I migliori sonetti di Caredduccio da Nùgoro (cernita, presentazione e commento a cura di Flavio Careddu) PRESENTAZIONE
La figura di Caredduccio da Nùgoro è stata per molto tempo misconosciuta dalla critica ufficiale. L'attenzione si è rivolta soprattutto verso altri celebri poeti e narratori che diedero lustro alla letteratura italiana del Trecento: Dante, Petrarca, Boccaccio. Senza sminuire la rilevanza ed i meriti di questi "grandi", riteniamo che si possa (rectius: si debba) restituire dignità e valore anche ad altri autori troppo spesso ignorati, classificati come "minori", se non addirittura scotomizzati. E' questo il caso di Caredduccio da Nùgoro, poeta e letterato di grande cultura, vissuto tra il XIII ed il XIV secolo, ma ancor oggi davvero sorprendente per modernità di contenuti e linguaggio. La sua produzione poetica non è stata ancora interamente rinvenuta, ma dalle cronache di alcuni esimi commentatori dell'epoca (Ugo della Bandana, Citto Angelieri, Ludovico Berenici, ecc...), se ne può intuire la straordinaria vastità. Oggi, grazie all'attenta opera di validi critici e studiosi, quali Erminio Bussolotti e Giovanni Stacchino - e nonostante l'ostruzionismo di altri disastrosi esegeti, come Giuliano Carminati - si è potuta ricostruire ed apprezzare un'inedita raccolta di sonetti del Caredduccio, di cui offriamo ampio stralcio nelle pagine seguenti. Trattasi di liriche caratterizzate da una delicatezza senza pari, i cui temi dominanti sono la struggente passione amorosa per Laura e l'inimicizia - tendente a genuino e violento livore - nei confronti di Sollaccio da Fiesole, rivale in amore del Poeta e squallido rimatore dedito al «dozzinal versaccio», come il Caredduccio stesso ebbe a scrivere (cfr. il sonetto Più de la morte,...). Sulla figura di Laura molti studiosi si sono accapigliati nell'impresa di tentarne una identificazione: si è detto che potesse essere la medesima donna amata dal Petrarca; si è affermato potesse trattarsi di un'altra Laura (il Carminati ipotizza Laura Degli Esposti, ma poi non è in grado di indicare chi fosse costei, lasciando dunque per gran parte insoluta la questione); infine, c'è chi ha parlato di una donna meramente emblematica, di una figura femminile dalla dimensione più simbolica che reale. Quest'ultima ci pare senz'altro la soluzione più convincente, o quantomeno quella degna di maggiore considerazione: scoprire le vere generalità di Laura, infatti, non aggiungerebbe né toglierebbe alcunché alla maestosità dei sonetti di Caredduccio da Nùgoro, né inciderebbe sul complessivo valore poetico che la figura di lei assume nei versi del Nostro.
NOTA BIOGRAFICA
Caredduccio da Nùgoro è stato un uomo sollecitato da stimoli controversi, quando non addirittura contraddittorî, in eterno conflitto tra ciò che era - nella sua indole irrequieta da vero e proprio «giullare degli Dei» - e ciò che aspirava a diventare. Per comprenderne appieno la poesia occorrerebbe avere una conoscenza assai dettagliata, oltreché delle sue opere, anche della sua vita, delle sue ambizioni, dei suoi mille dubbi, dei suoi dissidi interiori e delle sue tremebonde certezze. Una conoscenza che neppure egli stesso sembra aver mai posseduto. Nacque a Nùgoro, l'odierna Nùoro, verosimilmente nel giugno del 1287, figlio di un mastro murario, Ser Gennaro, e di Monna Iva, donna di casata nobile ma decaduta (la casata, s'intende). Lasciò giovanissimo la propria città natale, per trasferirsi insieme alla famiglia nel Nord della Penisola. Dedicò la sua gioventù all'apprendistato poetico, senza tuttavia trascurare gli studi dell'arte retorica ed anche del diritto, disciplina nella quale ottenne l'alloro accademico, più per anzianità che per effettivi meriti. Era ancora giovinetto quando, a Verona, presso Bartolomeo della Scala conobbe Dante, insieme al quale desinò, conversando amabilmente di politica e di poesia (cfr. sonetto Benedetto sia l'anno,...). Di Dante egli conservò gelosamente un ricordo indelebile, nonché una firma autografa che era solito ostentare ad ogni pubblica occasione. Al contrario di Dante, tuttavia, Caredduccio non abbracciò mai l'impegno politico, dichiarando fra l'altro la propria posizione di assoluta neutralità nella contesa che a Firenze opponeva i Guelfi Bianchi ai Guelfi Neri: suscitando lo sbigottimento dell'Alighieri, egli ebbe un giorno a confessargli che avrebbe volentieri appoggiato la fazione dei Grigi, se fosse esistita. Il suo totale disinteresse per le turbolente vicende politiche di quei tempi, peraltro, era frutto non tanto di precise convinzioni etiche, quanto piuttosto - come egli stesso precisò - di «impavida viltade». Nella sua vita intensa e dedita alla mondanità più dissoluta, approdò ad Avignone nel 1327. Qui conobbe Francesco Petrarca, di cui condivise a lungo la profonda insoddisfazione esistenziale e - secondo alcune cronache di controversa attendibilità - anche la donna. In realtà, non vi sono testimonianze certe circa la coincidenza tra la Laura petrarchesca e quella del Caredduccio: anzi, dalla descrizione fisica che quest'ultimo fece di lei nel celebre sonetto Tal è la donna mia..., ci sentiamo di auspicare che la Laura del Petrarca fosse un'altra. In ogni caso, la febbrile passione del Caredduccio per l'amata Laura - musa ispiratrice di molti sonetti del Nostro - sembrerebbe non essere stata mai ricambiata in modo tangibile, ma unicamente col «saluto e l'occhiolino» (cfr. il sonetto Ahi, cos'ho mai perduto!...). Quand'anche poi vi fosse stato, da parte di Laura, un qualche accenno di invaghimento, anche solo temporaneo, ben presto tutto si esaurì. E contemporaneamente si esaurì anche il Caredduccio, finendo per cercare in Bacco quelle soddisfazioni che Venere gli negava. Lo stato di profonda prostrazione in cui il Poeta versò negli ultimi anni della sua vita, fu in parte dovuto anche alle continue ed ingiuriose provocazioni di un modesto - e molesto - poetucolo del tempo, quel «sarcastico Sollaccio» (Sollaccio da Fiesole, 1292-1370 ?) che era solito usare la rima per umiliare e denigrare il Nostro. Caredduccio da Nùgoro morì a Fiesole, lapidato dalla folla, nella primavera del 1367. Assistendo all'evento, Sollaccio ebbe cinicamente a commentare: «Di Caredduccio tace omai la cetra, / insiem'a lui coverta co' la pietra».
