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“SA CANTONE ‘E FLORA”: UNA STORIA TRA LE RIME DELLA POESIA

pubblicato 04/feb/2010 07:48 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 04/feb/2010 09:21 ]

 “SA CANTONE ‘E FLORA”:

UNA STORIA TRA LE RIME DELLA POESIA

di STEFANO FLORE


ATTENZIONE: CHI VOLESSE LEGGERE QUESTO ARTICOLO IN LIMBA SARDA CLICCHI QUI



Il giorno 11 luglio 1899  moriva  il poeta Bartolomeo Serra,  detto Bartulu o Bertulu. Aveva 34 anni ed era nato  a Tissi (SS) il 21 febbraio del 1865 da Giovanni Serra di Thiesi e Maria Pitalis di Cheremule.
[1]

              Il nome di Bartolomeo Serra è legato a una piccola raccolta di poesie  in lingua sarda,  pubblicata per la prima volta dall’editore Gallizzi di Sassari nel 1893, che aveva per titolo S’amore cambiadu in odiu - cumpostu dae Bartolomeo  Serra - pro usu e consumu de sa gioventude.

(L’amore cambiato in odio –composto da Bartolomeo Serra per uso e consumo della gioventù)

              Il tema, come già dice il titolo, era l’amore:  protagonista l’autore, coinvolto in  una  travolgente  passione  per una bella donna,  che  convenzionalmente chiama  Flora[2], dalla quale era stato, a suo dire,   brutalmente  ingannato,  e che perciò meritava  il suo rancore e tutto il suo disprezzo.

              Nella  introduzione il poeta,  dopo aver manifestato la sua   amarezza, offre ai giovani nei versi di una quartina il proprio consiglio per prevenirli dal pericolo delle belle donne:

 

Pro la leare bella e incostante                             Per prenderla bella ed incostante

Menzus una feona e vera amante                        Meglio una bruttona e vera amante

A su mancu gosades allegria                               Almeno ti godi (godrete) in allegria

Tottu su tempu de sa pizinnia.                              Tutto il tempo della giovinezza


Il poeta  racconta  i  contrastanti risvolti della sua storia  con dovizia di particolari, ma anche con una lingua piana tratta dall’uso quotidiano, dimostrando così  le grandi capacità di poeta-narratore che lo hanno reso famoso. 

              Egli  descrive  la dolcezza dell’innamoramento e lo sviluppo della passione sino  alla  certezza

dell’amore della donna, inteso come possesso:


“De Flora possessore                                           Possessore di Flora

Padronu e mere a mind’aprofettare”.                   Signore e padrone  di approfittarne


Ma questa sicurezza crolla di schianto di fronte  alla  leggerezza  o alla volubilità  giovanile  di Flora che lui, nella  sua incapacità di rassegnazione,  considera  tradimento.

Di conseguenza  reagisce  con l’amarezza cupa del risentimento che lo porta alla “vendetta” poetica: “S’amore cambiadu in odiu”.

              La pubblicazione ebbe un grande successo.  Diffusasi rapidamente in tutta la Sardegna, in particolare quella del centro nord, stimolò la fantasia popolare suscitando  opinioni contrastanti, che hanno coinvolto in un  appassionato dibattito diverse generazioni di lettori,  tanto che   fu presto rititolata  e ristampata  successivamente come Sa cantone de Flora.

              Sa cantone   é stata senza ombra di dubbio tra le poesie  più popolari e conosciute  dai nostri nonni e dai nostri padri, tanto che, per additare una donna di facili costumi, era uso dire: Cussa est una Flora. Medium di questa popolarità è l’unico e vero circuito di diffusione della cultura popolare dei  tempi,    sos cantonarzos  o bendidores  de cantones, venditori ambulanti di poesie che, nonostante i collegamenti viari  e i mezzi pubblici  oltremodo precari, raggiungevano comunque,  nel  loro continuo girovagare, anche i  più piccoli centri della  Sardegna, servendosi  spesso di  mezzi di fortuna.

La loro  bisaccia  era  piena di  piccole pubblicazioni  sgualcite che erano soliti  esporre  sulla  parte esterna della stessa bisaccia, sulle soglie delle case,  in sos zilleris  e soprattutto nei  ritrovi o nelle feste paesane.  

              La gente si avvicinava incuriosita dalla novità e comprava i sonetti,   sos gosos  (canti religiosi), sas  modas, storie mitologiche e umoristiche,  racconti biblici, composizioni in suspu (sotto metafora) di fatti di cronaca nera  presenti nella  tragica attualità  di quel periodo,  contados o scritti  nelle diverse composizioni tradizionali  metriche ed in rima.

              Queste figure, oramai lontane dalla memoria, piace ricordarle  mentre contrattavano il prezzo o rispondevano alle  domande dei curiosi  che li circondavano;  spesso leggevano e   recitavano a memoria i componimenti, per metterne in   evidenza la musicalità ed esaltarne  il contenuto.

