PREFAZIONE
Nell'estate del 1997 la Comunità Montana di Roncalceci, in provincia di Ravenna, incaricò l'architetto bolognese Pietro Zavagli di compiere una serie di sopralluoghi in un palazzo nobiliare del quale era venuta in possesso attraverso un lascito da parte di un' anzjana aristocratica del luogo. Era necessario accertare lo stato di conservazione dell' edificio, eseguire una stima dello stesso e di quanto in esso contenuto, verificare infine l'attuabilità di un piano di recupero dell'immobile, che l'anuninistrazione della comuniti aveva intenzione di destinare a uffici e strutture per il tempo libero.
Nel corso dell'operazione. in un sottotetto, il professionista rinvenne un piccolo baule di legno in pessime condizioni, contenente vari manoscritti di epoche differenti. In mezzo a tale materiale di scarso valore, tanto dal punto di vista storico che letterario, catturò l'attenzione dell'architetto Zavagli una pergamena sulla quale compariva una composizione in terzine di versi endecasillabi a rima incatenata. Pensando di trovarsi di fronte a un reperto di interesse rilevante, l'architetto stilò una relazione che inviò agli amministratori della comunità montana, i quali in breve tempo mi conferirono l'incarico di esaminare il manoscritto in qualità di esperto, al fine di stabilire a quale epoca risalisse e di verificare la possibilità di attribuire una paternità alla composizione.
Fin dalla prima sommaria lettura del documento. mi resi conto, dallo stile e dal contenuto dello stesso, che quanto l'architetto Zavagli aveva lasciato trapelare nel corso di una conversazione, e cioè che riteneva di aver ritrovato la bozza scartata di un canto della Divina Commedia di Dante Alighieri, pareva essere un'ipotesi molto verosimile. L'esame dello stile, della metrica, il confronto linguistico e filologico con il testo dell'intero poema, eseguiti ricorrendo anche a tecniche molto avanzate con l'ausilio di elaboratori elettronici, suftragarono questa teoria.
Era tuttavia necessario procedere anche a una serie di esami scientifici che avvalorassero l'autenticità del reperto. Le varie analisi chimiche, spettrometriche, la prova del Carbonio 14 e altre sofisticate indagini compiute nei laboratori del Massachusetts Instiute oj Technology, dove il reperto era stato inviato, hanno dato risultati positivi. Una cosa in paIticolare ci sembra straordinaria: in base ai più attendibili sistemi di datazione la pergamena è stata fatta risalire, con un'approssimazione altamente verosimile, ai primissimi anni del XIV secolo, il periodo nel quale l'Alighieri iniziava la stesura della Commedia. Vi sono pertanto motivi ben solidi per supporre che questo sia l'unico manoscritto autografo del poeta a essere giunto fino a noi.
Alcuni studiosi, pur ammettendo la validità della datazione, recentemente hanno obiettato che lo scritto non può essere attribuito a Dante con assoluta certezza e che potrebbe trattarsi di un falso d'epoca. In realtà pare logicamente improbabile che qualcuno nei primi decenni del 1300 si fosse dato la pena di trascrivere qualcosa che appare come una versione scartata dalI 'Alighieri, usando - spreco ingiustificabile -un materiale, la pergamena, che al tempo era sicuramente ancor più costoso di oggi. Nei commenti e nelle cronache dell' epoca, inoltre, non si trova cenno di versioni spurie o di rifacimenti del poema.
Non ci è dato nemmeno di asserire con assoluta sicurezza che la mano di Dante abbia accompagnato la penna sulla supertìcie di quel foglio, visto che manoscritti autografi della Commedia sono andati perduti e non è quindi possibile aggiungere agli esami condotti fino a oggi anche una perizia calligrafica. Dobbiamo dunque affidarci a degli indizi, che, per quanto validi, non hanno la stessa forza delle prove irrefutabili.