Tal è la donna mia ch’un lieve vento…
Tal è la donna mia[1] ch'un lieve vento già leva al ciel i negri suoi capei, sì ch'al mirarla, al primiero momento, diresti ch'è sorella a Moira Orfei.[2] Ma se 'l tuo guardo vince 'l doppiomento et soprassede al dilagar de' nei,[3] nel di lei volto quanto sentimento, quant'honestà ne' sopraccigli bei! Il riso[4] suo ha 'l calore de la fiamma, quasi ascondesse un foco ininterrotto, et spande aulori[5] d'una vasta gamma che va dal gelsomino al bergamotto... Però era meglio quello di mia mamma: il riso che fa Laura è sempre scotto.[6] Levòmmi l'ascensore in parte ov’era…
Levòmmi l'ascensore[7] in parte ov'era la picciola mia dolce habitazione: m'era compagna un'horrida megera[8] che d'adipe parea far collezione et di mostruosi fruncoli et di nera fuliggine. Non certo di sapone. Ell'era aulente[9] d'un odor di fiera, d'un acre tanfo, come di montone.[10] Già mi guatava da più d'un minuto co' l'acquolina in bocca dalla voglia (più ch'acquolina, dico ch'era sputo...), quand'ecco che l'arpìa tosto si spoglia lasciandomi allibito, cieco, muto. Poi giunsi al piano et là varcai la soglia.[11]
Non già quale Medusa anguichiomata...
Non già quale Medusa anguichiomata,1 né glabro come palla da biliardo2 et neanco fagiforme - alla Branduardo -3 avea lo capo la mia dolce amata: Ella l'avea coverto, a l'uso sardo di certe vedove d'età avanzata, quasi ch'ascosa avesse una pelata sotto lo schermo de lo suo fulardo. Sì che profondo era 'l disìo d'orbarla4 del fazzoletto più che d'altre vesti et, sanza quello, poscia rimirarla. Così fec'io, con movimenti lesti, et Ella tosto apostrofòmmi: «Parla! A che sconcezze pervenir vorresti?».5
Quale da l'atro fondo de gli abissi...
Quale da l'atro[12] fondo de gli abissi ulula torvo Cerbero infernale, co' suo' sei occhi[13] horrendamente fissi come una luminaria di Natale, tale son io, che batto su gli infissi et busso a l'uscio et urlo, ché fa male quel sadico tuo dire: «Pissi-pissi!...»[14] ora ch'orbato[15] m'hai de l'orinale. Per la qual cosa sanza indugio impetro[16] a te, persona lepida et amena,[17] la resa de lo mio vaso di vetro, sì che sia risparmiata tanta pena a me che, pur vagando inanzi e 'ndietro, dispero omai di contener la piena.[18] Vo vagolando invano et vivo et bramo...
Vo vagolando invano et vivo et bramo ad ogne piè sospinto di trovare il cinto erniale[19] dentro 'l quale siamo tutti costretti per costrutti[20] a stare. Quel cinto nei cui limiti moviamo passi et pensieri, prossimi a passare a miglior vita, a mondo meno gramo.[21] E a nulla gioverà ferro toccare,[22] ché l'ernia dolorosa de la vita, per quanto la si tegna, prima o poi n'uscirà fôra con doglia infinita siccome stral da petto di cau-bòi.[23] Et poscia d'aver visto la partita,[24] fuor de la vita andremo puro noi.
I' m'era appena tolta la mantella...
I' m'era appena tolta la mantella che Laura regalòmmi a San Valente,[25] quand'ecco che m'apparve una pulzella[26] di grazia colma et d'animo suadente. Ella mi vide a torso ignudo e, 'n quella, tosto arrossossi in volto et io repente dìssile: «Deh, non fia che Vostra bella gota si turbi sì, per poco o niente!».[27] Et ella a me: «Messere, qual errore! Non arrossossi 'l viso mio pel petto[28] che vidi et veggio anchor sanza pudore; imporporossi 'nvece pel difetto[29] di tre bottoni, lì, sul sospensore,[30] sì che ne sorte fôra l'augelletto».[31] Siccome i flutti a la petrosa costa...
