Per navigare

637giorni trascorsi da
Primo compleanno di Scrivere al tempo di Internet

TESTI PUBBLICATI‎ > ‎Racconti‎ > ‎

Un Lungo Silenzio

pubblicato 26/feb/2010 14:13 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 26/feb/2010 14:48 ]
Un lungo silenzio
Racconto di Riccardo Lera


              Nonostante i suoi settanta anni si sentiva ancora forte, mentre saliva l’erta verso la casa di Giuva, la mano sinistra rinserrata a pugno nel calore della tasca del paletò, e la borsa di cuoio schiacciata tra il petto e l'ascella. Il fiato gli si frantumava dentro l'aria grigia e spessa della notte.

              Si fermò per un istante. Sentiva il proprio battito picchiare dentro le orecchie. Nascose il collo contro il bavero da dove spuntavano orecchie rubine; gli occhi ruspavano il proseguire del sentiero.

              Un po' ciondolante riprese a salire. Sotto le suole il fango si frangeva crepitando. Andò meccanico sul taschino dei sigari ed estrattone l'ultimo rimasto, sciacquò via dalle labbra scaglie di tabacco, sputando schiumoso contro un basso arbusto. Accese la macchinetta e aspirò sordo e profondo. Duecento metri più in alto lo colse una voce:

              "Venga su dritto, che per di là si scivola".

              Rosa era uscita leggera dalla spianata sovrastante, il solito passo svelto e corto mosso da due gambe secche e nervose, scolpite dalle tortuosità d'orribili varici. La intuì fra i castagni allungare più volte il capo come per accompagnarlo nel cammino. Un berretto di lana grossa le schiacciava il viso contro una sciarpa gialla che dalle spalle le saliva a scavalcare l'aquilina piramide nasale.

              "Sto arrivando", rispose ansando il dottor Bertuelli.

              Rosa e Giuva vivevano lassù in cima alla Cheirasca da dopo la fine della guerra. Testardi tutti e due avevano creduto di potersela cavare bene coltivando un pugno di terra avara e allevando qualche bestia; era stata dura ed i figli se ne erano ormai andati. Un giorno Gino, il primo dei quattro, aveva picchiato duro i pugni sul tavolo nel tentativo di convincerli a trasferirsi per lavorare a mezzadria dai cugini di C., ma la Rosa aveva un'idea molto personale del discutere. Era stata nella stalla e tirato fuori il mitragliatore Beretta che Giuva, da ragazzo di Salò, aveva nascosto nel fienile, con quell'argomento segnò la fine di ogni possibile dialogo. E la questione era stata definitivamente chiusa. Veniva a trovarli di tanto in tanto la Ines, di nascosto dal marito, per vedere se stavan bene e se c'era bisogno di qualcosa. Ma c'era bisogno mai di niente. Carlo era partito giovane per l'Argentina e la Teresa, la più matta di tutti, nessuno sapeva giù in paese dove fosse finita.

              Per questo, quando aveva visto la Rosa seduta in studio, le mani annodate sulla borsetta dei giorni di festa, aveva capito che la situazione era grave. La guardò interrogativamente; lei fu rapida.

              "Sta male. Dice se potete venire".

              Era tardi ormai, le venti e trenta. Le ultime visite si erano mischiate all'odore di polenta e coniglio che arrivava, profumatissimo, dai fornelli della casetta accanto. Sua moglie ci si era abituata; il coniglio avrebbe dovuto aspettare.

              "Vengo subito". Non era il caso di far tante domande. La donna si allontanò mentre lui s'affretto ad infilarsi il paletò pesante.

              Giuva e Rosa. Li conosceva fin da quando erano stati bambini ed anzi, quando accompagnava suo padre a portar la posta, seduto sulla canna della bicicletta, era emozione grossa vedere il turbinare delle trecce bionde di Rosa, mentre batteva una palla di stracci contro il muro del cortile della scuola. Lei fermava la palla, se la portava davanti al viso come per nascondersi e alzato un braccio, gli faceva ciao con la mano. Gli occhi pervinca di bambina lo rincorrevano da dietro quegli stracci, fino ad indovinargli il colore sempre più rubizzo delle guance. 