                Tissi ha avuto, nell’ Ottocento, una  importante tradizione poetica, documentata da un tissese insigne, il  dottor Andrea Mulas[3], con una interessantissima  pubblicazione   in cui si  può   scoprire, tra l’altro, che la poesia non era praticata solo dagli uomini ma  anche dalle donne, capaci di controbattere    in rima  a qualche provocazione maschile  o di improvvisare  poesie umoristiche in occasione delle feste carnevalesche[4]

              Il dott. Mulas non menziona mai Bartolomeo Serra e dichiara che, dopo il poeta   Pietro Cherchi (nato a  Tissi il 13 aprile del 1779 e morto  l’ 8 marzo del  1855,  sagrestano, cieco dall’età di due anni), la  poesia sarda è decaduta. La causa a suo parere è “ l’imitazione  dei poeti colti (...) perché ai costrutti ed alle frasi tutt’altro che sarde aggiungono la movenza del verso che risente troppo dell’andatura  italiana”.

              Sa cantone de Flora risente parecchio di questa  “andatura  italiana”: in quegli anni, l’italiano iniziava ad   affermarsi come lingua dominante con l’istituzione,  nei primi anni  Sessanta, delle prime scuole comunali e  dell’istruzione elementare obbligatoria sancita con la legge Coppino del 1877.  Sebbene   la poesia  di Bertulu Serra  non sia dunque da considerarsi  di  particolare  pregio linguistico,  evidentemente con il successo decretato, i lettori hanno voluto premiare l’avvincente storia a scapito della forma, riconoscendo di fatto l’estro  poetico  dell’autore.

              Cercando di inserire gli avvenimenti nel contesto ambientale, si riscontra  dai censimenti che, nell’anno 1881, Tissi aveva 1472 abitanti, che  20 anni  dopo, nel 1901, si riducevano a 1202.

Fimis in Sant’Andria

De s’annu ottantasese.

 

       Nell’anno  1886 i nati nel paese  erano 53, i  morti 36 e i matrimoni 12.[5]

             

 In quell’anno veniva chiamato per la seconda volta alla visita di leva, con la classe 1866,  Serra Bartolomeo,   di “statura 1,67 e mezzo,  capelli castani lisci, colorito bruno, dentatura sana, alla ventura per cheratite” (rivedibile per infezione alla cornea), che veniva riformato definitivamente a. Cagliari  il 29 agosto del 1887[6].

              La curiosità di tanti  che negli ovili o nei focolari leggevano i versi in rima di questa poesia,  è stata sempre imperniata su tre domande principali:

1)  Chi era in realtà Bartolomeo Serra?

2)  Chi   si nascondeva   sotto il nome di Flora?

3)  Come  si era veramente svolta  tutta la storia?

              Domande non facili, alle quali si cercherà di dare solo qualche parziale risposta, facendo ipotesi  plausibili in base  a  quanto è stato scritto dal poeta stesso o accertato  dai riscontri documentali disponibili negli archivi, con l’intento di ricordarli entrambi: il poeta nella ricorrenza del centenario,  Flora  nel quarantennio della morte.

              La storia “cantata” di Bartolomeo Serra ha inizio una mattina:

 

Mentras ch’unu manzanu

Mentre una mattina

De una die de festa

Di un giorno di festa

Andesi a cheja impaghe e amore

Andavo in chiesa in pace e amore

Innozente e bajanu

Innocente e solo

Senz’ ateru in sa testa

Senz’altro nella mente

Che amare e servire su Segnore.

Che amare e servire il Signore

 

 

              Al momentodell’omelia va “Giuanne ‘elogu a sa trona a preigare”, e l’autore si alza in piedi come si conviene,  per ascoltare bene la predica,  per l’appunto di Ioannes Maria Delogu, vice parroco del paese, come risulta dagli atti ecclesiali da lui firmati[7] .

                La  predica del sacerdote, in quegli anni di grande analfabetismo,  era qualcosa che andava oltre il rito, per assumere anche una valenza culturale, perché da essa  molte persone, ed in modo particolare i poeti, traevano elementi di conoscenza dei testi sacri, riferimenti alla vita dei santi e tante altre notizie che inserivano opportunamente nelle rime dei loro componimenti.

              Il poeta, ad un certo punto, viene disturbato da alcune voci che dietro di lui commentano: 

 

 

Preigadore onu

Buon predicatore

Naraiat sa zente

Diceva al gente

Biada  cudda mama chi ses fizu:

Beata quella madre cui sei figlio:

 

un modo di dire rimasto ancora in uso, che lo costringe  a voltarsi d’istinto, e ad  incontrare così lo sguardo ed il viso di Flora, che lo rapisce totalmente.

              Bartolomeo  rimane  come incantato per tutta  la messa, con le spalle rivolte verso l’altare, insensibile ai solleciti delle persone amiche che cercano di riportarlo al rispetto dovuto  ai riti della funzione religiosa. 

              Tornato a casa si ritrova in uno stato di grande turbamento  e agitazione, tanto che, dopo uno scambio di messaggi  per mezzo de sa  mandataria, decide, come era allora d’uso, di organizzare una serenata.

              Per l’occasione compone delle bellissime rime, ricche di riferimenti mitologici, e  coinvolge  per il canto serale  i suoi più cari  amici.

 

Cun promissas, e donos,

Con promesse  e doni

Fatt’a sos pius bonos

Fatti ai più buoni

E sinzeros cumpagnos chi tenia

E sinceri compagni che avevo

........

..........

