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Zerbetta di Gavi - Inverno e primavera

pubblicato 15/gen/2010 11:55 da Emma Bricola   [ aggiornato in data 18/gen/2010 13:58 ]

Era una povera casa di campagna quella dove io vivevo quando ho fatto amicizia con la neve. L'entrata era un po' nascosta con un piccolo spazio di terra davanti, ma proprio minuto, all'ombra verde di felci e di muschi arrampicati ai muri. Il marciapiede di cemento grigio, aveva un buco per dar aria alla cantina, e da lì spiavo di nascosto quelli che vi lavoravano, aspiravo l'odore forte del mosto e ascoltavo le imprecazioni di mio padre quando qualcosa gli riusciva male. Il portico era anch'esso minuscolo, proprio un accenno di portico: solo un arco bianco a proteggere dalla pioggia e ad ospitare gatti. Il portoncino d'ingresso della casa, faceva immaginare che il suo colore originario fosse un intenso verde scuro, ma gli anni gli avevano conferito una patina biancastra e scrostata. I gatti transitavano superbi attraverso il foro di passaggio a loro destinato, altezzosi senza nemmeno degnarmi di uno sguardo. Sulla destra della porta si apriva un cortile chiuso su tre lati raccolto tra le alte pareti e illuminato dal pezzo di cielo che faceva da soffitto. Una stanza con il cielo come tetto e dove si poteva star soli, esser fuori senza uscire dalla tana, guardare le nuvole in assoluta beatitudine, indovinarne le forme e giocare col tempo.
La stanza al piano terra era abbastanza buia, la poca luce penetrava da un'unica finestra, piccola e bianca con le inferriate fuori e le tendine antiche dentro. Vicino al lavandino un secchio di metallo con l'acqua fresca da bere, quella del pozzo, quel pozzo che mia madre malediva ogni giorno per la fatica che comportava attingerne l'acqua. In un angolo una cucina economica e una stufa di ghisa che non riusciva a scaldare a sufficienza Si viveva la stanza attigua , più calda e più raccolta, si mangiava , si soggiornava, ci si lavava in una bacinella di plastica. Era il nostro mondo , il focolare, il luogo dove ci si ritrovava la sera.
L'inverno era duro, faceva freddo e le due camere da letto erano gelidi dormitori dai quali si fuggiva svelti al mattino, ci si buttava una coperta sulle spalle e si scappava giù, a bere il latte caldo col pane raffermo a far la zuppa.
Mi piaceva stare lì.
C'erano le nevicate. C'era quando il cielo cominciava a farsi di piombo e si abbassava la temperatura e si sentiva odore di neve. E c'era quando cominciavano a scendere i fiocchi, prima piccoli piccoli e poi più grandi, ciuffi di cotone che si lasciavano acchiappare con la lingua. C'era quando tutto spariva sotto quell'abito d'inverno : i prati, la strada , le siepi. Tutto si gonfiava , candido e freddo. E mi tuffavo in quel biancore , mi ci rotolavo fino a bagnarmi le ossa. E non sentivo freddo. Mi inoltravo tra i labirinti di neve spalata, altissimi e gelati, poi costruivo bambocci che si scioglievano solo a primavera.