              " Ah Rosa, sembravi un angelo rubato al cielo", masticò nel ricordo il Bertuelli.

              Giuva aveva cinque anni più di lui; suo padre Baciccia Traverso lo avevano pescato morto nel fiume, che non si sa se ce lo aveva cacciato l'alcool o la disperazione della miseria. E così a undici anni prese ad aiutare la madre a tirare avanti la baracca per sfamare altre cinque bocche, andando a fare le giornate dai Bergaglio, che avevano terra ricca per pertiche e pertiche ed erano così tante che lui bambino non riusciva nemmeno a contarle. Non prese neanche la licenza elementare, per pochi mesi, con gran dolore della signorina Bellingeri, maestra al paese per tre generazioni. Giuva era bello e forte. E quando tornava alla sera lanciava da sopra il carro un fischio a quattro dita alla Rosa che lo guardava fiera, la palla rotolata per terra in mezzo ai piedi scalzi.

              Poi, quando il padre del Bertuelli ottenne il trasferimento in città, non li rivide più per anni.

              "Là potrai studiare", gli spiegò il suo vecchio e lui abbassò la testa senza l'accenno di una protesta, ma dentro si sentì come strappare le budella. Non pianse. Non lo fece mai in vita sua.

              A Genova studiò, ma al terzo anno di medicina ci fu poi la guerra e più avanti l'editto Graziani e lui scappò via, da badogliano, ma fu Stella Rossa nella Pinan Cichero di Bistagno. Alto e magro fu subito il Lungo per tutti.

              La bicocca di Giuva gli si scoprì davanti, disegnata nella notte dalla neve. La tosse lo scosse rabbiosa dentro il paletò e il sigaro gli schizzò ribelle nella neve  marcia. Tossendo ancora lo scalciò iroso, pensando a tutte le benedette volte in cui si era ripromesso di smetterla col fumare. Alzò gli occhi sopra il tetto, contro il profilo della montagna, quella montagna dove le SS gli avevano accoppato suo fratello Carlo. E con lui era morto il fratello del Giuva, il Tino, durante quel maledetto maggio del "44.

              Ancora ansimando alzò un braccio verso la bava di luce che la Rosa gli faceva filtrare dall'uscio socchiuso della cucina. La porta gli si aprì davanti dolcemente, senza alcun cigolio. La loro cucina era l'unica stanza al pianterreno. Contro i muri bianchi e nudi spiccava il povero ma onestissimo mobilio: un tavolo, quattro sedie impagliate ed una madia. Sull'ammattonato, contro l'acquaio, troneggiava la stufa, con quattro mutande stese sopra.

              Quella maledetta imboscata - ruminò acido il buon dottore, calandosi di peso su di una sedia tremolante e poggiando la borsa per terra - non eran bastati tutti quei morti un mese prima; porco d'un mondo; non poteva Carlo venir con lui in Val B., nossignore, sempre di testa sua voleva fare e così si era beccato una palla in fronte, che sa solo Dio chi diavolo l'avesse sparata. Che ci facesse poi qualche nazifascista da quelle parti era rimasto  un mistero, perché dopo l'eccidio sotto il Monte T., dei loro non c'era proprio più nessuno.

              "Dov'è?", chiese tirando su la testa a cercare la Rosa.

              La donna fece un cenno col capo ad indicare la scala. Lui si tirò su come gravido, si sfilò via il pastrano e lo tese alla padrona di casa che, con meticolosità, lo appese su due pioli di un attaccapanni infisso al muro, stirandolo col dorso della mano. Poi, mentre il Bertuelli cercava di ricacciare un lembo della camicia dentro ai calzoni, la Rosa voltò le spalle di scatto, tirò fuori dal grembiule un fazzoletto a quadri e ci tuffò la faccia dentro. Soffiò rumorosamente, alzò un braccio verso la scala, soffiò ancora e risollevatasi sbuffò via una palla d'aria.

              "De d'sua", ricomposta. "E' su di sopra", ripeté come a scusarsi per il dialetto.

