodesti va preparandosi un girone apposito.
137 l'opportunismo si manifesta in pieno.
138 in tanti.
143 Molti dei critici televisivi ancora si chiedono come possa Mike Buongiorno aver avuto tanto successo nonostante alcune terribili gaffes che avrebbero distrutto qualunque altro presentatore televisivo.
149 destro: sicuro
150 un'altra piccola mancanza di rispetto o, forse, un omaggio al grande Poeta. L'ultimo verso è ripreso pari pari dal secondo canto dantesco.


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Novello Inferno: CANTO PRIMO

pubblicato 18/gen/2010 02:19 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:42 ]

CANTO PRIMO
da "Novello Inferno" - 2000 di B. Ciarlo



Compivo, nel Duemila, cinquant'anni
E quel traguardo mi sembrava un ponte
Tra 'l filo teso, cui legato ho i panni

Di gioventù fuggita, e l'alto monte
Di mia vecchiezza prossima, incombente.
Desideroso di posar la mente, chinai la fronte.6

Il sonno i sogni crea seduta stante
Sì che il riposo assai difficilmente
Soccorre chi l'invoca. Apparve Dante! 9

Sognar di Dante può spronar la mente
A scervellarsi e ricercar consensi
Sì che quel sogno resti permanente.12

Mi scossi dal giaciglio e tutti i sensi
All'erta si mostrorno a quella vista14
Per cui: - Maestro -, dissi - che ne pensi?

Perché marciamo sulla stessa pista? -
Ei non rispose e la mia brama spensi.
Solo per poco. Riprovai d'artista. 18

Il Fiorentin dal prominente naso
Guardommi con sussiego e 'n po' di stizza,
E poi rispose: - Sono qui per caso! - 21

E come il Bergamasco che la pizza
La prima volta assaggia e non degusta
L'insieme dei sapori e ' fuoco attizza

Per meglio biscottar la molle pasta
Così deluso mi mostrai allo Mastro,26
Finchè per la pietà mi disse: - Basta!

Già che ci sono condurrotti al castro 28
Che mena all'Oltretomba. Sei contento? -
- Certo! - , rispuosi, ed afferrai 'l vincastro.

Scalammo l'erta e raggiungemmo il monte
Ov'il maniero s'erge quasi sfatto
E 'l Fiorentin bussò: - S'abbassi il ponte! -

S'aprì il porton ed i' scivolai ratto
Nell'angusto cortil d'erbacce cinto,
seguendo l'Alighier che, di soppiatto,36

al grande pozzo, fin, s'era sospinto.
- Maestro -, il dissi, - perché ci nascondiamo? -
Ed Elli a me, mostrandosi convinto:

- Conviene che tu ed io ci ricordiamo
Ch'in Ciel non v'è chi vuole questa gita;
perciò all'Inferno clandestini andiamo. -

E come il falegname il perno avvita
Per render saldo il mobile costrutto
Nella mia mente provocò ferita

Di Dante il dir, e mi sentii distrutto.46
- Come farem, o di Fiorenza figlio,
A continuar lo giro in luogo brutto

Sanza ch'in Ciel alcun con fier cipiglio
Ai demoni comandi di lasciarci
Per l'aere bruno e su infernal naviglio

Liberi di vagar fin a trovarci
Ove Papè Satàn risiede e regna?53
Ed Elli a me: - Ebben, basta provarci!

Rispetta senza tema la consegna:
V'è un solo mezzo per andar là sotto
Ch'il demone portier giammai disdegna.

I' sto parlando non com'uomo dotto
Ma come chi vuol ire veramente, 56
Non ti maravigliar s'il mezzo addotto

Si chiama com'in terra la "tangente".
Perciò guàrdati in tasca e dimmi quanto
Disposto a pagar sei per il frangente! -

I' sbalordii: -l'Inferno è giunto a tanto?
L'italica prebenda è qui attecchita?-
- Via, poche ciance e dimmi dunque quanto! -63

Guardaime in tasca e persi la partita.
- Maestro - lacrimai, - Siccome parli
Di soldi o d'oro penso sia finita. -66

- Tu stai sognando o no? Sogna d'averli! -67
Disse l'Autore de La Vita Nova.
E a lui risposi - Se basta sognarli

Peggio di chioccia che pulcini cova
Ne faccio uscire tanti da comprare
L'inferno intero e di Selèn l'alcova!

-Selèn? Chi è? - Si mise a domandare
Colui che per Selèn la Luna ha certa
- Meglio di Taide e Cleo - per mi spiegare…75

Or cominciammo la discesa incerta
Lungo la scala nera entro quel pozzo
Che di fanghiglia e grasso era coperta,78

Tanto che guanti di tessuto rozzo
Usammo entrambi per serrar la presa,
A corda ci legammo, a nodi a strozzo.

Giunti che fummo in fine dell'impresa
Noi ci trovammo in un'enorme piazza
E l'eco acuta ci colse di sorpresa.

Il Sommo Dante che nel fango sguazza
Chiama a gran voce il demone che guarda
L'entrata di servizio: - Oh brutta razza 87

Di portiere infernal perché ritarda
Ad aprir lo porton che il fuoco serra?
Tu vuo' che la mia ira sia gagliarda? 90

E come il tuono o 'l temporale 'n terra
Aprissi lo porton con gran stridore,
lo stesso che percosse Gibilterra

quando l'Oceano ch'era gran signore
del mondo oltre le ultime colonne
al Mare Nostro adduss'acque ed onore.96

Sortì dall'uscio il demone Caronne
Lanose gote ed occhi assai piccini
E fianchi poderosi come donne. 99

- A ben guardar mi sembra Poggiolini,-100
diss'io alla Guida che mi precedeva.
- Non è Caron Dimonio e, d'inquilini

Di questa parte io non supponeva, 103
Egli in effetti è nuovo io no 'l conosco,
Però vedrai che tanta voce leva - 105

Così mi sussurrò quel grande tosco.
Li strepiti che fece quel dannato
Riempiro l'aere d'eco com'un bosco

Ove cento cornacchie danno fiato!109
Ei c'arringò: - O coppia scombinata
E senz' appigli! E' strano il vostro stato:111

Varcar desiate questa trist'entrata
Eppur non siete fra color che voglio,
mi dite che vuol dir questa sparata? 114

E 'l Duce a me: - Dài scuci 'l portafoglio115
E tira fuor di tasca un bel miliardo
Per far star zitto questo brutt'imbroglio - 117

Intasca i soldi il sosia di quel bardo
E le terga ci mostra onde possiamo
Liberi andar in su quel suol bastardo. 120

A questo punto verso giù puntiamo
Seguendo un romorio d'acqua che scorre
E le rive d'un fiume raggiungiamo.

Sulle pareti della mezza torre
Che men'in basso di quel pozzo stretto,
Un editto infernale ci rincorre

Sì ch'a marciare a piedi i' fui costretto:
"Ai fornitor di questo luogo tetro
L'uso dell'ascensor rest'interdetto!"129

Rise quel Grande, chiaro com'il vetro,
Ed io aspettai che il passo riprendesse,
finché si mosse, e io li tenni retro

_________________________

6 Raggiunto il traguardo desiderai placare la stanchezza dormendo, perciò m'appisolai chinando la fronte sulle braccia appoggiate sul tavolo.
9 Il sogno che subito mi si presentò m'impedì di trarre beneficio dalla pennichella.
12 Capirete che sognare dante non è una cosa di tutti i giorni, perciò m'industriai, indugiando a far si che il sogno durasse il più possibile
14 Benchè dormissi ero, quindi, in allerta per attrarre l'attenzione del Grande Autore.

