Stefano FloreIL CANTO SOCIALE DI PEPPINO MEREUPiccola antologia poetica ragionata
Giuseppe Ilario Efisio Antonio Sebastiano Mereu, nacque a Tonara il 14 gennaio 1872 da Giuseppe Mereu, e da Angiolina Zedda di Cagliari. Nel 1887, quando il poeta aveva quindici anni, muore la madre e circa due anni dopo perde il padre, medico condotto di Tonara a seguito ingestione di una sostanza velenosa, e non si capisce se la morte sia dovuta a una tragica fatalità o a determinata volontà suicida. A diciassette anni si ritrova, quindi, quarto di sette figli, senza il sostentamento paterno. La vita di Peppino Mereu, che, sen za tanti privilegi, poteva considerarsi agiata, con la perdita dei genitori subisce una drastica svolta. Non è difficile immaginare quanto negativamente, queste due disgrazie, in un così breve lasso di tempo, possano aver influito sul normale corso di vita dei fratelli Mereu sia dal punto di vista affettivo, che da quello economico. Può essere che questi eventi luttuosi abbiano avuto anche ripercussione sugli studi di Peppino Mereu, che sappiamo limitati alla terza elementare, anche perché non esistevano allora a Tonara classi scolastiche superiori il che non toglie che nelle sue poesie dimostri conoscenze non acquisibili solo attraverso la sua bassa scolarizzazione. In sintesi, il contenuto socio-culturale, l’attualità dei contenuti poetici, la metrica espressa con una carica di sensibilità non comune, la forza della sua denuncia sociale fanno di Mereu un poeta unico ed originale per i suoi tempi. Il ritmo e la lirica nelle poesie di Peppino Mereu, la fanno da padrone, decretano le sue alte capacità di compositore che accompagnano il lettore piacevolmente dentro i contenuti meditati, spontanei, quanto profondi, del suo pensiero. I suoi versi sono piani difficilmente, nelle poesie la rima è fatta a scapito del contenuto, ma ambedue camminano in sintonia con la consapevolezza del discorso, che si distende con grande capacità narrativa: Egli comincia giovanissimo a cantare con i poeti estemporanei di allora: Bachis Sulis, Lorenzo Zucca, Agostino Diana e Francesco Capeddu.1 Sono questi nomi che ricorrono diverse volte tra le rime delle sue poesie e di cui purtroppo non abbiamo testimonianza alcuna circa la loro produzione poetica, che, dai versi del Mereu deve essere stata di grande spessore lirico come evidenziato in alcune sue poesie, prima fra tutte quella dedicata a Paolo Hardy:
“Da-e s’altu nuraghe cun supremu disgustu mi meravigli’ ‘e su tou ardimentu Lassa dormir’in paghe su sonnu a cuddu giustu chi de liricu summa fama hat tentu. S’insultu est meda grave turbare sa suave armoni’ ‘e sos sonnos de Larentu…”
E ancora nella poesia dedicata a Tonara:
“Canta, canta continu, o patria de Larent’ e de Capeddu; de musas ses giardinu, cara ses a Tommasu e Bachiseddu; t’allegrat Aostinu, ca possedit bernescu su faeddu, cun sa musa brullana si mustrat dignu fiz’e Peppe Egiana.”
Il sette aprile del 1891, compiuti i diciannove anni, non avendo altre speranze di lavoro, alla pari di molti suoi coetanei, si arruola volontario nell’arma dei carabinieri, ove rimane fino al dicembre del 1895, quando viene congedato per infermità. Nei primi anni di arruolamento conosce le prime amarezze: viene accusato ingiustamente ed artatamente di furto da parte di un suo superiore, che la voce popolare vuole suo diretto rivale in amore. Da tale accusa il poeta viene in breve completamente scagionato ma da buon sardo conserva in fondo al cuore tutto il suo rancore anche di fronte alla tragica morte del suo avversario. Questo suo ex superiore viene trucidato a Fonni, a fine ‘800.1 In una lettera in rima del 5 luglio 1896 indirizzata al suo collega e poeta Eugenio Unali di Pozzomaggiore così commenta Peppino Mereu:
Bi nd’ hat in compagnia e disciplina samben’hat fattu s’istrale fonnesa basada siat sa manu assassina.
No t’indignet sa mia cuntentesa chi dimustr’in basare cudda manu chi sever’hat punidu sa vilesa
Peus pro chie de cor’es villanu daghi est soldadu ponet in olvidu chi su soldadu det essere umanu.