              Bertuelli strizzò le palpebre verso gli scalini e sorreggendosi al corrimano raccolse dall'ammattonato la borsa e salì. La scala in legno portava dritta con dieci gradini alla loro stanza da letto.

              L'odore sapeva di chiuso e Giuva stava là steso, grigio come la nebbia, dentro un sudaticcio pigiama a rigoni. Lo vide tirarsi su di un gomito a prendersi, dal comodino, un bicchiere colmo d'acqua; il piccolo abat-jour acceso lo illuminò in tutta la sua magrezza. Bevve quel tanto da inumidirsi le labbra. Si schiarì la gola.

              "Ciao, Giorgio", disse socchiudendo le palpebre e riponendo il bicchiere.

              Il Bertuelli distolse per un attimo lo sguardo a percorrere le pareti, tutte bianche, interrotte dalle persiane chiuse, da un armadio e da un crocefisso posto proprio sopra la testa del Giuva.

              "Che ti succede, eh Traverso?".

              Rosa entrando silenziosa sollevò l'unica sedia presente nella stanza e la pose con delicatezza vicino al letto, affinché il medico vi sedesse.

              "Moglie, fagli vedere" disse ruvido, ma poi aggiunse "per favore".

              La donna si accucciò sotto il fondo del letto, afferrò un catino di smalto bianco e lo mise di fianco al dottore. Era tutto pieno di sangue raggrumato.

              "E' da questa mattina che vomito così", sibilò angosciato "e anche di sotto è la stessa roba".

              Fece una pausa; fissò il Bertuelli negli occhi.

              "In un mese avrò perso otto, dieci chili, non ho fame e la pancia è pesante". Si passò una mano sull'addome, come a stringerlo. "E' qualche schifezza brutta alle budella o al fegato" continuò, "non c'è mica bisogno di aver studiato per saperlo".

              L'uomo si fermò preso da un fremito. La Rosa fece scivolare il catino sotto al letto spingendolo con la punta di un piede; tirò su col naso.

              "E tu donna non stare a piangere che tanto non serve" ordinò con voce rauca. "Senti Bertuelli, a casa mia uno più uno ha fatto sempre due. Non ho bisogno di balle e di lacrime". Deglutì, guardò contro al soffitto, poi ricomponendo il tono della voce disse:

              "La pancia mi fa un male assassino. Quanto ci ho ancora per crepare?".

              Bertuelli lo guardò fisso, poi si stropicciò gli occhi. Oddio, moribondi ne aveva ben visti, ma le domande secche e dirette non lasciano molto spago, specie con davanti uno come il Giuva.  Tuttavia lasciare andare la bocca a ruota libera come sul pensiero era sempre difficile in casi come questi. Partì lungo:

              "Beh, Giuva. Fatti un po' vedere prima."

              "Fai quello che devi fare" soffiò il Giuva, stendendosi giù nel letto, "ma fai alla svelta".

              Il Bertuelli aprì la borsa, tirò fuori quattro arnesi professionali. Non che gli servissero un granché. Giuva aveva ragione. Non c'era davvero laurea che tenesse davanti all'evidenza ed al buon senso. Comunque si diede da fare. Lo auscultò davanti e dietro sul torace, ma, come c'era da aspettarsi, non udì nulla di particolare. Il polso era debole e frequente, la pressione assai bassa. Pose una mano sull'addome. Giuva strinse i denti. Una bella schifida massa dura c'era là, sotto quella pelle secca.

              Il dottore si risedette pesantemente sulla sedia.

              "Hai avuto febbre?".

              "No" gli fu risposto, "almeno credo di no, non me la sono neanche misurata".

              "E da quando sei così?".

              "Da 'sta mattina, te l'ho già detto". E lo disse con quel tono di chi cerca di far marciare, con rabbia, un mulo quando non ne ha voglia. Bertuelli comprese che aveva ben poche altre risorse, ma non gli riuscì di essere così franco.

