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Da: Esercizi di stile" di Raymond Queneau

pubblicato 25/mar/2010 07:34 da dolceglicine@yahoo.it

(Gli “Exercices” contano 99 esercizi, ovvero le Notazioni più 98 variazioni.
Le Notazioni sono un esempio di discorso piano ed esplicito che descrive un fatto quotidiano banale. Con le variazioni Queneau “gioca” non solo con le figure retoriche ma anche con le parodie dei vari generi letterari o comportamenti linguistici quotidiani. Spesso le figure retoriche sono prese alla lettera traendo il senso dalla regola.)


NOTAZIONI
Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con cordicella al posto di un nastro, collo troppo lungo come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. E’ con un amico che gli dice: “Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito”. Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.


PAROLE COMPOSTE
In una trafficora mi buspiattaformavo comultitudinariamente in uno spaziotempo luteziomeridiano coitinerando con un lungicollo floscincappucciato e nastrocordicellone, il quale appellava un tiziocaiosempronio altavociando e lo piedipremesse. Poscia si rapidosedillizzò.
In una posteroeventualità lo rividi stazioncellonlazzarizzante con un caiotizonio impertinentementenunciante l’esigenza di una bottonelevazione paltosupplementante. E gli perchépercomava.

COMUNICATO STAMPA
Chi ha detto che il romanzo è morto? In questo nuovo e travolgente racconto l’autore, di cui i lettori ricorderanno l’avvincente “Le scarpe slacciate”, fa rivivere con asciutto e toccante realismo dei personaggi a tutto tondo che si muovono in una vicenda di tesa drammaticità, sullo sfondo di lancinanti pulsioni collettive. La trama ci parla di un eroe, allusivamente indicato come il Passeggero, che in mattina si imbatte in un enigmatico personaggio, a sua volta coinvolto in un duello mortale con uno sconosciuto. Nella allucinante scena finale, ritroviamo il misterioso personaggio dell’inizio che ascolta con assorta attenzione i consigli di un ambiguo esteta.
Un romanzo che è al tempo stesso di azione e di stranite atmosfere, una storia di terso e spietato vigore, un libro che non vi lascerà dormire.

VOLGARE
Aho! Annavo a magnà e te monto su quer bidone de la Esse – e ‘an vedi? – nun me vado a incoccià con ‘no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e ‘na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglià con st’artro burino perché – dice – je acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, chi spinge! Chi, io? Ma va a magnà er sapone!
‘Nzomma, meno male che poi si va a sede.
E bastasse! Sarà du’ ore dopo, chi s’arrivede? Lo stronzo, ar Colosseo, che sta a complottà con st’artro quà che se crede d’esse er Christian Dior, er Missoni, che so, er Mister Facis, li mortaci sui! E metti un bottone de quà, e sposta un bottone de là, a acchittate così alla vitina, e ancora un po’ ce faceva lo spacchetto, che era tutta ‘na froceria che nun te dico. Ma vaffanculo!

TANKA
Il carro avanza
Sale con il cappello
Subito un urto
A sera a San Lazzaro
Questione d’un bottone.

GASTRONOMICO
Dopo un’attesa gratinata sotto n sole al burro fuso, salii su di un autobus pistacchio dove i clienti bollivano come vermi in un gorgonzola ben maturo. Tra questi vermicelli in brodo v’era una specie di mazzancolla sgusciata dal collo lungo come un giorno senza pane, e un maritozzo sulla testa che aveva intorno un filo da tagliar la polenta. E questa mortadella si mette a friggere perché un altro salame gli stava stagionando quelle fette impanate che aveva al posto degli zamponi. Ma poi ha smesso di ragionar sulla rava e la fava, ed è andato a spurgarsi su di un colabrodo divenuto libero.
Stavo beatamente digerendo nell’autobus dopopranzo, quando davanti al ristorante di Saint-Lazare ti rivedo quella scamorza con un pesce bollito che gli dava una macedonia di consigli sul suo copritrippa. E l’altro si fondeva come una cassata.





Raymond Queneau – Esercizi di stile – Einaudi

Introduzione e traduzione di U.Eco
Nuova edizione a cura di S.Bartezzaghi

En el día de la mujer…

pubblicato 08/mar/2010 16:49 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 09/mar/2010 07:00 ]

En el día de la mujer…

por Anayansi Acevedo González 


Como este año el día internacional de la mujer concurre coincidencialmente con el inicio de clases en Panamá, no había pensado en la fecha con anterioridad a hoy, pues con tanta compradera de útiles, uniformes, trámites de matrículas y esas cosas; y encima con una mudanza reciente en el día de ayer, pues mi mente no daba para nada más que no fueran útiles escolares y encajetar “chécheres” y muebles. Realmente fue hasta que llegué a la oficina, cuando verdaderamente tomé en cuenta del alcance que tiene el hecho de que, hoy es Nuestro Dia.

Cuando le reclamo a Jorge, mi amigo y mi jefe, por la falta de efusividad ante la fecha…me dice que él no me felicita pues eso es discriminatorio…yo lo miro con cara de ¿¿qué mosca te picó???...y sigo en lo mío. Yo no tengo la culpa que los caballeros, no hayan instaurado una fecha conmemorativa para su género. Mientras tanto brinco, como siempre, ante la sola posibilidad de celebrar “algo”; y en función de ello, entre la redacción de documentos varios, organizar un próximo seminario y alguno que otro enredo propio de los menesteres legales a los que me dedico, hojeo el “feisbuc”, reviso mi correo, me “descuaderno” de la risa del último chiste de abogadas que me mandó mi comadre “la flaca” y hacia el final de la tarde, me pongo a redactar esta nota, porque verdaderamente soy feliz hoy 8 de marzo del 2010, día internacional de la mujer.

Como no voy a ser feliz de saberme y sentirme mujer. Si ser mujer es tan “chévere”. Claro a veces es “cansador”, un poco sacrificado, sobre todo, si se tiene mentalidad de alfombra, la cual hace algún rato, quien suscribe ¡gracias a Dios! dejó de lado. Pero bueno, insisto, a mi ser mujer me encanta y me siento súper agradecida con la vida que me deparó en suerte, el destino de hembra de la especie humana.

