“SA CANTONE ‘E FLORA”:UNA STORIA TRA LE RIME DELLA POESIA di STEFANO FLORE Il giorno 11 luglio 1899 moriva il poeta Bartolomeo Serra, detto Bartulu o Bertulu. Aveva 34 anni ed era nato a Tissi (SS) il 21 febbraio del 1865 da Giovanni Serra di Thiesi e Maria Pitalis di Cheremule.[1] Il nome di Bartolomeo Serra è legato a una piccola raccolta di poesie in lingua sarda, pubblicata per la prima volta dall’editore Gallizzi di Sassari nel 1893, che aveva per titolo S’amore cambiadu in odiu - cumpostu dae Bartolomeo Serra - pro usu e consumu de sa gioventude. (L’amore cambiato in odio –composto da Bartolomeo Serra per uso e consumo della gioventù) Il tema, come già dice il titolo, era l’amore: protagonista l’autore, coinvolto in una travolgente passione per una bella donna, che convenzionalmente chiama Flora[2], dalla quale era stato, a suo dire, brutalmente ingannato, e che perciò meritava il suo rancore e tutto il suo disprezzo. Nella introduzione il poeta, dopo aver manifestato la sua amarezza, offre ai giovani nei versi di una quartina il proprio consiglio per prevenirli dal pericolo delle belle donne:
Pro la leare bella e incostante Per prenderla bella ed incostante Menzus una feona e vera amante Meglio una bruttona e vera amante A su mancu gosades allegria Almeno ti godi (godrete) in allegria Tottu su tempu de sa pizinnia. Tutto il tempo della giovinezza Il poeta racconta i contrastanti risvolti della sua storia con dovizia di particolari, ma anche con una lingua piana tratta dall’uso quotidiano, dimostrando così le grandi capacità di poeta-narratore che lo hanno reso famoso. Egli descrive la dolcezza dell’innamoramento e lo sviluppo della passione sino alla certezza dell’amore della donna, inteso come possesso: “De Flora possessore Possessore di Flora Padronu e mere a mind’aprofettare”. Signore e padrone di approfittarne
Ma questa sicurezza crolla di schianto di fronte alla leggerezza o alla volubilità giovanile di Flora che lui, nella sua incapacità di rassegnazione, considera tradimento. Di conseguenza reagisce con l’amarezza cupa del risentimento che lo porta alla “vendetta” poetica: “S’amore cambiadu in odiu”. La pubblicazione ebbe un grande successo. Diffusasi rapidamente in tutta la Sardegna, in particolare quella del centro nord, stimolò la fantasia popolare suscitando opinioni contrastanti, che hanno coinvolto in un appassionato dibattito diverse generazioni di lettori, tanto che fu presto rititolata e ristampata successivamente come Sa cantone de Flora. Sa cantone é stata senza ombra di dubbio tra le poesie più popolari e conosciute dai nostri nonni e dai nostri padri, tanto che, per additare una donna di facili costumi, era uso dire: Cussa est una Flora. Medium di questa popolarità è l’unico e vero circuito di diffusione della cultura popolare dei tempi, sos cantonarzos o bendidores de cantones, venditori ambulanti di poesie che, nonostante i collegamenti viari e i mezzi pubblici oltremodo precari, raggiungevano comunque, nel loro continuo girovagare, anche i più piccoli centri della Sardegna, servendosi spesso di mezzi di fortuna. La loro bisaccia era piena di piccole pubblicazioni sgualcite che erano soliti esporre sulla parte esterna della stessa bisaccia, sulle soglie delle case, in sos zilleris e soprattutto nei ritrovi o nelle feste paesane. La gente si avvicinava incuriosita dalla novità e comprava i sonetti, sos gosos (canti religiosi), sas modas, storie mitologiche e umoristiche, racconti biblici, composizioni in suspu (sotto metafora) di fatti di cronaca nera presenti nella tragica attualità di quel periodo, contados o scritti nelle diverse composizioni tradizionali metriche ed in rima. Queste figure, oramai lontane dalla memoria, piace ricordarle mentre contrattavano il prezzo o rispondevano alle domande dei curiosi che li circondavano; spesso leggevano e recitavano a memoria i componimenti, per metterne in evidenza la musicalità ed esaltarne il contenuto. Tissi ha avuto, nell’ Ottocento, una importante tradizione poetica, documentata da un tissese insigne, il dottor