B’est compare Giuanne

C’è compare Giovanni

Compare Sarvatore

Compare Salvatore

E compare Franziscu pro sonare

E compare Francesco per suonare

............ 

………

Flora fit accherada  

Flora era affacciata

Dai tesu s’idiat su lugore,

da lontano si vedeva la luce,

.............

……….

Fit una notte de Friscu   

Era una notte fresca

E senz’umidu in terra

E senza umido nella terra

Chi nd’aiat su gustu a girare

Che dava piacere a girovagare

E compare Franziscu

E compare Francesco

Sonende sa chiterra 

Che suonava la chitarra

A narre chi cheriat faeddare,

diceva di voler parlare,

 

              Sono versi descrittivi  molto lineari, che hanno  un modo di esprimersi  “ popolano”, ma con una grande musicalità che li rende di facile memorizzazione. Nella vita paesana, dove le notti erano immerse nel silenzio profondo, una serenata era senza dubbio un fatto non comune; in genere una pubblica dichiarazione d’amore, ma insieme il mezzo per avvisarne tutto il vicinato, allertando  le orecchie della gente per alimentare l’indomani le chiacchiere paesane.

              Finita la serenata, la comitiva sta per ritirarsi, quando  Flora invita  il  poeta  ad entrare in casa.

              Questo chiede  il permesso degli amici e:

 

Intro cun pompa e gala

Entro con orgoglio e galanteria

Perunu cristianu 

Nessun cristiano

Fit in cuss’ora che deo  cuntentu,

era in quel momento felice come me

 

                Nella descrizione del poeta  non esiste  cenno alla presenza in casa di persone adulte  che avrebbero potuto ascoltare o comunque condizionare quello che  Serra cerca di far supporre tra le righe con l’intento di  accreditare l’idea di una Flora leggera e molto disponibile.

              Tutto questo però, contrasta  con il costume proprio della società sarda dell’ Ottocento e con quella tissese  in particolare, basata su schemi molto rigidi e su meccanismi culturali che ne imponevano le regole di comportamento sociale[8]

              Sino  al 1848, anno d’entrata in vigore dello Statuto albertino, non era facile stabilire un diretto  rapporto interpersonale o amoroso tra  due protagonisti, senza il filtro dell’ assenso  dei genitori o degli anziani della famiglia, che  costituivano  la colonna portante di quel sistema e  salvaguardavano   uno  stato sociale basato  sulla  rigida divisione e la conservazione delle classi.

              Infatti eventuali iniziative  di due innamorati  per contrarre un matrimonio  clandestino con l’intento di  forzare la volontà   del tutore o del capofamiglia  erano  penalmente  e pesantemente  sanzionate dalle leggi vigenti al fine “ di rafforzare l’autorità di chi esercita la patria podestà e di scoraggiare  matrimoni di diversa condizione sociale”[9].              Le  nuove norme, emanate a seguito dell’Unità, modificarono la nostra legislazione equiparandola a quella laica in vigore in molti paesi europei, ma nonostante queste innovazioni in materia di diritto di famiglia la società  dell’epoca  continuò  a  poggiare sulle vecchie consolidate regole di comportamento sociale derivate dalla  legislazione precedente.

Nella strofa  del dopo-serenata: “Domandami a sos mannos si m’istimas” si può leggere  chiaro l’intento  di una persona   rispettosa di quelle regole sociali, e non  insensibile alle opinioni della  gente: quanto è insinuato tra le rime con una serie di sottintesi che  tendono a far immaginare  qualche concessione amorosa da parte di Flora, risente invece di qualche evidente forzatura[10].

Chi si nascondeva dietro il nome di Flora? 

              Questa domanda, sussurrata dalla  curiosità  di tutti i lettori del Serra ha dato per qualche tempo  filo alla fantasia popolare e forse per rispetto  di qualche protagonista vivente o per i sentimenti messi in gioco non ha mai avuto   una conferma  scritta,  anche se naturalmente questa risposta non costituiva un segreto per gli abitanti di Tissi.

              Nel  tentare di ricostruire qualche frammento della storia che sta dietro la  poesia, la necessità di scoprire chi  era  Flora è un elemento quanto mai essenziale. 

              Secondo le fonti orali e le testimonianze raccolte, al nome di Flora  corrisponderebbe una Maria Luigia Masala[11], nata a Tissi (SS) il 4 settembre 1869, alle ore 4 vespertine, da Gavino Masala e Gervasia Capitta e  battezzata il giorno 8 settembre, padrini il nobile  ossese G. Battista Diaz figlio di

Michele e Candida Delogu e Felicita Solinas[12].

              I nobili Diaz possedevano a Tissi (ed esiste ancora) una casa padronale a due piani, costruzione molto rara per quei tempi. Nel centro storico esiste tuttora  anche quella che fu la casa, ad un solo piano, di Flora, morta nel  1959,  a 90 anni.

              Flora aveva 17 anni quando  ricevette l’amoroso canto della serenata nella casa  dove, sembra acclarato, viveva e che  era di proprietà, per l'appunto, del nobile Diaz suo padrino.  

              Si racconta andasse a servizio da loro o forse, come si usava allora, che fosse stata adottata dai padroni di casa come fitza de anima.