Siccome[32] i flutti a la petrosa costa spignon i legni ch'han le sartie[33] rotte sbalzando l'equipaggio in piena notte ne l'onda procellosa che lo sposta or quinci, or quindi («Orsù!... Vieppiù!... Perdinci!»[34] ); così son io che, sanza alcuna sosta, son spinto da una volontà nascosta[35] a qualsivoglia folla che mi linci. Talché pace non ho,[36] ma solo bòtte et temo che repente ricominci la pena mia, finché folla mi trinci a brani piccioli come pagnotte. Dirmi poeta no, giamai potrei,...
Dirmi poeta no, giamai potrei, giacché non ho lacché[37] dacché son nato,[38] e, 'nvece, ogne poeta laureato[39] ha sempre 'ntorno servi et farisei pronti a covrir d'alloro 'l loro amato. I' son solo un giullare degli Dei:[40] un huom che ride centotrentasei fiate,[41] pria di sentirsi contentato. Rido pe' far dispitto a la Dea Sphyga,[42] che m'è sempre a le costole et m'offende; rido perché la mia idiozia[43] m'è auriga,[44] talché[45] financo la mestizia attende il turno suo et a nuocermi si sbriga sì che repente l'idiozia riprende. Ahi, cos'ho mai perduto! Non v’è modo…
Ahi, cos'ho mai perduto![46] Non v'è modo di riacquistare 'l bene mio divino: Colei che, sanza mai venir al sodo[47], pur mi facea 'l saluto et l'occhiolino; Colei ch'era 'l mio fortunato approdo ne la procella[48] del vital cammino; Colei ch'adesso, 'nvece, grossomodo tràttami a stregua d'humile zerbino et calca et salta et mi calpesta apposta[49] pe' darmi pena et doglia oltra misura. Sì che la sorte mia non si discosta, a ben veder, da l'horrida sventura a cui va 'ncontro, viva, l'aragosta che sa lo scotto de la bollitura.[50]
Più de la morte, più d’ogne sciagura...
Più de la morte, più d'ogne sciagura et più d'altre catastrofi che taccio, mòvemi 'l core in odio et in paura la vista del sarcastico Sollaccio.[51] Egli d'alcuna cosa mai si cura fuor che di metter terzi in grave impaccio[52] et di violar di donne la natura blandendole col dozzinal versaccio.3 Ahi, quant'è vile oprarsi in cotal guisa, quant'è meschino, quant'è cosa greggia!4 Mai fummi in terra forma tanto invisa quant'è di questi, che sui più troneggia5 per boria et per trivialità narcisa. Non homo veggio in lui, ma humana inveggia.6 Or ch'ho la Donna mia coverta a iosa...
Or ch'ho la Donna mia coverta a iosa di versi d'or ch'ad Ella piacquer tanto,1 sovente sovra i muri la gelosa gente distende un colorito ammanto,2 vergando con vernice calunniosa3 messaggi d'astio colmi et grevi alquanto: "O Caredduccio, cessa: non è cosa!" "Al boia Duccio4 !", "Duccio al camposanto!". Diròvvi invero ch'ho più ch'un sospetto su chi la mano mova a tali affreschi: trattasi d'un di cui più volte ho detto,5 uno che versi scrive villaneschi et più che stile adopra lo stiletto6 con modi rudi, ruvidi et burleschi. Benedetto sia l'anno, e ’l mese, e ’l giorno,...
Benedetto sia l'anno, e 'l mese, e 'l giorno,1 e 'l desco principesco, et il Tocai,2 et le pietanze tante, et il contorno, e 'l loco ov'io con Dante desinai:3 da un'ora era transcorso 'l mezzogiorno quand'io, sentendomi satollo assai,4 co l'Alighieri a ragionar intorno a li più vari temi 'ncominciai. Tenni concione docta et analitica su la poesia, su Laura callipigia,5 su 'l tempo incerto e, 'nfin, su la politica. Quand'egli domandommi qual grandigia6 de' Guelfi fosse 'nver la più granitica, pe' non errar, rispuosi: «...Quella Grigia!».7 Dice la mala gente ch’io sorbisca...
Dice la mala gente ch'io sorbisca più d'una spungia1 et che non v'è maniera d'indurmi a l'acqua, fuor che la confisca de' fiaschi di Lambrusco et di Barbera.2 Non so chi tal infamità asserisca co' tanta tracotanza et sicumera, ma chiunque sia lo figlio d'odalisca3 che ciarle conta4 da mattin a sera, dìcogli ch'io non temo 'l suo parlare né 'l modo turpo ne lo qual s'adopra, poi che non sono uso secondare chi di menzogna la vertade copra.5 Più tosto che star quivi a l'ascoltare riputo molto meglio bervi sopra.6 BIBLIOGRAFIA
Bussolotti Erminio, L'ernia emblematica - Riflessioni sulla poetica di Caredduccio da Nùgoro, Milano, 1965, Voll. I-II
Bussolotti Erminio, Benedetto sia 'l plagio?, Milano, 1967
Bussolotti Erminio, Cleptomania e comportamenti devianti in Caredduccio, Milano, 1968
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Carminati Giuliano, Il verbo "orbare" in Caredduccio, I^ Ed. Firenze, 1967 - II^ Ed. Firenze, 1968
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Carminati Giuliano, L'etilismo in Caredduccio, Firenze, 1972
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Fedrenghi Giuseppe, L'agreste Maria che tutti gli odori si porta via, Treviso, 1870
Stacchino Giovanni, Il cinto erniale nella poesia italiana del Trecento, Asti, 1963
Stacchino Giovanni, Alcune riflessioni sull'uso dei nomignoli nella letteratura italiana del Trecento, Asti, 1964
[1] "la donna mia": Il Poeta decanta le doti della sua amata Laura, donna da lui considerata bellissima ed onesta.
