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Il Basket

pubblicato 07/apr/2010 04:43 da Benito Ciarlo

Il Basket
Racconto di Riccardo Lera



"Silenzio" quasi mormorò, lui, a bassa voce. Ma il tono era grave e profondo. Era entrato in aula, nella più infernale delle bolge che una caotica accozzaglia di scolari di terza media potessero concepire. Era lui, il Gianluigi Patri, Gian per tutto il resto della mia vita. Là, immobile su quella porta, non aveva urlato, il suo aspetto non aveva nulla di particolare: non era né alto né basso, né grasso né magro ed era la prima volta che si presentava sotto i nostri occhi. Ma il suo sguardo aveva un qualcosa di magnetico che rendevano quell'ordine ineludibile e la classe tacque in un istante.

"Sono il vostro insegnante di Educazione Fisica". Aveva una faccia un po' da indio; vestiva pantaloni gessati, larghi in fondo, una camicia azzurra a righe ed un'incredibile cravatta rosso carminio. Continuò a parlare in quel silenzio da lui creato come in un gioco di prestidigitazione. La palestra era chiusa per lavori di ristrutturazione. Per più d'un mese riuscì comunque a farci lezione in classe spiegandoci le regole del baseball.

Al di fuori della classe, aveva la faccia sempre terribilmente assonnata e noi, con malizia, si attribuiva la cosa al fatto che, da pochi mesi, s'era sposato con la bellissima e dolce Rosanna Maffeo, la nuova insegnante di disegno. Se lo salutavi, dalle sue labbra usciva una sorta di grugnito sordo, come se avesse in odio l'universo.

Quando finalmente fu possibile, ci portò su in palestra. E lì, quasi come se si trovasse in un suo habitat naturale, rimanemmo come folgorati. Un insegnante, finalmente uno che insegnava! In quegli anni il suo metodo educativo non fu quello, che più avanti lo contraddistinse come personaggio docente ineguagliabile, con il gioco, l'organizzazione del lavoro, il senso del ruolo individuale e della squadra, la danza, il mimo, l'integrazione fra materie differenti ed altro ancora. Allora era ancora "tradizionale". Ma pur in quella tradizionalità seppe creare intorno a sé, un attenzione, un rigore, una disciplina che travalicava i ben visibili tratti sportivi. Affiancato prima da Mario Titolo (anzi per un non breve periodo fu quest'ultimo a dover reggere da solo tutta la baracca) e poi da Armando Alice, nacque, nel 1972, il Basket Club Serravalle Scrivia. Fu quella per me una seconda immensa famiglia; inizialmente come giocatore (scarso), poi per più di vent'anni come allenatore. Lui era sopra tutti noi. Ricordo che un giorno, distrattamente lo chiamai papà. Non era solo il fatto sportivo che creava quel gruppo. Sì, anche gli episodi "tecnici" cementavano una realtà sempre più solida: le risse col Castellazzo (Tait s'cavii, cavion, urlava il pubblico di Castellazzo all'indirizzo di Urla con la sua zazzera a spazzola non più alta di un millimetro), il cuntrupè di Cassano, il consiglio tecnico di un Gian inviperito "Provolo, sei un verme" (fine del consiglio tecnico e del minuto di sospensione richiesto)... Potrei star qui un'intera giornata a snocciolare gli episodi "tecnici" che hanno fatto la storia del Basket, e sono sicuro che davanti ad un tavolo, con qualche vecchio amico, forse un mese non basterebbe. C'era di più. C'era il senso dell'onore di vestire quella maglia rossoblù. C'era la sicurezza per molti di trovare un'alternativa alla strada. C'era amicizia, e anche se a tanti queste mie parole faranno sorridere, perché le troveranno o ridicole o retoriche, là dentro, prima in quella palestra, poi su al palazzetto, ogni giorno, ogni allenamento, ogni partita, ogni volta era ben più di un "mercoledì da leoni". E sopra a tutti lui, il Gian, con le sue scarpe da tennis, la sua tuta sempre in ordine e la fascia a trattenere i ricci capelli. Nel tourbillon degli eventi storici che caratterizzarono gli anni settanta, il Basket fu una sorta di oratorio laico, i cui simboli non erano solo una palla ed un canestro, e quasi si ponevano fuori del paese stesso. C'era quel gruppo, la prima squadra, le giovanili, i ragazzi e le loro famiglie. Si giocava, ci si allenava, si impartivano lezioni a chi era in difficoltà a scuola, si andava con i ragazzini in piscina, li si andava a trovare a casa, a parlare con i genitori se qualche problema saltava fuori. Agonisticamente parlando, i nostri ragazzi delle giovanili erano piccoli di statura, eppure s'andava nelle città, ad Alessandria o ad Asti e gliele si suonava di brutto. S'arrivò fino alla serie C. Il lavoro mi ha trascinato via da quel mondo. Altre figure vi si sono succedute. All'unico che, venuto da fuori, sia riuscito a far retrocedere la squadra, dopo vent'anni di successi, a quel Cesare Billi, che sulle pagine sportive della Provincia di Alessandria ebbe la faccia tosta di affermare che "lui professionista, ha trovato a Serravalle un mondo di dilettanti incompetenti", a questo individuo che non è riuscito a capire cosa vuol dire portare un paese di seimila anime a una C1, bene, a costui solo il silenzio, il nostro silenzio, va come unica possibile risposta.