18 Vinsi la delusione derivata dal silenzio del Maestro insistendo come fanno gli attori col pubblico quando vogliono ottenere a tutti i costi un applauso, o i mendicanti con i passanti per avere un po' d'elemosina.
21 Ottenni l'attenzione, come desideravo, però Dante specifica immediatamente che non è stato inviato dal Cielo, come fu per Virgiio nel suo caso.
26 La similitudine coi gusti grezzi e le azioni conseguenti da parte degli abitatori del nord sta qui ad indicare il mio continuare ad insistere.
28 Sognai che l'ingresso all'Inferno fosse situato all'interno di un pozzo posto "nel cortil d'erbacce cinto" del castello diroccato posto sul Colle degli Arimanni a Serravalle.
36 di soppiatto= con gran cautela, guardingo. A ribadire l'assenza di qualsiasi disegno soprannaturale che fosse alla base del viaggio appena intrapreso definito, perciò, più oltre : clandestino.
46 "La delusione mi trapanò il cranio": ecco il senso della similitudine.
53 Tutti i riferimenti ai simboli, al linguaggio e alle forme dell'inferno dantesco sono tenacemente voluti, per dar corpo all'immenso dubbio che mi scosse e per ottenere dal Maestro la soluzione del problema, che infatti arriva puntuale e sarcastica.
56 chi vuol ire veramente: chi vuol andare davvero a visitare, ancora una volta, l'inferno.
63 Spesso, come in questo caso, Dante perderà la pazienza con me, mal sopportando la mia insufficiente prontezza di comprendonio.
66 come dire: non ho un soldo!
67 Altro moto di stizza. - Siccome questa situazione la stai sognando, chi ti impedisce di sognar d'averne? -
75 Selèn è una nota pornostar che ora si sta rifacendo una certa verginità "artistica" partecipando con sempre maggior frequenza a spot e trasmissioni televisive di infimo ordine.
78 A scanso d'equivoci, le grandi difficoltà di percorso si palesano sin dall'ingresso. La scala unta e fangosa rappreasenta tutte le insidie (di caduta di stile) che una simile avventura nasconde. E' necessario premunirsi (i guanti di tessuto rozzo e le corde appresso citati ne costituiscono i simboli) avendo sempre presente che si tratta di un gioco senza alcuna pretesa letteraria.
87 A rafforzare il concetto espresso nella nota precedente, l'ingresso per il quale Dante mi conduce all'inferno si dimostra essere un'entrata secondaria, la porta di servizio riservata ai fornitori o a chi, come me, non ha titolo alcuno per varcare l'ingresso principale.
90 Tu vuo' che la mia ira sia gagliarda? Lo sfogo d'ira di Dante verso il diavolo-portiere appare poco convincente, in ossequio a quel precedente "Ebben basta provarci!"

96 S'è detto "senza nessuna prestesa letteraria": converrete con me, però, che questa similitudine non è niente male!
99 Fianchi larghi. La similitudine con quelli delle donne è miserabile…
100 Ogni allusione a fatti reali e persone esistenti non è affatto casuale. Poggiolini è l'ex Direttore Generale del Ministero della Sanità che sgraffignò centinaia di miliardi accettando le mazzette delle case farmaceutiche. E' un personaggio molto comico, giacchè tenne bordone alla giustificazione della moglie che affermò, con una faccia tosta degna di nota, che il bottino accumulato altro non fosse che il residuo dei loro risparmi sulla spesa quotidiana.
103 Qui comincia lo sbalordimento di Dante di fronte ai cambiamenti rispetto al "suo" inferno.
105 Nonostante tutto, però, la Guida dimostra di conoscere molto bene il carattere dei diavoli!
109 Altra similitudine da antologia!
111 Senza appigli: Senza Santi in Cielo che caldeggino il vostro viaggio senza scopo.
114 Quakl è il motivo della vostra visita?
115 La perentorietà denuncia la malpredisposizione del Maestro verso l'allievo tardo a capire e ad adeguarsi.
117 Brutto imbroglio: si riferisce all'ambigua identità del demone guardiano
120 Bastardo: qui sta per "accidentato"
129 Come nei condomini d'una certa pretesa campeggia il cartello che proibisce l'uso degli ascensori al personale di servizio, il che provoca l'ilarità di Dante, che pur nulla sapendo degli ascensori nota la pretenziosità di un cartello del genere in quel luogo.


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CRONACHE PARALLELE 3. NINA DEI GIORNI NOSTRI

pubblicato 11/gen/2010 05:03 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:28 ]

CAPITOLI: PRIMO - SECONDO - QUARTO

CRONACHE PARALLELE 3. NINA DEI GIORNI NOSTRI
Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo
Capitolo terzo

Firenze Aprile 1985

Nel 1985 recarsi in treno a Firenze era una vera e propria impresa che portava via oltre sei ore.
Giovanni partì alle 18,15 da Novi Ligure con un diretto per Roma, fece scalo a Pisa e raggiunse Firenze a mezzanotte circa.
Nel tragitto rilesse la propria relazione e cercò di memorizzare dati e proposte da fare all’indomani durante la riunione annuale. Presto si annoiò : aveva lavorato duro e conosceva benissimo tutto quanto aveva scritto, il ripasso era, di conseguenza, perfettamente inutile.
Trasse dalla valigetta un libro che più volte aveva cominciato a leggere senza mai finirlo, e si concentrò nella lettura che proseguì anche alla stazione di Pisa in attesa del treno per Firenze.
Terminò la lettura del libro di Delio Cantimori “Eretici italiani del Cinquecento” nel comodo letto dell’albergo “delle Due Fontane”, che erano circa le tre di notte.
Aveva, come sempre, difficoltà a dormire.
Il libro in questione era stato un regalo di suo padre per il natale di qualche anno prima. Riforma e Controriforma lo avevano sempre interessato. Dopo i primi capitoli, però aveva smesso d i leggere preso dalle mille incombenze del quotidiano. Non si ricordò più di quel libro fino a quando non fu preso dalla smania di conoscere tutto sui Valdesi. Aveva idee confuse in merito e la sua unica certezza era che molte idee riformiste, per le quali tanta gente era finita torturata o arsa, trovavano dopo il Concilio Vaticano Secondo, una qualche applicazione anche in campo cattolico. La messa in volgare, per esempio . Ma i preti, perché non lasciavano che si sposassero ?
Presto dimenticò le riflessioni che quella notte agitarono le sue pochissime ore di sonno.
Alle sette, dopo una veloce colazione, decise di fare due passi a piedi. La riuniore era fissata per le 9,30. Aveva due ore buone a disposizione. Raggiunse Piazza del Duomo. Poche persone già sostavano attorno al battistero, altre vicino al campanile di Giotto e all’ingresso della cattedrale. Il traffico, col trascorrere dei minuti, diventava sempre più intenso e le autovetture sfrecciavano attorno al Duomo. Giovanni sostò un quarto d’ora nel Tempio, cercando di scorgere gli affreschi del Vasari all’intern