Ma è proprio il periodo di arruolamento nell’arma quello in cui Peppino Mereu acquisisce una forte consapevolezza sociale, forse grazie ai contatti con le miserie umane della Sardegna di allora, una prossimità che lo vede, suo malgrado, testimone e protagonista impotente. Attraverso le sue poesie, ci fa pervenire passionali e temerari versi, quasi un invito alla rivolta contro le ingiustizie ed i patimenti del popolo sardo. In qualche strofa chiama in causa proprio i carabinieri, a testimoniare che la Benemerita non era, in quei tempi evidentemente, un grande esempio di giustizia.3
Deo no isco sos carabineris in logu nostru proite bi sune E no arrestant sos bagarruteris
Nella stessa poesia del 1892, dedicata all’amico Nanni Sulis, sembra insita la consapevolezza del poeta - carabiniere di due diversi “modelli” di giustizia, una severa per i poveri ed una tollerante o assente per i furbi e potenti:
Viles ch’ant meritadu sa cadena Sa giustissia puru hana trampadu Gai s’ant infrancadu d’ogni pena
Mentre chi unu poveru appretadu Furat pro s’appittitu unu cogone Lu ides arrestadu e cundannadu
Su famidu chi furat un’anzone est cundannadu dae sos giurados fin’a degh’annos de reclusione
E narrer chi b’at palattos fraigados dae sa man’infame e sa rapina sos meres ladros sunt pius amados…
Sempre dalla stessa poesia è facile dedurre che, idealmente, Mereu aderisce al nascente socialismo utopistico, dove trova motivo di speranza e di riscatto sociale. Tale corrente di pensiero e di azione è rappresentata in Sardegna dal giovane militante Jagu Siotto, studente universitario di Orani. Siotto, attivissimo in quegli anni, è per un breve periodo nel 1889, redattore del giornale “La Volontà”, che ebbe solo un paio di mesi di vita, ed in seguito, nel 1901 fonda un periodico chiamato “La Lega”. Tanto basta per far sì che Peppino Mereu si entusiasmi e ne predichi un verbo che pare essere un vera apologia alla sovversione politica e un appello a favore della giustizia sociale:
Tottu sos poverittos sun mandrones pro sos atatos ca no hant connotu famine affannos e afflissiones Ma si si averat cussu terremotu su chi Jagu Siotto est preighende puru sa poveres’at aer votu Happ’a bider dolentes esclamende mea culpa sos viles prinzipales palatos e terrinos dividende Senza distinziones coriales devimus esser, fizzos de un’insigna liberos rispettados uguales Mereu non sembra, nelle sue esternazioni poetiche, tenere in alcun conto la divisa che rivestiva nè limitazioni imposte dai regolamenti della Benemerita. Questo fatto meraviglia non poco, conoscendo il controllo ferreo dell’Arma sui propri militi, che arruolava solo dopo approfondite informative favorevoli, vegliando costantemente sulla loro fedeltà assoluta, e interferendo pesantemente anche nella vita sentimentale dei suoi Carabinieri, che erano obbligati ad avere il nulla osta dai propri superiori anche per sposarsi. Stupisce pertanto, per quei tempi, il suo azzardo di pensiero, considerando i contenuti del messaggio politico che nessun altro poeta sardo prima di allora ci avasse mai trasmesso. Gli ultimi anni trascorsi con la divisa, poco prima che una grave malattia lo portasse al congedo anticipato e alla morte poi, il carabiniere Mereu li passa in alcune sedi del nord Sardegna, tra cui Codrongianos ed Osilo. E’ in quella circostanza che entra in contatto con Genesio Lamberti, maestro educatore laico, al quale dedica una bellissima ed interessante composizione poetica. Genesio Lamberti, nato a Tempio nel 1859, era stato, tra l’altro, direttore del giornale “Le Bocche di Bonifacio di S.Teresa Gallura”. Dopo varie esperienze, in diverse parti della Sardegna, approda a Osilo nell’anno 1892, assunto, col voto unanime del Consiglio Municipale caldeggiato dall’allora provveditore scolastico Delogu, per dirigere ed organizzarvi le nuove scuole elementari, probabilmente in attuazione della legge Coppino del 1877 riguardo l’istruzione obbligatoria, ancora disattesa in molti centri della Sardegna. Tre anni dopo il suo arrivo, Osilo vantava il primo caseggiato scolastico, che un’inchiesta del tempo, per conto della società editrice Dante Alighieri, classifica come:”Non inferiore ad edifici scolastici costruiti a Torino e Milano”4. Il Maestro riuscì molto bene nel suo intento, tanto che non mancarono attestati di stima e riconoscimenti pubblici anche da parte del Superiore Ministero, che, in seguito, lo nominò Benemerito con l’attribuzione della medaglia d’oro. Proseguendo nella sua missione di educatore, constatata la scarsa frequenza scolastica da parte dei ragazzi, riuscì a fondare, sempre a Osilo, la Società di Mutuo Soccorso, con l’intento di avvicinare gli operai e i contadini e convincerli dell’importanza di mandare i propri figli a scuola. Peppino Mereu coglie l’ansia ed il significato dell’opera di Genesio Lamberti in una poesia datata Osilo 7 maggio 1895, viscerale e istintiva, ove il poeta esprime i suoi dubbi, senza trovare la pace, circa la capacità dei sardi, di operare per una positiva trasformazione sociale della loro realtà. Rimane, nel contesto un documento sempre attuale con una grande carica umana che irrompe sin dalle prime ottave, con i sogni svaniti del suo credo, con una lirica dolce e disperata, una voce che si alza dal silenzio della passività, sempre senza rassegnazione:
Ue che sezis dados, o sognos de amore, o penseris de gloria? Distruttos sezis e calpestados dae su giustu rancore chi proat custu coro: sognos bruttos mi turbant s’intellettu e isparghent velenu intro su pettu.
…ite cosa est su mundu in su cale vivimus, privos de lughe, amore e libertade? Unu mare est, prufundu; da-e cando naschimus bi navigamus. Cun felizidade? No: pro chi parzat gai, felizidade no nde’esistit mai.
E sos abitadores de sa terr’ ite sune? Terra fang’ischifosu, no sun terra. Tristas faccias de funes: sos frades a sos frades faghent gherra. E in sa terr’intantu aumentat s’infamia e su piantu.
Vivimus avvilidos in custa tenebrosa badde ingrata de ais e de ois. Sutta sos fioridos campos sa velenosa arza bomind’est, su velenu e nois genia poveretta rittinimus su gridu e sa vinditta.
Poi continua, forte e diretta, la sua rabbia argomentata, la sua esortazione, quasi un’arringa contro un popolo impotente e pavido, ove lui stesso si immedesima e al quale la sua poesia sembra negare il diritto di cittadinanza in questo mondo:
Ah perfida genia! Proite ti lassa tinghere su cor’a luttu? Ischida e faghe prou. O forsi villania no ti paret su lingher s’ispada tinta de su sambene tou? Su cane a orulare, s’arzat si no li dana a mandigare
E tue senza pane, istancu famidu e nudu no alzas de disdign’una protesta! Ses peus de su cane, vile servis e mudu: linghes sa manu ingrata e faghes festa a chie ti deridet, cando pedinde, a manu tesa t’idet
De su grassu sarau chi sos riccos segnores faghent a palas tuas, cun fastizos, populu ses isciau, fadigas e sudores cunsacras pro caprizios e disizos de cussa zente ischiva, e tue famidu gridas: viva evviva!