Imagino que ser hombre debe ser igual de reconfortante para los hombres, pero poco o nada puedo hablar al respecto, pues no me imagino, levantando la tapa del inodoro para orinar, ni teniendo como hobbie sabatino “el parkear” donde el mecánico, como dice Micky; ni considerando a mi carro como una “aspiradora de chichis lindas” y una extensión de la virilidad o haciendo alarde de una potencia física, basada en la cantidad de watts que “le meto” al equipo de sonido de mi carro. Aunque a decir verdad, esos son detalles superfluos, que poco o nada definen a los hombres de verdad, porque los hombres verdaderos, esos que en realidad “nos mueven el piso”, son aquellas exquisitas criaturas que nos vuelven locas desde el inicio de los tiempos, los seres responsables, “echaos pa`lante” trabajadores, corteses, educados, valientes, buenos padres, hermanos ejemplares y novios o maridos fuera de serie (por lo menos para las dichosas que tienen la suerte o la habilidad de tener a su lado a dichos ejemplares, cada vez más en peligro de extinción).

Pero, en fin, retomando el hilo del post…hoy soy feliz por ser mujer. Hoy soy feliz porque mi amiga Naty me felicitó con un ¡Feliz día amiga! ¡¡¡¡¡Somos maravillosas!!!!…saludo que hago extensivo a mi hija, a mi madre, a mi hermana, a todas mis amigas y a todas mis compañeras de género…Mujeres, de verdad que somos maravillosas.

Es posible que más de uno o una se ría burlón o burlona pensando que nuestros días son todos y que esto no es más que retórica barata. Al respecto, creo, defiendo y estoy enamorada hasta el límite de la libertad de expresión, así que cualquier comentario en contra no me afecta. Ello es así porque, aunque vivo tan enredada, con eso de tratar de ser una mamá aceptable, proveedora diligente, abogada componedora, adolescente tardía, poeta en pañales, aspirante a escritora y encima “gente normal”, hoy estoy ¡¡¡Si, Feliz, como una lombrizzzz!!!! , pues pocos días soy tan conciente de mi femineidad (hasta trajecito floreado, rosadito y sandalias sexy me puse hoy jejejej…), como cuando alguien amablemente me felicita y me dice: “Feliz día internacional de la Mujer”. Entonces, es que caigo en cuenta, que, cónchale vale…habemos muchas mujeres berracas, ¡carajo!, definitivamente, proporciones guardadas, las mujeres somos lo máximo….

Posdata: El año pasado leí de Claudio unas palabras que me llegaron al alma para esta fecha, las que comparto con todos y a continuación plasmo:

“Las fechas son buenas excusas. Permiten enfocarse y decir un día, aquello que se ha pensado o sentido muchos días... otros días.

Pero la palabra es un ladrillo mágico que permite construir castillos, flores, horizontes, rostros y llegan a formar piezas únicas, magníficas, solo en las manos del albañil elegido.

Hoy es un día de saludos y cuando esos saludos buscan una mujer se me vienen a la mente caricias. Caricias y homenajes.

Me guardo las caricias para las cercanías y quisiera regalar - a la distancia - este homenaje profundo, divino y alado que un "albañil elegido" osó construir...

Hasta siempre mujer,
bienvenida mujer,
buena vida mujer...

Felicidades mujer !!

Claudio.”

Y yo sigo muy oronda, “con la frente muy alta, la lengua muy larga…y aún a veces, con la falda corta” parafraseando aquella canción de Sabina, que me sigue matando siempre y con el pecho henchido de orgullo me siento feliz en un día como hoy
Y recuerdo, como no hacerlo, que: "No se nace mujer: se llega a serlo. Ningún destino biológico, físico o económico define la figura que reviste en el seno de a sociedad la hembra humana; la civilización en conjunto es quien elabora ese producto intermedio entre el macho y el castrado al que se califica como femenino. Entre las jóvenes y los varones, el cuerpo es, en primer lugar, la irradiación de una subjetividad, el instrumento que realiza la comprensión del mundo: el universo es apresado a través de los ojos o las manos, pero no por las partes sexuales." (Simone de Beauvoir, El Segundo Sexo.)

Un libro per l'8 di marzo

pubblicato 04/mar/2010 09:05 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 04/mar/2010 09:34 ]


Per l'8 marzo c'è niente di meglio che leggere un romanzo scritto da 15 donne?




Direi di no.

E' un' occasione unica per rendere omaggio a queste rappresentanti del gentil sesso che, pur provenedo da realtà diverse, pur se distanti mille miglia l'una dalle altre, attraverso internet, hanno formato una sorta di cooperativa di menti che ha generato questo piccolo capolavoro-
Un gruppo di donne, appunto che scrive di un gruppo di donne che in un ipotetico otto di marzo si incontrano in un castello per "celebrare" la festa della donna.

E' risaputo che ogni donna riesce ad immaginare gli eventi meglio di noi uomini che, per antico retaggio siamo più legati alla realtà dell'ora.

Non ci vuole uno sforzo eccessivo per immaginare, a nostra volta, cosa possa capitare quando, in una sorta di sfida letteraria tendente alla produzione di un unicum qual è un romanzo, si cimentano donne del calibro di Elvira Bianchi, Vera Bianchini, Teresa Anna Biccai, Lia Calò, Daniela Cattani Rusich, Maria Gisella Catugno, Lorella de Bon, Anna Maria Fabiano, Maria Iervolino, Maria Iorillo, Silvia Longo, Alessandra Palombo, Girgia Pedrotti, Dotatella Righi e Cinzia Toniato! Quindici donne, tutte ottime scrittrici, molto diverse tra loro, ma "unite dalla MALTA della femminilità", hanno generato questo romanzo surreale da leggere tutto d'un fiato.