Intanto prendiamo per buona l'autenticità dello scritto, lasciamo che il tempo e nuove scoperte, nuove tecniche vengano eventualmente a far luce sui punti oscuri e cominciamo a fare un inventario degli interrogativi che il ritrovamento ha suscitato, poi cercheremo di esaminare le conseguenze, lasciando per ultima la lettura del testo, corredato da note esplicative.
Innanzitutto sarebbe interessante capire come mai il manoscritto si trovasse nel decrepito bauletto in casa della contessa Francesca Divari Strambi ultima discendente di una famiglia ravennate il cui nome compare già nelle cronache all'inizio del secondo millennio.
Sappiamo che Dante visse in esilio a Ravenna per un lungo periodo e che vi fu sepolto. Sappiamo quali furono le famiglie della nobiltà locale che gli diedero ospitalità e fra esse non figurano né i Divari né gli Strambi. È logico supporre tuttavia che lo scritto, probabilmente smarrito dal poeta, fosse finito in mezzo ad altri carteggi e dimenticato in qualche cassetto. passando di mano in mano, di trasloco in trasloco, per finire poi nel sottotetto dove è stato ritrovato.
Dico smarrito perché a quel tempo un materiale come la pergamena era prezioso, tanto che c'era chi raschiava l'inchiostro dalle pergamene antiche per poterle poi riciclare. Se Dante avesse d'un tratto deciso di cambiare la trama della Commedia, non avrebbe certo tenuto una versione di cui intendeva disfarsi. ma sicuramente avrebbe provveduto a cancellare il testo e a riscrivere sullo stesso foglio.
Il motivo per il quale l'Alighieri abbia modificato l'andamento del suo viaggio ultraterreno è un altro quesito a cui potremmo rispondere soltanto facendo delle supposizioni e perciò in questa sede ce ne asteniamo. Di una cosa siamo ragionevolmente certi. Ammettendo che il nostro documento fosse andato perduto, ci sembra illogico attribuire a un' amnesia di Dante le modifiche che riscontriamo nel testo canonico. Tralasciando l'aneddotica popolare che vuole l'Alighieri uomo dalla memoria prodigiosa, non dobbiamo dimenticare che al tempo, senza agende, penne a sfera e quant' altro, l'esercizio della memoria era molto più sviluppato di oggi. È dunque plausibile che la revisione della trama sia stata intenzionale e che il poeta, per qualche motivo ben preciso, abbia deciso di far seguire agli eventi un corso differente.
Perciò, se Dante scrisse il XVI canto dell'Inferno (quello a cui corrisponderebbe il brano ritrovato a Roncalceci) su una pergamena nuova e non provvide a grattare via l'inchiostro della vecchia versione, ci viene da pensare che non fosse in grado di farlo e che fra tutti gli impedimenti il più verosimile sia quello dello smarrimento.
Abbiamo parlato del XVI canto dell'Inferno. Partiamo dal XV. Siamo nel girone dei violenti, sottoinsieme violenti contro natura. Abbiamo incontrato l'antico maestro del poeta. Brunetto Latini. condannato a camminare con gli altri sodomiti sotto una pioggia di fuoco. Dopo aver conversato con Dante, il peccatore si mette velocemente in moto per non incorrrere in un castigo supplementare, somministrato ai ribelli che cercano di sottrarsi al castigo canonico.
Poi si rivolse. e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.
L'inizio di quello che d'ora in poi chiameremo 'canto XVI/bis' per distinguerlo dall'autentico XVI canto, si adatta alla perfezione con i versi conclusivi del XV. e perché il soggetto dell'azione è il medesimo, e perché l'azione al termine del primo dei due prosegue nei versi del seguente:
Correa giu per la china ser Brunetto
Conosciamo già bene Brunetto Latini e per non essere ripetitivi ci asteniamo dal dilungarci in spiegazioni e considerazionisulla sua tìgura. Questo personaggio appare per un istante in questo XVI/bis. giusto il tempo per permetterci di collegare la scena di cui siamo spettatori con l'antefatto del canto precedente. E Virgilio, di fronte al dubbio di Dante stupito dalla fuga repentina, come altre volte gli offre il suo aiuto plima ancora che gli sia stato chiesto.