Viva chie su punzu ponet in su siddadu de su sambene tou pius ardente. Su pane senza aunzu si nd’has, avvelenadu lu pappas, ca ses dannadu eternamente a vivere in s’ischifezza, famidu umiliadu e postu in beffa.
O populu famidu da-e te cazz’addane su pan’ ispel, iscudel’ a baleu. Su coldol’induridu chi mandigas pro pane halzalu minaciosu’in cara’a Deu e cun disdignu in s’aera l’imbolas custa triste preghiera.
A questo punto si rivolge a Dio, affinché dia uno sguardo pietoso e faccia scendere la sua ira terribille contro l’ingiustizia umana e contro i rettili che strisciano, senza ascoltare la pietosa intercessione di Maria. Poi riprende la sua drammatica arringa:
Ma tue populu, finghes de protestar’ e times: de pedire su tou birgonzosu. A chie t’opprimet linghes, de islancios sublimes ses incapace zeghu e sonnigrosu si no si fit intesu su gridu e vinditta de s’offesu.
Cagliadi, det sighire S’infamia. Sa festa faghes a chie de sa frusta est dignu. Prefersi su pedire a una giusta protesta chi podes immolare cun disdignu. Ti negana su pane e tue dae sa patri andas addane.’
Nella parte finale di questa poesia il poeta parla della morte ed anche dell’ipocrisia umana di fronte alla morte. Cita Petrarca “cosa buona mortal passa e non dura”, quasi un presagio per la malattia che sentiva sempre più incombente. Infatti la successiva poesia la dedica al fratello, scrivendo dall’ospedale presidiario di Sassari mentre già rimpiange i tempi andati:
T’ammentas caru frade, cantu forte, allegr’ e sanu fia in pizinnia? Odiende sa morte de solas isperanzias vivia.
Oe cuss’allegria s’est partida annientad’est cuddu coro forte manchendem’est sa vida pro cunfortu giamende so sa morte.
T’ammentas caru frade, sos jucundos Sorrisos amorosos chena pena? Cuddos pilos biundos chi m’abbasciant a sa nazarena?
Zessados sos incantos risulanos, oscurad’ est S’allegra fantasia. Como sunt pilos canos Chi coronant s’istanca fronte mia.
Nel suo corto ma intenso percorso poetico il poeta tocca diversi temi che sono tuttora di grande attualità, primo fra tutti quello che oggi chiameremmo ecologico o ambientalista.
Nella poesia a Zuanne Sulis abbiamo una diretta e drammatica testimonianza riferita al disastro ambientale causato dal taglio indiscriminato di piante da parte del governo centrale, che ha compromesso per sempre l’ecosistema allora esistente in Sardegna.5
Su jardinu su campu e s’olivariu d’unu tempus antigu s’est mudadu in d’unu trist’ispinosu calvariu
Buscos chi mai b’haiat intradu rajos de sole, miseras sacchettas hant bestidu e su log’hant ispozzadu
Arvures chi pariant pinnettaspro ingrassare su continentale hant leadu undas e marettas.
Inue tottue est passada s’istrale pro seculos e seculos de zertu si det bider funestu su sinnale…
Ecco allora arriva dal poeta, puntuale e dolorosa l’imprecazione, come nella tradizione sarda di fronte all’impotenza , contro i responsabili e i complici di questa rapina:
Vile su chi sa Gianna hat abertu a s’istranzu pro benner cun sa serra fagher de custu logu unu desertu.
Sos vandalos cun briga e cuntierrabenint da-e lontanu a si partire sos fruttos, da chi brujant sa terra.
Da quanto che si è cercato di analizzare sino a questo momento potrebbe scaturire la convinzione che ci si trova davanti ad un poeta solo arrabbiato, cosa assolutamente non vera, perché nell’insieme delle sue poesie si riscontra l’anima popolare con varie stagioni poetiche, e prima fra tutte quella umoristica. Rileggendo alcune delle sue poesie si capisce chiaramente che Mereu si divertiva, e che divertiva gli altri, integrato perfettamente con la vitalità della sua terra, Danno irreparabile non solo agli effetti idrografici e per l’economia in generale, ma pure per i riflessi climatici e l’estensione della malaria.” scherzava spesso alle spalle dei potenti, mettendo in ridicolo le loro contraddizioni e le loro miserie con una satira straordinaria. Un esempio di questa satira sottile e tagliente sta in “Lamentos de unu nobile” che racconta le vicissitudini del nobile di allora che rimpiange il passato benessere. Il lamento sta nei tempi, che sembrano non risparmiare nessuno ove anche il bastone della distinzione e del prestigio viene usato per acchiappare le cicche per strada..
In illo tempore cando tenia richesas, benes e nobilia,
pappai petta petta ‘ e vitellu, frisca freschissima dae su masellu.
Oe mi cumtento de pan’e casu, cando bin’appo, e binu a rasu.
E tra parentis, gai pro cullunu, mi narant martire de su digiunu……….
Oe sa superbia, no est de mundu; sos pantalones no giughent fundu.
Sa bacchettina de sas pius riccas, s’est cunvertida in ciappaciccas…
Torradu a domo po pius dolore, m’ido sa visita de s’esattore.
Dendemi titolos de unu nobile mi ettat cara ricchezza mobile. Eo li rispondo in tonu affabile: richesa mobile miseria stabile….
Anche il clero con le sue furbizie, le incongruenze, spesso in contrasto con i dettami del Vangelo, era spesso e volentieri bersaglio di vere e proprie requisitorie poetiche. In molti casi era canzonato con poesie umoristiche, come in “Su canarinu de su Rettore”:
Su burriccu chi tenet su rettore non meritat sa fama de molente, est a corinnos che un’accidente, invidio su sou bonumore.