Andrea Mulas[3], con una interessantissima pubblicazione in cui si può scoprire, tra l’altro, che la poesia non era praticata solo dagli uomini ma anche dalle donne, capaci di controbattere in rima a qualche provocazione maschile o di improvvisare poesie umoristiche in occasione delle feste carnevalesche[4] Il dott. Mulas non menziona mai Bartolomeo Serra e dichiara che, dopo il poeta Pietro Cherchi (nato a Tissi il 13 aprile del 1779 e morto l’ 8 marzo del 1855, sagrestano, cieco dall’età di due anni), la poesia sarda è decaduta. La causa a suo parere è “ l’imitazione dei poeti colti (...) perché ai costrutti ed alle frasi tutt’altro che sarde aggiungono la movenza del verso che risente troppo dell’andatura italiana”. Sa cantone de Flora risente parecchio di questa “andatura italiana”: in quegli anni, l’italiano iniziava ad affermarsi come lingua dominante con l’istituzione, nei primi anni Sessanta, delle prime scuole comunali e dell’istruzione elementare obbligatoria sancita con la legge Coppino del 1877. Sebbene la poesia di Bertulu Serra non sia dunque da considerarsi di particolare pregio linguistico, evidentemente con il successo decretato, i lettori hanno voluto premiare l’avvincente storia a scapito della forma, riconoscendo di fatto l’estro poetico dell’autore. Cercando di inserire gli avvenimenti nel contesto ambientale, si riscontra dai censimenti che, nell’anno 1881, Tissi aveva 1472 abitanti, che 20 anni dopo, nel 1901, si riducevano a 1202. Fimis in Sant’Andria De s’annu ottantasese.
Nell’anno 1886 i nati nel paese erano 53, i morti 36 e i matrimoni 12.[5]
In quell’anno veniva chiamato per la seconda volta alla visita di leva, con la classe 1866, Serra Bartolomeo, di “statura 1,67 e mezzo, capelli castani lisci, colorito bruno, dentatura sana, alla ventura per cheratite” (rivedibile per infezione alla cornea), che veniva riformato definitivamente a. Cagliari il 29 agosto del 1887[6]. La curiosità di tanti che negli ovili o nei focolari leggevano i versi in rima di questa poesia, è stata sempre imperniata su tre domande principali: 1) Chi era in realtà Bartolomeo Serra? 2) Chi si nascondeva sotto il nome di Flora? 3) Come si era veramente svolta tutta la storia? Domande non facili, alle quali si cercherà di dare solo qualche parziale risposta, facendo ipotesi plausibili in base a quanto è stato scritto dal poeta stesso o accertato dai riscontri documentali disponibili negli archivi, con l’intento di ricordarli entrambi: il poeta nella ricorrenza del centenario, Flora nel quarantennio della morte. La storia “cantata” di Bartolomeo Serra ha inizio una mattina:
Al momentodell’omelia va “Giuanne ‘elogu a sa trona a preigare”, e l’autore si alza in piedi come si conviene, per ascoltare bene la predica, per l’appunto di Ioannes Maria Delogu, vice parroco del paese, come risulta dagli atti ecclesiali da lui firmati[7] . La predica del sacerdote, in quegli anni di grande analfabetismo, era qualcosa che andava oltre il rito, per assumere anche una valenza culturale, perché da essa molte persone, ed in modo particolare i poeti, traevano elementi di conoscenza dei testi sacri, riferimenti alla vita dei santi e tante altre notizie che inserivano opportunamente nelle rime dei loro componimenti. Il poeta, ad un certo punto, viene disturbato da alcune voci che dietro di lui commentano:
un modo di dire rimasto ancora in uso, che lo costringe a voltarsi d’istinto, e ad incontrare così lo sguardo ed il viso di Flora, che lo rapisce totalmente. Bartolomeo rimane come incantato per tutta la messa, con le spalle rivolte verso l’altare, insensibile ai solleciti delle persone amiche che cercano di riportarlo al rispetto dovuto ai riti della funzione religiosa. Tornato a casa si ritrova in uno stato di grande turbamento e agitazione, tanto che, dopo uno scambio di messaggi per mezzo de sa mandataria, decide, come era allora d’uso, di organizzare una serenata. Per l’occasione compone delle bellissime rime, ricche di riferimenti mitologici, e coinvolge per il canto serale i suoi più cari amici.