[2] "sorella a Moira Orfei": è questo uno dei numerosi passaggi in grado di dar conto delle straordinarie doti precognitive del Caredduccio e, nel contempo, foriero di meraviglia e perplessità tra i commentatori. Ovviamente tra Laura e Moira Orfei non può ipotizzarsi alcuna parentela o, quantomeno, non così diretta come dal testo potrebbe desumersi. Giovanni Stacchino, noto studioso del Nostro, sostiene che l'uso del condizionale "diresti" già condurrebbe a risolvere in senso negativo il dubbio circa la presunta parentela. A ben vedere, a nostro avviso, l'argomento non è di alcun rilievo: che le due donne non fossero sorelle può meglio evincersi dal fatto che vissero in periodi temporali diversi, con un divario cronologico di oltre sei secoli.
[3] "dilagar de' nei": si calcola che il volto di Laura desse albergo ad una quantità spropositata di nei. Sul viso gliene furono contati centosedici, benché sull'esistenza di sette di essi, il Carminati abbia di recente avanzato serie riserve, nell'ormai celebre trattatello provocatoriamente intitolato Dei bei nei di lei (Firenze, 1972).
[4] "riso": "sorriso". Ma resta ambiguo il senso del vocabolo, così da lasciar spazio al finale a sorpresa.
[5] "aulori": "profumi". Laura è, per il Nostro, supremo oggetto d'amore: di lei tutto profuma, compreso "il riso suo".
[6] "sempre scotto": qui, ovviamente, il riferimento è al risotto, del quale era abile cuoca la madre del Poeta, Monna Iva. Si ritiene che invece Laura fosse una frana in cucina: dal testo in esame, in effetti, sembrerebbe per lei confermata la fama di donna - come disse Sollaccio da Fiesole, rivale in amore del Poeta - «brava nell'alcova / più ch'a far du'ova».
[7] "l'ascensore": parrebbe confermata l'ipotesi, da più parti ventilata, secondo cui, già agli inizi del XIV secolo, esistessero strumenti atti a consentire il trasporto in verticale di persone e cose. Ascensori, insomma.
[8] "un'horrida megera": si tratta di Maria Di Panicale, che peraltro non doveva essere così terribile come la descrive il Nostro. Di lei scrisse Sollaccio da Fiesole: «Ell'era enorme tanto nell'aspetto / quanto nell'arte di bocca e di letto».
[9] "aulente": "profumata". Naturalmente è detto con malcelato sarcasmo. Il verso in questione - come i seguenti fino alla conclusione del sonetto - sembra essere frutto di un ripensamento del Poeta. Una prima versione del componimento, infatti, presentava sostanziali differenze in questa seconda parte, che risultava così concepita (a partire dal 7° verso):
(...) Quand'ecco che la porta di lamiera bloccòssi tosto come se un bottone
premuto fosse stato di nascosto da dita manigolde e galeotte, che adesso mi premevano 'n quel posto
ove pure col sole è sempre notte. Compresi a qual periglio fossi esposto e ne scampai dopo feroci lotte.
Come si noterà, l'epilogo della vicenda, stando a tale versione, appare affatto differente e scevro di riferimenti a presunte iniziazioni sessuali (cfr. cuntra, infra n.5): qui l'incontro carnale sembrerebbe essere stato scongiurato dal ricorso alle cosiddette "maniere forti".
[10] "come di montone": che Maria Di Panicale puzzasse di montone ci è confermato dagli episodi narrati dal Fedrenghi nel discusso poemetto L'agreste Maria che tutti gli odori si porta via (Treviso, 1870), opera stroncata dalla critica passata, presente e, con tutta probabilità, futura.
[11] "là varcai la soglia": ardua l'esegesi del finale di questo sonetto. Secondo alcuni (il Carminati, ma persino l'attento Bussolotti), il passaggio oltre la soglia sarebbe da interpretare in senso stretto, come uscita dall'ascensore. Per altri, invece, il "passaggio" è metaforico e andrebbe inteso come iniziazione sessuale: a conforto di quest'ultima tesi, alcuni commentatori citano Sollaccio da Fiesole che, a riguardo, ebbe sarcasticamente a declamare: «Gl'era occupato l'ascensore / per la bellezza di du' ore, / ma gl'eran più occupati / quei che v'eran intrati.»
