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L'Asticella

pubblicato 10/feb/2010 02:21 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 10/feb/2010 02:28 ]

L’asticella

DI RICCARDO LERA

 



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E’ lì, immobile, come indifferente. L’aria ci passa sopra e sotto, ma senza turbolenza, lenta, opaca. Sta appoggiata sui ritti, questi fermi, rigorosi, gelidi, come due guardie inglesi davanti a Buckingam palace. E lei, sorniona, sopra di loro.

– sono qui – mi dice – sono qui; se vuoi prendimi.

Quella lurida asticella. Potessi, la strizzerei fra le mani e la spaccherei in testa al primo dei giudici, sì quello pelato, tutto incravattato e vestito come un pinguino. Gli spaccherei su quella boccia calva l’asticella e poi le sue due bandierine, specie la rossa. Lui gode a tirare su la rossa. Gliel’ho visto in faccia quel sorrisetto soddisfatto da porco quando mi ha sanzionato il salto d’ingresso.

Che idiota sono stato. Due e quindici. Me li bevo quando voglio. Sono saltato leggero, rilassato, forse un po’ lento, come se stessi per salire sul tram. Non l’ho vista. Era lì. Ai miei soliti duecentoquindici centimetri d’entrata. Che bisogno avevo di guardarla? E invece, nello svincolo l’ho sentita. Tallone destro. Un vecchio difetto che credevo superato. E invece eccolo, ho sentito “teng” sul tendine d’achille. Mi sono rotolato sui sacconi e poi ho guardato su, sperando d’essermi sbagliato. Ma lei s’era già scostata dal ritto di destra e pioveva giù, verso la pedana. E anche dall’altra parte si rizzava sul ritto sinistro, in piedi, come se fosse il titanic sull’orlo dell’abisso.

       Cazzo fai? Ho urlato.

Dentro, nella testa, ho urlato contro di lei. Niente, se n’è fottuta; è andata giù.

Non la volevo vedere per terra. Ho tenuto gli occhi chiusi. Che bestia. Due e quindici, falliti alla prima prova con la folla che ti applaude a mo’ d’incoraggiamento.

In quei momenti la mascella si stringe: denti contro denti, come a spezzarteli. Hai un male al petto da scoppiare e le gambe lente e grigie come due tubi di stufa. Riapri gli occhi. L’asticella è dietro i sacconi. Non la vedi più.

Lui invece è là. Il giudice, intendo. Beffardo. Con la sua bandierina rossa puntata contro il cielo.

– Hai sbagliato bambinello - mi ha detto. Lo odio. E’ grasso. Con la pancia trattenuta a stento dalla cinta dei calzoni. Non riuscirebbe a toccarsi la punta dei piedi, non riuscirebbe a passare mezzo metro e, sono sicuro, non se lo vede nemmeno mentre piscia. Eppure è là fiero del suo ruolo di pappone della FIDAL e mi dice – non è così che tu vai avanti in questa gara.

              L’asticella l’han tirata nuovamente su, ora. La gara continua. Sotto ad un altro, dice il giudice.

Mi rinfilo la tuta. Ho la testa bassa, incassata fra le ginocchia. In mezzo alla folla sento ora la sua voce.

-        Troppo….- 

Non capisco cosa mi dice. Non lo vorrei sentire adesso. Invece alzo la testa e lo vedo. E’ là, il mio vecchio allenatore. E’ a trenta metri da me. In camicia, con le maniche tirate su. E tutto appoggiato su una balaustra. Ha gli occhi larghi, la bocca larga, la voce larga. Se si sporge ancora un poco vola di sotto, penso. Ma sì, hai ragione vecchio, troppo coglione, ecco il problema tecnico di questo salto. Lo stacco non c’entra niente. Lo dice per dire. Lo sa bene anche lui che lo stacco non c’entra. Sono io che sono stato un coglione. Da prendersi a sberle.

Che ci faccio, io, a questa olimpiade?

Sei venuto a vincerla così? Pensando di sdraiarti sul prato come un qualsiasi turista? Perché non prendi la tua piccola macchina digitale? Potresti riprendere lo start animale dei centisti. Oppure l’urlo rauco e grottesco dei discoboli. O le giugulari dei marciatori tese allo scoppio dello starter. Che cosa ci fai in questo stadio? E come racconterai la tua gara a chi ti guarda da dentro un televisore a diecimila chilometri di distanza?

Chi sei tu qui? Adesso? Il molle saltatore che sbatte i talloni contro l’asticella a due quindici? Oppure ti sei preparato per giorni, per mesi, per anni, minuto dopo minuto, azione dopo azione, allenamento dopo allenamento a dire quello che hai in testa da sempre? Decidi tu. Decidilo adesso. Non hai molto altro tempo per pensarci. Sei solo tu a poter decidere. Non sarà quel ciccione di un giudice a volere. Non il tuo caro allenatore. Non l’applauso della gente. Solo tu.

