Mi sta facendo a pezzi le palle. Se continua mi alzerò per spaccargli in testa una bottiglia. Ha smesso giusto in tempo, pare. Ma come cazzo si fa a cantare per due ore sempre la stessa canzone di merda? Il tavolino è lercio. Il bicchiere nel quale la granita, ordinata un’ora fa, si è sciolta, è pieno di impronte di unto e di chiazze di rossetto. Non dico nulla al barista, tanto lui non capisce, e poi potrebbe rimettersi a cantare dioceneliberi. Ora che c’è un po’ di silenzio posso scrivere questa stramaledetta lettera. La biro s’inceppa sul foglio e smette di scrivere. Del resto un foglio singolo su un tavolo sul quale le macchie fanno a pugni con l’unto non si presta molto a far da scivolo a questa puttana di biro. Provo con l’accendino ottenendo il risultato di farle vomitare tutto l’inchiostro e una densa macchia blu ora si divide tra un foglio di carta e le altre macchie che ornavano la superficie dell’anzidetto. Non mi resta che telefonare. Scrivere è un’impresa che mi riesce male, sempre. Lascio due euro sul tavolo e raggiungo la fermata del bus. Telefonare. Cazzo, non credo che ne avrò il coraggio. Dovrò comunque farlo, prima o poi. Rimando: la lettera ci avrebbe messo un giorno o di più, anche se affrancata a dovere. Il 913 ha deciso di ritardare. Mi accendo una sigaretta e immagino come affrontare la conversazione che mi aspetta. Ci vuole poca fantasia per prevedere che dopo il riconoscimento vocale o la declinazione delle mie generalità sarò raggiunto immediatamente da una frase in codice, che inizia per vaffa e finisce per ulo. Superato lo scoglio e preso nota del consiglio non mi ressterà che dettagliare le mie giustificazioni. L’autobus è in arrivo e tanto per contraddirlo decido di farmela a piedi. Continuo a fantasticare e ora posso addirittura sentire la sua voce vincere il trambusto del traffico di corso Giulio Cesare e fracassarmi le orecchie con una serie d’improperi irripetibili. Senti, le dirò, capisco che sei incazzata e hai pure ragione, ma laciami spiegare… e no? Pretendi troppo, quella ti annega di insulti e minaccia di riattaccare se non la lasci dire. E allora che dica, si stancherà prima o poi no? Pusillanime a chi? Ma vedi d’annà… meglio di no, meglio non metterla sul duro. Forse è più giusto rispondere: quando ti ho dato questa impressione? Dalle! Impressione? Impressione? Ma quale impressione tu pusillanime ci sei nato vissuto e pasciuto, non sei capace di far una o con un bicchiere. Su questo hai ragione, mai stato capace di disegnare coi bicchieri io! Riderà? Non credo non ha il senso dell’umorismo ultimamente. Guarda che i soldi ce li ho ancora! E ficcateli dove dico io! Risponderà sicuramente così, porca vacca! E se le dicessi invece, i soldi non sono andati perduti, anzi? La sua curiosità è stata uccisa dalla mia strafottenza, quindi non abboccherà. Sto tizio che mi passa vicino fischiando e mi distrae zufola lo stesso motivetto insulso del barista di poco fa. Poi dicono che la pazienza non deve avere limiti. Io ne ho tanta che Giobbe al mio confronto sembra Gatto Silvestro quando Twettee ha la gabbia aperta.. Dunque, meglio essere diretti: in fondo di che ti lamenti? Quei soldi li ho guadagnati io e posso. Di nuovo? Dove me li devo infilare? Ma fammi il piacere cretina! Parli e non sai niente. Si li ho ritirati dalla banca ma la mia intenzione… Ma come non te ne può fregar di meno? Allora ho fatto bene a non comprartelo. Pausa lunga. Sento bollire la pentola a pressione con la valvola tappata. Ora esplode. Cosa cazzo vai a comprarmi cose costose senza dirmi di che si tratta? Vedi una così bisognerebbe zittirla con un diktat stile von Ribbentropp, e invece io sto a lambiccarmi il cervello per telefonarle che col denaro prelevato avevo intenzione di comprarle un girocollo d’oro per il nostro anniversario. Non me lo lascerà nemmeno dire. Ecco il bel risultato di dodici anni di matrimonio. Ma non è mica colpa sua no! E’ mica lei ad aver sposato un sergente maggiore fanatico, sono stato io! Da quando abbiamo messo l’home banking lei s’attacca due volte si e l’altra pure ad internet a controllare il patrimonio e non le sfugge un euro, figuriamoci tremila. Vabbè dài riporta i soldi a casa e poi fa decidere lei tanto il dodicesimo non può essere diverso dall’undicesimo o dal decimo. Ma prima meglio telefonare. - Pronto? - Sono io … - Ciao, amore, dove sei? Ma che diavolo succede? E il vaffanculo sincopato quand’arriva? - In corso Giulio Cesare, sto facendo due passi - Bene, a che ora torni? - Fra un’ora - Come mai ritardi? - Mah… devo passare a comprare una cosa - D’accordo. Io l’ho già comprata - Cosa? - Sorpresa, indovina? - Come faccio ad indovinare, non so manco quanto hai speso - Tremila Euro, tanti quanti ne spenderai tu - Ehm… li ho prelevati per farti il regalo di buon anniversario - Pure io - Cazzo! Altri tremila? E che diavolo? - Che fai t’arrabbi? - No è che seimila… ma non ti basta quel che ti compro io? - Sì, certo. Io i tremila euro li ho spesi per far il regalo a te, amore. Che sei nel pallone oggi? Sai quel portatile sul quale stai agonizzando da due o tre anni… - Ma, ma… - Non volevi quello? - Si amore ma io… - Dai torna, che andiamo a festeggiare. Raggiungo la fermata del bus fischiettando come un usignolo il motivetto insulso del barista e del passante maleducato. Ne sapessi il titolo ve lo direi. |