La spiegazione della guida, lo vedremo presto. è però in contraddizione palese con quanto detto da Bmnetto Latini nei versi 37-42 del XV.
"O figliuo!". disse, " qual di questa greggia
s'arresta punto, giace poi cent'anni
sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
Però va oltre: i' ti verrò a' panni
e poi rigiugnerò la mia masnada.
che va piangendo i suoi etterni danni".
Chi si ferma, dice il dannato, verrà messo a terra lungo disteso. senza potersi assolutamente riparare dalla pioggia di fuoco. Si prende la libertà di seguire un poco il poeta e di riunirsi poi alla sua masnada, confidando forse nella stessa misericordia divina che ha concesso a Dante di intraprendere il suo viaggio. E, dopo esser rimasto a parlare, ecco che ai versi 115-118 decide che è meglio chiudere il discorso e darsela a gambe. Non si sa mai.
Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone
più lungo esser non può, pero ch'i' veggio
là surger nuovo fummo del subbione.
Gente vien con la quale esser non deggio.
Ben altra e più spettacolare è invece la pena riservata ai ritardatari in questo canto XVI/bis. I diavoli hanno l'incombenza di imprigionare, prender cattivo, l'indisciplinato e procedere al di lui impalamento senza riconere a lubrificanti di sorta.
A questo punto viene naturale porsi delle domande. Ci si può chiedere come mai nel XV canto si parla di mettere a dimora il dannato e di farlo arrostire mentre qui invece la pena prende connotati un po' più grossolani e popolari, anche se dobbiamo ammettere che questo tipo di contrappasso ci sembra sicuramente più calzante. E possiamo anche andare oltre. La nostra fantasia può sbizzanirsi a immaginare quale sviluppo, quali e quanti percorsi sconosciuti avrebbe aperto il canto XVI/bis se fosse rimasto parte integrante della Commedia. Non avremmo incontrato il gruppo dei sodomiti fiorentini che abitualmente dimorano nella prima metà del XVI, o forse li avremmo ritrovati, ma traslocati più avanti. Forse questo ci avrebbe tolto il suggestivo e sintetico riferimento alle cascate di Acquacheta, forse gli irrealizzati cambiamenti avrebbero avuto una portata tale da stravolgere l'intera struttura del poema, dal XVI dell'Infemo al XXXIII del Paradiso.
Dobbiamo invece fare i conti con quello che ci è rimasto ed elaborare quelle scarse congetture che tale contingenza ci consente di fàre. Guardiamo alla perfezione deI poema così com' è, diverso rispetto a questo probabile sviluppo, senza che di tale mutamento sia rimasta la minima traccia. Se ammettiamo un ripensamento in merito alla trama della Commedia dobbiamo anche accettare il fatto che Dante, come ogni buon professionista, sia andato a cercare le possibili incongmenze che avrebbero potuto derivare dal cambiamento di rotta e abbia modificato i versi correlati in modo tale che nel suo complesso l'opera non presentasse contraddizioni. Sono sicuro che, se venisse ritrovato il manoscritto completo della cantica, i versi 37-39, almeno quelli, sarebbero scritti su una zona di pergamena raschiata e riconendo ai mezzi di indagine odierni come raggi X. ultravioletti, laser o altro, potremmo leggere la versione originaria anche del canto XV.
CANTO XVI/BIS
Correa giù per la china ser Brunetto
onde ristetti attonito a guardare,
ma ciò ch'i' in mente avea, non ancor detto,
3
lo duca mio testé volle svelare:
"Colui s'affretta, e certo ha buon motivo
però che chi quaggiù vuolsi sostare
6
può farlo a rischio suo: se poi tardivo
fatica a ricongiugnersi a' compagni
dai diavoli verrà preso cattivo
9
e facile sarà che si guadagni
dietro, nel culo, un palo bello grosso
senza che pria con l'olio alcun lo bagni",
12
E io a lui: "Capir ben ora posso
se lesto e' se ne va". "La nostra strada
riprendere dobbiam, e giunti al fosso
15
di là passar finché nessun ci bada"
il mantovan rispuose, e risoluto
18
il piede mosse sovra l'erba rada.