Cantende su manzanu il ”la” maggiore no est nudda a su mere differente, parent bessidos dae tott’una bentre differenziat solu su colore…
E ancora in “Cunfessende”:
Cunfessore: Creder in sognos no permittit Deu Ca est gravissimu peccau mortale.
Penitente: Mi so bisadu, su rettore meu, nacchi l’aiant fattu cardinale, crettidu l’hapo e mi nde fatto reu ca su sonnu mi est parfidu reale.
Confessore: Cando passat in mente nettu e giaru Su sognu est avvisu, o fizu caru.
In tempi di carestia, che cosa c’è di meglio che fare la serenata a pancia vuota e associare l’amorosa alle brame gastronomiche? Ecco allora:
Serenada: Aiz’ aiz arrustida tue ses modde bistecca, tue ses pro me busecca sa pius bene cundida
ses taccula saborida mostarda grassa e purpuda, ses una gioga minuta, un’iscarzoffa un’olia,
una vera trattalia pro fagher buffare mustu. Cosa pius bella e gustu non nde potto desizare.
Pensa bella, a t’ingrassare, dormi tranquilla e cuntenta faghes sonnos de pulenta, de basolu e de patata.
Custa bella serenata l’hat fatta s’amante tou; amadu caffè cun ou, pensa de ti riposare.
Nei paesi in quei tempi anche se c’erano, non esistevano eroi; persone con straordinarie vicissitudini spesso si smitizzavano da soli con la loro stessa semplicità, ma diventavano protagonisti per la maniera colorata di raccontare i loro fatti drammatici e lontani, facendo sorridere i propri compaesani:
<<Ebbè come la va, Signor Francesco nesit predu passende in su caminu.>> <<Semus a s’oritonte e su destinu vieni, figlioccio che prendiamo il fresco.
Ti voglio raccontare, se ci riesco, comente fit sa guerra a Solferinu si no pregunta a frade meu Peppinu come fuggì l’esercito tedesco.
La notte che ci avevano attaccati zunchiavano le balle sulla testa come fanno i calleddi appena nati.
C’era un calore che nel mio termometro Il mercurio bolliva e la tempesta Del fuoco si sentiva a un centimetro.
La poesia “Nanneddu meu” è forse la più popolare, perché è stata di recente musicata con successo ed è inserita nel repertorio di canto di tutti i gruppi che si dedicano alla musica etnica in Sardegna. Si tratta di un bellissimo canto, con il necessario opportunismo e umorismo triste, dove denunce e riferimenti sono ben indirizzati. Una maniera di scherzare anche nelle disgrazie in un mondo in progressiva mutazione, al quale nostro malgrado, sembra voler dire il poeta, ci si deve gioco -forza adeguare, per poter andare avanti nel nostro cammino.
Nanneddu meu Su mund’ est gai, a sicut erat non torrat mai
Semus in tempos de tirannias infamidades e carestias
Famidos nois Semus appende. Pan’e castanza, terra cun lande
Terra ch’hat fangu torrat su poveru senz’alimentu, senza ricoveru….…
e finisce:
AdiosuNanni tenedi contu, faghe su surdu ettad’ a tontu
A tantu, l’ides, su mund’est gai: a sicut erat no torrat mai.
In alcune poesie, tra cui quella a “Nanneddu meu” e “Lamentos de unu nobile” sono evidenti, importanti avvenimenti storici, come la guerra doganale tra Italia e Francia, voluta dai Savoia, con l’intento di salvaguardare le industrie del nord, messe in crisi da una agguerrita concorrenza transalpina. Tale politica fu però deleteria per l’economia isolana. Infatti la Sardegna anni prima, a fatica, era riuscita, nonostante gli alti costi di trasporto, ad aggirare il monopolio dei commercianti italiani e ad aprirsi un credito per il collocamento delle proprie merci nei mercati europei, attraverso il porto di Marsiglia. L’economia iniziava a decollare, si esportava bestiame , formaggio, olio, e vino, in modo particolare verso Francia, Inghilterra e Belgio, nascevano nuove imprese e si aprivano sportelli bancari.6 La Sardegna aveva veramente tanto da tribolare, se si aggiunge a quanto citato tutta una serie di calamità naturali che il poeta ci racconta:
…B’est sa fillossera, impostas, tinzas chi nos distruit campos e binzas….
…Sa perenospera tottu hat distruttu, binzas e campos no dant produtu…
Credo non si possa parlare di Peppino Mereu nel giusto verso, se non si fanno cantare le sue poesie, se non si ha la capacità di ascoltare il ritmo delle rime, seguire la fantasia delle sue liriche, il filo sottile, talvolta drammatico, a volte dolce o ironico, con il quale lega il pensiero ai fatti. E il dramma di un ragazzo poco più che ventenne, che con la poesia fa cronaca in diretta della sua morte con il travaglio della sua agonia. Il rapporto del poeta con la sua terra è estremamente profondo, sembrano quasi un binomio inscindibile, che mai, nemmeno nei contrasti più forti o nella sofferenza, viene messo in discussione. E così dolci canti arrivano da lontano:
Gentile Tonara, terra de musas, santa e beneita, patria mia cara, cand’est chi b’hap’ a bennere in bisita? E ancora… la nostalgia struggente:
Ah dura lontananza, a sa chi m’hat sa sorte cundannadu. Mi enit s’arregordanzia De unu tempus ispensieradu, s’onesta comunanza de amigos chi hapo abbandonadu; mi torrat a sa mente unu tempus passadu allegramente.
Rientrato a Tonara dopo il congedo, Peppino Mereu convive per un certo periodo con il fratello Manfredi, impiegato presso le poste del paese, ma la convivenza si rivela difficile e dopo poco tempo si trasferisce a “Muragheri” poco distante da Galusè.6 “Galusè è il titolo di un altro capolavoro di Mereu, ma è anche una fontana che scorre tra castagni e noccioli, un poco sopra Tonara. E’ il punto di ristoro “su pasu” per tutti, e dove:
Tottu sunt uguales, inoghe nemos vantant sos blasones. Bacculos pastorales s’aunint a ispadas e bastones. Tottu parent fedales sas bezzas cun sas giovines persones, bezzones e battias torrant piseddos a sas abbas mias.