o della cupola, ma la cattiva illuminazione e lo stato di conservazione del capolavoro gli restituirono alla vista delle ombre scure e indecifrabili.
S’avviò verso piazza della Signoria, infastidito dal volo di piccioni che quasi lo investirono. La poca gente col naso all’insù non gli impedì di provare lo sgomento e l’esaltazione che lo prendevano ogni volta che poteva sostare presso la Loggia dei Lanzi. La perfezione del Perseo e la monumentale grandiosità delle altre statue non rappresentavano nulla al confronto della sensazione che provava ammirando quella d’età romana che, gli avevano detto, simboleggiava “la Germania Sconfitta” che si trovava nella seconda fila di statue della Loggia, verso destra, vicino al “Ratto delle Sabine”.
Tutte le volte, nell’espressione pietrificata di quella donna, scorgeva un’aura che lo metteva a disagio e al tempo stesso gli provocava un’esaltazione inspiegabile. Se mai avesse scritto un libro con una donna come protagonista, ebbene, nel suo immaginario la donna avrebbe avuto quelle fattezze, quel volto.
S’accorse ch’eran o quasi le nove. A passi svelti raggiunse Borgo Pinti. La riunione si protrasse per tutto il giorno, tanto che fu aggiornata al mattino successivo.
Tornò in piazza delle Due Fontane, al solito albergo.
Facendo la doccia gli venne di pensare ai Bronzi di Riace che aveva ammirato lì vicino, alla Santissima Annunziata, e al commento che il suo capo aveva fatto davanti alle due statue, al cui restauro la società per la quale lavoravano aveva contribuito con la propria tecnologia : “ Per me sono state ottenute col metodo della cera persa, solo che i modelli erano due uomini veri”.
A quel commento, Giovanni, che non aveva capito trattarsi di una facezia, s’infervorò per confutare la tesi così assurda, provocando una risata generale.
Mentre l’acqua calda gli massaggiava la nuca,  si trovò a riflettere sulla perfezione quasi michelangiolesca dei volti, delle mani e degli arti inferiori delle due statue, mentre l’anatomia del ventre, del torace e delle spalle gli era parsa, come dire, abbozzata.
Con disappunto rimpianse di non essersi portato una camicia di ricambio. Del resto era previsto che tutto sarebbe terminato entro le diciassette. Chi avrebbe potuto immaginare che quella fottutissima discussione sugli indici di gravità e frequenza sarebbe durata così tanto?
S’aggirò a piedi per la Firenze storica fino alle ventuno.
Sempre, quando gli era consentito dal tempo a disposizione, andava a far tappa in piazza San Lorenzo, soprattutto per ammirare la statua di Giovanni de’ Medici, quel “Giovanni dalle Bande Nere” che da ragazzo (anche per effetto di un film in cui Gassman interpretava quel ruolo) lo aveva fatto sognare più volte.
Fu lì che incontrò Nina per la prima volta.
Sarà stata la suggest
ione dovuta alla visita in Piazza della Signoria, ma non potè far a meno di notare che il volto della ragazza intravista sul sagrato di san Lorenzo somigliava in modo impressionante alla statua della Germania Sconfitta. Le si avvicinò per osservarla meglio.
Indossava un paio di jeans sdruciti e un giubbotto imbottito color pervinca. La serata era fredda, nonostante si fosse quasi a maggio.
La vide andare verso la paninoteca con altre ragazze ed intuì che doveva far parte di un gruppo in gita scolastica.
Entrò nello stesso locale e chiese un toast e una birra, cercando di non perdere di vista quel volto.
Non voleva dare nell’occhio data l’assurdità della situazione : la ragazza non aveva più di sedici anni ed il suo interesse era, diciamo così, solo estetico.
Seduto su uno sgabello a trespolo presso il lungo bancone della paninoteca, addentò il suo toast e in quel momento incrociò il suo sguardo.
Il rimescolio interiore che gli esplose nel petto era del tutto simile a quello che provava ogni volta davanti alla famosa statua.
Indugiò a guardarla, fino a che la ragazza abbassò gli occhi, evidentemente a disagio.
Poi ebbe coscienza, finalmente, del perché provasse quelle strane sensazioni. Gli occhi della statua, senza pupille, e quelli bellissimi e neri della ragazza trasudavano dolore. Un dolore senza lacrime, senza rassegnazione.
Un dolore vecchio come la storia del mondo.
Mentre tracannava dalla bottiglia l’ultimo residuo di birra si accorse che il gruppo di studentesse stava uscendo di nuovo sulla via e udì una di loro chiamare “Nina”.
Vide la ragazza dagli occhi tristi risponderle.
Accadde esattamente come per la statua : Giovanni non dimenticò mai quel volto, quegli occhi e quel nome.
Non si spiegava perché fosse così violentemente attratto da quei nasi dritti e da quegli sguardi angosciati. Sapeva soltanto che non li avrebbe mai dimenticati e che se, un giorno, avesse avuto la forza di scrivere un romanzo, l’eroina avrebbe avuto quel volto, quegli occhi colmi di dolore ed una storia che lo giustificasse.


Torino Aprile 1995

Giovanni non dimenticò quel volto e seppe riconoscerlo dieci anni dopo in un luogo e in un contesto totalmente diverso.
Era ancora aprile, questa volta carico d’estate precoce.
A Torino, in un salone della Camera di Commercio si sarebbe tenuta una giornata di studio sul Decreto Ronchi inerente la regolamentazione per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di ogni genere.
Giovanni era diventato il responsabile dell’Ecologia dello stabilimento in cui lavorava da oltre ventisette anni e, come tale, cercava di aggiornare le proprie cognizioni sulla materia partecipando a conferenze come queste.
La incontrò al tavolo delle registrazioni e la riconobbe immediatamente. Del resto non era difficile; chi l’avesse vista avendo in mente le fattezze della statua della Germania Sconfitta, non avrebbe esitato a dire che la modella per lo scultore fosse stata lei. Ancora una volta cercò i suoi occhi e vi lesse lo stesso arcano dolore.
Ammutolì per l’emozione. La donna (ormai doveva avere 26 - 27 anni) gli sollecitò la consegna dei documenti d’iscrizione. Nel ricevere dalle sue mani il plico degli atti del convegno s’avvide di sudare copiosamente. Maledisse mentalmente la cravatta, che serrava la sua gola impedendogli di respirare bene, e il suo abbondante sovrappeso.
Uscì di nuovo nel corridoio dopo il secondo intervento degli oratori, mentre si era scatenato un serrato dibattito sull’ attribuzione del termine “rifiuto” a quelle che fino alla data d’entrata in vigore del Decreto erano state catalogate come “Materie Prime Secondarie” in quanto destinate al riutilizzo.
Con disappunto vide che nessuno sedeva alla reception.
Cercò un bagno e, mentre vi si dirigeva, incontrò di nuovo Nina. Era alta e slanciata nel suo tailleur grigio perla. La camiciola di seta rosa, col colletto civettuolamente rialzato sul collo, faceva risaltare la perfezione dell’ovale del viso. I collant neri davano un tocco di bellezza in più alle sue gambe, tanto diverse da quelle che ricordava fasciate dagli sdruciti blue-jeans.
“ Mi scusi signorina”
“Prego”
“Volevo chiederle, ehm... non mi fraintenda la prego... volevo chiederle se il suo nome è Nina”
La donna arrossì ed indicò il badge che aveva appuntato sul risvolto della giacca ove era scritto a chiare lettere il suo nome “Elena Spadafora”.
“ Mi chiamo Elena, come può vedere, signor ..... signor “ e dopo aver dato un’occhiata al badge di Giovanni, “ Polimena” concluse, “ però a casa e gli amici mi chiamano Nina... lei come fa a saperlo?” chiese senza accennare al minimo sorriso. Giovanni si terse il sudore col fazzoletto e, guardandola negli occhi scandì :
“ Firenze, fine aprile 1985, paninoteca in piazza san Lorenzo. Ricorda? Cos’era una gita scolastica?”
La donna lo guardò con stupore e parve riflettere per un momento su quelle indicazioni.
“ Sì, ricordo la gita a Firenze dell’85 ma questo non spiega come faccia lei a conoscere il mio diminuitivo, visto che...”
“ Dunque non mi ero sbagliato. Permetta che le spieghi...”
Giovanni, sorridendo raccontò la singolare esperienza vissuta dieci anni prima e mai dimenticata.
La donna sorrise e poi disse che nessuno fino ad oggi l’aveva paragonata ad una statua d’età romana.
“Le assicuro, signorina, oggi più che mai lei è la copia esatta di quella statua. Si direbbe che duemila anni fa sia esistita una ragazza col suo stesso volto, con la sua stessa espressione e che uno scultore le abbia riprodotte nella statua della Germania Sconfitta. Già dieci anni fa la somiglianza mi aveva impressionato al punto da non dimenticare più quella ragazzina in jeans dall’aria così
seria... ma oggi, devo dire che oggi chiunque giurerebbe che lei sia stata la modella di quello scultore... mi scusi se l’ho importunata. Arrivederci, devo rientrare.”
Elena gli sorrise : “Nessun problema” gli disse.
Alle due del pomeriggio l’incontro sul Decreto 22 e sulle sue implicazioni era terminato.
Giovanni cercò ancora Elena ma di lei non v’era traccia.
S’avviò verso la macchina lasciata in un vicino posteggio e notò che l’appetito e l’aria pesante di Torino gli stavano provocando un po’ di mal di testa.
Raggiunse la sua vettura nel parcheggio e s’avvide ch’era completamente al sole; avrebbe sudato di nuovo, pensò. Avrebbe dovuto tentare di dimagrire prima o poi. Ma come poteva vincere quell’appetito che lo sopraffaceva? I suoi succhi gastrici aggredivano letteralmente il suo stomaco vuoto e mangiare diventava imperativo. Certo, però che pesare centodieci chili a quarantasei anni era tutt’altro che salutare. Udì il suono di un clacson proprio mentre stava per entrare nell’abitacolo arroventato.
“Salve” disse lei sporgendo la testa dal finestrino della smart.
“Salve” le rispose Giovanni sorridendo. “ ha finito?”
“Certo, per oggi sì”
“Abita qui a Torino, naturalmente”
“Quante domande... Sì naturalmente, infatti sto tornando a casa”
“ E “, azzardò Giovanni, “se invece venisse a pranzo con me? Potremmo parlare ancora di Firenze, le va ?”
“Ma, veramente io... “
“ La prego, non ci impiegheremo più di un’ora... un’ora e mezza al massimo. Se può venga, ne sarei veramente felice.”
Nina parcheggiò la smart accanto alla Vectra di Giovanni.
“ Va bene, questa storia m’incuriosisce. Però devo cercare un telefono per avvertire che farò tardi”
Giovanni le porse il suo portatile.
Nina non ci mise molto.
“Mia madre ha sempre paura che faccia brutti incontri. E poi teme che a Lorenzo, il mio fidanzato, non faccia piacere ch’io vada a pranzo con un perfetto sconosciuto...”
“Capisco. Senta : chiami Lorenzo e inviti anche lui...”
“ Ma no, che dice? Lorenzo è in Francia “
“ ...Allora viene con me ?”
“ Perché no ? Non mi mangerà mica, vero?”
“ Certo che no, sono prevalentemente vegetariano, io. S’accomodi”.
La ragazza sedette graziosamente e richiuse da se lo sportello della Vectra.
Giovanni le propose di andare a pranzo in via Po, nel ristorante pugliese. Quella cucina meridionale e piccante a lui, date le sue origini, piaceva da matti. La ragazza sorrise riferendo che per lei non era un problema poiché di solito pranzava con una fetta di carne e dell’insalata.
Mentre raggiungevano piazza Vittorio, Giovanni le raccontò delle strane sensazioni che quella famosa statua gli provocava. E, confessò, oggi che aveva trovato in una donna reale, viva, le stesse espressioni, lo stesso volto, la sua incomprensibile esaltazione si era acuita.
A tavola le parlò del dolore misterioso che il suo sguardo e quello cieco della statua promanavano.
Nina, quasi per smentire le sensazioni del suo ospite, si mostrò allegra e disse che nessun grande dolore, grazie a Dio, fin ora l’aveva mai toccata.
Stettero insieme un paio d’ore. Alla fine Nina sapeva molte cose di Giovanni, di sua moglie e del figlio che studiava da ingegnere. Giovanni invece ignorava ancora tutto di Nina. Mentre tornavano al parcheggio le chiese
“Sei di origini meridionali anche tu? Spadafora è un cognome comune dalle mie parti”.
“No” rispose lei, io sono nata a Torre Pellice, che è qui vicino, ed i miei vivono li sin dalla notte dei tempi...”
“ Sono proprio contento di averti conosciuta. Spero di  rivederti qualche volta, magari con Lorenzo. Se passerete da Serravalle mi farete veramente piacere se verrete a trovarmi”
“ Spero di rivederti anch’io, magari con la tua famiglia.”
Esitò qualche istante e poi proseguì :
“Posso essere sincera ?”
“Devi !”
“Sai, stamattina m’eri sembrato un po’ matto”
“ Sincerità per sincerità ti confiderò un segreto : io non sono un po’ matto, lo sono completamente. Mi perdo dietro alle sensazioni che possono darmi un libro, un film, un tramonto, una statua, uno sguardo sconfinato come il tuo, che credo conservi parte di un mistero universale, giacchè tutto alla fine si rivela figlio dello stesso padre che reclama i sui diritti : il dolore.”
“ No, non sei matto, Giovanni. Credo di aver conosciuto un poeta oggi. Non è così ?”
“ Non credo proprio. Hai conosciuto un matto a cui però la poesia piace moltissimo. Ciao, Nina, chiamami qualche volta”.
“ Ciao. Anche tu, chiamami quando vuoi.”


