L’asticella
E’
lì, immobile, come indifferente. L’aria ci passa sopra e sotto, ma
senza turbolenza, lenta, opaca. Sta appoggiata sui ritti, questi fermi,
rigorosi, gelidi, come due guardie inglesi davanti a Buckingam palace.
E lei, sorniona, sopra di loro.
– sono qui – mi dice – sono qui; se vuoi prendimi.
Quella
lurida asticella. Potessi, la strizzerei fra le mani e la spaccherei in
testa al primo dei giudici, sì quello pelato, tutto incravattato e
vestito come un pinguino. Gli spaccherei su quella boccia calva
l’asticella e poi le sue due bandierine, specie la rossa. Lui gode a
tirare su la rossa. Gliel’ho visto in faccia quel sorrisetto
soddisfatto da porco quando mi ha sanzionato il salto d’ingresso.
Che
idiota sono stato. Due e quindici. Me li bevo quando voglio. Sono
saltato leggero, rilassato, forse un po’ lento, come se stessi per
salire sul tram. Non l’ho vista. Era lì. Ai miei soliti
duecentoquindici centimetri d’entrata. Che bisogno avevo di guardarla?
E invece, nello svincolo l’ho sentita. Tallone destro. Un vecchio
difetto che credevo superato. E invece eccolo, ho sentito “teng” sul
tendine d’achille. Mi sono rotolato sui sacconi e poi ho guardato su,
sperando d’essermi sbagliato. Ma lei s’era già scostata dal ritto di
destra e pioveva giù, verso la pedana. E anche dall’altra parte si
rizzava sul ritto sinistro, in piedi, come se fosse il titanic
sull’orlo dell’abisso.
– Cazzo fai? Ho urlato.
Dentro, nella testa, ho urlato contro di lei. Niente, se n’è fottuta; è andata giù.
Non
la volevo vedere per terra. Ho tenuto gli occhi chiusi. Che bestia. Due
e quindici, falliti alla prima prova con la folla che ti applaude a mo’
d’incoraggiamento.
In
quei momenti la mascella si stringe: denti contro denti, come a
spezzarteli. Hai un male al petto da scoppiare e le gambe lente e
grigie come due tubi di stufa. Riapri gli occhi. L’asticella è dietro i
sacconi. Non la vedi più.
Lui invece è là. Il giudice, intendo. Beffardo. Con la sua bandierina rossa puntata contro il cielo.
–
Hai sbagliato bambinello - mi ha detto. Lo odio. E’ grasso. Con la
pancia trattenuta a stento dalla cinta dei calzoni. Non riuscirebbe a
toccarsi la punta dei piedi, non riuscirebbe a passare mezzo metro e,
sono sicuro, non se lo vede nemmeno mentre piscia. Eppure è là fiero
del suo ruolo di pappone della FIDAL e mi dice – non è così che tu vai
avanti in questa gara.
L’asticella l’han tirata nuovamente su, ora. La gara continua. Sotto ad un altro, dice il giudice.
Mi rinfilo la tuta. Ho la testa bassa, incassata fra le ginocchia. In mezzo alla folla sento ora la sua voce.
- Troppo….-
Non
capisco cosa mi dice. Non lo vorrei sentire adesso. Invece alzo la
testa e lo vedo. E’ là, il mio vecchio allenatore. E’ a trenta metri da
me. In camicia, con le maniche tirate su. E tutto appoggiato su una
balaustra. Ha gli occhi larghi, la bocca larga, la voce larga. Se si
sporge ancora un poco vola di sotto, penso. Ma sì, hai ragione vecchio,
troppo coglione, ecco il problema tecnico di questo salto. Lo stacco
non c’entra niente. Lo dice per dire. Lo sa bene anche lui che lo
stacco non c’entra. Sono io che sono stato un coglione. Da prendersi a
sberle.
Che ci faccio, io, a questa olimpiade?
Sei
venuto a vincerla così? Pensando di sdraiarti sul prato come un
qualsiasi turista? Perché non prendi la tua piccola macchina digitale?
Potresti riprendere lo start animale dei centisti. Oppure l’urlo rauco
e grottesco dei discoboli. O le giugulari dei marciatori tese allo
scoppio dello starter. Che cosa ci fai in questo stadio? E come
racconterai la tua gara a chi ti guarda da dentro un televisore a
diecimila chilometri di distanza?
Chi
sei tu qui? Adesso? Il molle saltatore che sbatte i talloni contro
l’asticella a due quindici? Oppure ti sei preparato per giorni, per
mesi, per anni, minuto dopo minuto, azione dopo azione, allenamento
dopo allenamento a dire quello che hai in testa da sempre? Decidi tu.
Decidilo adesso. Non hai molto altro tempo per pensarci. Sei solo tu a
poter decidere. Non sarà quel ciccione di un giudice a volere. Non il
tuo caro allenatore. Non l’applauso della gente. Solo tu.