              "Mah, ci vogliono alcuni esami, una lastra...". Giuva aveva gli occhi color della brace. Si pose a sedere. Gli piantò l'indice ossuto sotto il naso:

              "Senti Lungo, tu sei stato sempre un rosso, ma sei un bravo dottore. Non starmi a contar su balle. Se devo crepare lo faccio qua in Cheirasca. Ti ho solo chiesto quando mi succederà, perché poi ti devo dire una cosa".

              Il Bertuelli aveva le spalle al muro. Tergiversare non serviva. Chissà che cosa poi doveva dirgli il Giuva?

              Ripose con cura il fonendo e lo sfigmo in borsa, la richiuse e se la mise a lato della sedia.

              "Che cos'è che hai da dirmi?", disse fissandolo curioso nelle palle degli occhi.

              Giuva anche se più anemico della neve, riuscì a diventare paonazzo per qualche secondo:

              "T'ho chiesto quanto ci ho ancora prima di morire?", singhiozzò fino a strozzarsi; poi da seduto che era, si lasciò andare giù supino come un cumulo di cartastraccia.

              Era inutile. "Non lo so...qua dentro, poi!" borbottò impacciato, guardandosi le mani "In queste condizioni...fra un'ora, questa notte... domani. Non lo so. Sei messo male Giuva."

              La voce di Giuva si fece fioca.

              "Lo sapevo", mormorò chiudendo le palpebre. Poi guardò gli occhi lucidi di Rosa, ma non la rimproverò. Tese una mano a cercare quella del medico. Gliele trovò entrambe sulle ginocchia. Gliele strinse, prima una poi l'altra. Lo fissò in volto.

              "Grazie". Era tutto silenzio. Come un padrone assoluto. Solo il lento ticchettare di una vecchia sveglia lo rompeva ritmicamente, ma con rispetto. Giuva si portò le mani sulla faccia. Si accarezzò il naso e le scarne guance. Il dottore fece per alzarsi, per far sedere la Rosa accanto al marito, ma una mano di Giuva lo fermò.

              "Lungo, io e te siamo sempre stati dalla parte opposta".

              Giuva si fermò, attendendo che il medico annuisse. Il Bertuelli annuì e si risedette.

              "Mio fratello era dei vostri".

              "Sì, Tino era dei nostri".

              "Per me era Enrico e basta" e lo disse come se fosse stato colpito da uno schiaffo.

              "Enrico, d'accordo", fece il Bertuelli aggiustandosi nervosamente sulla sedia.

              "Sono morti lui e tuo fratello, quel giorno".

              "Già" gli rispose secco come un revolver. "Chi l'ha fatto?".

              "Ha importanza?".

              "Sì".

              "No".

              "Come no? Dio santo, come non ha importanza? Era mio fratello, l'unico", e la voce gli si strappò in gola.

              "Lascia stare Dio" e alzò lo sguardo al crocefisso. "Chi ha sparato è morto. Tanti anni fa è morto, e forse tu non lo conosci neppure".

              "Era uno dei vostri vero, non una SS, era una camicia ne...".

              "Ti ripeto che non ha importanza" e lo disse come spiritato, tant'è che il dottore tacque. Le labbra di Giuva si sporsero in fuori, riarse.

              "C'è dell'altro per cui t'ho voluto qui".

              "Che diavolo ci hai Traverso. Faccio il medico, non il prete".

              Giuva alzò la punta del mento verso il soffitto. Poi l'abbassò, si guardò il bavero della camicia del pigiama e se lo riassettò.

              "Enrico e tuo fratello furono catturati molto prima di quando furon trovati morti".

              "S'era pensato anche a questo infatti. Ma quanto prima? Un mese, vero?".

              "Sì, più di un mese. Ben prima dei fatti successi alla B.".

              "Prima?"; il medico si sentiva come friggere la pelle.

              "Sì, qualche giorno prima. Li catturammo mentre cercavano di rientrare al paese".

              "E poi?".

              "E poi li portammo giù a N. Le S.S. li torturarono a sangue; volevano sapere dov'erano... i banditi".

              Bertuelli lo guardava sbigottito.

              "Anche tuo fratello l'hanno bombato?".

              "Sì".

              "Pestavano tuo fratello e tu non hai fatto niente?".

              "Non sapevano neanche che fosse mio fratello".

