pubblicato 02/nov/2009 00:53 da Benito Ciarlo
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aggiornato in data 02/nov/2009 00:55
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Premonizioni a iosa suggerivano
di non cercarti. Inutilmente.
In mille strade l'anima lanciai
per incontrarti. Ma sei fuggita sempre
quasi che il mio dolore t'annoiasse.
Fu quindi logico prepararsi
a ricevere quella nuova certezza.
Rabbrividì la terra sotto i piedi
sebbene mi trovassi su una nuvola.
Fremendo disperai d'esser capace
di sopportare questo strano stato
che vuole ch'io sia orfano e patrigno.
Non seppi misurare l'intensità
del sisma che seppellì il mio cuore.
Nella fornace ardeva il fuoco
delle mie vecchie primavere spente
a cuocer tegole, per dissipare
altri odori. Il lezzo mascherato
del silenzio stordiva. (Trattenere
il respiro è un esercizio
che non s'addice a chi passa di corsa).
Fu così che ti rividi, mentre
premevi un fazzoletto al naso
per risparmiarti un frammento
di presente. Perciò risi di cuore.
Mi vidi – tanguero goffo – ballar da solo
sul pavimento fatto di lusinghe.
Il Fato s'ingegnò di disegnare
arabeschi possibili di fine, labirinti.
(E non vale annotare sul taccuino
il sangue che riversa la ragione
sulla mia testardaggine malata,
se d'ogni strada il tentativo porta
al finale drammatico che incombe).
Il latrato dell'alba, vessatorio,
sciorinò sotto gli occhi il vero dramma:
il ciclo s'era chiuso com'era cominciato,
nel tremito violento della terra.
Case sventrate, piazze seppellite,
gente passata per morir dormendo
gente sopravvissuta, gente assente.
Noi, sgretolati come muri falsi.
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| Autore: Benito Ciarlo | 24/10/2009 |
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