a poco a poco si appoggiano
sugli angoli degli occhi
le immagini stordite
dalla tua assenza
che ridipingo
con i tocchi lievi
della memoria
e stupito mi chiedo
come venti anni fa
se la trasmigrazione delle anime
in altri corpi possa
darmi il senso
del ritrovarti
e se la morte sia
solo un passaggio
tra due momenti oppure
un tempo circolare
da ripercorrere all’infinito
fino all’illuminazione,
al ricongiungimento
o invece sia un banale
ricominciare ad esistere
forse per caso, per necessità,
oppure un grande vuoto
pieno d’immaginario
e l’uomo vivo
nella pietas di sé
si illude ancora di poter colmare
in un altrove mistico
quella mancanza assurda
che è il trapasso
poi giunge l’ora di lasciarsi
alcuni a vivere, altri a morire
e chi di noi vada verso il meglio
- semplificando un filosofo –
a tutti è oscuro
tranne che al nostro daimon
ma il daimon è poi davvero
quell’entità che guida
dopo la scelta l’anima
nel suo percorso già scelto
per la sua forma di carne?
e se invece quell’anima
sia soltanto una foggia
consolatrice che vaga
sull’esistenza sgombra
ad ingannare corpi?
all’improvviso
in questo buio tirannico
della mancanza
quella mia forma assoluta
o relativa, sinonimo accostato
al verbo degli dei,
detta soffio vitale,
energia, psiche,
e persino pneuma,
si trova monca
a biascicare frasi
sopra i muri
in una forma poetica
priva di suoni
a cui manca il tuo sguardo,
la tua presenza,
e in altri occhi forse,
in altre mani, bocche,
in altri corpi,
troverà le parole,
i gesti, le movenze,
appiccicati
sul mio occhio che scrive,
in questo vuoto assurdo,
strappato all’iride,
finché il daimon,
o chi per lui,
gli scosterà la luce,
nell’attesa
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