              Bertuelli guardava il viso di Traverso scolorirsi nella sofferenza. Un conato lo scosse dentro il pigiama. La Rosa si precipitò a raccogliergli il catino, ma lui alzò una mano:

              "Rosa, lascia stare. E' passato. Non ci ho più sangue per poterlo vomitare".

              Giuva stette in silenzio qualche istante, poi riprese:

              "Io ho ucciso mio fratello Enrico".

              "Che cosa? Tu sei quello che ha ammazzato il Tino?", sibilò allibito il Bertuelli.

              "Enrico. Si chiamava Enrico. Era mio fratello", rispose calmo Giuva. "Lo pestavano a morte e se anche avesse parlato lo avrebbero ammazzato lo stesso". Giuva sputò a terra un grumo di sangue. "Io l'ho ammazzato; io gli ho sparato in una tempia e gli ho messo una 22 in mano; di guardia c'era un pivello. Fu facile giocarlo, allontanarlo e fare tutto. Enrico non se ne accorse nemmeno, tanto era pesto, così, col sangue che gli usciva dalla bocca come adesso esce a me. Era mio fratello... scappare era impossibile. Ho fatto quello che potevo. Non farlo soffrire. Venne considerato un suicida ed al ragazzino la fecero passare male. Comunque, io ho ucciso mio fratello".

              Bertuelli serrò la mascella contro la mandibola fino quasi a rompersela.

              "E Carlo?".

              "Vedi, Carlo per te, mica Brisco".

              "Va bene, Brisco".

              "No, no, Carlo va bene. Carlo lui parlò".

              "Che stai dicendo? Di che cosa parlò?", la voce gli tremava.

              "Niente, lo riempirono così di calci e pugni che alla fine lui parlò, disse dov'erano gli altri in Val L. Insomma fu lui che ci disse..." Guardò con pietà la bocca ritorta del dottore e si fermò.

              "Fu lui che fece la spia? E' questo che stai dicendomi, Giuva?". Bertuelli era in piedi, in preda ad un'agitazione incontenibile. "Stai dicendomi che è lui la spia del massacro della B.? In nome di mio padre e di mia madre, è questo che stai dicendomi?".

              "Lungo siediti. Siediti ti dico", un colpo di tosse sembrò squarciargli il torace. Il medico era corso verso la finestra chiusa, come per prendere aria.

              "Lungo, tuo fratello non è stato una spia. Tu non sai chi c'era a farlo parlare. Il fior fiore dei torturatori. Anche Enrico avrebbe parlato, anche io... anche tu".

              Bertuelli si girò di scatto.

              "E poi che ne avete fatto?".

              Giuva scrollò le spalle.

              "Morti tutti e due, dissi ai miei superiori che conoscevo un prete a S. e che ci avrebbe pensato lui alla sepoltura. Mi venne accordato; non avevano alcun sospetto. Me li portai a casa invece, nel fienile, attesi i fatti della B. e poi li scaricai là dove li trovarono. Avrei potuto seppellirli, ma ho voluto far sembrare il tutto come un'imboscata. Dal prete ci andai davvero; fu lui a fare in modo che li ritrovaste".

              Bertuelli sentì gli occhi inumidirsi. S'accostò a Giuva. Lo vide impallidire di colpo. Avrebbe voluto ringraziarlo per quella confessione e per quel silenzio. Non capiva più nulla.

              "Dottore", strillò la Rosa. "Dottore!".

              Bertuelli si ridestò, riaprì la borsa e arraffò il fonendoscopio. Lo pose al centro del torace ed auscultò.


Commenti

Benito Ciarlo - 26/feb/2010 15:19

Quanto tempo fa ho letto per la prima volta questo racconto? saranno a dir poco dodici o tredici. Eppure lo ricordavo benissimo e ricordavo la miriade di emozioni che mi diede leggerlo. Che ho riprovato pari pari adesso.
Ben

Per approfondire i fatti storici da cui questo racconto trae spunto potete visitare due siti molto ben documentati:

http://www.polcevera.net/benedi.htm

http://www.isral.it/web/web/news/rivello_capitolo.pdf