[12] "atro": "scuro", "tetro", "buio". Un "fondo de li abissi" che si rispetti è sempre "atro". Il Poeta, da buon conoscitor dei "tòpoi" letterari, usa l'aggettivo "atro", forse con disinvoltura addirittura eccessiva. Si espone così a critiche aspre, anche se, talvolta, poco comprensibili: è il caso del Carminati il quale annota, forse aspirando a vette di umorismo per noi inaccessibili: «E' proprio il caso di dirlo: quando il gatto non c'è, i... "tòpoi" ballano!» (cfr. Carminati G., Difficoltà interpretative in Caredduccio, Vol. II, Firenze, 1970, p.419)... Esterrefatti, gettiamo la spugna esegetica.
[13] "co' suo' sei occhi": Cerbero, mostro degli Inferi, aveva come è noto n°3 teste. Ciascuna di esse aveva n° 2 occhi. Il Nostro, con una operazione aritmetica facile facile (una moltiplicazione siffatta: 3 X 2 = 6), ricava il totale degli occhi di Cerbero.
[14] "quel sadico tuo dire...": colui che ha sottratto al Poeta l'orinale (trattavasi probabilmente del solito Sollaccio da Fiesole), non pago del furto perpetrato, stimola l'impellente minzione del Caredduccio, ripetendo le paroline "pissi-pissi!". Si tratta di un espediente molto comune, da sempre utilizzato per favorire l'espletamento delle funzioni fisiologiche più liquide. Adoperato ai danni di un soggetto incontinente, qual era il Nostro, esso diventa invece - e il sonetto ne dà conferma - un sadico divertimento e niente più.
[15] "orbato": "privato", "espropriato", "spogliato". Insomma, il significato è chiaro. Eppure il Carminati insiste, e propone "accecato", chiedendosi poi, con stupore, «quale mai possa essere il senso da attribuire al verso» (cfr. Carminati G., Il verbo "orbare" in Caredduccio, II^ Ed., Firenze, 1968, p. 574).
[16] "impetro": sta per "supplico", "chiedo pietosamente". Il Carminati pare aver preso di mira questo sonetto. Infatti, considerando "impetro" un aggettivo e collegandolo al sostantivo "indugio", conclude trionfalmente così parafrasando: «Perciò, senza dilungarmi in attese pesanti come pietre...». Un'interpretazione che lascia francamente allibiti.
[17] "persona lepida et amena": in effetti, Sollaccio da Fiesole (che abbiamo indicato come il maggior indiziato in relazione alla vicenda in questione), oltre che di grande amatore, aveva fama di persona di spirito e d'animo salace. Ciò parrebbe argomento decisivo a favore della sua colpevolezza. Quel mattacchione di Sollaccio, tuttavia, in merito ebbe laconicamente a declamare: «I' non son stato, perché non son uso / de la facezia far cotanto abuso: / io stava rannicchiato in un cantuccio / alla mi' casa e non dal Caredduccio!». Un alibi che, tuttavia, pare raffazzonato alla bell'e meglio.
[18] "contener la piena": straordinaria la raffinata incisività di quest'ultimo verso. Il Poeta si sente in trappola e non spera più di riuscire ad arginare la minzione che, simile ad un fiume in piena, è in procinto di tracimare disastrosamente. E' raro trovare, in letteratura, immagini altrettanto suggestive e cariche di identica, struggente apprensione urinaria.
[19] "il cinto erniale": l'utilizzo di una sorta di cintura di pelle per lenire i dolori dell'ernia era prassi diffusa anche all'epoca del Caredduccio (il quale, peraltro, non ne ebbe mai bisogno, essendo stato affetto da ernia inguinale in età infantile e perciò sottoposto ad intervento chirurgico: dell'operazione il Poeta ebbe a lamentarsi, dando immediatamente alle stampe il celebre distico: «Qual beffa infame, qual ribalderia / l'avermi oprato sanza anestesia!»). L'esistenza del cinto erniale, in ogni caso, è un dato storico di ardua confutazione. Più controverso, semmai, è il senso metaforico che nel testo viene ad esso attribuito. Secondo la critica prevalente, il cinto erniale verrebbe a rappresentare, agli occhi del Poeta, il “simbolo delle sovrastrutture che irreggimentano il comune pensare entro alvei concettuali vieppiù limitati e limitativi” (cfr. Bussolotti E., L'ernia emblematica - Riflessioni sulla poetica di Caredduccio da Nùgoro, Vol. I, Milano, 1965; Stacchino G., Il cinto erniale nella poesia italiana del Trecento, Asti, 1963).
[20] "costretti per costrutti a stare": si noti la ricerca, quasi violenta, della allitterazione, come a significare che tutto appare perduto. Ma Caredduccio da Nùgoro non è nuovo a simili raffinatezze stilistiche. Vedasi più sotto: "passi e pensieri, prossimi a passare...": un serpeggiare di "s" che sembra essere un indefesso ed ossessivo sussulto sui sassi simbolici di un'asfissiante e spesso insensata sintassi.
[21] "meno gramo": "meno misero", "meno infelice". Ancora una svista del Carminati che legge "menagramo" ed interpreta il tutto come un irritato insulto cosmico: «Ah! Mondo iettatore!».
[22] "ferro toccare": si tratta dell'atto scaramantico del toccar ferro. Sollaccio da Fiesole confessava di reputare antiquata questa pratica scaramantica e suggeriva qualcosa di più incisivo: «Più che ferro toccar, fors'io direi / di smanazzar li santi zebedei». Sollaccio, come si vede, non eccelleva in finezze linguistiche.
