Non m'accorsi sfiorandoti, del rosso che s'addensò d'un tratto sul tuo viso né del tremor che t'agitò le mani. Io ti sapevo bella e ti desideravo ma tu come nei sogni eri distante. Restammo soli per un caso folle e ti sentii vicina, alle mie spalle, che curiosavi sulle mie letture. Mi chiedesti qualcosa e mi voltai trovando le tue labbra semichiuse. Guardandoci negli occhi non ridemmo di quell'assurdo balenio nell'iridi. Fu naturale per entrambi cedere. Ci sbigottì l'audacia. E fu la danza delle tue labbra e delle mie nell'estasi. Ti accarezzai con furia inaspettata e mi esaltai del tuo piacere urlato che mi spronava ad impeto maggiore. Ah la tua bocca rorida e vermiglia sulla mia pelle tesa a saturarla, e la mia sul tuo collo e fra i tuoi seni che parve mi sfidassero svettando, sul tuo ventre e più giù nella natura che s'era offerta a dissetar l'arsura. Nel tempo piccolissimo e pressante si scatenò, sinfonico, l'affanno di cogliere il possibile azzardando. Gemiti incontrollati e fiati mozzi e frenesia disfatta dal naufragio. Non ti parlai d'amor né ne parlasti. Oggi, se t'incontrassi, ti direi che lo squallore fu - nel dirci addio, stanchi, non sazi di carezze e baci - temere lo squallor di quegli aneliti. |