Cronache Parallele: 2. LA MORTE DI UN PORCO, UN FRATE GOLOSO E UNA RICHIESTA DI MATRIMONIO

pubblicato 31/dic/2009 21:07 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:18 ]

capitoli:
primo - terzo

Cronache Parallele: 2. LA MORTE DI UN PORCO, UN FRATE GOLOSO E UNA RICHIESTA DI MATRIMONIO
capitolo secondo
bozza di Romanzo di Benito Ciarlo



Taddeo Polimena non aveva nessuna di queste qualità. Ma era schietto, fiero e, purtroppo, anche violento e bestemmiatore.
Era bello, però, ed il suo sguardo aveva un fondo di bontà. Forse il suo atteggiamento di spavalderia serviva a celare la timidezza, la gentilezza che pure dovevano albergare nel suo cuore. Tutto questo era estremamente improbabile, Nina se ne rendeva conto. Taddeo era insofferente e permaloso ed aveva l’abitudine di cacciar fuori il coltello di tasca per un nonnulla. Quante volte ne aveva sentito parlare dalle donne al castello e dai suoi fratelli in casa. Bernardo aveva detto un giorno che Taddeo, con un colpo da maestro - del resto faceva il macellaio - aveva “allargato il sorriso ” ad un soldato che aveva osato barare a carte con lui.
Eppure, nel suo sguardo, Nina non leggeva cattiveria. Anzi, così più volte le era parso, leggeva devozione per lei, amicizia, forse... amore.