L'asilo delle suore

pubblicato 29/mar/2010 14:18 da Emma Bricola   [ aggiornato in data 29/mar/2010 14:40 ]




La domenica, le feste comandate e qualche pomeriggio, ci ritrovavamo tutte all'asilo delle suore che era anche l'unico esistente in paese e aveva la sezione nido e scuola materna, inoltre era il punto di ritrovo per le ragazzine di allora. Solo femmine però, perché secondo l'usanza un po' talebana, le femmine frequentavano l'asilo e i maschi la “Casa del giovane”. Noi eravamo accudite e seguite da suor Maggiorina e da qualche altra suorina e il sesso opposto aveva come angelo custode il viceparroco.

Molti ragazzi della mia età li ho conosciuti più avanti negli anni. Anche a scuola le sezioni erano perlopiù monosesso e non si condivideva quasi nulla. In chiesa la parte destra era per le donne e la sinistra per gli uomini. Ora quando vado a Messa, ho preso l'abitudine di andare a sinistra così per una forma di piccola ed insignificante ribellione a quell'antica consuetudine.

Suor Maggiorina era un donnone imponente dai lineamenti marcati ed un largo sorriso che scaldava il cuore. Era instancabile e agile: il lungo abito marrone non la impacciava nei movimenti, anzi sembrava volasse , scivolava con leggerezza da una parte all'altra per accudire i suoi cuccioli. Seguiva il reparto dei piccoli prima dei tre anni, il nido , e lo faceva con un'abnegazione ed una competenza da fare invidia alla più titolata delle puericultrici.

La sua sezione era al piano di sopra: appena dopo le scale si apriva un ampio stanzone con tanti lettini con le sbarre, seggioloni e fasciatoi. L'ambiente era lindo e luminoso, odorava di latte e di talco e lei si prodigava di qua e di là sempre attenta alle esigenze dei minuscoli ospiti che venivano trattati come figli. Li amava tutti, li coccolava, li lavava, cantava loro la ninna nanna. Meravigliosa donna che trattava le persone con dolcezza anche se l'aspetto era burbero.

Era amata anche da noi ragazzine, a volte l'aiutavamo nel suo lavoro nei limiti delle nostre capacità, di solito ci si limitava a tenerne in braccio qualcuno o ad imboccarlo per la merenda.

A volte mi rimproverava perché indossavo i pantaloni che per lei non erano adatti ad una femmina ma io ridevo e la lasciavo dire.

La domenica alle due del pomeriggio eravamo già lì . Se il tempo era bello stavamo fuori. C'erano delle alte altalene in cortile, quello davanti alla vecchia Scuola Media . Un cortile di ghiaia, contornato da robuste acacie. Ora non esiste più, la scuola media è stata abbattuta perché fatiscente e pericolante ed al suo posto è stato costruito un palazzo nuovo. Il cortile è stato inglobato in questo complesso e l'entrata della scuola materna spostata da un altro lato.

Ma allora era nostro, e ci divertivamo a turno su quelle altalene, spingendoci in alto al limite massimo che riuscivamo a raggiungere, volavamo più su possibile poi scendevamo saltando con l'altalena in movimento per dimostrare la nostra abilità e agilità. E a volte giocavamo a palla avvelenata , tornei infiniti con liti furibonde sulle presunte irregolarità di una o dell'altra squadra.

E poi quando ci prendeva la voglia di qualcosa di dolce chiamavamo la suora che gestiva il “botteghino”.

Il BOTTEGHINO era una vetrinetta magica che esponeva pesciolini di liquirizia, rotelle, caramelle di vari tipi. I prezzi erano molto modici: un pesciolino una lira, una rotella due lire e la stringa , quella grossa tre lire. Con dieci lire si masticava per un bel po' e intanto si chiacchierava sedute sotto le fronde delle robinie .

Se faceva freddo si stava dentro, a giocare a calciobalilla o a Monopoli e alle quattro si partiva tutte per il Vespro in chiesa dove cantavamo in latino leggendo sui testi che ci venivano dati, non capivamo nulla ma cantavamo lo stesso, e ci facevamo sgridare se chiacchieravamo e ci fermavamo. -In chiesa chi canta prega due volte!Ci dicevano.Smisi di frequentare quell'ambiente verso i quindici anni. Mi divertivo di più altrove e poi volevano insegnarmi a ricamare, ma fu anche grazie alle suore ed al loro impegno che io imparai a conoscere e ad amare il mio paese.

Giornaliera giornata

pubblicato 22/mar/2010 10:31 da dolceglicine@yahoo.it

Aspetto qui, vicino al chiosco, col mio cane e con in bocca il sapore amaro di un caffè espresso buttato giù in fretta, davanti ad un panorama sbiadito che allora apostrofava di rosa il giorno ed ora è così duro da mordere con le nostre ormai caduche dentiere.
Aspetto qui, guardando gente che passa senza più gioia da proferire né grazia da chiedere a un santo dal paradiso profanato, passando in rivista una vita periodica che un prezzo troppo alto dissuade dall’abbonarsi.
Aspetto qui, osservando una donna moderna dalle mani di fata percorrere la sua carriera tra ostentati sorrisi e canzoni remix.
Con una risma di cioè chiedo a un messaggero con le ali tarpate il tempo necessario per 24 ore di sole. Sole che mestamente scompare dietro il foglio del mattino.
Si è fatta sera, oramai, e sono ancora qui, col mio cane, aspettando un corriere che, stanco di correre, si è assopito in un vecchio grand hotel tra nostalgiche lenzuola fotoromanzate.
Al crocevia delle parole un elzeviro tenta di risolvere l’ultima sciarada chiedendosi quale epidemia abbia colpito gli strilloni mutilati della voce, intanto che l’edicolante, mentre chiude i battenti, racconta che è costretto a campare coi gratta e vinci.
- Gratta, gratta… – pensa il mio cane.
E’ un cane fedele e mi fa tanta compagnia, è un carlino...
e il resto mancia!