[23] "siccome stral da petto di cau-bòi": questo è il verso che ha destato maggiore stupore fra gli studiosi. E' straordinaria, infatti, la capacità precognitiva del Poeta, che fa uso di un vocabolo inequivocabilmente traslitterato dalla lingua inglese (“cau-bòi” = “cow-boy”), idioma che, a rigor di cronologia, avrebbe dovuto essere ignoto alla cultura del XIV secolo. Ciò sta evidentemente a dimostrare l'enorme erudizione del Caredduccio, in grado di sopravanzare addirittura l'umano scibile della propria epoca.
[24] "poscia d'aver visto la partita": "dopo averne visto l'uscita", cioè "dopo averla vista uscire". Ma c'è chi dissente, primo fra tutti il Carminati, per il quale il termine "partita" andrebbe inteso come «importante incontro di calcio fiorentino, dopo aver assistito al quale, ci si può anche abbandonare al definitivo abbraccio della Nera Mietitrice» (cfr. Carminati G., Il tifo - sportivo e non - in Caredduccio, Firenze, 1969, p.221). Obiettivamente, ci pare una forzatura. [25] "San Valente": trattasi di licenza poetica. "San Valente" sta per "San Valentino", festa degli innamorati. Sulla dubbia veridicità di un dono fatto da Laura al Poeta, vedasi Bussolotti E., Cleptomania e comportamenti devianti in Caredduccio, Vol. IV, Milano, 1968, p. 98.
[26] "una pulzella": la critica si è accapigliata nel tentativo di dare un nome a questa "pulzella". Secondo alcuni chiosatori contemporanei del Caredduccio (Ugo Della Bandana, Ludovico Berenici, Citto Angelieri, et al.), si tratterebbe di Marianna Dei Siniscalchi, una giovane fanciulla di nobile famiglia che, abbandonate le ricchezze paterne, si dedicò alle lussurie più invereconde. Secondo altri, la ragazza sarebbe una mera invenzione letteraria del Nostro. Al riguardo, Sollaccio da Fiesole andava declamando: «Dico ch' un c'era punto una pulzella, / sinnò la mi facevo puro quella!». Un evidente messaggio cifrato al Caredduccio, al quale Sollaccio (specificando "puro quella") vuol far intendere di aver già posseduto ad libitum l'onestissima Laura.
[27] "Deh, ... si turbi sì, per poco o niente!": il testo va così interpretato: "Deh, non diventate tanto rossa in viso, per aver visto così poco, anzi niente, di sconveniente!". Ma per il Carminati: «Deh, non è la moglie del fio che turba la Vostra bella guancia; sì, lo è, ma per poco o niente !» (cfr. Carminati G., Difficoltà interpretative in Caredduccio, Vol. III, Firenze, 1970, p.278). Apprezzabile l'impegno, ma una simile lettura collide col senso complessivo del testo e, più in generale, con quel minimo di senso compiuto cui dovrebbe sempre ispirarsi qualunque apprezzabile asserzione umana.
[28] "Non arrossossi...": "non si arrossò il mio viso per il fatto di aver visto il Vostro petto,..."
[29] "imporporossi 'nvece pel difetto...": "si imporporò, invece, a causa della mancanza...". La parafrasi proposta dal Carminati, ancora una volta, è talmente fuori dal coro da meritare citazione e pubblico ludibrio: «un pelo difettoso, invece, si imporporò». Al lettore ogni commento.
[30] "sospensore": il "sospensorio", tipo di mutanda assai di moda in quell'epoca ed usata tuttora da soggetti in odor di parafilia.
[31] "ne sorte fôra l'augelletto": il poeta è stato penosamente colto colle pudenda in bella vista, e ciò ha fatto arrossire la fanciulla. Quanto al vezzeggiativo-diminutivo "augelletto", c'è da dire che il Nostro, a detta di Sollaccio da Fiesole, «C'aveva al posto de la su' natura, / un picciol bozzoletto che pareva / un cecio o un ravanello in miniatura./ Eppure, d'esser homo egli diceva».Al di là dell'astio tipico della rivalità amorosa, pare che ciò che Sollaccio sosteneva fosse vero: lo confermerebbe lo scritto dell'Anonimo Fiesolano, Se gl'era un homo quello, i' son Madonna Emerenziana!, sagace ancorché grezza monografia sugli scarsi attributi virili del Caredduccio. [32]N.B.: Va premesso che i suddetti versi non costituiscono un sonetto, bensì tre semplici quartine. Il Caredduccio deve aver inserito nella sua raccolta questi versi, ritenendoli in linea con il percorso concettuale intrapreso, oppure per un altro motivo che purtroppo ci sfugge.
"Siccome... così...": il Poeta paragona se stesso alle barche ("legni") che vengono sballottate dalle onde del mare in tempesta. Sollaccio da Fiesole commentò sarcastico: «Più che la barca, qui s'è sballottata / la minchia mia leggendo 'sta boiata!». Trivialità del tutto fuori luogo, che cozza con la delicatezza del componimento in esame.
[33] "sartie": sono i canapi che, tesi da un lato e dall'altro, tengono rizzato l'albero maestro della barca.