Il cinque di gennaio era la vigilia di una grande festa al castello. I preparativi fervevano già da qualche giorno. Stava per arrivare a Montalto un alto dignitario da Napoli.
Le donne arrivarono in cucina alle sei del mattino. Era nevicato durante la notte e, le sìliche (rampe d'accesso lastricate n.d.a.), s’erano ricoperte in un sottile strato di ghiaccio.
Nina salutò Porzia, che stava accendendo il fuoco nell’enorme camino. (Su queste fiamme d’inferno con l’aiuto degli uomini si può far cuocere un intero bue, le disse una volta Smena, la tiranna delle cucine).
Nina aveva il volto e le mani arrossate per il freddo e gli occhi lucidi.
« Come sei bella stamattina » le disse Taddeo Polimèna, il macellaio, scaricando sul grande tavolo tre oche già spiumate. Nina arrossì ancora di più e si rifugiò verso il camino ad aiutare Porzia.
La vecchia la guardò con occhio complice e mormorò sorridendo « Hai visto come ti guarda ?»
Inaspettatamente Nina le rispose con durezza di badare agli affari suoi. Porzia dispiaciuta, non le parlò per l’intera mattinata.
Taddeo si fermò a discorrere con Ismene dei norcini che sarebbero arrivati da lì a poco per collaborare ad uccidere il maiale e a macellarne le carni. Aiutò Porzia ad attaccare ad uno dei ganci del camino un enorme paiolo di rame, che fu presto riempito d’acqua dalle altre donne.
Controllò con occhio critico le varie madie che erano state disposte la sera prima sul pavimento, i recipienti di terracotta per raccogliere il sangue del porco, senza trascurare di cercare lo sguardo di Nina.
Questa, sembrava dopo qualche minuto, essersi dissolta nel nulla. Taddeo divenne nervoso e uscì nel cortile innevato per controllare il gancio e le corde attaccati alla grande trave della forca . Poi, rientrò e si mise ad affilare i coltelli ancora una volta.
Nina aveva portato, come tutte le mattine, il latte, i biscotti, il meli i cùpulu , il mel’i ficu , di sopra e li aveva consegnati alla gnu’ Genoveffa, la dama di compagnia della Baronessa Eleonora.
Mentre ripercorreva il corridoio per tornar dabbasso, s’inchinò, come le aveva insegnato Porzia, a Madamigella Cristina, nel frattempo uscita dalla Cappella dopo le orazioni del mattino.
La giovane figlia del Governatore era una ragazza molto bella. Coetanea di Nina e, come lei, molto più alta di tutte le altre signorine di quell’età, era sempre sorridente e gentile, a differenza dei genitori. Come sua madre aveva i capelli gialli .
« Buongiorno, Nina. Tira su quella testa. Tutto bene laggiù ? »
« Buongiorno a vossignoria. Mi benedica. Sì, si va tutto bene. Tra qualche momento sentirà le urla del porco.»
« Oh mio Dio che strazio. Tu lo sopporti quello spettacolo ?»
« Cosa vuole che sia ? A me non ha mai fatto schifo ne paura. E poi, la carne di maiale è così buona. Taddeo è bravissimo, un colpo secco e zac ! Il maiale non s’accorge nemmeno di morire.»
«Si ? Ma allora perché urla così ? »
« Urla prima di morire, quando gli uomini lo immobilizzano e lo legano. Credo che l’istinto gli faccia capire che guaio stia per passare...»
Sobbalzarono. Quasi a sottolineare il dialogo, uno strillo acutissimo si levò di fuori. Un grido quasi umano, prolungato e piangente.
« Ecco che cominciano. Mi perdoni, col Suo permesso devo correre di sotto. »
« Vai pure »
Nina s’inchinò di nuovo e, di corsa, raggiunse le scale.
« Nina !», la richiamò Cristina.
Altrettanto velocemente la ragazza fece dietrofront, senza interrompere la corsa e tornò ad inchinarsi.
« Ai Suoi comandi, Madamigella. »
« Volevo solo dirti... dopodomani, a festa finita, perché non vieni su da me nel pomeriggio ?»
« Da lei ? Di cosa ha bisogno ? Cosa dovrò fare ? Io sono pratica solo di cucina, di verdure e di làgane ...» si schermì lei.
« Niente di particolare, vieni su e basta. Lo farò dire ad Ismene in modo che ti lasci libera per il pomeriggio.»
« Come lei desidera».
Tornò di volata in cucina, ma giunta sull’ultimo pianerottolo si fermò, affascinata dal silenzio improvviso. Attraverso il portone spalancato vide che avevano appeso il maiale, il quale stranamente non urlava più.
L’animale era stato legato per le zampe ed era tenuto fermo da due uomini, uno dei quali gli aveva immobilizzato la testa, mentre un terzo tirando la corda lo issava. Taddeo aveva avvicinato una giara di terracotta alla “forca”. Poi aveva brandito un enorme, affilatissimo coltellaccio e, avvicinatosi al malcapitato suino gli aveva gridato sul grugno, con una sonora risata : « A noi due ! Porco che non sei altro !»
Si scatenò il finimondo. Il maiale, quasi avesse capito e raccolto la sfida, cominciò a strillare e a dimenarsi. Gli uomini furono scaraventati per terra ed ebbero il loro bel da fare per reggere la forca affinché non si rovesciasse. Per una buona mezz’ora dovettero lottare con quel mostro prima di ristabilire l’equilibrio. A quel punto, Taddeo affondò rapidissimo la punta del coltellaccio nella gola della bestia aprendogliela. Muovendo la lama si guardò intorno ed incrociò lo sguardo di Nina.
Tanto bastò per distrarlo. Il porco, nello strepito della morte cacciò uno strillo che ricordava il frantumarsi del vetro. Poi, il maledetto, continuò a dimenarsi inondando letteralmente di sangue la neve del cortile. Umiliato, Taddeo, lo finì con un secondo colpo alla gola, nel senso opposto del primo. Dagli squarci il sangue fluiva velocemente nella giara. Il giovane macellaio lasciò completare l’operazione di dissanguamento agli altri e si recò in cucina, per sollecitare le donne di versare l’acqua bollente nella madia grande.
Si lavò le mani in un secchio, vicino alle scale. Si accorse che Nina stava osservandolo e indugiò. Era sudato, ma sentiva i brividi sotto la pelle. “Questa donna mi farà impazzire” pensò.
In sei sollevarono il porco e lo adagiarono nella madia grande. Taddeo controllava il filo di un rasoio. Poi, mentre le donne si avvicendavano a versare acqua bollente sulla pelle del maiale, egli con grande destrezza ne rasava le setole. Cambiò strumento quattro volte. E mentre con fierezza, ridendo, affermava : « Guardate che meraviglia ! Sembra il culo d’un neonato tant’è liscio !”, avvenne un’ultima stranezza. In un estremo sussulto di vita, traendo l’energia chissà da dove, il maiale strepitò, rovesciando la madia e finendo sul pavimento per restarvi poi definitivamente immobile.. Taddeo imprecò bestemmiando il nome della Madonna.
Le donne si segnarono. Nina non poté fare a meno di dirgli « Chi è il porco, lui o tu?»
La replica di Taddeo fu ancora violenta : « Taci, donna, non provocarmi ! E voi, sbrigatevi !» gridò agli aiutanti. Gli avvicinarono il paiolo. Scuoiò il maiale della sua cotica e si accinse a preparare i tagli di carne come gli era stato richiesto dalla cuoca, Gnura Smena, mentre gli altri, velocissimi asportavano le interiora riponendole in una apposita madia (chiamata "la merdona") e portandole subito all’aperto. Qui le ripulirono e dopo meticolosissimi lavaggi le riposero, separate per tipo, nei recipienti (limme) di terracotta smaltata. Il cuore, i polmoni, resti del fegato, della milza, le trippe i resti di carne che Taddeo lasciava man mano da parte, vennero raccolti da Porzia e tagliuzzati a dovere.
In una grande padella posata sul treppiede friggeva del grasso. Porzia vi versò i pezzetti di carne. Il lauro empì la cucina d’aroma.
Ismene trasse dallo stipo una forma di pane fresco. Si fermarono tutti. Nina distribuì le ciotole. Porzia servì il “suffrittu” per la canonica mangiata degli “avanzi”.
Ismene versò agli uomini un boccale di vino a testa. Le donne bevvero dalla caraffa. Taddeo s’era seduto vicino a Nina che però non lo degnava d’uno sguardo. Mangiavano tutti con appetito.
“Scusami, per poco fa” avrebbe voluto dirle Taddeo. Invece se ne restò immusonito. Lei mangiava con grazia. Sembrava una signora. Era così bella che lo faceva star male. « Nina» le chiese a bassa voce, con durezza, contraddicendo il desiderio che aveva provato solo un attimo prima, « perché mi tratti così?»
Lei non rispose. S’alzò di scatto e uscì. Taddeo finì di mangiare. Incrociò lo sguardo di Porzia leggendovi compassione e s’irritò.
Ripresero a lavorar le carni sul grande tavolo, mentre le donne s’affaccendavano per la preparazione del pranzo di mezzogiorno.
Nina rientrò con due secchi colmi d’acqua. Si lavò le mani in un catino. Poi aiutò Ismene ad impastare la lagana. Guardò Taddeo maneggiare il coltello. Pensò ch’era proprio bravo nel suo lavoro. Per qualche momento osservò il volto bruno, i baffi spioventi, i capelli lunghi che sfuggivano da sotto il cappello. Il fazzoletto giallo legato al collo dava risalto ai lineamenti del volto che Nina, per la prima volta trovò bellissimi. S’era fermata d’impastare e fu ripresa da Ismene che la redarguì dicendole di scendere giù dalle nuvole. Le altre risero. Taddeo si voltò a guardarla. Lei arrossì e abbassò lo sguardo. Il cuore dell’uomo si gonfiò di gioia. Aveva scorto qualcosa nei suoi occhi. Qualcosa di mai visto prima. Una scintilla durata un attimo. Si ferì ad un dito con la punta d’un disossatore. Di nuovo bestemmiò ad alta voce succhiandosi il dito. “Le donne !” pensò ; e si concentrò sul suo lavoro.
Maria, una donnetta minuta, dal volto scavato e dalla bocca sfuggente, a differenza di quanto il suo aspetto indicava, era la più allegra di tutte. Come ogni mattina a quell’ora, cominciò a cantare ad alta voce. Presto, le altre si unirono al coro, continuando diligentemente a lavorare.
Anche uno degli uomini, Giacomo Quatro, un quarantenne grande come un orso, con un vocione che ricordava l’eco del tuono, si divertì a dare ritmo alla sua azione di triturazione della carne per la salsiccia, canticchiando con le donne. L’andirivieni degli affilatissimi coltelli era molto rapido e, incro-ciandosi sul grande tagliere di legno riducevano i pezzi di carne in un trito finissimo che altri provvedevano ad asportare e ad infilare nelle budella del porco.
La canzone, basata su evidenti doppi sensi, raccontava dell’amore tra una ragazza e un giovane frate e del loro espediente per restar da soli. La trovata consisteva nella simulazione della malattia da parte di lei, tanto da far disperar la madre al punto che, credendola moribonda, prega il fraticello, intanto sopraggiunto per chiedere l’elemosina, di confessare la figlia. Nel chiuso della stanza i due si amano e alla fine la ragazza grida alla madre :« Mammà, lu Monachieddru m’ha sanàtu ! »
Mentre la canzone stava finendo e su tutti i volti si disegnava un sorriso divertito, dalla porta sul cortile entrò fra Bernardino.
Tutti tacquero immediatamente.
Il frate, vagò nella cucina, spostando con fatica la sua prominente pancia che sembrava impalata sulle gambe corte, da nano. S’avvicinò ai norcini e, senza dire una parola, staccato un pezzo di salsiccia dalla corda che stavano formando, l’addentò riempiendosi l’enorme bocca di carne cruda, budello compreso. Spezzò del pane su un orlo, lacerandolo, e se lo infilò tra i denti. Masticando s’avvicinò alla credenza. Afferrata la caraffa scolò il vino che vi era rimasto, lordandosi l’abito bianco coi rivoli che gli colavano dagli angoli delle labbra.
Il silenzio era gelido e assoluto, ci fossero state le mosche le si sarebbe sentite ronzare.
Nessuno osava parlare. Porzia si rifugiò nello stanzino della cenere e vi restò fino a quando, il frate, dopo circa mezz’ora, se ne uscì da dove era entrato.
Fra Bernardino, intanto, s’avvicinò alla pentola di terracotta dove erano stati messi a cuocere, sin dal mattino presto, i fagioli. Con un cucchiaio di legno se ne versò una ciotola. Nella padella utilizzata per il “suffrittu” era rimasto dello strutto rappreso. Con lo stesso cucchiaio lo asportò condendovi i fagioli. “Sono arrivato troppo tardi” pensò. Trangugiò i legumi facendo un rumore orribile nell’imboccarsi, tanto che tutti si voltarono a guardarlo.
« Bene ! Bene !,» esclamò, finito di mangiare.
La sua voce, avvezza a predicare, era stentorea.
« Benissimo !... Quante volte devo ripetervi, donne di malaffare, che quella canzone è licenziosa ed induce peccaminosi desideri nelle giovani ? Non dovete cantarla mai più !»
Il tono si affievoliva man mano che procedeva nella frase. Diventava sfuggente, quasi un mormorio, preludio certo all’immancabilmente urlata severarum reprimenda che sarebbe seguita :
« Pazze ! Voi siete peggio delle maledette tramontane che spregiano il sangue divino del nostro Signore Gesù Cristo ! Voi diffamate, cantando, l’onore d’una giovane, il dolore d’una madre, la reputazione di un Frate ! Pazze ! Il fuoco del rogo prima, e quello dell’inferno poi, consumeranno le vostre membra per omnia saecula saeculorm... Pazze !»
Intanto s’era avvicinato ad Ismene, china sulla sfoglia e, sempre continuando ad inveire, le aveva posto una mano sulla schiena. Nina e Taddeo s’accorsero della manovra e distogliendo gli occhi dalla scena finirono con lo scambiarsi uno sguardo che li indusse a sorridersi. In quell’attimo non udirono più il frate. Il tempo parve dilatarsi. Fra loro si svolse un lunghissimo colloquio ch’era poi il riecheggiare di un’unica frase : “ti amo”.
Nina arrossì violentemente, sentendosi sciogliere.
Taddeo avrebbe voluto urlare dalla gioia.
Sbigottì, invece, quando, tornando alla realtà, si rese conto che il frate avanzava minaccioso verso di lui.
«... Ed eccoli i giovani laidi di oggi, che spendono le loro serate nella taverna di quella femmina indegna, che apparecchia loro il desco ed il letto ! e che li consuma come fuochi al vento. Eccoli questi peccatori ! degni della triplice bocca di Lucifero !» proseguì il monaco puntando minaccioso l’indice destro contro Taddeo.
Questi, irritato interloquì, a sua volta con veemenza : « Ma quando mai ! Ma voi che dite, Fra Bernà, è pura calunnia. Io ? E dove lo trovo il tempo d’andare alla taverna della Greca, io che lavoro notte e giorno ? Ma chi ve l’ha riferita un’infamia simile ?»
« Taci ! Non ho bisogno di delatori ! T’ho visto io sgusciar via di notte, tu come mille altri, dalle calde coperte di quella meretrice ! T’ha visto il mondo trascinarti ubriaco e sfatto per le strade, dopo essere stato posseduto da quella donnaccia!»
Tacque, smise d’agitarsi e s’avviò verso l’uscio, che socchiuse. Voltandosi assunse la posa di un comico angelo dell’Apocalisse. Col dito indice puntato verso l’alto tuonò « Maledetti peccatori ! Donne serve di Satana ! Magàre ! Miscredenti ! Giorno verrà che non avrete più voglia di cantare ! »
Il sole faceva risplendere le macchie di vino e d’unto disseminate sul candido saio.