Il riscontro che  la casa dei “padroni” avesse più di un piano si può trovare   nello stesso racconto poetico:


Alzo lestru in s’iscala

Salgo svelto la scala

In su primmu pianu

Fino al primo piano

Inue fì de Flora s’apposentu.

Dove era Flora nella stanza

 

              Il  poeta si congeda da Flora quando  gli amici, lasciati in  strada,  dopo aver atteso a lungo  sono andati  via, dando fuoco  alle polveri del chiacchiericcio  paesano:

 

Bessit custu rù rù

Esce questo rù rù

A dolu mannu meu

Con moi grande dolore

E cominzat sa idda a murmurare

E comincia il paese a mormorare

tottu istan ciù ciù,

Tutti fanno ciù ciù

Gesù, ite coju feu

Gesù che brutto matrimonio

Mirade a chie solene leare

Guardate chi si vuol prendere

Unu mes’ acudidu.  

Uno mezzo straniero

 

              Questa ultima strofa è riferita al fatto che i genitori  di Bartolomeo Serra non erano tissesi, ma “forestieri” originario di Thiesi il padre e di Cheremule la madre.

              I contrasti  e le  perfidie di chi era avverso al matrimonio  continuarono per circa tre mesi, da novembre  a febbraio; esattamente sino al sabato di carnevale del 1877, quando,  dice il poeta,

Si truncat su tropogiu 

E faghimus su coiu.                                   

   “Faghere su coiu” era un’ espressione che derivava dalla certezza  riposta sul valore assoluto della parola data dai “grandi della famiglia”, dalla quale non era facile, a Tissi come in tante parti della Sardegna, pensare di potersi sottrarre[13].

              Peraltro Serra non menziona mai in tutta la  poesia  nè il padre di Flora  né alcun altro soggetto del suo nucleo famigliare, ma ha sempre come unico  referente  la madre della ragazza.

              Tutto questo ha una precisa ragione: infatti il padre di Flora, Gavino Masala, risulta  deceduto a Tissi all’età di 50 anni, “sepolto in Die Decima  Junii,  Millesimi  Octingesimi Septuagesimi Primi” (10 giugno 1871), lasciando orfana la figlia  di  appena  2 anni[14].

                 In occasione del fidanzamento, su coiu,  si fa una festa che il poeta, stranamente, nei versi seguenti omette di descrivere: “Chi seguente no la manifesta”, nonostante si fosse impegnato nell’unica nota apposta alla prima edizione: “Su coju si pubblicat in su segundu volume”.

              Dall'analisi di quanto si è detto sinora, considerando  il percorso dei versi, così pieno di dettagli, anche i più insignificanti, che sono entrati di getto nella descrizione  poetica  e che, come si è avuto modo di sottolineare, contengono molta gestualità e molto movimento, viene da chiedersi: “Come mai il poeta ha omesso di raccontare  un evento così importante?” 

              Per capire che cosa fosse a Tissi il fidanzamento, proviamo a seguire che cosa ci racconta  una fonte di prima mano e attendibile come il Mulas:  

“..occorre dire qualche cosa sulla usanza che vi é a Tissi  all’atto del fidanzamento di una ragazza che avviene sempre nelle prime ore della notte. Lo sposo accompagnato da parenti ed amici (escluse le donne) si reca a casa della sposa, avvisando questa del prossimo arrivo con parecchi colpi d’arma da fuoco. Appena la comitiva,  arriva  in casa della sposa, il padre di costei, che é circondato da tutti i suoi parenti ed invitati, domanda ad alta voce: <<Che vuole tutta questa buona gente in casa mia?>> Il padre dello sposo risponde:<<Siamo venuti per quel certo affare che si era combinato.>> Il padre della ragazza fa lo gnorri e ridomanda:

<< Cosa si era combinato?>> E l’altro: <<Si era combinato di sposare mio figlio... Tizio con, tua figlia... Sempronia>>.

<<Allora (riprende il padre della sposa) tuo figlio Tizio riconosca prima il padre e la madre della sposa e poi la sposa stessa>>”[15].

.              Il  rituale del fidanzamento non era, dunque, un fatto privato ma un momento di festa  che coinvolgeva parenti, amici e che rendeva partecipe tutta la comunità. 

              Nella logica del racconto questo vuoto  è in condizione di riempire di dubbi tutto il credito dato alla storia,  anche se si preferisce pensare che ogni artista ha bisogno di far lievitare la fantasia per rendere  più interessante la propria opera: nel periodo in questione, infatti, i poeti erano considerati alla stregua di mostri sacri, ai quali erano permesse licenze precluse ad altri[16].

Per confermare il timore che incutevano i poeti e la loro poesia,  basti ricordare una frase, abbastanza comune, che si usava per intimorire le persone,- e in modo particolare le donne- perché non uscissero dagli schemi  convenzionali: “Ista attenta, no ti ponzant cantone”,alla quale poi é stato aggiunto:”comente a Flora!”.

              La domenica sera, dopo la giornata passata assieme, Bartolomeo invita  Flora ad uscire per i festeggiamenti del  Carnevale, ma  lei rifiuta:

 

Nesit: chi no fit sana,

Diceva di non star bene

Nd’haiat pagu gana,

ne aveva poca voglia

 

              Così il  poeta decide di rinunciare, per solidarietà,  alla festa e si ritira, solo e pensieroso, nella propria abitazione.