Errata corrige:... Il resto manca!

La famiglia e le vacanze italiane

pubblicato 13/mar/2010 13:17 da Benito Ciarlo

La famiglia e le vacanze italiane

di Ricccardo Lera


    La partenza era stata strategicamente stabilita per le diciannove. Mio padre, smontato da un sei a due chiese quattro ore di riposo, la prima delle quali la perse in superflue raccomandazioni a mia madre, circa l'organizzazione logistica dell'intera spedizione; infatti, anche se mamma non sapeva calcolare quanto carico avrebbero dovuto sopportare per centimetro quadrato le quattro gomme dell'auto, per tutto il milione e sessantunmilametri che ci separavano dalla meta, tutto era già stato ampiamente controllato più volte.

    Il vecchio maggiolino AL 98401 era stipato dentro e fuori. Casa nostra era infatti pressoché deserta. Il piccolo vano bagagli sistemato nel cofano anteriore raccoglieva la paletteria e i teli che costituivano la nostra robustissima Gifacò, tenda da campo base himalaiano, cinque metri per cinque mezzo, veranda esclusa, a tre vani, due dei quali camere da letto, da tre posti l'una. La sua robustezza, scientificamente testata dai calcoli matematico - ingegneristici del pater familias era un dogma inscalfibile e come tale accettato senza alcun contraddittorio. La Gifacò stava oltre l'imponderabile. Come tutto il resto d'altronde.

    Sia il tettuccio che il cofano posteriore erano sommersi da masserizie varie, adagiate su due distinti portapacchi, ad essi adeguatamente fissati da robusti elastici e fasciate da un telo impermeabile. Il culmine del bagaglio esterno superava abbondantemente i due metri e mezzo d'altezza.

    Ma era l'interno dell'autovettura a trasportare la maggior parte delle nostre ricchezze; stipato fino all'inverosimile lo scomparto posto dietro il sedile posteriore, quest'ultimo si presentava anch'esso per più di metà della sua lunghezza pieno di ogni utensile da cucina, sedie e tavoli da campeggio, cibarie varie e frigorifero da campo.

    Nell'esiguo spazio rimasto si dovevano accomodare, mia madre e mia sorella maggiore di sette anni, Simona, le gambe magre incastrate fra carabattole varie e gli occhiali da ipermetrope inchiodati sul viso dal sedile anteriore di mio padre. Cosa abbia potuto vedere del viaggio resta a tutt'oggi circondato da un alone di mistero. Lei non ricorda. Ma poiché non porta più gli occhiali, il motivo va senz'altro individuato in un progressivo, traumatico - terapeutico accorciamento dei bulbi oculari per la prolungata compressione realizzatasi in quelle ore. E', in letteratura medica, l'unico caso di vacanza con finalità oftalmologiche.

    Per mia sorella minore, Alessandra, di anni quattro, si era ricavato uno spazio vitale di circa venticinque centimetri, dove, sdraiata fra due cuscini si incastrava perfettamente tra un baule ed il tettuccio dell'abitacolo. Alessandra è stata, senza volerlo, la prima italiana munita di doppio air bag.

Nostra madre, zero in matematica, ma buon senso tanto, dopo aver preparato tutto in silenzio, ci fece recitare un pater noster lungo viale Martiri, poco prima del casello autostradale. Per un'ora si sorbì un interrogatorio stile Gestapo torrenzialmente sgorgato dalle corde vocali di chi mi fece con la Y anziché con la X.

"Sì, Cesare",

"Hai preso...?",

"Sì, Cesare",

"Hai messo...?",

"Sì, Cesare",

"Hai controllato?",

"Sì, Cesare".

    Non lo stava nemmeno più a sentire. Mi sembrava di udire lo stesso tono di quando le vecchiette ai rosari litaniavano, storpiandolo, ora pro eo, in un contrattissimo oraprué.

    La mia posizione di undicenne, posta al lato del guidatore, detta del "morto", apparirebbe ai più la più comoda, senonché, oltre a chincaglierie varie, dovevo tener ben stretto fra le gambe, vero kamikaze, la bombola del gas da venti chilogrammi, necessaria a sfamare, durante le vacanze, l'intera truppa. Inoltre nonostante la giovane età avevo compiti di navigatore, con attenta lettura delle carte e l'avvertenza di tener ben sveglio il conducente, che si sorbì, soffocando nello stomaco ogni possibile sacramento, quasi venti ore di guida consecutive. Infatti alle diciannove in punto mio padre, pantaloncini corti ed italica canottiera fresca di bucato, ricontrollato, per l'ennesima volta, il livello dell'olio, la pressione delle gomme, il liquido dei freni e non so io che diavolo ancora, si pose alla guida, direzione Palinuro, provincia di Salerno, e da lì, eccezion fatta per inderogabili necessità fisiologiche, mai più distaccò le mani dal volante, diventando un tutt'uno con esso.

    Inesistente la Torino - Piacenza, si risalì, per imboccare l'autostrada del sole, fino a Milano. Alessandra e Simona si addormentarono ben presto ed i miei si scambiarono brevi fraseggi sui costi dell'intera operazione. Ma io avevo ben altro da fare che ascoltare quel bollettino economico familiare. Era il 1967, papà aveva preso patente ed auto, di seconda mano, da due anni. Stavo per compiere il più lungo viaggio della mia infanzia; guardavo il lento succedersi delle uscite autostradali. Alle ultime ombre della sera sfilammo il casello di Sasso Marconi e mamma ebbe un sussulto:

"Fra poco c'è Gardelletta!".

