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Similitudine

pubblicato 02/feb/2010 04:56 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 02/feb/2010 05:20 ]

               "Vecchio Giardiniere"
             Dipinto di Maria Forleo



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di Benito Ciarlo

Nello spazio compreso tra la porta di casa e il muro di recinzione, irto di cocci di bottiglia, l’erba era cresciuta in modo disordinato e dispettoso.

Qua e là, sul terreno occhieggiavano delle margherite.

Un ragno, diligentemente, aveva intessuto la sua trappola tra il ramo del fico e lo stenditoio. La ragnatela, riflettendo la luce del sole al tramonto, sembra­va grande come un lenzuolo.

Era tanto che non metteva il naso fuori dall’uscio e l’abbandono in cui versa­va il suo giardino provocò il suo sbigottimento misto a rabbia e rassegnazio­ne.

Sapeva che non avrebbe potuto falciare l’erba.

S’augurò che la ragnatela tenesse lontani dalla casa i tafani che con l’ap­prossimarsi del luglio sarebbero arrivati a sciami come tutti gli anni.

Resse ancora per qualche minuto pensieri ed erbacce, poi – pressoché sen­za preavviso – l’interruttore ruotò sull’off e nella sua mente si fece buio as­soluto.

Cadde riverso sulla soglia e battè la fronte sul pavimento. Restò così fino al­l’arrivo d’Irina che nonostante l’apparente gracilità trovò la forza per trascinar­lo sino al letto.

La donna sembrava recitasse delle giaculatorie. Non avreste capito quel che diceva a bassa voce accompagnando gli sforzi. Probabilmente stava recitan­do qualche preghiera in russo o, forse, bestemmiava in quella lingua.


Il vecchio apri gli occhi e, con fatica sollevò la mano sinistra riuscendo a de­tergersi, con la manica del pigiama il filo di bava che gli colava dall’angolo destro della bocca.

La paresi che lo aveva colto mesi prima gli aveva lasciato questa conseguen­za che lo nauseava, oltre ad avergli del tutto paralizzato il braccio e la mano sullo stesso lato.

L’ictus era stato di quelli che avrebbero ucciso facilmente un bue. Ma il suo cuore e il suo fisico seppero reagire, anche se ormai il danno maggiore era fatto. Era vivo, dopotutto, anche se – se ne rendeva conto perfettamente – non s’erano paralizzati soltanto un arto e mezza faccia: il danno era tale an­che nel cervello per cui non articolava più le parole, era diventato irascibile, smemorato e scostante. Al punto che i figli, vuoi per gli impegni, vuoi perché era davvero difficile stargli accanto, lo affidarono alle cure di Irina, una ba­dante ch’era loro stata raccomandata dal parroco.

Le visite dei figli e la loro durata si ridussero notevolmente fin quasi a diven­tare zero. Nessuno di loro sopportava di vedere il padre perdere le staffe solo perché fraintendeva uno sguardo o una parola. L’irascibilità sfociava in crisi di rabbia violente e mute di cui loro non volevano più sentirsi responsabili.


Irina era taciturna ma efficiente come una macchina da guerra: puntualmente alle otto lo sbarbava, gli lavava la faccia e le mani e lo costringeva a far cola­zione.

Lui che per settantadue anni non aveva mai fatto colazione al mattino imparò a sorbire una tazza di te in cui Irina scioglieva dei biscotti friabili. Inevitabil­mente ne sbrodolava un po’ sulla giacca del pigiama o sulla canottiera e allo­ra Irina lo rilavava e gli cambiava la biancheria.

Provvedeva alla casa, preparava cibi che l’uomo riusciva a deglutire – pappi­ne come quelle per neonati che mangiava anche lei – e con infinita pazienza e perizia lo aiutava anche nei bisogni corporali. L’uomo impazziva per la ver­gogna e rifiutava il suo aiuto. Poi sporco come si ritrovava doveva giocoforza consentirle di ripulirlo, e la vergogna raddoppiava.


Dopo due mesi di tribolazioni e un secondo ricovero ospedaliero fu di nuovo scongiurata l’eventualità che morisse.

Ritornò a casa ulteriormente guastato nel fisico: la gamba destra non lo reg­geva più, quindi quando abbandonava il letto, con l’aiuto d’Irina si issava su una carrozzella e lì restava fino a quando il dolore lancinante al fondo schie­na lo costringeva a riguadagnare il letto.

Irina parlava poco e lui non parlava del tutto, però la donna capiva al volo ogni sua esigenza ed era tanto brava da prevenirla quasi sempre.

I lunghi silenzi, l’impossibilità di leggere, l’incapacità di concentrarsi erano di­ventati un tormento, al quale, però, s’era gradualmente abituato. Poco a poco l’uomo superò la vergogna e la vita riacquistò un minimo di normalità.

Con l’arrivo della primavera volle caparbiamente provare a fare qualche pas­so per casa aiutandosi con la spalliera di una sedia. Fece dei goffi tentativi mentre Irina era fuori per la spesa. Riusciva a sollevarsi all’impiedi sempre, facendo una fatica sovrumana con gli arti buoni. Un attimo dopo, però, on­deggiava pericolosamente e, quello successivo, finiva per crollare sulla car­rozzella. Ebbe la fortuna di centrarla sempre e di rimanervi seduto in equili­brio abbastanza stabile. Un giorno Irina vedendolo seduto di traverso intuì, fi­nalmente quel che stava succedendo e incoraggiò i suoi tentativi reggendolo un poco ed assecondando i suoi movimenti. Quando riuscì a fare tre passi di seguito l’uomo sentì una sorta di felicità nel cuore. Provò istintivamente a ri­dere ma percepì l’umido di quella maledetta bava toccargli il petto. Volle de­tergersi la bocca e lo fece con furia, quasi dimenandosi. Perse l’equilibrio e, nonostante Irina facesse di tutto per trattenerlo in piedi, finì per rovinare sul pavimento.

S’addormentò piangendo.


Quel pomeriggio aveva trovato l’energia per raggiungere la porta – erano sol­tanto sei passi, in fondo, che lo separavano da essa – e potè vedere in quale stato era ridotto il suo amato giardino.

“E’ diventato come me”, pensò prima di cadere.