Sono versi descrittivi molto lineari, che hanno un modo di esprimersi “ popolano”, ma con una grande musicalità che li rende di facile memorizzazione. Nella vita paesana, dove le notti erano immerse nel silenzio profondo, una serenata era senza dubbio un fatto non comune; in genere una pubblica dichiarazione d’amore, ma insieme il mezzo per avvisarne tutto il vicinato, allertando le orecchie della gente per alimentare l’indomani le chiacchiere paesane. Finita la serenata, la comitiva sta per ritirarsi, quando Flora invita il poeta ad entrare in casa. Questo chiede il permesso degli amici e:
Nella descrizione del poeta non esiste cenno alla presenza in casa di persone adulte che avrebbero potuto ascoltare o comunque condizionare quello che Serra cerca di far supporre tra le righe con l’intento di accreditare l’idea di una Flora leggera e molto disponibile. Tutto questo però, contrasta con il costume proprio della società sarda dell’ Ottocento e con quella tissese in particolare, basata su schemi molto rigidi e su meccanismi culturali che ne imponevano le regole di comportamento sociale[8]. Sino al 1848, anno d’entrata in vigore dello Statuto albertino, non era facile stabilire un diretto rapporto interpersonale o amoroso tra due protagonisti, senza il filtro dell’ assenso dei genitori o degli anziani della famiglia, che costituivano la colonna portante di quel sistema e salvaguardavano uno stato sociale basato sulla rigida divisione e la conservazione delle classi. Infatti eventuali iniziative di due innamorati per contrarre un matrimonio clandestino con l’intento di forzare la volontà del tutore o del capofamiglia erano penalmente e pesantemente sanzionate dalle leggi vigenti al fine “ di rafforzare l’autorità di chi esercita la patria podestà e di scoraggiare matrimoni di diversa condizione sociale”[9]. Le nuove norme, emanate a seguito dell’Unità, modificarono la nostra legislazione equiparandola a quella laica in vigore in molti paesi europei, ma nonostante queste innovazioni in materia di diritto di famiglia la società dell’epoca continuò a poggiare sulle vecchie consolidate regole di comportamento sociale derivate dalla legislazione precedente. Nella strofa del dopo-serenata: “Domandami a sos mannos si m’istimas” si può leggere chiaro l’intento di una persona rispettosa di quelle regole sociali, e non insensibile alle opinioni della gente: quanto è insinuato tra le rime con una serie di sottintesi che tendono a far immaginare qualche concessione amorosa da parte di Flora, risente invece di qualche evidente forzatura[10]. Chi si nascondeva dietro il nome di Flora? Questa domanda, sussurrata dalla curiosità di tutti i lettori del Serra ha dato per qualche tempo filo alla fantasia popolare e forse per rispetto di qualche protagonista vivente o per i sentimenti messi in gioco non ha mai avuto una conferma scritta, anche se naturalmente questa risposta non costituiva un segreto per gli abitanti di Tissi. Nel tentare di ricostruire qualche frammento della storia che sta dietro la poesia, la necessità di scoprire chi era Flora è un elemento quanto mai essenziale. Secondo le fonti orali e le testimonianze raccolte, al nome di Flora corrisponderebbe una Maria Luigia Masala[11], nata a Tissi (SS) il 4 settembre 1869, alle ore 4 vespertine, da Gavino Masala e Gervasia Capitta e battezzata il giorno 8 settembre, padrini il nobile ossese G. Battista Diaz figlio di Michele e Candida Delogu e Felicita Solinas[12]. I nobili Diaz possedevano a Tissi (ed esiste ancora) una casa padronale a due piani, costruzione molto rara per quei tempi. Nel centro storico esiste tuttora anche quella che fu la casa, ad un solo piano, di Flora, morta nel 1959, a 90 anni. Flora aveva 17 anni quando ricevette l’amoroso canto della serenata nella casa dove, sembra acclarato, viveva e che era di proprietà, per l'appunto, del nobile Diaz suo padrino. Si racconta andasse a servizio da loro o forse, come si usava allora, che fosse stata adottata dai padroni di casa come fitza de anima. Il riscontro che la casa dei “padroni” avesse più di un piano si può trovare nello stesso racconto poetico:
Il poeta si congeda da Flora quando gli amici, lasciati in strada, dopo aver atteso a lungo sono andati via, dando fuoco alle polveri del chiacchiericcio paesano:
Questa ultima strofa è riferita al fatto che i genitori di Bartolomeo Serra non erano tissesi, ma “forestieri” originario di Thiesi il padre e di Cheremule la madre. I contrasti e le perfidie di chi era avverso al matrimonio continuarono per circa tre mesi, da novembre a febbraio; esattamente sino al sabato di carnevale del 1877, quando, dice il poeta, Si truncat su tropogiu E faghimus su coiu. “Faghere su coiu” era un’ espressione che derivava dalla certezza riposta sul valore assoluto della parola data dai “grandi della famiglia”, dalla quale non era facile, a Tissi come in tante parti della Sardegna, pensare di potersi sottrarre[13]. Peraltro Serra non menziona mai in tutta la poesia nè il padre di Flora né alcun altro soggetto del suo nucleo famigliare, ma ha sempre come unico referente la madre della ragazza. Tutto questo ha una precisa ragione: infatti il padre di Flora, Gavino Masala, risulta deceduto a Tissi all’età di 50 anni, “sepolto in Die Decima Junii, Millesimi Octingesimi Septuagesimi Primi” (10 giugno 1871), lasciando orfana la figlia di appena 2 anni[14]. In occasione del fidanzamento, su coiu, si fa una festa che il poeta, stranamente, nei versi seguenti omette di descrivere: “Chi seguente no la manifesta”, nonostante si fosse impegnato nell’unica nota apposta alla prima edizione: “Su coju si pubblicat in su segundu volume”. Dall'analisi di quanto si è detto sinora, considerando il percorso dei versi, così pieno di dettagli, anche i più insignificanti, che sono entrati di getto nella descrizione poetica e che, come si è avuto modo di sottolineare, contengono molta gestualità e molto movimento, viene da chiedersi: “Come mai il poeta ha omesso di raccontare un evento così importante?” Per capire che cosa fosse a Tissi il fidanzamento, proviamo a seguire che cosa ci racconta una fonte di prima mano e attendibile come il Mulas: “..occorre dire qualche cosa sulla usanza che vi é a Tissi all’atto del fidanzamento di una ragazza che avviene sempre nelle prime ore della notte. Lo sposo accompagnato da parenti ed amici (escluse le donne) si reca a casa della sposa, avvisando questa del prossimo arrivo con parecchi colpi d’arma da fuoco. Appena la comitiva, arriva in casa della sposa, il padre di costei, che é circondato da tutti i suoi parenti ed invitati, domanda ad alta voce: <<Che vuole tutta questa buona gente in casa mia?>> Il padre dello sposo risponde:<<Siamo venuti per quel certo affare che si era combinato.>> Il padre della ragazza fa lo gnorri e ridomanda: << Cosa si era combinato?>> E l’altro: <<Si era combinato di sposare mio figlio... Tizio con, tua figlia... Sempronia>>. <<Allora (riprende il padre della sposa) tuo figlio Tizio riconosca prima il padre e la madre della sposa e poi la sposa stessa>>”[15]. . Il rituale del fidanzamento non era, dunque, un fatto privato ma un momento di festa che coinvolgeva parenti, amici e che rendeva partecipe tutta la comunità. Nella logica del racconto questo vuoto è in condizione di riempire di dubbi tutto il credito dato alla storia, anche se si preferisce pensare che ogni artista ha bisogno di far lievitare la fantasia per rendere più interessante la propria opera: nel periodo in questione, infatti, i poeti erano considerati alla stregua di mostri sacri, ai quali erano permesse licenze precluse ad altri[16]. Per confermare il timore che incutevano i poeti e la loro poesia, basti ricordare una frase, abbastanza comune, che si usava per intimorire le persone,- e in modo particolare le donne- perché non uscissero dagli schemi convenzionali: “Ista attenta, no ti ponzant cantone”,alla quale poi é stato aggiunto:”comente a Flora!”. La domenica sera, dopo la giornata passata assieme, Bartolomeo invita Flora ad uscire per i festeggiamenti del Carnevale, ma lei rifiuta:
Così il poeta decide di rinunciare, per solidarietà, alla festa e si ritira, solo e pensieroso, nella propria abitazione. Evidentemente non era tra le usanze nuziali tissesi permettere ai due promessi sposi di dormire assieme dopo s’ aperaulamentu o s’assiguronzu[17]. Finisce a questo punto la parte idilliaca della storia d’amore tra Flora e Bartolomeo e inizia tutta una serie di incomprensioni che trasformano il dolce canto, prima pieno di speranzose promesse, in fosche rime cariche di rancore, dove la poesia diventa il mezzo per manifestare le ragioni del sospetto. Il racconto prosegue. Dopo cena
E’ questa persona, di fronte alla desolata solitudine carnevalesca[18] del poeta, a dirgli che Flora sta ballando con un altro.