    Gardelletta, un nome che si era ripetuto sempre nelle memorie e nei racconti familiari, era il suo paese natale. I genitori di mia madre erano vissuti lì fino al 1935, una frazione di Marzabotto, chiusa fra le montagne, nella valle del Setta. Nonno Giuseppe trasferì in Piemonte la sua famiglia, come operaio addetto alla costruzione di una grande opera viaria dell'epoca mussoliniana, la Serravalle - Genova.

    Fu così che scamparono al grande disastro, allo sterminio voluto dalle S.S. di Walter Reder.

    Ma la piazzola per la fermata era nell'altra carreggiata ed ormai era buio e tutto mi corse via in un attimo, tra profili di montagne inghiottiti dalla notte.

    Alle tre del mattino tutti dormivano, forse anche mio padre, ed il maggiolino sembrava volar via tranquillamente da solo. Ma mi sbagliavo. Vedendo chiare le nuvole contro il cielo mormorai:

"E' l'alba".

    Ma il Tazio Nuvolari domestico, ben abituato ai turni in acciaieria, era ben desto nel sacro compito di traghettatore della moglie ronfante e della propria stirpe.

"Non è l'alba, son le luci di Roma".

E così la capitale mi sfilò accanto, ai lati del nastro d'asfalto, muta, silenziosa, immensa.

Educazione ambientale

pubblicato 11/mar/2010 03:01 da dolceglicine@yahoo.it

Stavo cernendo i rifiuti e il mio sguardo è caduto su un “loghetto” che si trova sulle confezioni dei beni di consumo che acquistiamo; un semplice disegnino stilizzato che ci redarguisce circa la buona norma di gettare gli involucri, i sacchetti, i contenitori in metallo o plastica, le scatole e quant’altro sia atto a contenere qualcosa, negli appositi cassonetti o cestini.
Ho controllato sulle confezioni che ho in casa: su alcune è stampato un omino nell’atto di gettare l’inservibile oggetto in un cestino e su altre una sinuosa figura femminile che compie il medesimo gesto. In quest’ultimo, però, il cestino è sostituito da un secchio con coperchio che fa pensare a quei secchi che si aprono premendo col piede un pedale.
Non mi sono chiesta il perché della differenza dei contenitori per i rifiuti nei due disegni, né perché gli uomini debbano utilizzare il cestino e le donne il secchio ma, dotata come sono di grande perspicacia, ho subito dedotto che la locuzione “differenziazione dei rifiuti” significa, in un certo senso, "discriminazione sessuale" poichè la gestione di alcuni rifiuti è di competenza maschile e di altri femminile e addirittura in contenitori distinti. Volendo, comunque, attenermi alle regole imposte, senza protestare, ho predisposto in casa, due sacchetti per i rifiuti di colore diverso: uno rosa per noi femminucce e uno celeste per il maschio di famiglia. Noi donne metteremo nel nostro sacchetto rosa ogni oggetto di rifiuto con il logo al femminile e il maschio gli altri, quelli con l’omino, nel suo sacchettino celeste. Un po' come facevamo alla scuola elementare, quando disegnavamo gli angeli col vestitino rosa o celeste per distinguerne il sesso.
Ognuno di noi provvederà, in seguito, a portare il suo sacchetto pieno nei cassonetti comunali. Inoltre, ho ritenuto pensare, circa il fatto che alla figura femminile sia stato assegnato il secchio col pedale, ad una questione di galateo, il quale prevede che la posizione piegata in avanti, per una signora, non sia conveniente poiché potrebbe suscitare nel maschio di passaggio istinti sessuali impulsivi e animaleschi.
La cosa che invece mi ha colpita e mi ha lasciata veramente perplessa è un terzo disegno finalizzato anch’esso all’educazione ambientale.
Accingendomi ad accartocciare il pacchetto delle mie sigarette preferite, mi sono accorta che sopra non v’è disegnato l’omino che getta il rifiuto nel cestino, né una sinuosa figura femminile che butta il rifiuto nella pattumiera, bensì una figura stilizzata di essere umano, forse molto giovane, su un motorino (senza casco!!!…orrore!!!) che, sfrecciando vicino ad un cestino, butta via, al volo e presumibilmente, il pacchetto vuoto delle sigarette.
Allora mi son detta: "Che i pacchetti delle sigarette vadano buttati via mentre si viaggia in motorino?"
Dunque: se una persona è a piedi, deve riempirsi le tasche o la borsa di pacchetti vuoti da buttare e se, poi, trova qualcuno che, di grazia, gli presta il motorino, può finalmente svuotarsi le tasche e/o la borsa!"
Quindi, mi sono chiesta: "Se io non possiedo un motorino e se non trovo nessuno che me lo presta, come faccio a buttare via i pacchetti vuoti delle sigarette? E peggio ancora: se non ho tasche e non ho borse e, per giunta, sono anche vecchia?"


Vogliamo renderci conto della gravità del problema?

Una semplice storia d'amore

pubblicato 10/mar/2010 11:31 da Emma Bricola   [ aggiornato in data 10/mar/2010 11:43 ]


Rivedo il giorno in cui ci incontrammo.

Era marzo, una giornata di sole: la prima dopo un inverno freddo e nevoso, un inverno lungo come sanno essere gli inverni del nord.
 