E’ la fontana di Galusè, testimone delle allegrie, delle miserie umane, alla quale il poeta dà voce, e la fontana si presenta e parla a una fanciulla immaginaria, che, per lui, certamente aveva il volto di una persona amata5:
Eo so Galusè, logu delissiosu de incantu. Firm’inocghe su pè o passizerri custu est loghu santu: deo confido in te; cert’has a currer a mi dare vantu cun bellas cumpagnias a t’infriscare de sas abbas mias.
Umil’ in custa rocca mai de murmurare appo zessadu, Bentu frittu e fiocca hana sa venas mias astragadu, mai però sa brocca hat su nettaru sou irmentugadu; pedidu m’hat continu sos bundantes umores ch’appo in sinu.
Ancoras e in dies no mi mancant dulzuras e bisittas. Tottu current a mie, e si consolant cun sas abbas frittas, e deo, rie rie, contento broccas mannas e brocchittas. Da-e custas frittas venas Sempere partine sas broccas pienas.
La fontana che sente, ma non vede per l’oscurità, le cose che non devono essere viste, l’allusione alle capriole col corpetto, (Crabolas in paletta de fagher meraviglia e ispantu e atteras suzzettas incarezzadas de nieddu mantu) le donne più santarelle che si bagnano le labbra arse, la fontana complice omertosa che rimanda ad una fila di puntini…7 E’ sempre la fontana, il centro di ristoro e del canto, il punto ideale per appianare le divergenze, e il luogo dove vanno a:
Faghes paghe sos contrarios.
Il luogo di ritrovo per spie e commissari di pubblica sicurezza, dove possono accordarsi e perfezionare le loro trame occulte; con il delitto che fa l’occhiolino alla giustizia. E’ il posto dove, nel momento cruciale del voto, si tiene il famoso pranzo elettorale, con i maccheroni ingurgitati da bocche fameliche, mescolati e conditi da promesse che non si compiranno mai. Alla fine del dialogo ecco il riferimento autobiografico: la fontana chiede alla ragazza notizie di un giovane pallido e magro, del quale oramai da tempo non aveva nessuna notizia, tanto da avere il sospetto che fosse morto.
Un’epoca beniat unu giovanu pallidu e romasu. Inoghe invocaiat Sas noe virginellas de Parnasu afflittu pianghiat e mentres m’imprimiat unu basu, misciaiat amaras lagrimas a sas mias abbas giaras.
In questa breve escursione lungo il canto di Peppino Mereu, il tempo ha scandito le sue regole e ci ha fatto percorrere le sue poesie con inevitabili saltelli, come i canguri, con il rimpianto di averne tralasciate tante, tutte meritevoli di menzione. Ma conviene ancora fare un riferimento ai rapporti del poeta con le donne. Molti dolci versi sono dedicati alle donne, con nomi che fanno parte della lirica tradizionale sarda: una rosa, una viola, s’ amabile fiore, rosa ses cun su lizu, s’ anzone chi tenia o nomi convenzionali come: Lia cara o cudda candida Maria. Nelle poesie il rapporto con le sue donne raramente è contemplativo, statico o descrittivo, ma si inquadra nel contesto di un’azione o una storia, incrociandosi con il cammino delle sue sventure o dei suoi rimpianti. Nella poesia titolata ”Amore”, ad esempio, egli canta:
Beni dami sa manu isfortunadu Tue ses dignu de s’istima mia; lottende in d’unu mar’ e angustia custu virgine cor’has meritadu
E in “adiu a Nuoro” recita:
…cale orfanu fitzu isconsoladu passo sas dies cun su cor’affrantu suspirende a Nuoro profumadu, giardinu d’ una rosa ch’amo tantu.
Sempre in riferimento al tema del rapporto con l’altro sesso , nel libro”Vecchia Florinas”,8 c’è una curiosa storia, che, a mio modesto avviso non ha avuto il giusto rilievo e che ha per titolo “Il poeta e la ragazza”.In quella sede si racconta che Giuseppe Mereu poeta carabiniere di stanza nella stazione di Codrongianos, amoreggiava con una certa Maria Domenica, secondogenita di cinque figlie, di Giovanni Dore. Questi, proprietario di due mulini, uno a Florinas e l’altro in una impervia località di campagna chiamata Briai, quando scoprì le simpatia che correva tra i due giovani non ebbe di meglio da fare che confinare la figlia nel mulino di campagna, sotto la vigile sorveglianza di una zia. Racconta il Manconi che Maria Domenica fu accompagnata dal padre a cavallo e lei a piedi, dietro, scalza e a testa bassa. Giuseppe Mereu non si dava pace e appena poteva, servizio permettendolo, andava verso il mulino di Briai per cercare di intravedere anche da lontano la sua innamorata. Manifestando tutto l’ardore dei suoi vent’anni, non pago delle visite di giorno, cercò il contatto con la sua amorosa anche di notte. Una notte oscura passando in quel luogo impervio sbadatamente, il poeta scivolò e finì nel fiume infradiciandosi fin dentro il midollo delle ossa. Maria Domenica dopo poco tempo rientrò a Florinas col padre disposto ad accettare, anche dietro pressioni del parentado, il fidanzamento della figlia con il giovane carabiniere tonarese. Racconta sempre il Manconi che ci fu una breve corrispondenza di lettere e poesie inedite conservate sino a qualche anno prima. Nel frattempo, la caduta nel fiume la trascuratezza del poeta stesso l’imperizia dei medici tramutò una banale infreddatura in qualche cosa di molto più serio. Per causa di questo fatto, e concordemente, il fidanzamento fu sciolto, a causa della sua malattia e, sempre secondo il documento citato, il poeta ritornò nella nativa Tonara, ad aspettarvi la morte. Maria Domenica Dore per diversi anni rifiutò qualsiasi proposta di matrimonio; infine cedette alle pressioni della famiglia e si sposò. Mori anche lei a causa di un male incurabile nell’anno 1918 e volle essere sepolta con il costume tradizionale che aveva usato il giorno del suo matrimonio. E’ questa una storia abbastanza interessante, ma la cosa più curiosa è che a raccontarla, con una grande delicatezza e tenerezza, è il figlio di Maria Domenica Dore, che probabilmente per avere notizie così dettagliate e minuziose ha attinto dalla memoria e dai i ricordi delle sue zie. Giuseppe Mereu moriva a Tonara il giorno 11 marzo del 1901 all’età di soli ventinove anni. Nell’ultima poesia testamento il poeta descrive con fredda lucidità il suo funerale, rifiutando il prete i pianti e le parole inutili e ipocrite:
E nessunu pro me ispendat peraulas In laudare comente bind’ada Chi finzas in sa fossa narant faulas.
