Cesare e Tina si dichiararono per sempre l'uno per l'altro con un bacio, davvero epifanico, schioccato fra le loro labbra un sei gennaio di un verosimile 1950. Per dir la verità fu mia madre, di due anni più vecchia, a sbrigare la faccenda in quanto, pare, mio padre poco erudito nell'ars amandi. E tale fatto, se la genetica non è un'opinione, conferma che egli, così come dimostrò più tardi il figlio, fosse assai imbranato con le donne. Il fattaccio successe tutto su di uno scalino, una piccola piattaforma posta all'inizio della scala della loro vita.
A chi accusa lo scrivente di utilizzare un linguaggio velato di trita retorica da cronaca rosa, si ribatte cromaticamente che tutt'altro colore dominò i loro primi passi pre e postconiugali: un verde intenso, assai poco ecologista, ma sfavillante di atavica e cronica carenza finanziaria.
Cesare è figlio di Galileo. Costui, fuggito dalle sicure patrie galere, dopo la prodezza di aver ben scazzottato un ufficiale di marina dal singolare difetto di essergli a lui superiore in grado, "marinò la Marina"; si creò, esule in Inghilterra, pare, una distinta posizione economica e dopo aver regalato ad una attrice irlandese tre figli e bagonato per tutto il Commonwelt, pensò di mettere la testa a posto, ritornando in patria (l'antecedente evento pugilistico, di cui sopra, in qualche modo era stato sanato) per rifilare cinque figli a una giovane italiana. Con un fratello piombò a Serravalle Scrivia, pensò che lì una fabbrica di ceramica non esisteva dal paleolitico, e detto fatto la "Olubria" fu.
Ma il 1929 ruppe tanti cocci in tutto il mondo e Serravalle non ne fu purtroppo esente. Cesare nacque secondogenito nel 30, ma la miseria ed i drammi familiari la fecero da padroni. Si trovò ben presto solo, in un orfanotrofio, con tre fratelli di meno, perché Iddio pensò bene di riprenderseli. Fu, insieme ad un altro, l'unico a diplomarsi in tutto orfanotrofio, con quella testa dura come il cemento ed un senso della dignità personale che non avevano eguali.
Tina veniva da una famiglia contadina, tutta casa scuola e soprattutto chiesa. Era bella, intelligente e povera come solo la morte ti fa. Per lei c'erano i migliori partiti della zona, ma nossignore lei s'era attaccata con tutta l'anima ad un poverissimo spiantato senza famiglia.
Nonostante veti familiari, da far impallidire uno Scalfaro in forma smagliante, Cesare e Tina si sposarono e stabilirono la loro dimora in un appartamento al primo piano, in Viale Martiri della Benedicta, al numero 10, e per loro fu davvero il Ten di Downing Street.
La leggenda vuole che "dissipate" le ultime risorse economiche nell'acquisto di un letto, di due sedie e, qui la posizione degli storici non concorda, di un tavolo, avessero progettato di rinchiudersi in casa un certo qual numero di giorni per simulare un viaggio di nozze, impossibile da realizzarsi nella realtà. Ma poiché ogni tanto la fortuna esiste, una mano buona pose mano al portafogli per riempire il loro di quel tanto che bastò per raggiungere Bologna e Firenze.
Tuttavia la loro luna di miele non doveva durare a lungo.
Sull'onda del tragico equivoco che voleva una loro cognata chiamare mamma indifferentemente sia la propria che quella di mia madre, un telegramma di due righe li raggiunse a Firenze con un drammatico e perentorio dictat: "mamma morta, rientrate".
Ora, per carità di Dio, la morte di una persona non è mai una buona notizia, chiunque essa sia, ma indubbiamente il ritorno di mia mamma, che già si viveva le sue pene, per la polemica assenza di sua madre al matrimonio, non fu altro che la lievitazione di un concentrato d'angoscia (allora i telefoni non esistevano fra la gente comune), che solo parzialmente si sciolse con la scoperta della dipartita della madre della cognata.
A
dispetto degli eventi io nacqui nove mesi esatti dopo quei fatti. E qui
mio padre ebbe la sfortuna di pescare nel mazzo un figlio col pallino
della medicina e della dissacrazione.
E poiché mater certa est, pater nunquam, prendendo la media delle stature dei miei (cm 164 mio padre, cm 160 mia madre), anche concedendo il massimo della possibile deviazione standard auxologica, (cm 175) non si riesce a capire come mai io sia alto cm 182. La perplessità rimane, soprattutto con la successiva nascita delle mie due sorelle (cm 160 circa, entrambe). Anche se la scienza non soccorre mio padre a risolvere il rebus, la mia personale teoria vuole che l'effetto telegramma, con spostamento a Jo-Jo lungo l'italico stivale, abbia creato un cospicuo allungamento dell'embrione in grembo a mia madre. Non solo. Al di là di questi dati antropometrici, spiegherebbe, il telegramma, le mie risorse psicologiche molte volte improntate al più cosmico pessimismo.
Papà e mamma avevano, nonostante i loro vissuti, grossi numeri. Cesare nel 52 era a Lecce ufficiale dell'esercito, Tina già dal 49, a Milano, scriveva novelle per i periodici Rizzoli. Ma l'amore li obbligò a delle scelte. A supportare il progetto di una vita in comune, per mio padre ci fu, come tecnico, prima la Vosa e poi l'Ilva, per mia madre un posto da impiegata postale. Chissà se mai si sono guardati indietro, specie quando si sono trovati davanti, uno dopo l'altro tre bocche sempre affamate ed urlanti, piene di richieste sotto la spinta del montante boom economico.