Porzia Beza rientrò. Era pallida. Il reticolo di rughe s’era accentuato sul suo volto. Gli occhi sembravano più infossati del solito. Perle di sudore le ricoprivano la grigia peluria del labbro superiore. Nina, vedendola in quello stto, e temendo che stesse per svenire, le si avvicinò e la resse per un braccio.
« Vieni, all’aperto respirerai meglio. Non angosciarti, Porzia » le disse sottovoce, mentre uscivano nel cortile. La “tramontana”, s’appoggiò alla panca presso il pozzo mentre la giovane attingeva dell’acqua.
Erano in sospeso due argomenti di cui nessuna delle due aveva il coraggio di parlare.
Nina sapeva che gli oltramontani non erano cattivi cristiani, anzi, non ne aveva mai conosciuti di così buoni. Le infamie pronunciate da frate Bernardino avevano spaventato a morte Porzia. Altrettante coltellate erano state per Nina le sue affermazioni su Taddeo. Entrambe, però ritennero di non avere ragioni e coraggio a sufficienza per confidarsi i loro dolori. La ragazza porse a Porzia una ciotola d’acqua fresca. Lei ne bevve un sorso e la rassicurò : « Sto bene, non spaventarti, m’è soltanto girata un po’ la testa, sarà stata la cenere smossa.»
Nina poggiò per un momento la testa sulla spalla di Porzia : « Ti prego di perdonarmi per stamattina, sono stata sgarbata ». « Non pensarci, vieni, rientriamo, tra breve scenderanno i valletti per prendere il pranzo.»
Gli uomini stavano discutendo e Taddeo, al solito, lo faceva ad alta voce e gesticolando. Agitava due coltelli nell’aria mentre urlava « Quant’è vero Dio, a quella palla di grasso io gli taglio la pancia e gliela trito sul tagliere. Mangia quanto un esercito di lanzichenecchi e predica alla gente di osservare il digiuno. E’ il più grande puttaniere di Montalto e predica la castità ! E’ un mentitore , un giudascariota ! M’ha visto lui, dice ! E cosa cazzo ci faceva dalla Greca lui di notte ?»
Gnura Smena lo redarguì : «Basta ! Finiamola. Al lavoro e poche chiacchiere. Tu guagliù, stai celiando col fuoco, guarda che potrai scottarti. E attento con quei coltelli !»
« Sentitela ! » replicò Taddeo ormai irrefrenabile. « Ne ha paura e lo difende, anche se poco fa quel pancione non ha esitato a toccarle il culo davanti a tutti ! Dite, Smena... magari è per questo che lo difendete, non è così?» chiese poi ridendo. La vecchia rise a sua volta e lo mandò al diavolo.
Ismene e Nina, consegnarono il pranzo dei signori ai valletti.
Maria e Porzia apparecchiarono per la servitù sul grande tavolo della cucina, sgomberato di ogni cosa. Attesero il ritorno dei valletti, quattro spagnoli taciturni (castrati, li definiva Taddeo) e delle cameriere. Porzia si alzò per la Preghiera. Gli uomini si levarono il cappello.