BENITO CIARLO
 

Stefano Toschi: IL FILO E IL LABIRINTO - Poesie

pubblicato 02/mar/2010 05:34 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 02/mar/2010 08:56 ]

di Benito Ciarlo



E' bello avere tra le mani questo libro e scorrerne le pagine. In una bella veste grafica, per i tipi di lulu.com è uscito IL FILO E IL LABIRINTO il primo libro del nostro amico Stefano Toschi.
Senza dilungarmi oltre, visto che ho avuto l'onore di scriverne la prefazione, ne parlerò riportando qui la stessa.

Ho conosciuto Stefano Toschi e le sue poesie sul web e sono rimasto affascinato dalle capacità dell'uno e dalla bellezza delle altre.

Il panorama poetico odierno in Italia come nel mondo si è arricchito, con l'avvento di Internet, dei siti letterari dei social-network e dei blog, come mai è avvenuto in passato. L'offerta di poesia in rete è incommensurabile, per cui la scelta degli autori da leggere e meditare è davvero ardua e, spesso, infruttuosa. Accade, però, per fortuna, di imbattersi in versi come questi :

 

"è quasi un vuoto affine all'assoluto

che si distende tiepido sui prati,

sui fiori e questo pomeriggio muto,

sui vecchi muri storti, abbandonati"

 

e allora, tale scelta, non solo diventa facile, ma oserei dire, obbligata.

Sono rimasto conquistato, di primo acchito, dalla poliedricità, dalla grande preparazione letteraria di Stefano e dalla bellezza intrinseca e formale dei suoi componimenti. Egli è, oltre che un eccellente Poeta, un profondo conoscitore della materia ed un ottimo critico letterario.

L'assiduità con la quale abbiamo discusso della Poesia s'è trasformata, nel corso del tempo, in una bella amicizia che ha consolidato la mia stima in lui e nella sua arte poetica.

 

Leggendo le poesie di Toschi, una cosa colpisce subito il lettore: la perfezione formale. Allora ci si immagina un autore sempre immerso nelle strutture poetiche, attento alle regole, condizionato dalla metrica, alle prese con il contasillabe ogni volta che scrive qualcosa. E si sbaglia, perché sono certo che la Poesia, in tutta la sua interezza, e il ritmo albergano stabilmente nel suo animo; quel che scrive, una volta sulla carta, non ha bisogno di ulteriori lavorii e aggiustamenti. La perfezione  formale non implica in lui chissà quale ricerca: è innata, spontanea, immediata. Egli spazia con la stessa disinvoltura dalle terzine, ai senari, agli ottonari, al sonetto, dal verso libero all'endecasillabo così come ad altri può risultare facile scrivere una bella lettera alla propria mamma.

Stupisce piacevolmente e ancora di più, trovare, in tanta perfezione, profondità di significati e suggestioni che rendono la lettura dei suoi versi un'esperienza ogni volta da ripetere, quasi che le prime letture facciano, come le ciliegie, da esche alle successive.

Ho ben presente questa sua capacità di perfetto improvvisatore per averla personalmente sperimentata più volte, e ne sono testimonianza molte delle poesie contenute in questa antologia.

Le sue fonti di ispirazione sono le più varie per cui - al di là dell'importante eccezione dei Sonetti in Johannem di cui parlerò più avanti - è vano cercare nei suoi versi un fil rouge che accomuni una composizione all'altra. Non esistono leit motiv nelle sue opere, ma solo l'immensa varietà del vivere. Ci si accorge quanto vero sia ciò ch'egli scrive nella premessa di questo libro a proposito del suo rapporto con questa difficile arte: "la poesia è un filo che indica, o dà l’illusione di indicarmi, una strada, una via d’uscita nell’apparentemente impossibile impresa della ricerca di un senso, di un fondamento che dia stabilità alla fluttuante precarietà dell’esistere".  È, quindi, come un fiume in piena la Poesia per lui: ogni azione, ogni fatto gioioso o doloroso che sia, ogni suggestione della quotidianità possono trasformarsi in fonte d'ispirazione. Allo stesso modo Stefano Toschi trasforma in poesia una qualsiasi speculazione filosofica, le sensazioni che prova ammirando gli spettacoli della natura o un dipinto, uno scritto che li descrivano, traducendo in versi argomentazioni, sensazioni e colori.

 

Fra tutte le forme poetiche nelle quali si cimenta, risalta il sonetto. E risalta particolarmente nella silloge "Sonetti in Johannem".

Non devo certo spiegare quali e quante difficoltà possa incontrare il poeta che decida di condensare in quattordici versi endecasillabi lunghi ragionamenti, meditazioni o semplici trasposizioni di fatti. E non devo nemmeno dire quanto coraggio sia necessario per trascrivere in altro modo la poesia eccelsa dell'Evangelista Giovanni; queste sono imprese riuscite ai grandissimi come Dante o Manzoni. Posso dire, con cognizione di causa e senza tema di smentita, che in questa impresa anche   Stefano Toschi è riuscito "a dire la sua".

Nei "Sonetti in Johannem" ho scorto quell'ardire, quella bravura di cui parlavo  un immensa fede. In linea col suo carattere, però, l'Autore ha ridimensionato l'enfasi con la quale li ho commentati. Riporto, perché mi piace molto, una sua risposta molto significativa ai miei apprezzamenti: " Questi sonetti sono una "ruminatio", un ripetere, un rimeditare le parole stesse del Vangelo; non sono "ispirate" al Vangelo, non intendono esprimere quello che in me hanno suscitato. E' un lasciar semplicemente risuonare la Parola".  Non posso che prenderne atto. Però se rileggo, ad esempio, la conclusiva Preghiera alla Vergine sarei tanto tentato di esortarlo a non peccare di eccessiva modestia.