La gara è scivolata via, ormai. Due e quindici di rabbia. Poi i due venti. Alla prima i dueventicinque e i dueventotto. Sto bene. Bisogna rischiare ora. Non salto i due e trentuno e i due e trentaquattro. Sui due e trentasette la sento vibrare sotto la schiena. Un brivido rapido, come un lampo. Ma è fatta. Lo so ancora prima di toccare i sacchi. La gente urla. Il ciccione alza con sofferenza la bandiera bianca. Il vecchio è là, su quella balaustra; è sfatto dalla fatica, con le parole che gli rotolano fuori dalla bocca al rallentatore. Bagnato, Rosso. Non so cosa stai gridando.

Ti voglio bene, vecchio.

Siamo rimasti in due. Io e il russo. Abhratiev. Uno bravo. Due e quarantuno di personale. Io, il mio l’ho fatto pochi secondi fa. Due e quaranta ora. E lui che fa? Passa. Cristo, non l’avevo previsto. Che senso aveva passare ora? Quanti salti ha fatto fino ad adesso? Chi sta davanti? Io o lui?

Vecchio chi è davanti? Io? Io, vecchio?

Non capisci. La sua mano è a conca sull’orecchio, il corpo fuori dalla balaustra; ma non mi senti. Non puoi. C’è la finale dei quattrocento ora. E lo stadio urla un rauco orgasmo di piacere.

Fanculo, allora, anch’io passo. Guardo il mio avversario. Lo cerco per sfidarlo. Ma lui è là che fa streching in mezzo al prato. Calmo. Mi gira il culo. Alzo la testa. Il vecchio è impallidito. La sua bocca è stirata in una smorfia. Chiusa. Non dovevo? Non dovevo passare,  eh vecchio? Oh, dico a te, vecchio. La sua mano si chiude, tesa, come se volesse spaccare il mondo. Poi, lentissimo il suo pollice si alza verso l’alto. OK, vecchio, lo sapevo, lo sapevo che non mi avresti abbandonato, anche se sei contrario, lo sento.

Due e quarantatrè ora. Sono alti da vomitare. Il russo passa alla prima. Io spiaccico due tentativi prendendo l’asticella in faccia, come un ceffone. Te la ridi bastardo di un giudice, vero? Ti è piaciuto che l’asta mi picchiasse addosso? Ok, Ok, lurido verme. Non ho più scelta adesso. Chiedo il terzo tentativo a due e quarantasei. Abhratiev scuote la testa.

-        Non ne hai abbastanza?

E’ questo che lui pensa. Lo sento. M’ha portato il suo pensiero una brezza leggera. Lui pensa che io non sono più della partita. Che non ce la posso più fare. Che ormai è lui ad aver vinto. E soprattutto che il record del mondo non potrà mai essere mio. E io allora me ne fotto, Abhratiev di ciò che hai testa. Me ne fotto, hai capito? Quanti salti hai fatto per arrivare su questo prato, eh, Abhratiev? Quanti pesi hanno sollevato le tue gambe e le tue braccia? Quante volte i muscoli ti hanno fatto tanto male da pensare di smettere, eh? A cosa hai rinunciato, Ahbratiev, per essere qui? Davanti a me? Dov’è la tua donna? E i figli? Che cosa vale per te quell’asta di fronte a loro? Io, a queste domande ho una risposta.

Forse.

Comunque salta Ahbratiev, tocca a te, adesso. Il muro è tuo.

E il russo parte. E’ elegante, come sempre. Nove passi. Rapidi. Potenti. Sull’ultimo appoggio il suo ginocchio destro ha improvvisamente come cigolio. Breve. Forse solo io l’ho colto. Potrebbe forse compiere un errore. E chi sono io a sperare nell’errore altrui? E quello va su alto, altissimo, composto, elastico. Il tronco, accompagnando il guizzo delle braccia, è già oltre l’asticella, anche le natiche. Raccoglie rapidissimo le gambe.

E’ un attimo. Come se le suole di gomma delle sue scarpe si fossero dilatate per un istante. Come se fossero diventate improvvisamente enormi. La gomma spinge l’asticella via, lontano, in mezzo alla pedana.

Mio dio ha sbagliato! Anche per lui la bandiera rossa indica il cielo.

Guardo rapido verso il vecchio. No, lo so, lui non esulta per l’errore dell’avversario. Sta appoggiandosi con le braccia tese alla balaustra e guarda verso il basso. Sta soffiando aria. Tutta l’aria che l’ansia gli aveva intrappolato nei polmoni.

Adesso ci sono io, solo io, contro quel muro.

Commenti

Emma Bricola - 10/feb/2010 04:17

Cavolo , che gara! E mi è sembrato di essere lì, a tifare per te, ad arrabbiarmi con il giudice e a sperare nell'errore del russo .BRAVISSIMO!