Invece i' m'arrestai, poi che veduto
avea da presso un peccator ristare,
21
ed impetrai cosi, tremante e muto,
vedendo là tre diavoli arrivare.
Due per le braccia l' affenaro forte
24
e 'l terzo, che non era li a guardare,
servendosi di un tronco, e a mosse accorte,
con foga l'impalava furibondo.
27
Ma quelli, ben felice di sua sorte,
i' vidi allotta ridere giocondo,
ché, se la pena a me pareva dura,
30
il peccator se la godeva a fondo.
E io senti' da tergo una frescura
e poscia ch'ebbi 'l capo indietro volto
33
scorsi un demonio alzar piano, con cura,
la veste mia, e un altro presto molto
già mi appoggiava dove 'l sol non batte
36
un palo che da terra aveva tolto.
Con aria assente . con parole piatte
udiva l'uno dire al suo vicino:
39
"Strano mi pare assai, ché sono ratte
l'anime, che qui giù per rio destino
vengono, a levarsi i lor vestiti
42
pria che Caron le rechi sul barchino.
Questi l'indossa invece, e ben forbiti.
Certo là fu dell'eleganza amante
45
e sen servì per i suoi turpi fini".
Furente allor, e tutto dolorante.
le terga molli e per prudenza immote,
48
li rispondea: "Non farlo, io son Dante".
"Le scelte vostre a noi non sono note"
disse allor quei pignendo con più lena
51
"e stabili così Colui che puote:
dante e prendente avran la stessa pena".
1-ser Brunetto: Brunetto Latini, dopo essere rimasto a conversare amabilmente con Dante (cfr. canto precedente), si affretta a raggiungere i suoi compagni per evitare l'applicazione del castigo supplementare che viene poi descritto nei versi successivi.
3-non ancor detto: Virgilio, come già in altre occasioni, percepisce il dubbio di Dante e gli fornisce la spiegazione prima ancora che questi abbia manifestato le sue perplessità.
9 -cattivo: nel senso di prigioniero. Dal sostantivo latino captivus.
12 -con l'olio alcun lo bagni: la pena. già di per sé pesante (almeno per i più), è aggravata dalla mancata lubrificazione dello strumento che viene utilizzato per infliggerla. Nei versi successivi tuttavia il peccatore castigato dai diavoli per la sua sosta pare non temere questo genere di punizione. Alcuni commentatori, come il Cardinali, sono propensi a ritenere che addirittura tale sosta sia premeditata e funzionale al conseguimento della punizione.
14 -La nostra strada ecc.: Virgilio. da buona guida, conoscendo i rischi dell'inferno, invita il poeta a proseguire e a passare il fossato che delimita il girone dei sodomiti fìnché nessuno ci bada. cioè finché i due non vengano notati dai diavoli che hanno il compito di sorvegliare le anime. L'imprudenza e la distrazione di Dante di fronte a questo suggerimento si riveleranno deletetie per il poeta.
18 -il piede mosse: Virgilio, convinto che i suoi buoni consigli siano stati ascoltati. si affretta per evitare le complicazioni dovute alla sosta. C'è chi vede in questa partenza repentina una mancanza di coraggio da parte della guida, ma altri commentatori ritengono che Virgilio adotti di proposito tale comportamento per stimolare l'Alighieri a muoversi con maggiore sicurezza e a non adagiarsi sugli allori (Monnigliano), abituato com'è ad essere sempre soccorso e consigliato dal suo maestro per qualsiasi evenienza.