              Evidentemente non era tra le usanze nuziali  tissesi permettere ai due promessi sposi di  dormire assieme dopo s’ aperaulamentu o s’assiguronzu[17].

Finisce a questo punto la parte idilliaca della storia d’amore  tra Flora e Bartolomeo e inizia tutta una  serie di incomprensioni che trasformano il  dolce canto,  prima  pieno di  speranzose  promesse, in  fosche rime cariche di rancore, dove la poesia diventa il mezzo per manifestare le ragioni del  sospetto.

              Il racconto  prosegue. Dopo cena

 

 

 

Mi leo su capotto 

Prendo il cappotto

E sonat su lerozu e fint sas’ otto

E suona l’orologio e son le otto

.….

…..

E  mi sezzo in sa gianna a s’iscuru

E mi siedo sulla porta al buio

Passat unu in carrela

Passa uno sulla via

Issu mi narat: ciau

Egli mi dice: ciao

E deo li rispondo: ciau puru” , 

ed io gli rispondo: ciao anche a te”,

 

              E’ questa persona, di  fronte alla desolata solitudine carnevalesca[18] del poeta, a dirgli  che Flora sta ballando con un altro.

 

“ - Nesit:  Ite ses nende

“- Disse: cosa dici

Mi chi Flora est ballende

Guarda che Flora sta ballando

............ 

……….

Tando no l’happo ida 

Allora l’ho vista

Ch’est cun d’un’ atteru a mascara estida.

Con un altro vestita a maschera

             

Inizia a questo punto un interessantissimo contraddittorio, in cui il poeta fa valere le proprie ragioni  sulla assoluta  fiducia accordata alla donna amata e descrive  poeticamente anche  le ragioni  dell’amico   nella sua  verità e   assoluta  buona fede, con dei botta e risposta degni di un vero teatro popolare, con  molti richiami  a sas garas  poeticas   ed alle dispute a temi contrapposti che tenevano, (e per fortuna  tengono ancora, in alcuni casi) i nostri tradizionali  poeti estemporanei nei palchi delle piazze, in occasione delle feste paesane.

Negli anni in questione la poesia estemporanea era praticata solo tra amici, tra un bicchiere e l’altro, in piccole riunioni conviviali,  dove  si imparavano la metrica e la rima.  La prima gara poetica in piazza  si tenne circa dieci anni dopo, in occasione della  festa della Madonna del Rimedio a  Ozieri, per iniziativa di Antonio Cubeddu che vi convocò altri poeti amici[19].

Dopo una lunga discussione, a tratti animata e minacciosa, l’autore congeda l’amico in malo modo  senza prestargli credito. Inizia contestualmente  il momento del travaglio e della riflessione:  il tarlo del dubbio comincia ad intaccare la fiducia assoluta riposta in Flora e poco prima difesa a spada tratta.

              Alla fine il sospetto prevale sulla certezza e il poeta trova conforto  e giustificazione in un riferimento biblico:

 

Dalila puru ,fit un’amorosa

Anche Dalila era un’amorosa

Femina ch’amaiat  a Sansone

Donna che amava Sansone

E a sas segus sa Traissione

Ma in seguito il Tradimento

L’hat giuttu, e diventada est inganniosa.

Gli ha portato, ed è diventata ingannatrice.

 

              E’ così che, tra   l’incredulo  e l’indignato,  va  alla festa, alla ricerca  di una smentita del dubbio che lo rode, e vede  la donna amata in compagnia di un altro che è, per di più, il suo peggiore nemico.

              A quella vista ha  l’impulso di  reagire, ma  la prudenza ed il calcolo delle eventuali conseguenze hanno il sopravvento sull’istinto: e così gira di spalle,  se ne va a casa silenzioso ed  avvisa del fatto la madre della ragazza[20].

              Per chi conosce  gli aspetti socio-culturali  della  vita paesana  di quei

tempi in Sardegna, un comportamento così disinvolto da parte della donna  era senza dubbio considerato una grave offesa  all’onore dell’uomo, ed una mancata reazione da parte di questi  non   poteva non intaccare gravemente la sua reputazione e il suo  prestigio di fronte alla società paesana, ed  anche  agli occhi  della stessa donna amata.

              Nascono a questo punto alcune domande  che hanno insita una   risposta:

1)   Come mai una promessa sposa,  che il poeta descrive innamorata, non appena  il suo uomo gira di

spalle, va alla festa in compagnia  di un altro  e per di più “nemico” del suo promesso?

2) Se  veramente nel  comportamento della donna ci fosse stata l’intenzione di una tresca, perché  sarebbe stata  così evidentemente incurante delle critiche e del giudizio della gente del proprio paese?

              In seguito Bartolomeo Serra continuò imperterrito, superando il proprio orgoglio di uomo tradito, a frequentare con assillo invadente, come racconta la stessa poesia, la casa di Flora e di sua madre, sottoponendo quest'ultima a continue pressioni  per arrivare ad un matrimonio che, da quel che si riesce a dedurre,  l'interessata non  voleva. 

              Infatti, in occasione di un battesimo[21], invitati entrambi a fare da padrini, come si usava allora, con l’intento di agevolare o  ufficializzare un eventuale fidanzamento[22], Flora rende ancora più palese la propria insofferenza nei confronti dell’uomo, andando per conto proprio alla cerimonia e rifiutando

decisa, in quella ed in altre occasioni, di farsi accompagnare dal poeta.