Inizia a questo punto un interessantissimo contraddittorio, in cui il poeta fa valere le proprie ragioni sulla assoluta fiducia accordata alla donna amata e descrive poeticamente anche le ragioni dell’amico nella sua verità e assoluta buona fede, con dei botta e risposta degni di un vero teatro popolare, con molti richiami a sas garas poeticas ed alle dispute a temi contrapposti che tenevano, (e per fortuna tengono ancora, in alcuni casi) i nostri tradizionali poeti estemporanei nei palchi delle piazze, in occasione delle feste paesane. Negli anni in questione la poesia estemporanea era praticata solo tra amici, tra un bicchiere e l’altro, in piccole riunioni conviviali, dove si imparavano la metrica e la rima. La prima gara poetica in piazza si tenne circa dieci anni dopo, in occasione della festa della Madonna del Rimedio a Ozieri, per iniziativa di Antonio Cubeddu che vi convocò altri poeti amici[19]. Dopo una lunga discussione, a tratti animata e minacciosa, l’autore congeda l’amico in malo modo senza prestargli credito. Inizia contestualmente il momento del travaglio e della riflessione: il tarlo del dubbio comincia ad intaccare la fiducia assoluta riposta in Flora e poco prima difesa a spada tratta. Alla fine il sospetto prevale sulla certezza e il poeta trova conforto e giustificazione in un riferimento biblico:
E’ così che, tra l’incredulo e l’indignato, va alla festa, alla ricerca di una smentita del dubbio che lo rode, e vede la donna amata in compagnia di un altro che è, per di più, il suo peggiore nemico. A quella vista ha l’impulso di reagire, ma la prudenza ed il calcolo delle eventuali conseguenze hanno il sopravvento sull’istinto: e così gira di spalle, se ne va a casa silenzioso ed avvisa del fatto la madre della ragazza[20]. Per chi conosce gli aspetti socio-culturali della vita paesana di quei tempi in Sardegna, un comportamento così disinvolto da parte della donna era senza dubbio considerato una grave offesa all’onore dell’uomo, ed una mancata reazione da parte di questi non poteva non intaccare gravemente la sua reputazione e il suo prestigio di fronte alla società paesana, ed anche agli occhi della stessa donna amata. Nascono a questo punto alcune domande che hanno insita una risposta: 1) Come mai una promessa sposa, che il poeta descrive innamorata, non appena il suo uomo gira di spalle, va alla festa in compagnia di un altro e per di più “nemico” del suo promesso? 2) Se veramente nel comportamento della donna ci fosse stata l’intenzione di una tresca, perché sarebbe stata così evidentemente incurante delle critiche e del giudizio della gente del proprio paese? In seguito Bartolomeo Serra continuò imperterrito, superando il proprio orgoglio di uomo tradito, a frequentare con assillo invadente, come racconta la stessa poesia, la casa di Flora e di sua madre, sottoponendo quest'ultima a continue pressioni per arrivare ad un matrimonio che, da quel che si riesce a dedurre, l'interessata non voleva. Infatti, in occasione di un battesimo[21], invitati entrambi a fare da padrini, come si usava allora, con l’intento di agevolare o ufficializzare un eventuale fidanzamento[22], Flora rende ancora più palese la propria insofferenza nei confronti dell’uomo, andando per conto proprio alla cerimonia e rifiutando decisa, in quella ed in altre occasioni, di farsi accompagnare dal poeta. L’ultimo tentativo di approccio nei confronti di Flora, Bartolomeo lo fa al pozzo del paese dove lei, come Rebecca, andava a prendere l’acqua: ma finisce con un litigio talmente aspro che la donna alla fine lamenterà una guancia arrossata da uno schiaffo, anche se lui nega di averla colpita. E’ così che l’amore si cambia in odio e Bartolomeo Serra, sfruttando le capacità di poeta “semianalfabeta” come lui stesso dichiara di essere, inizia, forse prima di quanto nella poesia sia dato intendere, il percorso della vendetta intingendo la penna nel veleno della delusione. Dedica a Flora il