E la primavera arrivava piano , timida, quasi in pantofole, e ci svegliava dall'intirizzimento invernale.
Non me ne rendevo subito conto , all'inizio era qualche giornata più chiara e qualche rivolo d'acqua sporca ai margini della strada che percorrevo ogni giorno verso la scuola. Era il rumore della neve sfiancata che precipitava dal tetto con piccoli tonfi sordi. Poi qualche ciocca d'erba si intravedeva tra i mucchi di bianco imbrattato e l'acqua cominciava a scorrere in fiumiciattoli sempre più limpidi. Allora l'erba prendeva coraggio e scacciava le ultime cocciute chiazze rimaste.
E infine, una mattina si udivano i cinguettii dei passeri; quelli che avevan taciuto per mesi, ora cantavano tutti insieme. Era il segno della resa totale da parte della cattiva stagione  Qualche volta essa sferrava un ultimo attacco, qualche tafferuglio col vento e col sole ma eran baruffe di poco conto.
 Il vento spazzava via la nebbia e diffondeva fragranze arcaiche che accendevano la voglia di fare , di correre, di uscire a respirarle.
Prendevo il sentiero che portava alla valle e mi riempivo gli occhi col verde sfrontato dei campi, tenero ma prepotente nell'affermare il dominio su tutti gli altri colori.
I vitigni si stiracchiavano occhieggiando di gemme nuove, pareva si mettessero in movimento al ritmo frivolo dell'aria più tiepida, si smuovevano disincantati , quasi stupiti . Sembrava dicessero:-Di già?
Noi camminavamo tra i filari, affondando gli stivali di gomma nelle morbide zolle, cercavamo pianticelle di valeriana appena nate e ne colmavamo i cesti, ci sentivamo orgogliose perché sapevamo distinguere l'erba buona da quella cattiva.
E alla sera si mangiava quell'insalata che aveva il gusto del nuovo, magari con due uova al tegamino: che piacere ci regalavano! Sapori poi cercati in altri luoghi e in altri tempi, ma mai più ritrovati.
Al mattino i raggi del sole mi accarezzavano il viso e mi svegliavano. Aprivo gli occhi e mi soffermavo a guardare gli strani giochi che faceva la polvere passando attraverso i fasci luminosi.
Miriadi di puntini bianchi galleggiavano e danzavano tutto intorno. Una via lattea di milioni di stelle polverose correva per la stanza, galassie sempre nuove seguivano i movimenti della luce.
Le mie mani spostavano le stelle e volevano diventarne padrone, tentavano di comandare e perdevano ogni volta la partita.
Poi mi alzavo e andavo alla finestra a godere il nuovo giorno.
Sempre mi incantavo alla vista delle colline inondate dalla luce, al calore che mi dava quel paesaggio. Ed ora che quella casa non l'ho più , mi chiedo dove potrò ritrovare quelle sensazioni , quella sicurezza, quel senso di fiducia che trovavo allora  con un solo sguardo alla collina.





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Commenti

Benito Ciarlo - 15/gen/2010 13:48

La tua prosa scivola inesorabilmente verso la poesia.

Emma Bricola - 16/gen/2010 01:13

O è la poesia che scivola verso la prosa?Un abbraccio

Benito Ciarlo - 18/gen/2010 23:07

Non saprei dirti, ma è lo stesso. Il pezzo cresce e crescono le emozioni che dà.

Raffaele Pinto - 18/gen/2010 23:18

Bellissimo pezzo, "in crescendo", come suggerisce Ben. E comunque sembra che la distinzione poesia / prosa tenda ad abolirsi, attraverso la fusione dell'io con il paesaggio fisico. Quindi una specie di infanzia dell'immaginazione, che si impregna delle cose e impregna di sé le cose.

Emma Bricola - 18/gen/2010 23:48

E' che a volte non so dove finisce la prosa e comincia la poesia e viceversa, so solo che ci sono immagini che si possono vivere solamente usando determinati tipi di linguaggio . Per me mente e corpo viaggiano insieme , la poesia è un ottimo modo di fondere queste due entità, La prosa vi riesce se le immagini raccontate sconfinano nella poesia. Non so se mi sono fatta capire, bho?

Raffaele Pinto - 19/gen/2010 02:21

Hai fornito una splendida definizione della poesia, Emma, ed originalissima: la poesia è la fusione dell'anima col corpo.
Ne deriva, di conseguenza, che la prosa è loro separazione.

Emma Bricola - 19/gen/2010 04:41

Raffaele , non sono del tutto d'accordo. Dipende dalla tipologia della prosa. Ad esempio la prosa poetica è un esempio di fusione tra anima e corpo.Certo una cronaca al contrario è solo una mera esposizione dei fatti.

Raffaele Pinto - 19/gen/2010 05:02

Sottoscrivo. La prosa poetica (nella misura in cui fonde anima e corpo) è poesia. Esiste anche una "poesia prosastica" che rientra nella prosa, perché non sa o non vuole fondere anima e corpo. Si riconosce facilmente, per il suo narcisismo autocontemplativo.