 

Benito Ciarlo


Omaggio a Guido Vieni (Giuseppe Martellotti)

pubblicato 01/mar/2010 17:34 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 01/mar/2010 17:59 ]


 Omaggio a Guido Vieni (Giuseppe Martellotti)
di Benito Ciarlo



Anni fa mi regalarono un vecchio libro trovato affastellato in mezzo ad altri, in una polverosa soffitta.
Un libro speciale, in verità piuttosto malridotto, data l'età: pensate, è stato pubblicato, nel 1905 e, dalla condizione delle pagine, c'è da presumere che sia stato letto e riletto svariate volte dal vecchio proprietario, prima che finisse nel dimenticatoio. Anche lui non era romano ma piemontese, però, come me deve essere rimasto incantato dalla bravura dell'autore nel comporre sonetti, vista la dovizia di segnalibri che v'ho ritrovato disseminati tra le pagine.
Il libro in questione è intitolato "Foji staccati dar Vocabbolario" ed è stato scritto da Guido Vieni, pseudonimo di Giuseppe Martellotti, poeta romanesco che io considero bravo quanto Trilussa e, per la sua caratteristica di esprimersi soltanto in sonetti, accostabile a Giuseppe Gioacchino Belli.
Prima che questo libro si sfarini definitivamente, proverò a recuperarne le pagine con lo scanner, un po' alla volta, con tutta la delicatezza del caso e le posterò su queste mia pagine, in modo che gli estimatori del dialetto romanesco, della poesia e del pensiero di Martellotti, ritrovino questo tesoretto.
Qui, per incominciare e al solo scopo di darvi un'idea dello spirito di quell'Autore, riporto la prefazione:




PREFAZIONE

SI un' coco , vo' fa' un piatto da leccasse le deta, nun abbasta che ciabbia 'na cucina completa e piena d'ogni grazzia de Dio e d'acconnimenti; deve conosce' er gusto de tutti st'ingredienti, pe' dda' a la su' pietanza quer sapore squisito, che t'aggusta ar palato e smove l'appetito. Un armarolo puro, come se l' ariggira, si ortre de conosce' pe' be' come se tira er fucile o er revorvere, pe' coje giùsto a posto, nun sa puro li pezzi, co' li quali è composto?
Po' mai un bon giardignere mette' insieme un giardino, che dii piacere all'occhio e sii proprio carino, distribuenno bene li diversi colori, si nun conosce prima tutti quanti li fiori ? Accusì 'no scrittore ha voja a sape' scrive co' gran facilità scenette fresche e vive; ha vojia a avecce idee e pensieri a provista, 'na mente da scenziato e un' anima d'artista! Non potrà fa' un lavoro mai come Cristo vole, si prima nun conosce l'uso de le parole; si prima nun avrà co' cuscenza studiato er valore che ciànno, ossia er significato. Per cui chi cià trasporto pe' la letteratura,povero ciorcinato!, fa male si trascura lo studio più importante, vojio di necessario, che sarebbe lo studio d'un bon vocabbolario. Eppuro 'nde' le scole tutto quanto se studia, mentre er vocabbolario quasi che se ripudia; se tie' come accessorio sopra la scrivania, pe' corregge' 'gni tanto, giusto, l'ortografia; pe' vede' 'na parola si va scritta accusì! e nu' scrive', mettiamo, colleggio con du' "g". Invece dovrebb'esse' lo studio principale; perchè er vocabbolario che contie' er materiale pe' scrive', e quello lì bisogna che s'impari. Sinnò come volete che li vostri scolari arivino a compone in prosa oppuro in rima, si nun sanno er valore de la materia prima? Senza de questo studio, la mente ve s'offusca, quer che ce vo' pe' scrive', soprattutto è la crusca. De Amicis, che nun cià 'n'intelligenza scarsa, cià scritto su sto tema una paggina sparsa; indove ce dimostra co' le prove a la mano, che 'na persona onesta nun po' scrive itajano, nun po' ddi' chiaramente quer che j'è necessario, si nun sa a menadito tutt'er vocabbolario. Difatti, 'no scrittore ma. come se giustifica, si addopra 'na parola e nun sa che significa? Prima de scrive' "gioja", présempio, ha da sape', si in quer posto, in quer caso, a ddi' "gioja" va be'; si nun sarebbe mejo a ddì "vezzo", "giojello", "brelocche", putacaso, "giubilo", "spilla" o "anello". Perchè, prima de scrive' "gioja", voja o nun voja, deve armeno conosce' che significa gioja. 'Mbe', quanno nun, se sa, ma ce vo' poco, dico; se pijia er dizzionario, ch'é er nostro mejo amico,· indove ce se trova tutto bello e stampato, da 'na parte er vocabbolo e poi er significato.
Onde percui, volenno pe' quer poco che posso,
incoraggià sto studio, praticamente,
e mosso da un forte desiderio d'ajuta' in quarche cosa,
e guida' un tantinello la gioventù studiosa,
che si nun sa la lingua, quarche
zero ciabbusca; ho fatto un dizzionario,
ch'è 'na specie de crusca, indove
'na parola, ch'uno nu' l'in-
dovina... ma abbasta
co' le chiacchiere,
che nun fan-
no fari-
na.








































Rappers Musulmani ed Ebrei a New York

pubblicato 15/feb/2010 02:54 da Ermete Trismegisto

Rappers Musulmani ed Ebrei a New York
di Ermete Trismegisto

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C'è una lunga coda docile di persone in attesa, stasera a New York. Per oltre un'ora nel gelo di dicembre si aspetta per entrare nella jam-packed del Nuyorican Poets caffè di Alphabet City.

Sono qui per vedere uno spettacolo in cui due rapper di sesso maschile, uno israeliano e uno iraniano, fanno squadra con due poetesse, una palestinese e l'altra ebrea, per discutere di politica mediorientale, di religione, d'identità, di razzismo e di terrorismo.
La folla è un assortimento curioso di dilettanti hip hop, signore soffocate dal rossetto lucido, in bundle o velate, di giovani hipsters, giovani mamme ebree con le stelle di David penzoloni dal loro dolcevita, tutti qui per una notte fuori dalla solita parola parlata.
Ma al di là della vera e propria voglia di fare gruppo per approfondire questi temi - e forse per un bisogno assillante di testimoniare l'insubordinazione - c'è un diffuso senso di eccitazione per l'anteprima di uno spettacolo che è unico nel suo genere.