O tu, lo nostro payre lo qual sies en li cel,
lo teo nom sia santificà.
Lo teo regne vegne.
La toa voluntà enayma ilh es fayta al cel sia fayta en la terra.
Dona a nos enquoy lo nostre pan quottidian,
e perdona a nos li nostre debit
enayma nos perdonem a li nostre debitor.
E non nos menar in tentation, ma desliora nos de mal.
Amen.


Taddeo disse a Giacomo : « Lei sì, che sarebbe un bravo frate ! Il suo latino si capisce di più, ed è così buona, così...pia, ecco.»

Consumarono tutti insieme il loro pranzo a base di lagane e fagioli, carne di porco e zampe ed interiora di oche.
Arrivò poi il momento più difficile della giornata per Nina : il lavaggio delle pentole e delle stoviglie. Nel pomeriggio, infatti tutte le pentole dovevano essere riutilizzate per la preparazione della carne per l’indomani e, a fine lavoro, per supplemento, dovevano essere bollite le cotiche e le parti grasse per lo strutto e li scarafuogli (ciccioli). Sarebbe servita la quadàra (il grande paiolo di rame). Alla cottura, come sempre avrebbero assistito Ismene (che dormiva stabilmente in Castello) e Giacomo il norcino, che se ne sarebbe tornato a casa a tarda notte, certamente ubriaco e sazio.
La ragazza si rimboccò le maniche e slargò il grembiule sulla gonna. Indossò una giubba pesante e tornò in cortile. Le donne sparecchiavano e portavano fuori le stoviglie, presso il vascone addossato al muro delle stalle. Taddeo, Giacomo e i valletti (che badarono a non sporcare i loro vestitini rosa pieni di alamari con l’unto ed il nero delle pentole), portarono i paioli più grandi. Nina prese il secchio della cenere e un badile.
Le si avvicinò Taddeo : «Lascia, vado io a prendertela.» Lei lo lasciò fare ma non gli parlò. Dispose sul bordo della vasca una serie di stracci e la ciotola con la sabbia fine. Le pentole erano così unte che l’odore, sebbene consueto, nauseò la giovane. Taddeo la raggiunse e dispose il secchio con la cenere direttamente nella vasca.
S’accorsero d’essere soli.
Il giovane faceva ruotare le falde del cappello tra le mani nervosamente. I raggi del sole sfaccettavano i suoi capelli e lo costringevano a stringere le palpebre, il che contribuiva a dargli un aspetto truce, a dispetto dell’atteggiamento di timidezza evidenziato dall’armeggiare col cappello. Aveva ormai ventitré anni. Non era mai stato uno stinco di santo, tutt’altro. Le sue avventure con le donne erano note come le sue sbornie e le sue liti al coltello. Però non aveva mai sentito nel cuore, per nessuna, niente di paragonabile di quello che provava da un po’ di tempo per Nina. Desiderava quel corpo armonioso, quelle labbra color di rosa, adorava la sua voce, anche se non s’era mai rivolta a lui con gentilezza e men che meno con complicità. Gli mancava il fiato tutte le volte che la guardava, al punto che, spesso, si esortò a non rincitrullire per una femmina alla quale non interessava. Quello sguardo, però... Quel suo sguardo, finalmente libero da remore e da pose, gli aveva fatto intuire che anche lei...
« Devo parlarti, Nina»
La ragazza aveva temuto e, al tempo stesso, atteso quel momento. Si sentiva in subbuglio e le gambe parvero non sorreggerla più. Si sforzò di pensare alle terribili parole di frate Bernardino. Un nodo le serrò la gola e, suo malgrado s’accorse d’avere le lacrime agli occhi. Volse il capo in direzione delle stalle. Si terse gli occhi e replicò dimessa: « Meglio di no.»
« Vuoi ascoltarmi, donna ?» Taddeo si cacciò il cappello in testa con furia e le si piazzò davanti.
« Devo semplicemente chiederti se vuoi sposarmi. Maledizione !»




CRONACHE PARALLELE: 1. Come fu che Nina imparò a leggere

pubblicato 28/dic/2009 02:17 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 16/feb/2010 05:14 ]

CRONACHE PARALLELE: 1. Come fu che Nina imparò a leggere

Bozza di Romanzo di Benito Ciarlo


Montalto, 5 gennaio 1559

Nina, il cinque gennaio del millecinquecentocinquantanove, compiva sedici anni. Terza dei quattro figli di Ignazio Spatafora e Lucia Chiapperino, da quattro anni era a servizio nelle cucine del Castello di Montalto. Del che genitori e fratelli andavano fierissimi.

Suo padre, era un “mastro d’ascia” e godeva, nella città di Montalto, del rispetto a quel tempo dovuto ad un ottimo artigiano, facente parte degli Onest’huomini (eletti dal popolo, per l’assemblea consiliare della città) in rappresentanza del Borgo del Piano del Duca. La sua carica gli permetteva di frequentare due volte all’anno i Gentil’huomini (gli eletti dei nobili) e lo stesso Governatore, per deliberare sulle attività del fiorente Comune.

Aiutato dai figli Ruggero, Bernardo e Francesco (appena tredicenne ma col “mestiere” nel sangue), fabbricava attrezzi agricoli, gioghi, carri con maestria ineguagliabile. La sua popolarità derivava anche dal fatto che il Governatore spagnolo, il Barone Castagneto in persona, si era recato nella sua bottega ad ammirare un carro da lui costruito e artisticamente decorato dai figli.

Di questi, Bernardo, era diventato un falegname, capace di costruire pure pezzi di arredamento artisticamente decorati, con intarsi di pregevole fattura e una verniciatura speciale che faceva della cassapanca o dello stipo qualcosa di veramente splendido. Il primo, invece, aveva seguito il mestiere paterno in tutto e per tutto, aggiungendo di suo la capacità di ferrare cavalli, asini e muli. Un maniscalco meticoloso che stava acquistando la nomea di bravo artigiano, con gran dispetto del vecchio fabbro che aveva bottega non molto distante dalla loro.

Nina era una ragazza molto intelligente oltre che bella.

Quando, dodicenne, cominciò il suo lavoro al castello era, come tutte le sue coetanee e la maggior parte del popolo, completamente analfabeta. Oggi sapeva leggere e scrivere molto bene, anche se custodiva gelosamente e timorosamente questo suo segreto.

Una delle cuoche, la più anziana, Porzia Beza, le aveva insegnato quel mistero, esortandola a non parlarne con nessuno.

Porzia era una “tramontana” . Si esprimeva con un accento dolcissimo e sapeva tante di cose di cui Nina ignorava persino l’esistenza.

Spesso si sedeva in un angolo a pregare recitando giaculatorie che nessuno capiva.

Sulle prime, Nina, ne ebbe paura, poiché s’era messa in testa che si trattasse di una “magara” . Questo suo timore diventò una certezza quando, un giorno, scoprì che Porzia, nello stanzino delle ceneri , stava leggendo un libro.

La ragazza sapeva da lungo tempo - glielo aveva insegnato sua madre - che i libri erano robe di Satanasso, salvo i Vangeli che leggono i preti e quelli che leggono i nobili, e che a farne uso, tra il popolo, erano i giudei, le magare e i negromanti che, come tutti sanno, hanno tre dita tinte di nero.

Il terrore si impadronì di Nina. Il cuore prese a galoppargli nel petto e la paura le impedì di muoversi. Porzia, accorgendosene, la fece entrare quasi con forza nello stanzino, richiudendo la porta.

«Cos’hai, figlia mia ? Perché tremi così ? »

Non riusciva ad articolare parola. Porzia intuì la ragione dello spavento e con pazienza e dolcezza le mostrò il libro. Era un Vangelo, e non era scritto in latino ma nella lingua di tutti i giorni, le spiegò.

«Non devi aver paura del sapere » le disse. E prese a leggerle alcune delle storie sacre. Le dimostrò che, nel libro, non le parole del diavolo erano trascritte ma quelle di Dio.