              L’ultimo tentativo di approccio nei confronti  di Flora, Bartolomeo  lo fa al pozzo del paese dove  lei, come Rebecca, andava a prendere  l’acqua: ma finisce con un litigio talmente aspro che  la donna alla fine lamenterà una guancia arrossata  da uno schiaffo, anche se lui nega  di averla colpita. 

              E’ così che l’amore si  cambia in odio e  Bartolomeo Serra, sfruttando le  capacità  di poeta “semianalfabeta”  come lui stesso dichiara di essere,

inizia,  forse prima di quanto nella poesia sia dato intendere, il percorso della vendetta intingendo la  penna  nel veleno  della  delusione.

              Dedica a Flora il famoso Bandu Universale, poesia in suspu, in cui la paragona ad una puddedra curridora, coinvolgendo pesantemente nelle allusioni poetiche anche la madre di lei, “puddedra ‘e bona razza e bona domo”.

              Segue anche una poesia delirante, di odio puro, espresso nei confronti della donna, da viva  come  da morta, che sembra sfiorare la necrofilia;  forse per questo motivo, come ricordano i vecchi dell’Azione cattolica, “Sa cantone de Flora” fu tra le letture sconsigliate dalla Chiesa.

              Vale la pena, invece, di citare alcune strofe  de Sa critica pro s’odiu, che il  nipote Ainzu Serra dedicò allo zio:

 

Prite tantu odiosu

Perché tanto odioso

Oh miseru poeta isventuradu;

oh misero poeta sventurato;

Non cheres in reposu

Non vuoi nel riposo

Lassare cudda chi t’hat afolzadu

Lasciare quella che ti ha afolzadu

Iscagliende in pienu

Scagliando senza tregua

Subra isa turmentos de velenu

Su di essa tormenti di veleno

.........

……..

Non mai mente umana

Mai mente umana

Cumpanzesit che tue versos tales

Compose? Come te versi tali

Paret essere insana

Da sembrare insana

Musas e sas cavernas infernales

Muse di caverne infernali

Sa chi t’hat assistidu

Quelle che ti hanno assistito

Pro tesser’unu cantu inferocidu.

Per intrecciare un canto inferocito

 

              Ritroviamo  Bartolomeo Serra  nella cronaca nera del giornale La  Sardegna del 27 aprile 1893: “Tissi, 26. Ieri è stato arrestato certo Bartolomeo Serra al quale pare si addebiti l’assassinio di

Raimonda Aru trucidata barbaramente il 13  gennaio1892. E’ questo il terzo arresto per tale delitto”[23].

La voce del popolo ha sempre collegato  l’arresto di Bartolomeo Serra con l’odio profondo scaturito dalla sue contrastate e travagliate vicissitudini amorose; infatti,  come risulta dai riscontri  documentari, la donna  uccisa si chiamava Aru Raimonda vedova Masala, sicché sono ipotizzabili collegamenti di parentela tra il marito defunto della donna assassinata  e Flora.

              Di questo delitto  Serra si é sempre proclamato  innocente e lo ha fatto, naturalmente con una bella poesia, diventata anch’essa molto popolare: intitolata  Tres meses de presone, dimostra una  più compiuta maturità poetica. Il poeta descrive con dovizia di particolari la  tragica esperienza dell’arresto, la traduzione in carcere, la punizione, il proprio stato d’animo, le preghiere rivolte a tutti i Santi, perché   intercedano per la sua liberazione.

              In effetti il poeta fu riconosciuto innocente di quel delitto, prosciolto in istruttoria

e rimesso in libertà.

              Bartolomeo Serra entra un’altra volta nella cronaca giudiziaria con l’accusa di “furto qualificato di una giunta di buoi”: nell’udienza del  31 dicembre 1895  il Tribunale di Sassari,  con la  sentenza

  n.1034[24] lo  condanna  assieme ai complici  “a due anni di reclusione ed a un anno di vigilanza P.S.”[25]

Infine fu sorpreso, nel mese di ottobre del 1898, a Sassari, in località Latte Dolce, dove esistevano allora diverse piantagioni di tabacco, con una bisaccia contenente circa 7 chili di tabacco in foglie ed una bilancia adatta per pesarle,  in contravvenzione della legge che regolava la produzione e la commercializzazione del tabacco. 

              Accusato di contrabbando, il Serra fu condannato[26] in contumacia  a “£ 10 ogni Kg e frazione di chilogrammo di multa proporzionale” , sentenza n: 738 del 7 agosto 1899 del  Tribunale penale di Sassari.  Non si specifica che nel frattempo,  il giorno 11 del mese precedente, il poeta era deceduto,  all’età di soli 34 anni. 

              Risulta infine, dai registri di matrimonio, che Flora “Masala Capitta Maria Aloisia” aveva contratto matrimonio con  Manunta Novarru Joanne il  giorno 28 aprile del 1895 [27]  nella chiesa parrocchiale di  Tissi.