La
gara è scivolata via, ormai. Due e quindici di rabbia. Poi i due venti.
Alla prima i dueventicinque e i dueventotto. Sto bene. Bisogna
rischiare ora. Non salto i due e trentuno e i due e trentaquattro. Sui
due e trentasette la sento vibrare sotto la schiena. Un brivido rapido,
come un lampo. Ma è fatta. Lo so ancora prima di toccare i sacchi. La
gente urla. Il ciccione alza con sofferenza la bandiera bianca. Il
vecchio è là, su quella balaustra; è sfatto dalla fatica, con le parole
che gli rotolano fuori dalla bocca al rallentatore. Bagnato, Rosso. Non
so cosa stai gridando.
Ti voglio bene, vecchio.
Siamo
rimasti in due. Io e il russo. Abhratiev. Uno bravo. Due e quarantuno
di personale. Io, il mio l’ho fatto pochi secondi fa. Due e quaranta
ora. E lui che fa? Passa. Cristo, non l’avevo previsto. Che senso aveva
passare ora? Quanti salti ha fatto fino ad adesso? Chi sta davanti? Io
o lui?
Vecchio chi è davanti? Io? Io, vecchio?
Non
capisci. La sua mano è a conca sull’orecchio, il corpo fuori dalla
balaustra; ma non mi senti. Non puoi. C’è la finale dei quattrocento
ora. E lo stadio urla un rauco orgasmo di piacere.
Fanculo,
allora, anch’io passo. Guardo il mio avversario. Lo cerco per sfidarlo.
Ma lui è là che fa streching in mezzo al prato. Calmo. Mi gira il culo.
Alzo la testa. Il vecchio è impallidito. La sua bocca è stirata in una
smorfia. Chiusa. Non dovevo? Non dovevo passare, eh vecchio? Oh, dico
a te, vecchio. La sua mano si chiude, tesa, come se volesse spaccare il
mondo. Poi, lentissimo il suo pollice si alza verso l’alto. OK,
vecchio, lo sapevo, lo sapevo che non mi avresti abbandonato, anche se
sei contrario, lo sento.
Due
e quarantatrè ora. Sono alti da vomitare. Il russo passa alla prima. Io
spiaccico due tentativi prendendo l’asticella in faccia, come un
ceffone. Te la ridi bastardo di un giudice, vero? Ti è piaciuto che
l’asta mi picchiasse addosso? Ok, Ok, lurido verme. Non ho più scelta
adesso. Chiedo il terzo tentativo a due e quarantasei. Abhratiev scuote
la testa.
- Non ne hai abbastanza?
E’
questo che lui pensa. Lo sento. M’ha portato il suo pensiero una brezza
leggera. Lui pensa che io non sono più della partita. Che non ce la
posso più fare. Che ormai è lui ad aver vinto. E soprattutto che il record del mondo non potrà mai essere mio. E io allora me ne fotto, Abhratiev di ciò che hai testa. Me ne fotto, hai capito? Quanti
salti hai fatto per arrivare su questo prato, eh, Abhratiev? Quanti
pesi hanno sollevato le tue gambe e le tue braccia? Quante volte i
muscoli ti hanno fatto tanto male da pensare di smettere, eh? A cosa
hai rinunciato, Ahbratiev, per essere qui? Davanti a me? Dov’è la tua
donna? E i figli? Che cosa vale per te quell’asta di fronte a loro? Io,
a queste domande ho una risposta.
Forse.
Comunque salta Ahbratiev, tocca a te, adesso. Il muro è tuo.
E
il russo parte. E’ elegante, come sempre. Nove passi. Rapidi. Potenti.
Sull’ultimo appoggio il suo ginocchio destro ha improvvisamente come
cigolio. Breve. Forse solo io l’ho colto. Potrebbe forse compiere un
errore. E chi sono io a sperare nell’errore altrui? E quello va su
alto, altissimo, composto, elastico. Il tronco, accompagnando il guizzo
delle braccia, è già oltre l’asticella, anche le natiche. Raccoglie
rapidissimo le gambe.
E’
un attimo. Come se le suole di gomma delle sue scarpe si fossero
dilatate per un istante. Come se fossero diventate improvvisamente
enormi. La gomma spinge l’asticella via, lontano, in mezzo alla pedana.
Mio dio ha sbagliato! Anche per lui la bandiera rossa indica il cielo.
Guardo
rapido verso il vecchio. No, lo so, lui non esulta per l’errore
dell’avversario. Sta appoggiandosi con le braccia tese alla balaustra e
guarda verso il basso. Sta soffiando aria. Tutta l’aria che l’ansia gli
aveva intrappolato nei polmoni.
Adesso ci sono io, solo io, contro quel muro.
Cavolo , che gara! E mi è sembrato di essere lì, a tifare per te, ad arrabbiarmi con il giudice e a sperare nell'errore del russo .BRAVISSIMO!