Questo è solo l'inizio, il lancio di un tour che è partito da poco da un campus degli Stati Uniti, un'anteprima nei brani di un album di un insolito duo rap, sulle identità musulmana ed ebraica, una sorta di jam hip hop interreligioso, in programma più tardi nel corso dell'anno.

Il concerto nasce dalla collaborazione di due artisti hip hop, Yoni Ben-Yehuda (aka Sneakas) e Mazzi Behi (aka Mazzi), che hanno deciso di aggiungere un ulteriore livello di contenuto politico con i versi di Vanessa Hidary ( ebrea) e Tahani Salah (palestinese) nei loro brani.

Prossimamente si esibiranno per gli studenti del campus a SUNY Albany il 22 febbraio.

Tutti e quattro gli artisti voltano le spalle al cliché della contrapposizione tra ebrei e musulmani, e uniscono le loro mani e le loro voci in un messaggio di pace mettendo da parte, accettando di minimizzare, le loro origini.

"Sarebbe molto più facile rispecchiare l'idealismo, ma l'obiettivo è quello di scendere nel fango, ed esprimere il nostro punto di vista contrastanti, perché è lì che cosa si fa interessante", dice Sneakas. Invece, gli artisti celebrano la loro diversità per dimostrare alla gente che le loro opinioni contrastanti possono smentire i luoghi comuni del conflitto. "La morale della storia, se ce n'è una, è che noi siamo gloriosamente imperfetti. Nessuno è puramente una vittima, né del tutto innocente. La nostra verità è cruda e senza alcun filtro"
Tale approccio è del tutto nuovo e rinfrescante, perché invita gli spettatori a riconoscere ciascun lato della storia, nella sua ricerca della pace.

Liricamente, forse il brano più sorprendente è la storia immaginaria di un soldato israeliano che si trova faccia a faccia con un attentatore suicida in un mercato israeliano. (“You have no idea what it's like to protect your family from terrorism every night / While other teenagers have fun to pass the time / I serve on the border of Israel and Palestine.”) Il soldato israeliano, col cuore pesante nota un ragazzo che "sembra strano" e comincia a seguirlo attraverso la folla, M-16 in mano. Grondante di sudore, il presunto terrorista è in difficoltà, alle prese con la sua "live-or-die decision". Il rapper musulmano si immerge nella psicologia del personaggio: “This is harder than I thought, and I'm having second ones / I'ma man and if I stop, will I be a lesser one?”
Infine, gli avversari. si guardano negli occhi scorgendo la morte, mentre “world [goes] silent.” Il soldato israeliano sparerà al sospetto o l'attentatore si farà esplodere in pezzi? Lo spettatore viene lasciato in ammollo in questo dubbio.

Un'altra canzone affronta il tema del razzismo, ma con un tocco comico che ridicolizza la parola odio.
Invece di predicare contro gli stereotipi, l'esplosione MCs fuori da ogni dogma: “By making people laugh about clichés, we're taking the sting away from insults. It's the same approach as with African-American rappers who flipped the N-word to remove its stigma”, osserva Sneakas , mentre Mazzi ritrae un'immagine culturalmente arretrata dei migranti musulmani ( ('My uncle works at a 7-11 and drives a taxi cab…he might be busy all up in his harem trizzing with many wives').
Il pubblico scoppia in una risata - qui tutti hanno la possibilità di divertirsi insieme, lontano dai tradizionali luoghi comuni.

In un altro brano, sbotta Mazzi: "Sono una persona di talento, persiano, sciita e istruito." Perché?
"La gente di solito crede che io sia un ragazzo portoricano di Harlem o del Lower East Side", dice. “Non coglie la la differenza tra persiani e arabi, e non mi aspetta per parlare con chiarezza."

Sneakas è fermamente convinto che è possibile modificare le rappresentazioni mentali della gente in una sola notte e di "riuscire là dove i politici non possono". La rudezza della rappresentazione è certamente "spaventosa - si sta in piedi davanti a una folla, non avendo la più pallida idea di che il pubblico è." Egli ritiene che è fondamentale per essere coerenti nel messaggio, per superare il bisogno di adattarsi al temperamento o alle opinioni della folla.
” Il tono deve essere sempre lo stesso, sia che lo spettacolo si svolga in "New York, Alabama, o a Teheran, Gerusalemme o Parigi".

Ovviamente, ci vuole molto più delle buone intenzioni per trasformare un panorama politico in cui entrambe le parti sono dolorosamente in lotta per la stessa terra. Lo spettacolare e interreligioso prossimo album non potrà far scattare un nuovo vertice di pace, ma l'idea è quella di sensibilizzare ogni singolo spettatore. "Vogliamo sfidare la collera", dice Sneakas.
Mazzi, che ha recentemente visitato la Cisgiordania, Gaza e Tel Aviv, ha visto con i propri occhi come "hip hop può riunire rapper israeliani e palestinesi" che non sanno nulla l'uno dell'altro ", a parte la loro musica."
Forse, nella musica, come nei negoziati di pace, non vi è un valore intrinseco - o rap - di cui parlaredopo tutto.

Un libro controverso che non troverete più in libreria: GESU' CONTRO CRISTO di Pier Carpi

pubblicato 10/feb/2010 16:33 da Benito Ciarlo

di Benito Ciarlo

Questo mio articolo è apparso qualche tempo fa sulla rivista telematica L'Istrice dell'editore SIMONELLI di Milano.



