LA MUSICA Sono nato il 27 gennaio 1956. Mio padre, appassionato di musica classica, annotò con fierezza, nelle memorie familiari, che la mia venuta al mondo ricorreva esattamente due secoli dopo quella di Mozart, 27 gennaio 1756; così oltre alla frustrazione di non saper tirare fuori una nota nemmeno da un kazoo, ho vissuto per anni nella paranoica fobia di ciò che mi sarebbe successo il 5 dicembre 1991, duecento anni dalla morte del Sommo Genio. E così quel giorno, uscendo da una curva, alla guida della mia autovettura, trovandomi tutto sulla sua sinistra un tir di proporzioni gigantesche, chiusi gli occhi in una sorta di fatalistica ed ineluttabile attesa di una fine geneticamente preannunziata. La sinistra sagoma di quel bestione si richiuse sulla sua destra ed io, neanche in grado di crepare lo stesso giorno di Wolfang, pensai che tutto sommato non era male essere uno qualunque. La musica classica riempì la mia vita acustica fin dai primi anni dell'infanzia. I soldi in famiglia non erano molti, ma mio padre, di tanto in tanto, giungeva a casa con l'aria di chi dirige i Berliner, portando con sé un nuovo trentatré: Bach, List, Scarlatti, Vivaldi; tutti finivano sotto la puntina del monumentale Grundig che, a guisa di lare, dominava il soggiorno. Ho divorato dischi per anni, magari lo stesso per ore ed ore, rigandolo di solchi per la manualità ancora incerta per l'età. Il paese non offriva molto dal punto di vista musicale; più tardi, alle elementari, ricordo l'aria di malcelato disprezzo che mi circondava, perché, oltre ad essere considerato un violino a scuola, unica consolazione per un Mozart abortito, amavo suoni e melodie incomprensibili per chi, forse giustamente per l'età, sapeva a menadito tutte le posizioni delle canzoni presenti nella Hit Parade condotta da Lelio Luttazzi. Ero, per gli altri, uno snob ante litteram o se si preferisce un odiosissimo Sgarbi preistorico. Papà, allora trentenne, aveva un giovane amico, uno dei pochi a Serravalle ad amare la musica classica; avevo quattro anni quando conobbi Gigi, lui diciassette. Homo tecnologicus per eccellenza, il mio vecchio portò in Parrocchia un registratore dalle dimensioni, per i tempi di allora, quasi astronomiche, rigorosamente Grundig pure quello, per immortalare chi, unico fra i compaesani, fosse in grado di suonare la toccata e fuga di Bach in re minore o l'adagio di Albinoni. Fu la prima volta che ascoltai un organo, il nostro Serassi; immobile osservai le note intrecciarsi negli alti spazi delle navate, mentre i bobinoni grundici silenziosamente annotavano sul nastro magnetico quelle sonorità magiche che, diversamente, solo sui dischi si potevano ascoltare. Gigi era lassù, sull'organo, quasi ieratico, il suo profilo illuminato da una debole lampadina da dieci candele. Sotto quelle lunghe canne mi ripromisi di andarci anch'io. Ma poiché qualsiasi strumento scappava inorridito dalle mie mani, obtorto collo là in cima ci salii più tardi solo come giovane cantore. Gigi era in carriera militare, e suo padre Mario, unico baluardo locale della musica dotta, precettò me e qualche giovane per affiancare i grandi nella Messa cantata. Lassù c'ero arrivato, le funzioni sacre si potevano osservare dall'alto, ma restavo talmente stupefatto dal mistero di due mani, umane come le mie, abilmente condotte su quei tasti bianchi e neri, che, preso da un qualcosa che sta tra la sorpresa e la rabbia, dimenticavo gli attacchi, mentre il Signor Mario mi inceneriva con lo sguardo; "domani pomeriggio vieni a provare...da solo!". Lo sa Dio quanti pomeriggi costai al buon organista; ma non c'era molto da fare: quelle mani correvano sulla tastiera troppo familiarmente perché io non ne restassi colpito; e così la mia prima esperienza canora finì con un consensuale divorzio. Passarono gli anni; verso la metà degli anni '70 Gigi abbozzò un suo primo figlio polifonico, ma io, incatenato dagli studi liceali ed universitari non ne presi parte; ne seppi qualcosa solo per sentito dire. Fu più tardi, ritrovandosi insieme in condizioni non precisamente musicali, lui presidente di un seggio elettorale, io suo segretario, che Gigi mi confidò il suo progetto: un coro di centotrenta elementi, un coro gigantesco, quasi ciclopico; "lo sai cosa sono centotrenta persone che cantano?", continuava a ripetermi, "Una forza, una potenza..." e fra una scheda e l'altra annotava su di un foglio i possibili coristi. Sembrava delirasse e i muscoli mimici del suo volto già si distendevano in un sorriso, come se quel coro già lo udisse, ancora prima di crearlo. Il guaio è che, lui, quel coro già lo ascoltava per davvero. Ma tutto questo é già un'altra storia, valica i confini del paese, è già l'alba di oggi e forse varrà la pena di raccontarla, con calma, un'altra volta. |




Una lettura molto suggestiva che fa rivivere personaggi e situazioni che per tanta parte, anche se dopo di te, ho conosciuto anch'io, il cui ricordo è prezioso. E' molto apprezzabile la sottile autoironia che traspare dai tuoi scritti.