Quegli inverni che spengono per mesi i colori e tutto è solo grigio e bianco. Quelli che ti tolgono il respiro, relegandoti in cumuli di 

nebbia così fitta che anche tu credi di essere una nuvola grigia.

Ma quel giorno finalmente l'aria vivace era carica dei profumi la cui fragranza sarebbe arrivata sempre più prepotente nei giorni 

futuri.

Uscii di casa allegra, con la voglia di fare che sempre mi prende appena sento l'inverno scorrere via.

Qualche chiazza di neve resisteva nelle aiuole dei giardini, ma era stanca e sconfitta.

Dal ponte guardai il torrente fluire,era gonfio di quell'acqua grigia che scendeva dai monti. 

Arrivai al bar dove facevo colazione ogni giorno. 

Le facce di sempre mi salutarono commentando la mia nuova luce. 

Ridevo e scherzavo con Marco, il barista, quando entrasti. Non mi accorsi subito di te e tu non mi vedesti. 

Ti avvicinasti al bancone per un caffè ed io ero lì.

Fu inevitabile il guardarsi, fu un turbamento improvviso incontrare i tuoi occhi.

I tuoi occhi che rimasero agganciati ai miei. Per quanto? Un secondo o una vita? Mi sembrava di essere sempre stata dentro quel 

verde, in quella sconfinata tenerezza, in quel mondo che sapevo esisteva e che non credevo possibile trovare. I tuoi occhi verde-

miele dai quali non riuscivo a staccare i miei, che mi impedivano di allontanarmi da te.

Io non riuscivo a distogliere lo sguardo e tu non riuscivi a distogliere lo sguardo.

Com'è che due anime si incontrano e si riconoscono? Io non lo credevo possibile, ridevo quando mi raccontavano di amori 

improvvisi, di incontri sconvolgenti. Le credevo fantasie, fatti che al massimo potevano accadere sui libri di Liala, libri che oltretutto 

detestavo. Eppure successe. Eri già dentro di me da quella prima volta.

Tornai a casa col tuo viso negli occhi, col tuo sorriso a scaldarmi l'anima. Ed era la prima volta che ci incontravamo.

Il primo bacio fu la sera in cui me lo aspettavo, dopo solo un giorno. E non eravamo soli ma eravamo soli in quell'emozione 

profonda, in quel desiderio. 

Da allora non siamo più riusciti a rimanere lontani per più di qualche ora, quando mi salutavi con un ultimo abbraccio, già avevo 

nostalgia di te. 

E oggi siamo qui.

Ci siamo solo tu ed io, quassù sulle montagne che amiamo entrambi.

Due ragazzi seduti a terra, su un prato brullo e spelacchiato. In lontananza una vecchia malga di sassi diroccata, sassi cadenti 

intorno al vuoto delle stanze che osservano invidiosi la nostra armonia.

E' Settembre, c'è il sole e noi ci baciamo. Mi protendo verso te, mi consegno a te che sei il mio miracolo.

Ti amo.

E' forte questo amore, è sicuro , non ha paura.

Ho fame di te, del muschio dei tuoi occhi morbidi, dell'umido dei tuoi baci, del calore delle tue mani grandi, del loro tocco sul mio 

viso e sul mio corpo acerbo.

Ho fiducia in te, mi sento al sicuro quando stiamo insieme e il tempo non mi basta mai.

Voglio addormentarmi su di te e al mattino svegliarmi sapendo che sei ancora qui.

Io credo in te; so che non rimarrò mai delusa dai tuoi gesti e dalle tue parole. So che avrai sempre il coraggio di dirmi la verità, e 

anche se non sarà facile tu lo farai.

Ho stima di te, so che i nostri pensieri saranno sempre limpidi, so che mi rispetterai, e non mi tradirai anche se questa passione 

dovesse pian piano allontanarsi. 

Spero che non accada mai ma se succedesse ne parleremo e piangeremo insieme e magari poi ci lasceremo ma i nostri cuori saranno 

sempre uniti per quello che abbiamo vissuto, per il riguardo che ci portiamo, per questi momenti che non dimenticheremo.

Voglio un figlio con te, un bambino che sia un po' te e un po' me, da amare, da crescere insieme, da coccolare e da sentire nostro; al 

quale insegneremo ad amare, ad accogliere, a condividere. Lo porteremo con noi in montagna ed al mare, gli faremo conoscere le 

onde e la neve, gli racconteremo storie antiche, inventeremo favole per lui, gli faremo amare la vita ed il mondo.

Un bambino che diventerà un ragazzo e lasceremo poi andare per la sua strada, perché sarà nato da noi ma non sarà di nostra 

proprietà.

Voglio invecchiare con te, sopporteremo insieme i disagi dell'età, allevierò i tuoi dolori se ne avrai, conterò ridendo i tuoi primi 

capelli bianchi, ti lascerò passare le dita nei solchi delle mie rughe, consolerò i tuoi momenti bui e sarò felice delle tue gioie.

Ti starò sempre vicino: nelle difficoltà non sarai mai solo, ci sarò io a sorreggerti, e lo stesso farai tu con me lo so.

Non ci saranno persone che riusciranno a dividerci, nessuno sarà più forte del nostro sentimento, e noi non ascolteremo le parole 

maligne di chi vorrà separarci.

E voglio morire prima io di te, non potrei sopportare il dolore di perderti, il non vederti , non parlarti, non ascoltare il suono della tua 

voce. So che tu sarai più forte di me e potrai farcela.