Poi… due strofe ci riportano inevitabilmente alla storia con Maria Domenica Dore. Il poeta accenna a due ritratti conservati in una busta, il cui sigillo non deve essere profanato, uno è della mamma fatto il giorno della sepoltura,
s’atteru est de s’anzone chi tenia in coro, cun amore tantu forte chi m’hat leadu vida e pizzinnia.
De cuss’amore nde tenzo sa morte a s’ora de sa vida sa pius bella. Ah ! Decretu fatale e dura
sorte!
Stefano Flore
Versione italiana delle poesie di Peppinu Mereu N: 29 Quaderni bolotanesi. Pag. 400
“Dall’alto nuraghe con supremo disgusto mi meraviglio del tuo ardire. Lascia dormire in pace il sonno di quel giusto che ha avuto fama di grandissimo poeta. L’insulto è molto grave, aver turbato la soave armonia dei sogni di Larentu”…
Versione italiana delle poesie di Peppinu Mereu N: 29 Quaderni bolotanesi. Pag. 401
Alcuni sono nella compagnia di disciplina: la scure di Fonni ha fatto scorrere il sangue, sia baciata la mano assassina.
Non meravigliarti della contentezza che dimostro nel baciare quella mano che ha punito severamente la viltà.
Peggio per chi è di cuore villano e si scorda quando è soldato che il soldato deve essere umano.
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Io non riesco a capire, i carabinieri che cosa stiano a fare nei nostri paesi se non arrestano i bancarottieri.
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I vigliacchi che hanno meritato le catene, hanno truffato la legge, così si sono salvati da qualsiasi pena.
Versione italiana delle poesie di Peppinu Mereu N: 29 Quaderni bolotanesi. Pag. 402
Mentre il povero sospinto dalla necessità ruba un pezzo di pane per sfamarsi viene arrestato e condannato.
L’affamato che ruba un agnello viene condannato dai giudici perfino a dieci anni di reclusione.
E dire che esistono palazzi costruiti dalla mano infame della rapina: e i padroni ladri sono i più stimati.
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Tutti i poveri sono fannulloni per i sazi che non hanno conosciuto la fame gli affanni e i sacrifici. Ma se si realizza quel terremoto che Jago Siotto va predicando anche la povera gente avrà diritto di voto.
Potrò vedere dolenti esclamare <mea culpa>, i vili padroni mentre verranno divisi palazzi e terreni. Senza distinzioni curiali dobbiamo essere figli della stessa bandiera: liberi rispettati e uguali.
Versione italiana delle poesie di Peppinu Mereu N: 29 Quaderni bolotanesi. Pag. 403
Dove siete finiti, sogni di amore, pensieri di gloria? Distrutti siete e calpestati da un giusto rancore che questo cuore sente: brutti sogni
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turbano la mia mente e spargono veleno dentro il petto.
…che cosa è il mondo nel quale viviamo privi di luce amore e libertà? E un mare profondo, dal momento della nascita ci navighiamo. Con felicità? No: anche se così può sembrare, la felicità non esiste mai
E gli abitanti della terra cosa sono? Terra: fango schifoso, non sono terra. Rettili facce da patibolo: i fratelli fanno la guerra ai fratelli. E intanto sulla terra aumentano l’infamia ed il pianto.
Viviamo avviliti in questa tenebrosa e ingrata valle di lamenti. Sotto i fioriti campi, la velenosa tarantola sta vomitando veleno, e noi generazione miserabile tratteniamo il grido della vendetta!
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Ah, perfida generazione! Perché ti lasci tingere il cuore a lutto? Svegliati, agisci. O forse viltà no ti sembra leccare la spada colorata del tuo sangue? Il cane ulula se non gli danno da mangiare.
E tu, senza pane stanco affamato e nudo, non sollevi una protesta di sdegno!
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Sei peggio del cane, vile servente e zitto: lecchi la mano ingrata e fai festa a chi ti deride quando ti vede mendicare con la mano tesa.
Dei grassi banchetti che i ricchi signori fanno con grandi sperperi alle tue spalle, popolo sei oppresso fatiche e sudori consacri per i capricci e i desideri di quella gente schifosa e tu affamato gridi: <Viva! Evviva!>
Viva chi il pugno mette nel forziere del tuo sangue più ardente. Il pane senza companatico, se ne hai, avvelenato lo mangi perché sei dannato eternamente a vivere nell’immondezza affamato, umiliato e posto in ridicolo.
O popolo affamato, da te allontana il pane di ghiande, lancialo lontano. Quella corteccia indurita che mangi al posto del pane, alzala minacciosa verso Dio: con disdegno, nell’aria scaglia questa triste preghiera….
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Il giardino, il campo l’oliveto di un tempo lontano, si sono trasformati in un calvario triste e spinoso.