[34] "Orsù!... Vieppiù!... Perdinci!": con sintesi esemplare e suggestiva, il Caredduccio fa ascoltare al lettore le urla dell'immaginario comandante dell'imbarcazione, intento a dare ordini per evitare l'irreparabile. Il Carminati, invece, ritiene che le esclamazioni siano il lamento dell'alter ego del Poeta, che interviene nel verso «come un fantasma ramingo in cerca di responsi inconfutabili» (cfr. Carminati G., "Orsù!", "Vieppiù!" e "Perdinci!" in Caredduccio, Firenze, 1971, p.315). Francamente, ci pare un'interpretazione prospiciente il vaniloquio.
[35] "volontà nascosta": neppure il Poeta sa che cosa sia questa forza che lo sospinge ineluttabilmente verso il linciaggio ogni volta che mette piede fuori di casa. I detrattori ipotizzano che una delle cause di tale persecuzione fosse rappresentata proprio dalle opere stesse del Caredduccio, catalizzatrici di pulsioni sovente incontrollabili.
[36] "pace non ho...": in effetti, si narra che nell'ultimo scorcio di vita che precedette la morte per lapidazione, il Nostro desse segni di instabilità mentale, imputabile probabilmente a quest'ansia continua, a questo malessere interiore (nonché, probabilmente, allo stato di etilismo cronico in cui egli versava). Il giorno antecedente al decesso, infatti, la donna che curava i lavori domestici in casa del Poeta, Anita Bellomo, vide il Caredduccio in preda a crisi depressive assai forti, tali da indurlo a vivaci ma inconcludenti conversazioni con un candelabro in peltro.
[37] "lacché": "leccapiedi", "galoppino". In questo componimento, con un ritorno alla tradizionale forma del sonetto, il Caredduccio cerca di auto-definirsi, come artista e come uomo. Si tratta di una sorta di testamento spirituale, posto ad ideale chiusura della raccolta. Il Nostro dice di non considerarsi un poeta (Che modestia! Lo è, eccome se lo è!), ma un semplice "giullare degli Dei" [cfr. infra, 6° verso, n.4; v. anche la Nota Biografica in sede di presentazione].
[38] "giacché... lacché dacché", "d'alloro il loro...", "repente... riprende": come già sottolineato in altre note a piè pagina di precedenti liriche, Caredduccio da Nùgoro amava ricorrere all’allitterazione. Tanto è vero che le cronache dell'epoca (Ugo Della Bandana, Citto Angelieri, et al.) ce lo dicono autore di una raccolta poetica mai rinvenuta, dal titolo Le figlie sciocche, o forse Le fole sciocche, opera nella quale abbondavano scioglilingua e giuochi di parole.
[39] "poeta laureato": duole e gratifica a un tempo ricordare che, molti secoli dopo, un poeta del calibro di Eugenio Montale avrebbe spudoratamente e furtivamente attinto a questi versi del Caredduccio, scrivendo nella sua celebre lirica I limoni: «Ascoltami, i poeti laureati (...)». Un plagio bell'e buono, che tuttavia - ironia della sorte - ha regalato notorietà (e Nobel) a colui che vergognosamente se ne rese artefice...
[40] "giullare degli Dei": secondo la migliore critica, è incontestabile l'accezione positiva di tale autodefinizione. Tra i commentatori dell'epoca, invece, il dibattito era aperto. Sollaccio da Fiesole, in particolare, ebbe così a sentenziare: «Gl'era così faceto et imbecille / ch'un se ne trovan pari tr'altri mille!».
[41] "fiate": "volte". Si noti l'eleganza dell'enjambement: "centotrentasei / fiate".
[42] "la Dea Sphyga": le due consonanti "ph" vanno lette come "f", e la Dea in questione, ignota alla mitologia classica, è la divinità che sovrintende alla sfortuna degli umani (e la dispensa con prodigalità). Caredduccio aveva fama d'essere nelle grazie, diciamo così, della Dea Sphyga: tant'è che alcuni autorevoli studiosi (Stacchino, Bussolotti) attribuiscono proprio al Caredduccio l'ironico saggio Della Dea Sphyga e delle mille Ninfe che sovente la secondano.
[43] "idiozia": il termine va inteso, anche qui, cum grano salis. Il Poeta non era idiota. Tutt'altro. "Idiozia" sta qui per "voglia di vivere", "spensieratezza". Al limite, "mancanza di perspicacia in eccesso". Ma non idiozia, per diamine!
[44] "auriga": "nocchiero", "conducente" e, nel caso di specie, "guida spirituale": l'idiozia è la guida spirituale del Poeta.
[45] "talché": "in modo tale che": rifuggiamo con ribrezzo dalla parafrasi del Carminati, che prima interpreta il "giacché" del secondo verso come (citiamo testualmente) «diminutivo di giacca; giacchetta», e poi traduce "talché" come «polvere di silicato idrato di magnesio usata in cosmesi per asciugare l'epidermide» (cfr. Carminati G., Difficoltà interpretative in Caredduccio, Vol. IV, Firenze, 1970, p.307). Il Carminati sì che pare avere come auriga l'idiozia intesa in senso stretto!...
