La squilla li annuncia tonante, cupeggia il rullar dei tamburi, rimbomba quel passo assordante dei prodi che avanzan sicuri. Fra i monti dal piano più aprìco garrisce un vessillo nel vento, spauri l'arcigno nemico che scorga cotanto portento. E allor sian l'onore e la gloria, che guidano il fato e la mano, a scriver col sangue la storia del fiero che uccise il villano. Ed ecco, dall'ala sul fianco si mostran coruschi al sereno color che, togati di bianco, a parola mai vennero meno. Gli scalpita e sbuffa l'arcione, son pronti allo stupro ferace, e il sangue del vinto in tenzone è il sol che gli sporchi il torace. Si fionda la torma dal colle di polvere s'alza una nube, qual gloria vedranno le zolle tra i morti nel fango più rude! Così, tra quei corpi virtuosi, svuotata la voce per terra, si chiaman vittorie i marosi e questa, signori, è la guerra. |






Faccio i complimenti a Roberto per la perfezione metrica e per le suggestioni che riesce a trasmettere e aggiungo solo una cosa: a guardar bene non è cambiato niente. Sono cambiate le armi, non ci si uccide più a tu per tu com'è accaduto fino alla prima guerra mondiale, però il sangue che imbratta il torace del potente è sempre lo stesso: quello del poverocristo. Ai condottieri si sono sostituite le nazioni. Ma a fare la guerra (nel senso di morire) è sempre il popolo.
Suggerimento: http://www.youtube.com/watch?v=Gh7-KD6RtWQ
Ben