Boschi dove mai erano penetrati i raggi del sole, miseri sacchetti hanno riempito, ed hanno spogliato il suolo.[1]
Alberi grossi come Pinnettas[2] per ingrassare il continentale, hanno affrontato le onde e le tempeste.
Ovunque sia passata la scure per secoli e secoli di certo si vedrà una traccia funesta.
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Vile colui che a aperto la porta al forestiero perché venisse con la sega e facesse di questo posto un deserto.
I vandali, con prepotenza e contese, vengono da lontano per spartirsi i frutti, dopo aver bruciato la terra.
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In illo tempore quando avevo ricchezze, beni e nobiltà
mangiavo carne, carne di vitello, fresca freschissima presa dal macello
Oggi mi accontento di pane e formaggio quando ne ho, e vino a razione.
E, tra parentis un pò per scherzo mi chiamano martire del digiunare…
Oggi la superbia non è di mondo i pantaloni sono senza fondo
La bacchettina delle più pregiate si e trasformata in acchiappa cicche….
Tornato a casa per maggior dolore trovo la visita dell’esattore
Versione italiana delle poesie di Peppinu Mereu N: 29 Quaderni bolotanesi. Pag. 408
Dandomi titoli di ricco e nobile mi notifica in faccia ricchezza mobile
Io gli rispondo con tono affabile ricchezza mobile miseria stabile.
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Il somaro che ha il parroco non merita la fama di asino raglia sempre come un accidente invidio il suo buon umore
Cantando il mattino in “la” maggiore non è per niente diverso dal padrone sembrano usciti dallo stesso grembo anche se sono differenti nel colore.
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Appena appena arrostita tu sei una tenera bistecca, tu sei per me la trippa, quella meglio condita.
sei una taccola squisita, mostarda grassa e polposa, sei una lumachina, un carciofo, un oliva,
una vera frattaglia per fare bere vino. Cosa più bella e gustosa non potrei desiderare.
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Cerca, cara, di ingrassare, dormi serena e contenta; fai sogni di polenta, di fagioli e di patate.
Questa bella serenata l’ha fatta il tuo amante, amato caffè con uovo, cerca di riposare.
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<Ebbè, come la va, Signor Francesco? Disse Pietro passando per la strada. Siamo giunti all’orizzonte del destino: vieni figlioccio che prendiamo il fresco.
Ti voglio raccontar, se ci riesco come fu la guerra a solforino, altrimenti chiedi a mio fratello Peppino come fuggi l’esercito tedesco.
La notte che ci avevano attaccati fischiavano le palle sulla testa come fossero cuccioli appena nati.
C’era un calore che nel mio termometro il mercurio bolliva e la tempesta del fuoco si sentiva a un centimetro.
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Nanneddu mio, cosi va il mondo: come era un tempo non sarà più.
Viviamo tempi di tirannia, tanti soprusi e carestia…
E noi, affamati, mangiamo pane di castagne, terra con ghiande.
Terra con fango ritorna il povero senza alimenti senza ricovero…
Addio, Nanni, conservati bene fai il sordo e fingiti scemo.
Intanto lo vedi così va il mondo: come era un tempo non ritornerà più.
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C’è la filossera imposte e pesti che ci distrutto campi e vigne
La perenospera tutto ha distrutto vigne e campi non danno prodotto
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Gentile Tonara, terra di muse, santa e benedetta, patria mia cara quand’è che tornerò a farti visita…
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Tutti sono uguali, qui nessuno vanta blasoni. Bacoli pastorali si uniscono a spade e bastoni. Tutti sembrano coetanei: Le persone vecchie e quelle giovani, vecchietti e vedove nelle mie acque ritornano bambini.
Io sono Galusè luogo delizioso e incantevole. Ferma qui, il tuo piede ho passeggero, questo è un luogo santo io confido in te, certo che verrai a farmi vanto, con belle compagnie, a ristorarti nelle mie acque.
Umile in questa roccia non ho mai smesso di gorgogliare; il vento freddo e la neve hanno raggelato le mie vene, la brocca però non ha mai scordato il suo nettare; e mi ha chiesto di continuo gli umori abbondanti che ho nel seno.
Ancora oggi non mi mancano tenerezze e visite. Tutti vengono a me e si consolano delle mie acque fredde,
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ed io sorridendo riempio brocche grandi e piccole. Da queste fresche vene le brocche vanno via sempre piene.
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Vieni e dammi la mano sfortunato tu sei degno della mia stima; lottando in mare di angoscia hai meritato questo vergine cuore
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E nessuno per me sprechi parole per gli elogi, come fanno molti che anche nella tomba dicono bugie
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…l’altro è dell’agnello che avevo nel cuore, un amore tanto forte, che mi ha rubato vita e gioventù.
Di quell’amore ne ho la morte nell’ora più bella della vita. Ha destino fatale e dura sorte!
“Canta canta continuamente, o patria di Larentu e di Capeddu; sei il giardino delle muse cara a Tommaso e Bachiseddu; ti rallegra Agostino perché possiede la parola bernesca, con la musa burlesca si dimostra il degno figlio di Peppe Diana”.
Ma tu popolo, fingi di protestare e ai paura di chiedere i tuoi elementari bisogni. Lecchi chi ti opprime e di slanci sublimi sei incapace, ceco e assonnato altrimenti si sarebbe sentito il grido di vendetta dell’offeso.
Taci, deve continuare l’oppressione. Fai festa a chi è degno della frusta. Preferisci mendicare ad una giusta protesta, che puoi scagliare con disprezzo. Ti negano il pane, e tu dalla patria vai lontano.
Ti ricordi, caro fratello, come forte allegro e sano ero da ragazzo. Odiavo la morte e vivevo di sole speranze.
Oggi quell’allegria è scomparsa, quel cuore forte sta cedendo: sta venendo meno la vita, per sollievo sto invocando la morte.
Ricordi caro fratello, i giocosi sorrisi amorosi senza pena? Quei capelli biondi che si abbassavano alla nazarena?