Nei giorni che seguirono, il leggere e lo scrivere, furono i loro argomenti di discussione. Porzia le spiegò che con lo scrivere potevano essere annullate le distanze. Le raccontò della sua vecchia madre che ancora viveva in un paese molto lontano, ad oltre un mese di cammino da Montalto, alla quale una volta ogni tanto poteva raccontare della sua vita. La lettera custodiva le sue parole e le ripronunciava quando la madre la riceveva, leggendole. Lo stesso accadeva a lei, sapeva quel che capitava nella sua patria lontana : un borgo chiamato Bobbio, che si trovava in una valle chiamata Pellice, ai piedi di monti che toccavano il cielo.

« Sapere leggere e scrivere non è stregoneria, ma un dono di Dio, come la parola. Del resto, pensaci, bambina mia : le verità che conosciamo sul Nostro Signore Gesù Cristo, anche i preti le hanno apprese dai libri.» concluse.

« Sì, ma loro possono, anzi devono.»

« E noi perché no ? Non siamo persone come loro ? E non ha forse detto il Signore a tutti di predicare la Sua buona novella ? E come potremmo farlo se non potessimo studiarla, capirla ?»

Nina esitò. Perché c’erano i preti ed i monaci, se non per predicare il Vangelo ? La curiosità la indusse a chiedere :« Chi porta le tue parole a tua madre e quelle di tua madre a te ? »

L’anziana valdese cambiò discorso ed evitò di risponderle.

Nina volle imparare e Porzia le insegnò. Per oltre un anno, ogni minuto del loro tempo libero fu assorbito da questo esercizio.

La ragazza apprese così bene e rapidamente che stupì la maestra. Leggeva velocemente, senza mai sbagliare una parola, per difficile che fosse. Quanto allo scrivere, fu un vero miracolo. I segni tracciati da quella ragazza prodigiosa erano perfetti al punto che Porzia se ne meravigliava. Un vero dono della natura : una grafia chiarissima, tonda, essenziale ed elegante, ottenuta con esercizi miserabili su qualsiasi materiale. Il fatto più straordinario era la memoria della fanciulla, capace di ripetere senza il minimo errore ciò che aveva letto una volta sola, anche dopo parecchi giorni. Porzia non aveva mai visto una cosa simile.

Il loro diventò anche un gioco. Quando non volevano essere capite dalle altre, bastava tracciare pochi segni, le parole, nella farina, nella cenere, nella polvere, o sullo sterrato del vaglio .

Nina diventò avida. Dopo aver letto, con l’aiuto di Porzia, il Vangelo secondo Matteo, in italiano, (com’erano diverse le parole rispetto a quelle che usava ogni giorno, erano quelle usate dai predicatori, bisognava capirle una alla volta) divorò tutti i libri, fogli e scritti che la vecchia le passava. Imparò a pregare, non ebbe difficoltà, finalmente, a comprendere il significato delle prediche e, pian piano imparò ad esprimersi nella lingua dei signori. Non solo, ma nell’ultimo periodo s’accorse di pensare in quella lingua e di essere capace, pur non desiderandolo consciamente, di comporre frasi del tutto originali, pensieri, poesie. A ferragosto dell’anno precedente, Porzia, di ritorno dalla Guardia , le portò un libro nuovo, che spiegava il significato vero delle parole e la loro origine. Nina lo considerò un tesoro e lo conservò per tutta la vita. Quel volumetto diventò per la ragazza l’equivalente d’una sorgente d’acqua fresca alla quale prese l’abitudine di dissetarsi molte volte al giorno.

Divenne critica e ne ebbe paura. Quasi mai, i religiosi, parlavano dell’evidente bontà di Dio. Sempre, invece, della sua terribile ira e delle fiamme dell’inferno. E di quelle altrettanto roventi del purgatorio. Non lasciavano altra speranza alla povera gente che quella di ubbidire supinamente anche alle cose più assurde che, ne era certa, Gesù non si sarebbe mai sognato di imporre. Minacciavano la prossima fine del mondo in ogni loro discorso, facendo perdere alla gente che li capiva la gioia di vivere. Domenica dopo domenica raggiunse la convinzione che Dio, secondo i preti, ce l’avesse particolarmente con i miserabili come i suoi paesani. Presto, però, lei si convinse del contrario, poiché le sue letture, ed il suo pensiero autonomamente formatosi l’avevano portata a concludere che l’essenza di Dio fosse l’amore e non altro.

La prima conseguenza delle letture, per Nina, fu quella di non sognare più l’inferno.

Porzia le prestò due piccoli libri (stavano nella tasca del grembiule) che contenevano racconti e poesie, alcune delle quali, Nina, mandò immediatamente a memoria, tanto le piacquero. In particolare spesso ne ripeteva tra se e se, una la cui melodiosa ritmica la estasiava ed il cui significato così lampante condivideva :

La vecchierella peregrina e stanca
se ‘l dì cammina almen posa la sera ;
el villanel la notte se rinfranca
se ‘l giorno s’afatica alla riviera ;
se quando al sole el bove mena l’anca,
quando è la luna almen posar si spera ;
ma s’io patisco el giorno affanno e doglia,
assai la notte son de peggior voglia .

Poi lesse di valli e di pastori. Di monti così alti che nessuno ne aveva mai varcato la cima, di nevi perenni, di ghiacciai e di animali favolosi. Del baco da seta, dei follatori di lana e delle filande così numerose da non poterle contare e di paesi dai nomi inconsueti, Lyon, Albi, Torino, Ginevra, Milano e Bergamo.

Lesse di bellissime storie d’amore tra giovani che, dopo aver coronato il loro sogno, si posero in viaggio per tentare la fortuna lontano lontano.

E lesse di guerre terribili e di persecuzioni. Di gente che, stranamente, non rifuggiva la povertà ma la cercava, per vivere come Cristo aveva insegnato agli apostoli. Proprio come San Francesco. Ma perché loro erano perseguitati ?

Si commosse e pianse leggendo una poesia : un mattino, riordinando la stanza della Baronessina Cristina - sostituiva una cameriera malata - vide il libro aperto sul leggio presso la finestra. Si lasciò vincere dalla tentazione era un manoscritto, con miniature. La carta era pesante e lacerata ai bordi, la grafia era meravigliosa. Lesse, velocemente come suo solito :



La bella donna che cotanto amavi
subitamente s’è da noi partita,
e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita
sì furon gli atti suoi dolci soavi.
Tempo è da ricovrare ambo le chiavi
del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,
e seguir lei per via dritta espedita ;
peso terren non sia più che t’aggravi.
Poi che se’ sgombro de la maggior salma,
l’altre puoi giuso agevolmente porre,
salendo quasi un pellegrino scarco.
Ben vedi omai sì come a morte corre
ogni cosa creata, e quanto all’alma
bisogna ir lieve al periglioso varco.


Dunque era questo l’amore! Sentiva suoi quei versi, li sentiva morderle l’anima. Oltre la morte, oltre la gioia, oltre il dolore. Solo questo, e non altro, può essere l’amore. Frenò le lacrime che le rigavano le guance e vinse la tentazione di leggere altro, poiché sentì giungere la Baronessina. Aprì la finestra e sprimacciò i morbidi cuscini senza ch’ella si fosse accorta della sua curiosità.

Sognò che il suo innamorato, un giorno scrivesse per lei parole così belle.

Il desiderio di essere chiesta in sposa, normale per le ragazze della sua età, s’arricchì di una nuova determinazione : il suo avrebbe dovuto essere un uomo gentile. Avrebbe rifiutato qualsiasi uomo che non l’avesse chiesta in sposa direttamente. Suo padre e sua madre non avrebbero potuto fare progetti su di lei. La madre le spiegò che sarebbe rimasta zitella, con quel suo atteggiamento. Da che mondo era mondo, un montaltese non avrebbe fatto una richiesta così importante direttamente alla ragazza. Tutti sapevano che ciò era proibito dall’uso. Come il costume insegna, avrebbe rispettosamente fatto chiedere dai suoi genitori, o da Donna Speranza, la paraninfa, il benestare dei genitori di lei e, se lo avesse ottenuto, la seconda cosa sarebbe stata certamente la trattativa per la formalizzazione del matrimonio.

« Va bene, se è così... vuol dire che resterò zitella » era la determinazione di Nina.

Gentile, poeta e... innamorato, naturalmente. Così sognava il suo uomo, Nina.



1.continua


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