Premessa di Luciano Simonelli

«Gesù contro Cristo» : un titolo sbagliato?
S
embrerebbe proprio così visto che questo volume scritto per uomini di autentica fede viene confuso come un testo blasfemo da mettere all'indice. E la sentenza di condanna viene emessa soltanto sulla base del titolo, senza averne prima letta neppure una pagina. E chi la emette sono poi quegli stessi che, in circa quattordici milioni, prima del Natale 1999, sono rimasti incollati ai teleschermi per assistere a uno sceneggiato che li affascinava perché raccontava un Gesù più umano e meno divino. È appunto la stessa cosa che aveva già fatto Pier Carpi nel suo romanzo rifiutato e la chiave di quel titolo che ha tanto disturbato era appunto per sottolineare questo aspetto.
Sapevo che «Gesù contro Cristo», proposto dallo stesso autore, era un titolo forte ma credevo, con Pier Carpi, che il pubblico dei critici come dei lettori fosse sufficientemente maturo da coglierne il reale significato. Soprattutto, autore ed editore si illudevano che alle soglie del 2000 nessuno si permettesse più di condannare senza prima conoscere.
Ma io sono un inguaribile ottimista. Credo che quanto è accaduto a questo romanzo sia stato un incidente e sono soprattutto convinto che il caso non sia chiuso. Cari librai, cari critici, cari lettori cattolici che lo avete rifiutato a scatola chiusa perché non ricominciamo tutto daccapo?
«Gesù contro Cristo» non è un libro blasfemo, è un romanzo da leggere e da amare. Credo che nell'Anno del Giubileo non si possa ignorare un volume scritto per uomini di autentica fede. E, per riprendere il discorso, ecco gli appunti di lettura di un vero cattolico come Benito Ciarlo e la risposta dello stesso autore: Pier Carpi.

Luciano Simonelli


RIFLESSIONI IN ORDINE SPARSO
di Benito Ciarlo

Pochi libri mi hanno creato problemi durante la prima lettura come il «Gesù contro Cristo» di Pier Carpi. Li ricordo tutti e li elenco nell'ordine in cui li ho letti nelle diverse età della mia vita: «Io Giuda» di Caldwell; «Processo a Gesù» di D. Fabbri (anche se, nella rappresentazione teatrale organizzata dalla filodrammatica studentesca di cui facevo parte, alla fine interpretai Giuda); «Essere Cristiani» di Hans Küng.
I primi due hanno in comune con quello di Carpi lo spessore umano prevalente di tutti i personaggi del Vangelo e la ricerca dei motivi che hanno indotto a comportamenti negativi alcuni di essi, mentre l'ultimo afferra ed attualizza in chiave inusuale, per l'epoca in cui uscì, il messaggio sociale dell'Evangelo dimostrando la stridente attualità dei disattesi insegnamenti di Cristo dopo duemila anni.
Il libro in esame, di problemi ne crea subito, sin dalle prime pagine con la sconvolgente originalità di far diventare Cristo in prima persona il narratore delle sue angosce di uomo, in contrasto col destino (disegno divino) da Dio (lui stesso) assegnatogli. Per la prima volta, ci si stupisce dell'ineluttabilità del sacrificio e si riflette sull'infinita bontà di Dio associata alla sua infinita cattiveria. E, ciò che la logica di Carpi dà per acquisito (Dio che contiene "tutto" e, quindi, anche il male, fino a rendere superflua l'esistenza di Satana) fa apparire più chiare le riflessioni di Paolo Sesto sullo stesso argomento.
Per vie sicuramente diverse, papa Montini si pose l'angoscia di quella domanda: «Esiste il Diavolo? Quale utilità ha, Satana, nell'economia del Progetto Divino» ? I teologi ancora dibattono.
Proseguendo senza avidità, capitolo dopo capitolo, scivoli senza accorgertene nella piega della magia, dell'esoterismo (a cui non sfugge nemmeno Cristo stesso, che s'ostina a separare i granelli di sabbia bianca da quelli neri alla perenne ricerca di tutte le sfumature del grigio) e non sai più se definire l'operato di Gesù un prodigio divino o semplice suggestione. Ti meravigli di questo Gesù malato, scontroso, pieno di problemi esistenziali, alla ricerca affannosa di chi possa guarirlo, aiutandolo a capire il suo ultimo scopo. Poi scopri che è il Cristo di sempre, visto (o meglio che si vede) in una prospettiva diversa da quella narrata agli evangelisti: a tratti lo senti prossimo, angosciato dai tuoi stessi problemi, a tratti lo scopri Dio nella sua incommensurabile potenza.
La novità sta in alcune sottili argomentazioni logiche e filosofiche che, nel concetto magico nel quale sono inserite, si confondono con una narrazione che tale non è. Si tratta, in buona sostanza, di un tentativo di dimostrazione dell'estrema fragilità dell'uomo di fronte al divino. Si tratta del voler dar corpo e giustificazioni all'operato di Dio rendendolo comprensibile. Eppure, al cospetto di personaggi come l'ammalata di lebbra senza piaghe, che attua la sua sottilissima vendetta traendo spunto da una parabola di Cristo, non si può che restare profondamente turbati. Non per il comportamento della donna "miracolata" ma per la "condizione" della guarigione, funzionale ad una vendetta di perfidia infinita, suggerita proprio da Gesù...
Coinvolge la delicata poesia del colloquio di Cristo col Signore delle Mosche attraverso la quale, Carpi, dà al lettore un'alta misura dell'amore di questo Dio contraddittorio, verso tutti gli uomini. Il destino di Lazzaro, risuscitato e subito dopo suicida è un vero incubo che diventa parossismo quando, molte pagine dopo, il suo cadavere viene ritrovato nelle reti di Pietro. Mentre i più moderni esegeti del Vangelo di Giovanni affermano che l'episodio della risurrezione di Lazzaro è solo "un segno" nella narrazione Giovannea (è soltanto Cristo il primo nato dei morti) Carpi ci offre una metafora di non facile comprensione che riassume l'inutilità del prodigio rispetto all'eterna validità della Parola.
In tutto il libro vi sono momenti che ti costringono a pensare a cose che avresti preferito lasciare in sospeso: la sessualità di Maria e Giuseppe ad esempio. Il disfacimento dei rapporti familiari che cancella d'un subito tutta l'iconografia della Sacra Famiglia, della mansuetudine di Giuseppe, del bastone gigliato eccetera.
Quante volte lo smarrimento mi ha impedito di proseguire nella lettura?
Tante e, soprattutto, nel capitolo dedicato all'Annunciazione. Per una sorta di analogia mi sono visto costretto a pensare alla sessualità dei miei genitori che, per quanto naturalissima, ha per me, sempre rappresentato un tabù.
Quante volte, invece, la poesia di cui alcune pagine sono stracolme m'ha indotto a rileggerle per meglio gustare l'armonia delle parole utilizzate per descrivere situazioni, al solito, incredibilmente complesse? Una fra tutte non sarà più possibile dimenticarla: il colloquio di Satana con Cristo, immaginato dall'Autore, che è permeato di una rassegnazione dell'Avversario che ha del meraviglioso (in quanto simile alla rassegnazione dello stesso Cristo che sa che dovrà sacrificarsi : «Io combatto contro di te già sapendo d'aver perso». Le argomentazioni che seguono le scambi per bestemmie, di primo acchito e, invece, poi t'accorgi che sono serie e reali e che ti spronano a pensare fino a farti venire il mal di testa: «Io», afferma Satana, «sono la mano sinistra di Dio!.... Io e gli altri angeli caduti non vogliamo più recitare questa parte.... liberaci dalla nostra stolta schiavitù...uccidici!» e la risposta di Cristo è quasi di condivisione: «No, Lucifero, perchè tu devi vivere, essere nell'ombra del Padre di cui sei figlio».
Angustia l'apparente bisogno di magia da parte di Gesù. Cosa rappresenta quella pietra dalle sette facce? Quasi un globo da zingara. Perchè Mosè riesce a mettersi in comunicazione col Signore utilizzando i misteri magici dei Sacerdoti Egizi? Perchè immaginare una soluzione al problema dell'Arca dell'Alleanza scomparsa dal Tempio di Salomone? Perchè trovare giustificazioni a Caino e a Giuda? Perchè santificare Barabba, la Maddalena e Salomè? Quale ragione spinge il Battista verso un amore disperato per la donna che detesta e che sa colma d'ignominia? In altre parole: perchè sminuire il Divino ed esaltare l'istinto?
Queste e moltissime altre domande pone la lettura del libro di Carpi. Un libro che susciterà dibattito se, chi s'appresta a leggerlo, riesce a proseguire nella lettura non per fascinazione ma per voglia di capire. Certamente le problematiche che pone sono concrete e le riflessioni che suscita spronano ad una più attenta rilettura del Vangelo. Niente a che spartire con le affascinanti farneticazioni di Peter Kolosimo, tutto da spartire, invece, con le nostre turbe adolescenziali riferite ad una Divinità cannibale e crudele, idiosincrasica, che fagocita tutti i miti dell'Universo e si placa soltanto di fronte alla dimostrazione del coraggio del figlio che rinuncia (in una lacrima d'eternità) alla sua divinità per autogenerarsi come Uomo. E, come tale, darsi "in pasto a Pluto" per amore di tutto il genere umano.