Finiti i dolci sogni ridanciani, si è oscurata l’allegra fantasia. Ora sono capelli bianchi che ornano la mia testa stanca.
Confessore: Dio no permette si creda nei sogni perché è un gravissimo peccato mortale
Penitente: Mi sono sognato mio caro parroco che ti avevano nominato cardinale. Ci ho creduto e me ne faccio colpa perché il sogno mi è sembrato reale
Quando passa in mente in modo netto e chiaro il sogno è un preavviso o figlio caro.
ed io sorridendo riempio brocche grandi e piccole. Da queste fresche vene le brocche vanno via sempre piene.
……Da paesi lontani ci sono venute persone illustri, e banchettando in festa hanno arrostito capretti e agnelli, e succulente leccornie: galline, porchetti, pesci e maccheroni. In queste acque pure hanno smaltito solenni sbornie.
Tutti si son divertiti dimenticando ogni contesa. Ho visto preti ubriachi cantando a suono di chitarra, anzi ne ho assistito beatamente stravaccati per terra in braccia di una vera solenne reverenda ubriacatura.
….Fresca , abbondante e pura, quante feste ho visto e quanto gioco, baci dati furtivamente, carezze e sguardi di fuoco. Ho sentito il giuramento dell’amante all’amata; in questo posto, tra canti e festini, ho visto una fila di puntini.
Io ho visto cerbiatte venire di notte in questo luogo santo, capriole in corpetto da destare stupore e incanto ed altre figure mascherate di nero mantello: quelle più pudiche si sono bagnate le labbra tanto secche.
Ho sentito storie che a raccontarle non sembrano accadute. Cetre armoniose, Frusci di contrabbando e bisbigli; ombre misteriose hanno ballato a secondo dei suoni, ed altre cose ancora che non ho visto perché era buio.
…Mi vantano i dottori vero rimedio per la gente stitica; ai miei umori viene per purgarsi la Politica. Messeri e signori, nell’ora tanto delicata del voto qui, come un saturnale, danno il famoso pranzo elettorale.
Allora i maccheroni muoiono in bocche dote e affamate, mescolati a discorsi e a belle promesse mai mantenute. Quante discussioni ancora vive in me sono impresse! Ma di tante parole ho raccolto un sacco di frottole.
Alla mia aria fresca Vengono a fare pace gli avversari. Differenti contrasti, preti, poliziotti e commissari e nobili spie, qui danno feste e divertimenti. Qui il delitto a fatto l’occhiolino alla giustizia.
Qui l’allegria non veste mai l’abito della tristezza Ho sentito Pipia cantare a gara con l’usignolo; l’armonia dolce di quelle voci mi ha consolato. Ai canti melanconici ho risposto con soavi mormorii.
Traduzione delle poesie in sardo
Un tempo veniva un giovane pallido e magro. Qui invocava le nove muse del Parnaso: afflitto piangeva, e mentre mi dava un bacio, mescolava le sue amare lacrime alle mie acque chiare.
1 Collettivo “Peppino Mereu” di Tonara. Nanneddu meu “poesias de Peppinu Mereu”. Ed. Condaghes Cagliari 2001. pag.216. 2 Scrive “La Sardegna”, nella sua corrispondenza da Fonni, il 27 ottobre 1893: “Assassinato Veracchi Giovanni colpito con l’occhio della scure. Il Veracchi è una figura conosciuta, fu arrestato come complice dell’assassinio del brigadiere Bò e poi fu il primo teste di accusa e fece arrestare due persone ritenute complici nell’assassinio. Faceva una vita ritirata e per paura rincasava sempre presto e non usciva la notte”.
3 Sa giustissia ti istruat si diceva allora tra la gente comune, come pur oggi si ripete. 4 R. GORLA, Genesio Lamberti “Educatore Civile”, Tipografia e Libreria Gallizzi & C, Sassari. 1904. 5 R.CARTA RASPI. Storia della Sardegna., Mursia Milano 1961, Pag. 881 “… la vandalica distruzione dei boschi consentita per cifre irrisorie ai concessionari di miniere e soprattutto agli appaltatori del ricco patrimonio forestale che dell’isola avevano fatto un immenso braciere per ricavarne carbone vegetale. Si può avere qualche idea del disboscamento operato con i dati dell’esportazione di alcuni anni. 22.315.578 (alberi tagliati) nel 1864, 32.701.922 nel 1865, 29.177.192 nel 1896; cifre tuttavia inferiori a quelle dell’esportazione in Francia e in Spagna fra il 1876 e il 1900”. Danno irreparabile non solo agli effetti idrografici e per l’economia in generale, ma pure per i riflessi climatici e l’estensione della malaria.”
6 C.F.R. C.RASPI id, pag. 882: “Si pensi, che nell’anno 1883 furono esportati a Marsiglia via Genova 26.168 tra buoi e vitelli e i pagamenti venivano effettuati in monete d’oro (marenghi). Poi, il protezionismo del Regno Sabaudo provocò la cosiddetta guerra doganale che pregiudicò e mise in ginocchio la nostra isola per anni a venire, già mortificata da carichi fiscali esorbitanti per e tartassata da odiosi balzelli, che non davano tregua”. 6 C.F.R. Collettivo “Peppinu Mereu” di Tonara. Id. pag. 217. 7 Nella poesia sarda la metafora, il sottinteso la poesia cosiddetta in “suspu” spesso si respira tra le rime. le allusioni e i doppi sensi, che, in alcuni casi sono evidenti, a volte bisogna saperli cogliere come in es. Cuntento broccas mannas e brocchittas, riferimento probabile ai seni delle donne.
8 R. MANCONI, Vecchia Florinas, Tipografia Stella Alpina, Novara 1959, Cfr. da pag. 111 a p. 116. [1] Riferito ai sacchi di carbone [2] Capanne circolari costruite dai pastori |



