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Il Basket

pubblicato 07/apr/2010 04:43 da Benito Ciarlo
Il Basket
Racconto di Riccardo Lera



"Silenzio" quasi mormorò, lui, a bassa voce. Ma il tono era grave e profondo. Era entrato in aula, nella più infernale delle bolge che una caotica accozzaglia di scolari di terza media potessero concepire. Era lui, il Gianluigi Patri, Gian per tutto il resto della mia vita. Là, immobile su quella porta, non aveva urlato, il suo aspetto non aveva nulla di particolare: non era né alto né basso, né grasso né magro ed era la prima volta che si presentava sotto i nostri occhi. Ma il suo sguardo aveva un qualcosa di magnetico che rendevano quell'ordine ineludibile e la classe tacque in un istante.

"Sono il vostro insegnante di Educazione Fisica". Aveva una faccia un po' da indio; vestiva pantaloni gessati, larghi in fondo, una camicia azzurra a righe ed un'incredibile cravatta rosso carminio. Continuò a parlare in quel silenzio da lui creato come in un gioco di prestidigitazione. La palestra era chiusa per lavori di ristrutturazione. Per più d'un mese riuscì comunque a farci lezione in classe spiegandoci le regole del baseball.

Al di fuori della classe, aveva la faccia sempre terribilmente assonnata e noi, con malizia, si attribuiva la cosa al fatto che, da pochi mesi, s'era sposato con la bellissima e dolce Rosanna Maffeo, la nuova insegnante di disegno. Se lo salutavi, dalle sue labbra usciva una sorta di grugnito sordo, come se avesse in odio l'universo.

Quando finalmente fu possibile, ci portò su in palestra. E lì, quasi come se si trovasse in un suo habitat naturale, rimanemmo come folgorati. Un insegnante, finalmente uno che insegnava! In quegli anni il suo metodo educativo non fu quello, che più avanti lo contraddistinse come personaggio docente ineguagliabile, con il gioco, l'organizzazione del lavoro, il senso del ruolo individuale e della squadra, la danza, il mimo, l'integrazione fra materie differenti ed altro ancora. Allora era ancora "tradizionale". Ma pur in quella tradizionalità seppe creare intorno a sé, un attenzione, un rigore, una disciplina che travalicava i ben visibili tratti sportivi. Affiancato prima da Mario Titolo (anzi per un non breve periodo fu quest'ultimo a dover reggere da solo tutta la baracca) e poi da Armando Alice, nacque, nel 1972, il Basket Club Serravalle Scrivia. Fu quella per me una seconda immensa famiglia; inizialmente come giocatore (scarso), poi per più di vent'anni come allenatore. Lui era sopra tutti noi. Ricordo che un giorno, distrattamente lo chiamai papà. Non era solo il fatto sportivo che creava quel gruppo. Sì, anche gli episodi "tecnici" cementavano una realtà sempre più solida: le risse col Castellazzo (Tait s'cavii, cavion, urlava il pubblico di Castellazzo all'indirizzo di Urla con la sua zazzera a spazzola non più alta di un millimetro), il cuntrupè di Cassano, il consiglio tecnico di un Gian inviperito "Provolo, sei un verme" (fine del consiglio tecnico e del minuto di sospensione richiesto)... Potrei star qui un'intera giornata a snocciolare gli episodi "tecnici" che hanno fatto la storia del Basket, e sono sicuro che davanti ad un tavolo, con qualche vecchio amico, forse un mese non basterebbe. C'era di più. C'era il senso dell'onore di vestire quella maglia rossoblù. C'era la sicurezza per molti di trovare un'alternativa alla strada. C'era amicizia, e anche se a tanti queste mie parole faranno sorridere, perché le troveranno o ridicole o retoriche, là dentro, prima in quella palestra, poi su al palazzetto, ogni giorno, ogni allenamento, ogni partita, ogni volta era ben più di un "mercoledì da leoni". E sopra a tutti lui, il Gian, con le sue scarpe da tennis, la sua tuta sempre in ordine e la fascia a trattenere i ricci capelli. Nel tourbillon degli eventi storici che caratterizzarono gli anni settanta, il Basket fu una sorta di oratorio laico, i cui simboli non erano solo una palla ed un canestro, e quasi si ponevano fuori del paese stesso. C'era quel gruppo, la prima squadra, le giovanili, i ragazzi e le loro famiglie. Si giocava, ci si allenava, si impartivano lezioni a chi era in difficoltà a scuola, si andava con i ragazzini in piscina, li si andava a trovare a casa, a parlare con i genitori se qualche problema saltava fuori. Agonisticamente parlando, i nostri ragazzi delle giovanili erano piccoli di statura, eppure s'andava nelle città, ad Alessandria o ad Asti e gliele si suonava di brutto. S'arrivò fino alla serie C. Il lavoro mi ha trascinato via da quel mondo. Altre figure vi si sono succedute. All'unico che, venuto da fuori, sia riuscito a far retrocedere la squadra, dopo vent'anni di successi, a quel Cesare Billi, che sulle pagine sportive della Provincia di Alessandria ebbe la faccia tosta di affermare che "lui professionista, ha trovato a Serravalle un mondo di dilettanti incompetenti", a questo individuo che non è riuscito a capire cosa vuol dire portare un paese di seimila anime a una C1, bene, a costui solo il silenzio, il nostro silenzio, va come unica possibile risposta.