21 -ed impetrai: rimasi impietrito (cfr. Inf. XXXIII, 49). Alla curiosità segue lo sgomento. Vi è un che di infantile nel comportamento di Dante in questo frangente. Prima osserva l'anima che si è attadata, poi, vedendo arrivare i tre carnefìci, viene preso dal terrore e si blocca, è incapace di fare il più piccolo movimento.
23 -l'afferraro forte ecc: La descrizione del supplizio, alquanto cruda, sembra precorrere quella del feroce squartamento di Ciampolo nella bolgia dei barattieri (Inf. XXII), ma c'è anche quaIche critico che, per la sua plasticità, la ricorda commentando l'episodio della trasformazione dei ladri in rettili (INF. XXIV).
27 - ma quelli: Svariati, ma sempre vani. sono stati i tentativi degli studiosi di attribuire un nome al dannato catturato dai diavoli. Mentre il più delle volte i van personaggi vengono presentati con riferimenti abbastanza precisi che ne consentono l'identificazione, in questo caso pare quasi che l'autore abbia volutamente mantenuto segreto il nome del condannato. Si dice il peccato, ma non il peccatore è il commento lapidario del Borzacchini.
31-E io senti': Tipicamente dantesco l'incipit di questa terzina (cifr. lnf, XXXI. 12; XXXIII, 46: Par., XI, 16). il poeta, rima di rendersi conto della sua sorte, avverte una corrente d'aria che gli accarezza il postetiore, poi. voltatosi vede il demonio che piano, con cura, gli alza il lembo della veste e solo in un terzo tempo capisce che il palo preso da terra è destinato a lui. La sua paralisi di fronte agli eventi pare dovuta, più che alla paura, a una sorta di torpore inspiegabile. Si awerte una sua reazione solo nel momento in cui il carnefice. dopoaverlo già penetrato, lo accusa ingiustamente di essere stato dedito alla sodomia.
37 -Con aria assente: Questi due diavoli non partecipano con trasporto al castigo che infliggono a Dante, diversamente dai tre che nei w. 23 e 24 si abbandonano con libidine alla truce aggressione. Pare quasi che i due siano stanchi di quello che alla per loro è un lavoro, o forse abituati, o meglio, come sostiene il Panzerotti, talmente avvezzi a quel compito da averlo preso a noia.
39 -Strano ecc.: Le anime, morendo, lasciano i loro abiti sulla terra e giungono nude sulle rive dell' Acheronte. Uno dei due diavoli non riesce a spiegarsi come mai Dante invece sia potuto arrivare addirittura fino al settimo cerchio ancora completamente vestito e manifesta la sua perplessità facendo l'erronea congettura che questi abbia usato il proprio abbigliamento per adescare con maggior facilità i suoi compagni di avventure e che sia stato perciò condannato a rimanere vestito anche nell'aldilà. D'altra parte il fatto che nell'ambiente infernale i diavoli siano solo dei meri esecutori di ordini ai quali non è stato spiegato il motivo delle punizioni che devono infliggere ai dannati viene ribadito nei w. 49 e 51.
46 -Furente: Il poeta, che ha sopportato il dolore fisico senza reagire, non si contiene più quando gli viene attribuita la colpa di un peccato che non ha commesso e, in preda alla rabbia, intima al diavolo di sospendere il supplizio (v. 48).
47 -per prudenza immote: Fedele al detto: "Se ve lo mettono in culo non agitatevi, potrebbero godere" il nostro mantiene le terga immote.
48 -Non farlo, io son Dante: Solo in un'altra occasione (Purg., xxx, 55) il poeta ci dice il proprio nome. Se la prima parte della frase è perentoria, il seguito, cioè la esternazione del nome, suona quasi più come una supplica o la richiesta di un favore. Non ha in sé la potenza incantatoria del: "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare" (Sardelli). E gli effetti si vedono nei versi seguenti.
49 -Le scelte vostre a noi non sono note ecc.: Ai diavoli non è dato sapere se in vita ì dannati praticavano la sodomia attivamenteo passivamente. La pena supplementare riselvata a coloro che si fermano durante il loro cammino è la stessa per gli uni e per gli altri.