famoso Bandu Universale, poesia in suspu, in cui la paragona ad una puddedra curridora, coinvolgendo pesantemente nelle allusioni poetiche anche la madre di lei, “puddedra ‘e bona razza e bona domo”. Segue anche una poesia delirante, di odio puro, espresso nei confronti della donna, da viva come da morta, che sembra sfiorare la necrofilia; forse per questo motivo, come ricordano i vecchi dell’Azione cattolica, “Sa cantone de Flora” fu tra le letture sconsigliate dalla Chiesa. Vale la pena, invece, di citare alcune strofe de Sa critica pro s’odiu, che il nipote Ainzu Serra dedicò allo zio:
Ritroviamo Bartolomeo Serra nella cronaca nera del giornale La Sardegna del 27 aprile 1893: “Tissi, 26. Ieri è stato arrestato certo Bartolomeo Serra al quale pare si addebiti l’assassinio di Raimonda Aru trucidata barbaramente il 13 gennaio1892. E’ questo il terzo arresto per tale delitto”[23]. La voce del popolo ha sempre collegato l’arresto di Bartolomeo Serra con l’odio profondo scaturito dalla sue contrastate e travagliate vicissitudini amorose; infatti, come risulta dai riscontri documentari, la donna uccisa si chiamava Aru Raimonda vedova Masala, sicché sono ipotizzabili collegamenti di parentela tra il marito defunto della donna assassinata e Flora. Di questo delitto Serra si é sempre proclamato innocente e lo ha fatto, naturalmente con una bella poesia, diventata anch’essa molto popolare: intitolata Tres meses de presone, dimostra una più compiuta maturità poetica. Il poeta descrive con dovizia di particolari la tragica esperienza dell’arresto, la traduzione in carcere, la punizione, il proprio stato d’animo, le preghiere rivolte a tutti i Santi, perché intercedano per la sua liberazione. In effetti il poeta fu riconosciuto innocente di quel delitto, prosciolto in istruttoria e rimesso in libertà. Bartolomeo Serra entra un’altra volta nella cronaca giudiziaria con l’accusa di “furto qualificato di una giunta di buoi”: nell’udienza del 31 dicembre 1895 il Tribunale di Sassari, con la sentenza n.1034[24] lo condanna assieme ai complici “a due anni di reclusione ed a un anno di vigilanza P.S.”[25] Infine fu sorpreso, nel mese di ottobre del 1898, a Sassari, in località Latte Dolce, dove esistevano allora diverse piantagioni di tabacco, con una bisaccia contenente circa 7 chili di tabacco in foglie ed una bilancia adatta per pesarle, in contravvenzione della legge che regolava la produzione e la commercializzazione del tabacco. Accusato di contrabbando, il Serra fu condannato[26] in contumacia a “£ 10 ogni Kg e frazione di chilogrammo di multa proporzionale” , sentenza n: 738 del 7 agosto 1899 del Tribunale penale di Sassari. Non si specifica che nel frattempo, il giorno 11 del mese precedente, il poeta era deceduto, all’età di soli 34 anni. Risulta infine, dai registri di matrimonio, che Flora “Masala Capitta Maria Aloisia” aveva contratto matrimonio con Manunta Novarru Joanne il giorno 28 aprile del 1895 [27] nella chiesa parrocchiale di Tissi. La Signora M. Luigia Masala in Manunta ha avuto 7 figli, 4 maschi e 3 femmine, e nel corso della sua lunga vita, secondo dirette testimonianze di persone che hanno avuto modo di conoscerla da vicino, è sempre stata una persona semplice, ottima moglie e madre esemplare, che non ha mai dato adito a diceria alcuna. Abbiamo rivisitato Sa Cantone ‘e Flora con l’intento di rendere omaggio ad un grande poeta popolare come Bartolomeo Serra e ricordare allo stesso tempo Flora, sua fiera musa ispiratrice dell’amore e dell’odio. Per fare questo abbiamo soffiato nella polvere degli archivi e sbirciato tra le rime, nel rispetto di antiche passioni sopite dal tempo, con la consapevolezza inscritta nei versi del grande poeta tissese Pietro Cherchi:
Eravamo ragazzi quando ascoltavamo, in silenzio, nelle lunghe sere d’inverno, Sa Cantone ‘e Flora. A sentire recitare quei versi dai nostri grandi sembrava che il respiro si fermasse per ascoltare meglio i ritmi del canto, e si aveva l’illusione che i poeti, con i libretti sgualciti delle loro poesie, venissero a nos imbisitare, e noi, lontani dai “consigli per gli acquisti”, aspettavamo il loro arrivo con ansia. La mia generazione è stata ospitale con i poeti. Li faceva accomodare nello spazio delle illusioni e loro, ospiti di poche pretese ma oltremodo invadenti, si scordavano di andare via, rimanendo negli anni dentro il nostro pensiero per cantare, al momento opportuno, gli elementi essenziali della nostra cultura con la musicalità delle rime. La conoscenza del nostro canto si sta perdendo tra le nuove generazioni, e questo, come diceva il Serra, a dolu mannu meu, è un problema per tutta la nostra cultura, che rischia di affogare in un mare di indefinita omologazione. La poesia fa parte della nostra storia, e farla rivivere significa rimettere in gioco la memoria, senza la quale i giovani rischiano di finire come i topi incantati di Haarlem, dietro le musiche ingannevoli dei moderni pifferai. I primi colpevoli siamo noi se, come generazione, non siamo riusciti a trasmettere ai giovani il testimone di quelle risorse culturali che hanno fatto la nostra storia e che trovano nella poesia uno degli elementi essenziali per acquisire la consapevolezza dei propri valori.
Stefano Flore
1
[1] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei battesimi.
[2] Flora era la dea dei fiori ,venerata in Roma antica e nel Lazio; in suo onore si celebravano le feste floreali dal 28 aprile al 3 maggio.
[3] A. MULAS, Poesie dialettali Tissesi, Ed Dessì, Sassari, 1902, p. 46.
[4] Il Mulas così ci racconta di una donna di Tissi in occasione delle feste di carnevale: “Essa non, avrà in quella sera improvvisato meno di 300 versi, e posso soggiungere, senza sbagliarne uno. ” Id. p.87
[5] Id. p.35
[6] Archivio di Stato di Sassari, Ufficio di leva di Sassari, Liste di estrazione del mandamento di Castelsardo, classe 1866.
[7] Archivio storico diocesano di Sassari
[8] Cfr. A.MULAS, Id , poesia del poeta Pietro Cherchi in commiserazione di una sventurata donna che si era “data”,ad un uomo fuori dai canoni convenzionaIi “Brutalmente abbandonata da questi fu rifiutata da tutto il paese, compresi i parenti più prossimi.” pag.453
[9] M. DA PASSANO, I matrimoni clandestini e sconvenienti nella Sardegna del primo Ottocento, Ed. Antenore, Padova 1991, pag. 483
[10] Cfr MULAS A Id, “Nel Meilogu e a Tissi era d’uso chiedere la mano della donna amata per mezzo di un intermediario, maschio o femmina che fosse, che si chiamava trattadore o paraninfu. Costui era una persona, di riconosciuta responsabilità ed altrettanta esperienza nelle cui capacità, erano riposte le speranze dell’ innamorato.
[11] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei battesimi.
[12] A.MULAS, Id, pag. 510. Su Michele Diaz e Candida Delogu, genitori di Giovanni Battista , esiste una poesia scritta dal poeta Pietro Cherchi in occasione del loro fidanzamento, a proposito del quale racconta il Mulas “Nel 1830 una comitiva di Tissesi a cavallo faceva parte di uno splendido corteo nuziale che partito da Ossi si recava in Uri accompagnando Don Michele Diaz che doveva impalmare Donna Candida Delogu. Faceva parte del corteo il cieco di Tissi, il quale arrivato sotto le finestre della sposa cantò (nel vero senso della parola) quei versi sublimi che si ricordano ancora e non sono altro che l’introduzione di una canzone che era un idillio dolcissimo che ha l’effluvio delle rose di cui parla e l’incanto soave della ballata dei trovatori medioevali”.
[13] A.MULAS, Id, pag.450 .
[14] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei morti.
[15] "A. MULAS, Id, pagg. 55O - 551.
[16] A. MULAS, Id, pag. 199
[17] POGGI F., Usi nuziali del centro Sardegna. Ed. Dessì 1894 p.23 “dada sa paraula (data la parola) non vi era bisogno di altra sicurtà; i due colombi la sera stessa della festa, in barba al decalogo ed al codice civile,consumavano il matrimonio”..