Benito Ciarlo


La risposta di Pier Carpi

Pochissimi testi mi hanno aperto il cuore e colpito nell'anima come quello di Benito Ciarlo, che ha capito, amato e vissuto il mio romanzo «Gesù contro Cristo», facendo delle osservazioni e traendo delle conclusioni, sul piano teologico, poetico e morale, di rara efficacia. Grazie, Benito Ciarlo, mi hai dato la gioia di sentirmi capito come scrittore e come uomo. Per rispondere a tutte le considerazioni, dovrei scrivere un altro libro: ma l'esempio di Ciarlo dovrebbe essere seguito da critici cattolici, stampa cattolica, librerie cattoliche che sabotano il mio libro senza leggerlo, basandosi solo sul titolo.
Voglio raccogliere alcuni dei punti toccati da Ciarlo, tralasciando quelli di elogio, che ho molto gradito, ma preferendo quelli del dubbio. È l'Uomo Gesù che vince, e la sua realtà, tra tante sofferenze, malattie, paure, è per questo mille volte più grande ed esalta il sacrificio immenso del Dio. Giusta l'osservazione sulla problematica di Paolo VI: nel mio libro Satana è una presenza inquietante e costante, che tenta in tutti i modi di impedire all'Uomo Gesù di compiere il destino che egli stesso si è dato, per amore dell'umanità.
Mi spiace di aver dato l'impressione che gesti e miracoli di Gesù non siano tali, ma semplice suggestione. Io credo al Gesù dei miracoli, scintille della fede sposata al divino. La parabola che spinge l'ammalata di lebbra, che resta tale, tranne che nell'aspetto, è misura di giustizia: Gesù non distrugge il fico che non dà più fichi? Non è motivo egli stesso di scandalo, quando dice di essere venuto a portare la guerra e non la pace, che intende mettere i padri contro i figli?
Non cerco di penetrare il mistero di Dio, ma del Figlio dell'Uomo. In quanto a Lazzaro, mi sono rifatto alla frase evangelica: «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». È Cristo infatti il primo a vincere la morte, secondo la verità giovannita.
Una frase mi colpisce a fondo, perché comprende l'essenza del libro e la mia stessa condizione spirituale: «l'inutilità del prodigio rispetto all'eterna verità della Parola». Sì, la Parola è il Tutto. Distruggo il mito della Sacra Famiglia, ma lo ricostruisco alla fine, quando Giuseppe capisce Gesù. La sessualità di Maria dobbiamo comprenderla per accettarla nei suoi valori più alti, contro la sua mercificazione. È vero, Satana vuole essere ucciso perché si sente inutile, assieme agli dèi falsi e bugiardi. La pietra dalle sette facce è un oggetto sacro come il Graal, che finirà a Giovanni, che se ne servirà per scrivere l'Apocalisse. Mosè usa il suo potere per arrivare al vero Dio, al suo e nostro Dio. Giuda non lo riabilito, ma ne giustifico le scelte, fatte per amore e non per mero tradimento. Amo soprattutto Pilato, la Maddalena e Salomè. In quanto a Caino, il Sgnore dice: «Guai a chi tocca Caino».
Avrei molto da dire ancora ma non mancherà l'occasione.
Grazie, amico Benito Ciarlo.