              La Signora  M. Luigia Masala in Manunta ha avuto 7 figli, 4 maschi e 3 femmine, e nel corso della sua lunga vita, secondo dirette testimonianze di persone che hanno avuto modo di conoscerla  da vicino, è sempre stata una persona semplice, ottima moglie e madre  esemplare, che non ha mai dato adito a diceria alcuna.

              Abbiamo rivisitato Sa Cantone ‘e Flora  con l’intento di rendere omaggio ad un grande poeta popolare come Bartolomeo  Serra e ricordare  allo stesso tempo  Flora, sua fiera musa ispiratrice dell’amore e dell’odio.

Per fare questo abbiamo soffiato nella polvere degli archivi e  sbirciato tra le rime, nel rispetto di antiche passioni sopite dal tempo,  con  la consapevolezza  inscritta nei versi del  grande poeta  tissese Pietro Cherchi:

 

Chie no amat no podet iskhire

Chi non ama non può sapere

Sas penas de unu coro innamoradu

Le pene di un cuore innamorato

E chie amante ancora no est ilthadu,

E chi amante ancora non è stato

Amet... e det proare it’es patire!!...

Ami…e  proverà cosa vuol dire soffrire!

 

              Eravamo ragazzi quando ascoltavamo, in silenzio, nelle lunghe sere d’inverno,  Sa Cantone  ‘e Flora.

              A sentire recitare quei versi dai nostri  grandi  sembrava che il  respiro si fermasse per ascoltare meglio i ritmi del  canto, e si aveva l’illusione che i poeti, con i libretti sgualciti delle loro poesie, venissero a  nos imbisitare, e noi, lontani dai “consigli per gli acquisti”, aspettavamo il loro arrivo con ansia.

              La mia generazione è stata ospitale con i poeti. Li faceva  accomodare nello spazio delle illusioni e loro, ospiti di poche pretese ma oltremodo invadenti, si  scordavano  di andare via, rimanendo  negli anni   dentro il nostro pensiero per cantare, al momento opportuno, gli elementi essenziali della nostra cultura con la musicalità  delle rime. 

              La conoscenza del nostro canto si sta perdendo tra le nuove generazioni, e questo, come diceva il Serra, a dolu mannu meu, è un problema per tutta la nostra cultura, che rischia di  affogare in un mare di indefinita omologazione. 

              La poesia fa parte della nostra storia, e farla rivivere  significa rimettere in gioco la memoria, senza la quale i giovani rischiano di  finire come i topi incantati di Haarlem, dietro le musiche  ingannevoli  dei  moderni  pifferai.

              I primi colpevoli siamo noi se, come generazione, non siamo riusciti a trasmettere ai   giovani  il testimone di quelle  risorse  culturali  che hanno fatto la nostra storia e che trovano nella  poesia uno degli elementi essenziali per acquisire la consapevolezza dei propri valori.

                                                                                                                                                         

                                                                                                                                            Stefano Flore

 

 

 

 

1

 


[1] Archivio storico diocesano di Sassari,   Registro dei battesimi

 

[2] Flora era la dea dei fiori ,venerata  in Roma antica e nel Lazio; in suo onore si celebravano le feste floreali dal 28 aprile

al 3 maggio.

 

[3] A. MULAS, Poesie dialettali Tissesi, Ed Dessì, Sassari, 1902, p. 46.

 

[4] Il Mulas così ci racconta di una donna di Tissi in occasione delle feste di carnevale: “Essa non, avrà in quella sera improvvisato  meno di 300 versi, e posso soggiungere, senza sbagliarne uno. ” Id.  p.87

  

 

[5] Id.    p.35

 

[6] Archivio di Stato di Sassari, Ufficio di leva di Sassari, Liste di estrazione del  mandamento di Castelsardo, classe 1866.

 

[7] Archivio storico diocesano di Sassari

 

[8] Cfr. A.MULAS, Id , poesia del poeta  Pietro Cherchi in commiserazione di una sventurata donna che si era “data”,ad un uomo fuori dai canoni convenzionaIi  “Brutalmente abbandonata da questi fu   rifiutata da tutto il paese, compresi  i parenti più prossimi.”  pag.453

 

[9] M. DA PASSANO, I matrimoni clandestini e sconvenienti nella Sardegna del primo Ottocento, Ed. Antenore, Padova 1991, pag. 483

 

[10] Cfr MULAS A  Id, “Nel Meilogu e a Tissi era d’uso chiedere  la mano della donna amata  per mezzo di un intermediario, maschio o femmina che fosse, che si chiamava trattadoreparaninfu. Costui era una persona, di riconosciuta responsabilità ed altrettanta esperienza   nelle cui capacità, erano riposte  le speranze dell’ innamorato. 

 

[11] Archivio storico diocesano  di Sassari, Registro  dei battesimi.

 

[12] A.MULAS, Id,  pag. 510.  Su  Michele Diaz e Candida Delogu,  genitori di Giovanni Battista ,  esiste una poesia scritta dal poeta Pietro Cherchi  in occasione del loro fidanzamento,  a proposito del quale racconta il Mulas “Nel 1830 una comitiva di Tissesi a cavallo faceva parte di uno splendido corteo nuziale che partito da Ossi si recava in Uri accompagnando Don Michele Diaz che doveva impalmare Donna Candida Delogu. Faceva parte del corteo il cieco di Tissi, il quale arrivato sotto le finestre della sposa cantò (nel vero senso della parola) quei versi sublimi che si ricordano ancora  e non sono altro che l’introduzione di una canzone che era un idillio dolcissimo che ha l’effluvio delle rose di cui parla e l’incanto soave della ballata dei trovatori medioevali”.