Ma adesso , non parliamo più e lasciami annegare nei tuoi baci



La colomba pasquale

pubblicato 09/mar/2010 04:20 da dolceglicine@yahoo.it

 

Un’insolita e candida colomba nei giorni precedenti la Pasqua

volava nel cielo di un ameno paesello con le case di pietra, le strade di porfido

e i lampioni di ferro battuto.

Perché passasse di lì nessuno poteva saperlo.

Forse liberatasi da una voliera?

Forse curiosa ?

Forse andava cercando una casetta per fare il suo nido d’amore?

Di quando in quando planava sui davanzali spogli di questa o quell’altra finestra.

“E’ venuta da me!”, gridava una bambina.

“Anche da me!”, faceva eco un’anziana signora.

La colombina aveva col becco bussato ad ogni vetro

e gioia e sorpresa aveva donato in tutte le case.

 

No,  non in tutte.

Non nella mia.

 

Con un vaso di ciclamini adornai il mio davanzale sperando

che quel rosa sgargiante attirasse la sua attenzione.

La vedevo passare e pensavo:

“Perché non vieni da me?

Forse non son degna della mia colomba pasquale?

Vieni, ti prego! Vieni anche da me!”

Rattristata e delusa, con il pianto nel cuore, mi rassegnai.

Finché, una mattina di sole, nell’azzurro terso di quel piccolo cielo,

scorsi un candido battito d’ali, oltre il vetro, avvicinarsi al mio davanzale

e finalmente posarsi.

Rimasi in silenzio a guardarla ascoltando il suo tubare sommesso.

“Sei bella – le sussurrai –

bella e bianca come la Pace!

Grazie per essere venuta.”

Mosse un poco la sua testolina, becchettò nel vaso qualcosa,
poi, spalancò le ali e volò via.

Aveva lasciato un seme vicino al mio ciclamino.

 

Era il seme della speranza

che al suo germogliare

schiude i fiori bianchi

dell’Amore.

L'8 marzo è per mia madre

pubblicato 05/mar/2010 13:23 da Emma Bricola   [ aggiornato in data 05/mar/2010 23:25 ]

Mia madre non era una donna.
Mia madre era tante, diverse donne. 
Ma lei era anche una bambina e qualche volta è stata una ragazza.
Piccolina di statura, tutta la vita a combattere con quei chili di troppo, con il cibo che le si appiccicava sui fianchi e sulle gambe senza volersene più andare. Ma le forme rimanevano armoniose, era rotonda, non grassa.
Bella, era bella mia madre, non ero io che la vedevo così con gli occhi di figlia. 
Lei era bella davvero, occhi enormi, verdi con pagliuzze dorate che si illuminavano col sorriso. Occhi caldi e infiniti, dentro i quali leggevi spesso la sofferenza per una vita irriconoscente, occhi di intelligenza, passione e lotta costante. 
I capelli mossi alla Rita Hayworth di un intenso nero corvino le conferivano un'aria esotica e le labbra carnose scoprivano denti bianchissimi. Il colorito era chiaro e la pelle perfetta.
Fino alla vecchiaia le rimase così, nemmeno la malattia riuscì a smorzare la sua bellezza. 
Io l'adoravo, a volte la temevo. Quando si arrabbiava si trasformava, era una passionale, nella gioia e nel dolore nella rabbia e nel divertimento. Mordeva la vita , la sbranava e a volte ti soffocava con i suoi eccessi. Poteva urlare come un satanasso e dopo un po' dimenticare tutto, farti sentire in colpa e poi ridere come una matta perché si era dimenticata della baruffa. 
Affrontava le difficoltà con una grinta da leonessa e in quei momenti lo sguardo era caparbio, era quello di una guerriera che combatte da sola.
Ma sapeva ridere: la sua innocenza allora erompeva in quelle risate sonore e liberatorie, abbiamo riso insieme fino alla fine. 
E da tutta la sua forza emergeva una limpidezza naturale che la rendeva figlia e giovinetta, che la muoveva verso un'adolescenza non vissuta e che la vita le doveva. 
E quando si camminava per i boschi insieme , quando eravamo avvolte dal romanticismo delle fronde degli alberi, quando ogni sasso ed ogni fiore ci stupiva con la sua grazia, ci sentivamo unite come solo due anime affini possono essere.
E mai si abbandonò alla disperazione, mai rinunciò alla speranza , mai mi fece mancare la sua forza. Nemmeno quella notte in cui se ne andò.




Genesi: verità e leggenda

pubblicato 01/mar/2010 02:45 da Benito Ciarlo

Genesi: verità e leggenda

Racconto di Riccardo Lera

    Cesare e Tina si dichiararono per sempre l'uno per l'altro con un bacio, davvero epifanico, schioccato fra le loro labbra un sei gennaio di un verosimile 1950. Per dir la verità fu mia madre, di due anni più vecchia, a sbrigare la faccenda in quanto, pare, mio padre poco erudito nell'ars amandi. E tale fatto, se la genetica non è un'opinione, conferma che egli, così come dimostrò più tardi il figlio, fosse assai imbranato con le donne. Il fattaccio successe tutto su di uno scalino, una piccola piattaforma posta all'inizio della scala della loro vita.

    A chi accusa lo scrivente di utilizzare un linguaggio velato di trita retorica da cronaca rosa, si ribatte cromaticamente che tutt'altro colore dominò i loro primi passi pre e postconiugali: un verde intenso, assai poco ecologista, ma sfavillante di atavica e cronica carenza finanziaria.