[46] "Ahi, cos'ho mai perduto!": il Poeta sente d'essere ormai vicino alla rottura del rapporto che lo lega alla sua amata Laura e di ciò, miseramente, si lagna. E' questo uno dei sonetti più struggenti del Nostro, benché non manchino trascurabili pareri discordanti. Il Carminati, ad esempio, nuotando contro la migliore corrente esegetica, ipotizza che, nella versione originaria, il testo alludesse allo stato di etilismo cronico in cui versava il Poeta negli ultimi suoi anni di vita (quello che, poco felicemente, fu definito dai biografi del Caredduccio, il suo "Periodo Brûlé"). Secondo l'interpretazione del Carminati, dunque, nel secondo verso - successivamente «manipolato per mano di ignoti» (sic!) - "bene" andrebbe sostituito con "bere", e "divino" scisso in "di vino": l'intero componimento sarebbe allora, citiamo testualmente, «il lamento del Poeta, ma più tosto dell'uomo, al quale i medici hanno inibito l'assunzione di alcolici, invitandolo invece ad ingerire almeno un uovo sodo o, compatibilmente con le sue disponibilità finanziarie, anche qualcosa di più corposo, come una bella aragosta» (Carminati G., L'etilismo in Caredduccio, Firenze, 1972, p.191). Non ci sentiamo di poter aggiungere alcunché.
[47] "sanza mai venir al sodo": "senza mai conchiudere", "andando sempre in bianco". Come è noto, all'epoca del Nostro, era sufficiente ricevere "'l saluto e l'occhiolino" da una donna, per sapersi ricambiati nell'amore. Quanto all’occhiolino che Laura, a detta del Caredduccio, era solita fargli, ci corre l’obbligo di riferire quanto narrato da Ugo della Bandana nelle sue Croniche melanconiche: «Ella [Laura] palesava, pur ne la summa honestade de lo guardo, siccome un nervoso contorcersi del ciglio dextro, repentino et verisimilemente ingovernato, in guisa tale da dar loco ad erronei intendimenti et vulgari mormoratïoni». Anche volendo prestar fede all’ipotesi che Laura fosse affetta da tic nervoso all’occhio destro, non ci pare arbitrario ritenere che qualche ammiccamento, all’indirizzo del Poeta, ella l’abbia effettivamente ed intenzionalmente rivolto. Ci risulta infatti francamente difficile credere che, sulla base di un banale equivoco, abbia potuto prendere corpo un’opera poetica tanto intensa e coinvolgente, quale quella che ci onoriamo di commentare in questa sede.
[48] "ne la procella": "nella tempesta". Ma Sollaccio da Fiesole giocò crudelmente con il termine "procella": «Più ancor che del vital cammin procella, / Laura gl'è un'insaziabile porcella». Si tratta evidentemente di una provocazione, di una maldestra pensata del Sollaccio, per far credere al Poeta che Laura non fosse tanto onesta quanto invece era.
[49] "et calca et salta et mi calpesta apposta": si noti ancora il parossistico ricorso all'allitterazione, arte nella quale il Caredduccio eccelleva. Basti pensare che persino sulla propria lapide egli pretese fosse iscritto l'epitaffio seguente: «Qui giace palliduccio il Caredduccio: / tu che t'approcci, slàcciati il cappuccio!».
[50] "Sì che la sorte mia... lo scotto de la bollitura": versi che - senza retorica - paiono scolpiti in punta di cesello, a sempiterna memoria del delirio amoroso che alligna nella mente di ogni amante in preda al panico dell'imminente abbandono. Benché ogni parafrasi rischi di appiattire l'eccezionale altitudine di questi versi, il loro senso può riassumersi nei termini seguenti. Il Poeta si paragona ad un'aragosta che, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, viene gettata, viva, nell'acqua bollente: simile è appunto la sorte toccata al Caredduccio, il quale si accorge che l'atteggiamento della sua amata è mutato (dato che ella lo tratta ora "a stregua d'umile zerbino") e ciò, nella mente del Poeta, viene interpretato come probabile preludio alla tragica fine ("bollitura") del rapporto amoroso.
[51] "mòvemi il core... Sollaccio": più di ogni altra bruttura, ciò che ispira odio e incute timore al Caredduccio è la vista di Sollaccio da Fiesole, definito "sarcastico" nel finale di quartina. Che tra i due non corresse buona acqua già si intuiva. Ma si noti come, in questo sonetto esplicitamente dedicato dal Poeta al suo rivale in amore, emerga un elemento nuovo: non solo, infatti, Caredduccio da Nùgoro dichiara di odiare il Sollaccio (cosa, per molti versi, comprensibile), ma confessa anche di averne paura. Secondo alcuni biografi, il timore sarebbe conseguente ad un episodio ben preciso della vita del Nostro. Una notte di maggio dell'anno 1351, mentre egli percorreva le campagne fiesolane ripetendo ad alta voce alcuni versi da rielaborare, una figura nera gli si parò improvvisamente davanti, brandendo nella mano sinistra una mannaia. L'orrida maschera gridò: «Pàrtiti, homo!».Benché non ne avesse le prove, il Poeta sospettò sempre del Sollaccio, avendone riconosciuto l'impugnatura mancina e la voce, peraltro abilmente camuffata. Una settimana dopo, inoltre, Sollaccio da Fiesole declamò in pubblico una poesia sull'imperturbabilità d'animo, con impliciti riferimenti all'episodio.
[52] "metter terzi in grave impaccio": "mettere gli altri in gravi difficoltà". E' evidente che la vicenda richiamata nella nota precedente rientra nel novero delle azioni disdicevoli che il Poeta rimprovera al Sollaccio.
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Ringrazio di cuore l'Aut... ehm... il curatore di questa godibilissima antologia di sonetti.
E' da leggere subito e stampare... prima che venga buio!
UMORISMO E CAPACITA' POETICA ALLE STELLE!