 

[13] A.MULAS, Id, pag.450 .

 

[14] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei morti

 

[15] "A. MULAS, Id, pagg. 55O - 551.

 

[16] A. MULAS, Id, pag. 199

 

[17] POGGI F., Usi nuziali del centro Sardegna. Ed. Dessì 1894 p.23                                                                                                                                     “dada   sa paraula (data la parola) non vi era bisogno di altra sicurtà; i due colombi la sera stessa della festa, in barba al decalogo ed al codice civile,consumavano il matrimonio”..

 

[18] MULAS A., Id, p.86 - 87 Tissi aveva una grande tradizione carnevalesca ed in particolare l’ultimo giorno di Carnevale quando si festeggiava so’ Jolzis,  coinvolgendo  tutto il paese, come  racconta il Mulas: “su Jolzis corrisponde a quel fantoccio o pupazzo che si porta in giro negli ultimi giorni di carnevale. Metaforicamente poi significa ciò che di più intimo può avere una donna. La fantasia popolare ha quindi creato questa allegoria: nell’ultima notte di carnevale tutti questi Giolzis o Ziorzis partono in una grande imbarcazione per un lido sconosciuto, da cui non tornano che il Sabato Santo quando le campane suonano a gloria. I giovanotti quindi nell’ultimo giorno di carnevale e specialmente nell’ultima notte dopo l’ultimo ballo ne deplorano e piangono con alte grida la partenza; spesso anche si fanno dei pupazzi che rappresentano Su Jiolzi e gli cantano bellamente improvvisando delle nenie comicamente dolorose magnificando delle virtù dell’estinto. Il pupazzo si porta anche da una casa all’altra, nell’ultimo giorno di carnevale, scegliendo sempre quelle dove vi siano ragazze da marito. Queste nenie sono fatte spesso da abili improvvisatori od improvvisatrici..”.

19 PILLONCA P., Chent’Annos, Ed Soter 1996, pag.21 “de otighentos su norantasese /  pro iniziativa mia rara / amus fattu sa prima bella gara / de cabidanni su bindighi e mese...” 

 

 

[19] 

 

 

[20] Come si può rimarcare, il referente è solo la madre, che poteva disporre della patria potestà  in sostituzione del marito defunto e concedere o meno al focoso poeta la mano della propria figlia.

La morte di un capofamiglia significava spesso un drastico innalzamento della soglia di povertà e spesso uno stato di grande dipendenza e soggezione. Pertanto una figlia in età di marito poteva essere l’unica “valuta  pregiata”  o merce di scambio,per trovare un po’ di sicurezza per la ragazza ed anche per qualche famigliare.

 

[21] Archivio storico diocesano di Sassari. Risulta dal libro dei battesimi che: Serra Bartolomeo e Masala Maria Luigia fecero da padrini alla bambina,  Idine Maria Angela il 1. luglio 1887.

 

[22] GRAZIA DELEDDA, Tradizioni popolari di Sardegna, Ed. Forzani, Roma 1895. “Per lo più si cercano persone ricche e potenti, o due sposi, due fidanzati, o due che si supponga facciano all’amore, o un fratello e una sorella”.

 

[23] La Sardegna”  15. gennaio. 1892. (Tissi) “Una donna assassinata. Ieri venne trovata assassinata nella propria casa certa Aru Raimonda, vedova Masala” ......

La Sardegna”  17. gennaio. 1892. (Tissi) “Movente dell’assassino della vedova Masala sarebbe stata la depredazione”......

La  Sardegna”  21. gennaio  1892 . (Tissi) “Oggi é stato fra noi l’ispettore di P.S. il quale ha fatto procedere all’arresto di tre igdividui di questo comune gravemente indiziati autori dell’omicidio”.....

La Sardegna” 22. gennaio.  1892. (Tissi) “Ieri sono stati quà il signor pretore ed il maresciallo dei carabinieri di Ossi, e con la loro non comune perizia e diligenza pare siano arrivati a scoprire indubbiamente la vera mano assassina dell’infelice Raimonda Aru vedova Masala”.

 

[24] Archivio di Stato di Sassari. Sentenze Penali 2° semestre 1895.  “Tribunale Penale di Sassari. Sentenza contro Chessa Anastasio fu Gabriele di anni 38 braciante di Tissi. Serra Bartolomeo fu Giovanni di anni 3O bracciante di Tissi.Vargiu Luigi fu Gavino di anni 37 commerciante nato ad Ossi e domiciliato ad Osilo. (...)  Imputati di furto qualificato di una giunta  di buoi al senso dell’art. 404 C.P. commesso in territorio di Tissi il 7. settembre 1895 a danno di Del Rio G.Maria”.

 

[25] La Sardegna” , 8 gennaio 1896, Cronaca giudiziaria del 31 dicembre 1895

 

[26] Archivio di Stato di Sassari. Il Tribunale  di Sassari. Sentenze penali 3° Trimeste A.1899.  Sentenza  n. 738.

 

[27] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei matrimoni.