    Cesare è figlio di Galileo. Costui, fuggito dalle sicure patrie galere, dopo la prodezza di aver ben scazzottato un ufficiale di marina dal singolare difetto di essergli a lui superiore in grado, "marinò la Marina"; si creò, esule in Inghilterra, pare, una distinta posizione economica e dopo aver regalato ad una attrice irlandese tre figli e bagonato per tutto il Commonwelt, pensò di mettere la testa a posto, ritornando in patria (l'antecedente evento pugilistico, di cui sopra, in qualche modo era stato sanato) per rifilare cinque figli a una giovane italiana. Con un fratello piombò a Serravalle Scrivia, pensò che lì una fabbrica di ceramica non esisteva dal paleolitico, e detto fatto la "Olubria" fu.

    Ma il 1929 ruppe tanti cocci in tutto il mondo e Serravalle non ne fu purtroppo esente. Cesare nacque secondogenito nel 30, ma la miseria ed i drammi familiari la fecero da padroni. Si trovò ben presto solo, in un orfanotrofio, con tre fratelli di meno, perché Iddio pensò bene di riprenderseli. Fu, insieme ad un altro, l'unico a diplomarsi in tutto orfanotrofio, con quella testa dura come il cemento ed un senso della dignità personale che non avevano eguali.

    Tina veniva da una famiglia contadina, tutta casa scuola e soprattutto chiesa. Era bella, intelligente e povera come solo la morte ti fa. Per lei c'erano i migliori partiti della zona, ma nossignore lei s'era attaccata con tutta l'anima ad un poverissimo spiantato senza famiglia.

    Nonostante veti familiari, da far impallidire uno Scalfaro in forma smagliante, Cesare e Tina si sposarono e stabilirono la loro dimora in un appartamento al primo piano, in Viale Martiri della Benedicta, al numero 10, e per loro fu davvero il Ten di Downing Street.

    La leggenda vuole che "dissipate" le ultime risorse economiche nell'acquisto di un letto, di due sedie e, qui la posizione degli storici non concorda, di un tavolo, avessero progettato di rinchiudersi in casa un certo qual numero di giorni per simulare un viaggio di nozze, impossibile da realizzarsi nella realtà. Ma poiché ogni tanto la fortuna esiste, una mano buona pose mano al portafogli per riempire il loro di quel tanto che bastò per raggiungere Bologna e Firenze.

    Tuttavia la loro luna di miele non doveva durare a lungo.

    Sull'onda del tragico equivoco che voleva una loro cognata chiamare mamma indifferentemente sia la propria che quella di mia madre, un telegramma di due righe li raggiunse a Firenze con un drammatico e perentorio dictat: "mamma morta, rientrate".

    Ora, per carità di Dio, la morte di una persona non è mai una buona notizia, chiunque essa sia, ma indubbiamente il ritorno di mia mamma, che già si viveva le sue pene, per la polemica assenza di sua madre al matrimonio, non fu altro che la lievitazione di un concentrato d'angoscia (allora i telefoni non esistevano fra la gente comune), che solo parzialmente si sciolse con la scoperta della dipartita della madre della cognata.

    A dispetto degli eventi io nacqui nove mesi esatti dopo quei fatti. E qui mio padre ebbe la sfortuna di pescare nel mazzo un figlio col pallino della medicina e della dissacrazione.     

    E poiché mater certa est, pater nunquam, prendendo la media delle stature dei miei (cm 164 mio padre, cm 160 mia madre), anche concedendo il massimo della possibile deviazione standard auxologica, (cm 175) non si riesce a capire come mai io sia alto cm 182. La perplessità rimane, soprattutto con la successiva nascita delle mie due sorelle (cm 160 circa, entrambe). Anche se la scienza non soccorre mio padre a risolvere il rebus, la mia personale teoria vuole che l'effetto telegramma, con spostamento a Jo-Jo lungo l'italico stivale, abbia creato un cospicuo allungamento dell'embrione in grembo a mia madre. Non solo. Al di là di questi dati antropometrici, spiegherebbe, il telegramma, le mie risorse psicologiche molte volte improntate al più cosmico pessimismo.

    Papà e mamma avevano, nonostante i loro vissuti, grossi numeri. Cesare nel 52 era a Lecce ufficiale dell'esercito, Tina già dal 49, a Milano, scriveva novelle per i periodici Rizzoli. Ma l'amore li obbligò a delle scelte. A supportare il progetto di una vita in comune, per mio padre ci fu, come tecnico, prima la Vosa e poi l'Ilva, per mia madre un posto da impiegata postale. Chissà se mai si sono guardati indietro, specie quando si sono trovati davanti, uno dopo l'altro tre bocche sempre affamate ed urlanti, piene di richieste sotto la spinta del montante boom economico.

Il mio primo anno di scuola a Serravalle

pubblicato 28/feb/2010 12:32 da Emma Bricola   [ aggiornato in data 28/feb/2010 13:54 ]

Ero abituata a cambiare scuola, frequentavo la quarta elementare ed era la quarta scuola che cambiavo, in pratica una all'anno.
Ero passata dalla moderna scuola Giano Grillo a Genova ai banchi in legno dei Nebbioli di Gavi. La terza l'avevo frequentata a Novi Ligure alla Pieve.