[18] MULAS A., Id, p.86 - 87 Tissi aveva una grande tradizione carnevalesca ed in particolare l’ultimo giorno di Carnevale quando si festeggiava so’ Jolzis, coinvolgendo tutto il paese, come racconta il Mulas: “su Jolzis corrisponde a quel fantoccio o pupazzo che si porta in giro negli ultimi giorni di carnevale. Metaforicamente poi significa ciò che di più intimo può avere una donna. La fantasia popolare ha quindi creato questa allegoria: nell’ultima notte di carnevale tutti questi Giolzis o Ziorzis partono in una grande imbarcazione per un lido sconosciuto, da cui non tornano che il Sabato Santo quando le campane suonano a gloria. I giovanotti quindi nell’ultimo giorno di carnevale e specialmente nell’ultima notte dopo l’ultimo ballo ne deplorano e piangono con alte grida la partenza; spesso anche si fanno dei pupazzi che rappresentano Su Jiolzi e gli cantano bellamente improvvisando delle nenie comicamente dolorose magnificando delle virtù dell’estinto. Il pupazzo si porta anche da una casa all’altra, nell’ultimo giorno di carnevale, scegliendo sempre quelle dove vi siano ragazze da marito. Queste nenie sono fatte spesso da abili improvvisatori od improvvisatrici..”. 19 PILLONCA P., Chent’Annos, Ed Soter 1996, pag.21 “de otighentos su norantasese / pro iniziativa mia rara / amus fattu sa prima bella gara / de cabidanni su bindighi e mese...”
[20] Come si può rimarcare, il referente è solo la madre, che poteva disporre della patria potestà in sostituzione del marito defunto e concedere o meno al focoso poeta la mano della propria figlia. La morte di un capofamiglia significava spesso un drastico innalzamento della soglia di povertà e spesso uno stato di grande dipendenza e soggezione. Pertanto una figlia in età di marito poteva essere l’unica “valuta pregiata” o merce di scambio,per trovare un po’ di sicurezza per la ragazza ed anche per qualche famigliare.
[21] Archivio storico diocesano di Sassari. Risulta dal libro dei battesimi che: Serra Bartolomeo e Masala Maria Luigia fecero da padrini alla bambina, Idine Maria Angela il 1. luglio 1887.
[22] GRAZIA DELEDDA, Tradizioni popolari di Sardegna, Ed. Forzani, Roma 1895. “Per lo più si cercano persone ricche e potenti, o due sposi, due fidanzati, o due che si supponga facciano all’amore, o un fratello e una sorella”.
[23] “La Sardegna” 15. gennaio. 1892. (Tissi) “Una donna assassinata. Ieri venne trovata assassinata nella propria casa certa Aru Raimonda, vedova Masala” ...... “La Sardegna” 17. gennaio. 1892. (Tissi) “Movente dell’assassino della vedova Masala sarebbe stata la depredazione”...... “La Sardegna” 21. gennaio 1892 . (Tissi) “Oggi é stato fra noi l’ispettore di P.S. il quale ha fatto procedere all’arresto di tre igdividui di questo comune gravemente indiziati autori dell’omicidio”..... “La Sardegna” 22. gennaio. 1892. (Tissi) “Ieri sono stati quà il signor pretore ed il maresciallo dei carabinieri di Ossi, e con la loro non comune perizia e diligenza pare siano arrivati a scoprire indubbiamente la vera mano assassina dell’infelice Raimonda Aru vedova Masala”.
[24] Archivio di Stato di Sassari. Sentenze Penali 2° semestre 1895. “Tribunale Penale di Sassari. Sentenza contro Chessa Anastasio fu Gabriele di anni 38 braciante di Tissi. Serra Bartolomeo fu Giovanni di anni 3O bracciante di Tissi.Vargiu Luigi fu Gavino di anni 37 commerciante nato ad Ossi e domiciliato ad Osilo. (...) Imputati di furto qualificato di una giunta di buoi al senso dell’art. 404 C.P. commesso in territorio di Tissi il 7. settembre 1895 a danno di Del Rio G.Maria”.
[25] “La Sardegna” , 8 gennaio 1896, Cronaca giudiziaria del 31 dicembre 1895
[26] Archivio di Stato di Sassari. Il Tribunale di Sassari. Sentenze penali 3° Trimeste A.1899. Sentenza n. 738.
[27] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei matrimoni.
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