Sinceramente ero un po' stufa di cambiamenti, mi mettevano in ansia. Ogni anno dovevo ricominciare: maestra nuova, compagni che non conoscevo. Tutto l'ambiente in generale ogni anno per me mutava.
Il primo giorno a Serravalle fu come sempre all'insegna dell'apprensione. Ero stata con mia mamma ad iscrivermi il mese prima, ma ora mi incamminavo sola su per Salita cappuccini, con la cartella di cuoio in mano . Indossavo il grembiule, bianco, avevo riposto quello nero dell'anno precedente in un armadio. Ogni scuola aveva le sue divise. Qui le femmine indossavano il virginale bianco ed i maschi il giubbotto nero. Sul petto avevo il distintivo di plastica che indicava la mia classe in numeri romani azzurri, una sorta di cartellino di identificazione, e sotto il colletto anch'esso di plastica rigida, avevo dovuto mettere un enorme fiocco rosa. Mi dava un po' fastidio, e mi sentivo un uovo di Pasqua ma l'uniforme era importante, guai a non essere in ordine! Ci avevano raccomandato di attenerci scrupolosamente alle regole d'abbigliamento previste.
Quando arrivai, sola e nervosa alla fine della salita, mi soffermai a guardare l'edificio scolastico.
Era grande e si affacciava alla fine del corto viale di tigli. Era disposto a ferro di cavallo, un'ala centrale alla quale si accedeva da una gradinata di quattro scalini e due laterali. sul davanti il piazzale era bello e spazioso e dietro alla costruzione si intravedevano gli alti alberi del bosco che si trovava a ridosso. Notai le finestre grigie che contrastavano col giallo ocra dell'intonaco. Tutto l'insieme era un'immagine rassicurante e mi rilassai un poco. C'erano già molti bambini che aspettavano il suono della campana per entrare. Sapevo di essere stata assegnata alla quarta classe mista. Dovevo chiedere al bidello dove mi dovevo dirigere. Quando finalmente entrammo, il bidello, un uomo dall'aspetto burbero che si chiamava Oreste, mi accompagnò lungo un largo corridoio sull'ala destra dell'edificio; lì mi consegnò alla mia ennesima nuova maestra. Lei mi guardò un attimo con aria annoiata e mi indicò un posto libero vicino ad una ragazza alta, probabilmente ripetente.
Mi sedetti e mi guardai intorno. La classe era numerosa e non conoscevo nessuno. C'erano nei primi banchi bambini di altezza giusta per l'età, mano mano che si andava dietro le altezze aumentavano e i comportamenti dei ragazzini peggioravano. Mentre quelli seduti nei banchi davanti stavano composti, quasi rigidi, quelli i dietro si dondolavano sulle seggiole troppo piccole e vi si stravaccavano. Alcuni stavano già preparando le palline di carta da sparare con le cerbottane che tenevano nascoste sotto il giubbotto. Cerbottane singole e doppie ,colorate e a righe. Mentre guardavo, un tipo alto con i capelli neri mi fece segno di stare zitta e mi minacciò con la mano. Ero annichilita. Mai avevo visto una tale indisciplina nelle scuole dove ero stata fino ad allora. Al posto del silenzio al quale ero abituata si udiva un brusio continuo e la maestra pareva non se ne accorgesse.
Fece l'appello poi cominciò a scrivere alla lavagna. Quando ebbe finito si sedette, noi dovevamo copiare tutto. Dopo dieci minuti avevo finito e non sapevo più cosa fare. Tentai un approccio di conversazione con la mia compagna di banco che nemmeno mi rispose e mi guardò da sotto in su con lo sguardo vacuo. Avrei voluto fuggire e tornare alla mia vecchia scuola, là avevo già delle amiche e l'insegnante mi apprezzava e mi voleva bene.
La prima freccia mi arrivò all'improvviso sul collo, urlai e mi girai. Il ragazzo con i capelli neri era immobile, un'espressione di scherno sul viso.
-Cosa c'è? Disse stancamente la maestra. Io cercai di giustificare il mio grido e raccontare ma lo sguardo minaccioso del ragazzo mi fece cambiare idea. Così tergiversai e la maestra , che non voleva grane , fece finta di nulla. 
Quando suonò l'intervallo si formarono i soliti gruppetti, io mi alzai e mi stavo avviando verso la finestra col mio pezzetto di focaccia in mano,credendo di essere costretta a passare quei minuti in triste solitudine quando mi si avvicinò una ragazzina cicciottella , con i capelli neri tagliati a caschetto e una fascia rosa che glieli teneva in ordine e mi disse:-Ciao. Come ti chiami?
Io la guardai grata e facemmo amicizia. Carmen fu la mia prima amica in quella classe , poi ci fu Riccardo che era bravissimo in matematica e a risolvere i problemi ci metteva un secondo. Mario,il ragazzo moro continuò a tiranneggiarmi tutto l'anno:mi toglieva la sedia da dietro, mi lanciava palline di carta, mi dava scappellotti e pizzicotti . Ma non era cattivo, semplicemente non sapeva che cosa fare a scuola. Nessuno si interessava a noi come persone , dovevamo soltanto sembrare delle spugne che assorbivano le poche spiegazioni . Non so chi fosse l'insegnante di quell'anno, non la ricordo. Ho dimenticato il suo aspetto fisico , la sua voce ed il suo nome. Di lei ricordo solo una cosa:lo sguardo indifferente quando uno dei miei compagni che soffriva di epilessia aveva gli attacchi. Noi le dicevamo.-Signora Maestra, Antonio sta male! E lei rispondeva :-Ma sì , ma sì, poi gli passa.
Per fortuna alla fine dell'anno arrivò la maestra Elena Montessoro e le disse che l'anno dopo io sarei stata trasferita nella sua classe, nella sezione femminile. E mi salvò.


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