Pier Carpi


INVITO ALLA LETTURA: IL REGALO DEL MANDROGNO

pubblicato 05/feb/2010 02:18 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 06/feb/2010 01:54 ]

Benito Ciarlo
INVITO ALLA LETTURA

"Il Regalo del Mandrogno"


DI PIERLUIGI ED ETTORE ERIZZO
ROMANZO


    
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    Quando, anni fa, sentii parlare per la prima volta di questo libro ebbi un moto di stizza. La giornalista di Alessandria che lo recensì su Telecity ebbe la bella idea di paragonare il lavoro di Pierluigi ed Ettore Erizzo a quello, allora molto di moda, di un altro alessandrino illustre, Umberto Eco, Il Nome della Rosa. E siccome la signora era stata compagna di scuola - forse alle elementari - del professore, finì per sciorinare i suoi ricordi come panni al sole, evitando del tutto di dar particolari sul romanzo oggetto del suo intervento.
Basta leggere il bellissimo libro degli Erizzo e facilmente si giunge alla conclusione, se mai ce ne fosse bisogno, che l'accostamento al capolavoro di Eco era soltanto funzionale agli scopi di auto-promozione della giornalista anzidetta.
    Il Regalo del Mandrogno è al tempo stesso saga familiare e romanzo storico, che abbraccia un periodo ampio oltre 150 anni: dalla Battaglia di Marengo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso le vicende ora squallide ora esaltanti delle famiglie Montecucco, Raimondi, Bailo, Baventore e Cadeo unite da un fil rouge (è proprio il caso di definirlo così) rappresentato da un intruso, un ufficiale francese dai capelli rossi e dalla faccia da bulldog entrato prepotentemente e per sempre, in modo diretto o indiretto, nelle vicende di quelle famiglie e di altre ancora, il giorno stesso della vittoria di Napoleone sugli Austriaci: Isidoro Chénousset.

    Spiccano due eroine che catturano - a distanza di cento anni una dall'altra - l'attenzione e l'affetto del lettore: Rosina, la moglie del secondo dei Montecucco e prima ''vittima'' del francese, e Paoletta. Due storie d'amore - contrastato, naturalmente - indissolubilmente legate alla loro epoca, ricchissime di pagine coinvolgenti. Personaggi di statura epica come ''Lo zio Canonico'' o pusillanimi come Giovacchino e Leone.
Gli avvenimenti storici e politici del tempo, così come percepiti e vissuti da quel pezzo d'Italia oggi definito ''Basso Piemonte'' sono raccontati attraverso le vicende dei protagonisti, da due avvocati (gli Autori), esecutori di un bizzarro testamento che li porterà, attraverso minuziose ricerche a dipanare il bandolo delle diverse matasse e che inevitabilmente saranno sempre condotti, dalle stesse, a incontrarsi-scontrarsi con Isidoro Chénousset o con la sua sterminata discendenza.

    C'è, in realtà, un altro importante filo conduttore presente dalla prima all'ultima pagina: il ''Mandrogno'', che giustifica il titotolo del romanzo. Così sono chiamati da sempre gli abitanti della Fraschetta, la vasta regione dell'alessandrino compresa tra la Bormida e lo Scrivia. Una popolazione da sempre dedita al commercio, all'intermediazione e famosa per la sua insofferenza per le leggi.

    Non voglio anticipare altro per non togliervi il piacere della lettura che tale è e resta poiché molte delle pagine di questo libro sono talmente belle da farmi dire senza tanta paura di essere smentito che ho avuto la fortuna di leggere uno dei più appassionanti romanzi storici del Novecento.
    Voglio, invece, farlo io un accostamento, sperando che sia più consono di quello della giornalista di cui dicevo: questo libro richiama un altro capolavoro, Il Gattopardo. La lettura parallela delle vicende, almeno di quelle comprese fra il 1848 e quelle del 1861, contribuisce a darci un'idea vera di quello che era l'Italia prima della sua unificazione. Punti di vista agli antipodi, modi di concepire la vita totalmente diversi tra Sicilia e Piemonte, nell'immaginario comune, in realtà così simili da restarne sbalorditi.

    Dicevo delle finezze letterarie: chi di voi avrà la fortuna di leggere Il Regalo del Mandrogno non potrà far altro, quando giungerà al ''Terzo Intermezzo'' di leggere e rileggere le pagine con le consi-derazioni degli Autori sull'Ottocento, un capolavoro nel capolavoro, qualunque sia la vostra idea su quel periodo storico. Un raro esempio di sintesi e di humor svolto con un garbo incomparabile.
Sono davvero tentato di darvene un assaggio:

'' L'Ottocento fu un secolo cretino; fu anzi intelligente, forse troppo intelligente!
Ebbe, come tutti i secoli, le sue grandi utopie, ma seppe porvi riparo a tempo: all'utopia iniziale, che si chiamava Libertégalítéfraternité, riparò subito con un Impero a sfondo tirannico; alle utopíe finali della pace universale e del disarmo riparò con la scoperta della dinamite e delle armi a retrocarica.
Molte cose accaddero in quel secolo, ma non più numerose e diverse da quelle accadute in tutti gli altri. Imperi si trasformarono in repubbliche e repubbliche in imperi, come era sempre avvenuto. Molti uomini, inseguendo la libertà finirono in galera o sulla forca, e neppure questo era nuovo. E gli uomini si ammazzarono come sempre avevano fatto e come dimostrarono di saper fare anche dopo. Ma in quel secolo essi si ammazzavano ad uno ad uno: si ammazzavano a mano, non a macchina come poi impararono a fare; e ciò importava una tale complessità di movimenti, che conferi-va alla cosa una minore conseguenza di strage e un aspetto estetico destinato a colpire l'immaginazione e la fantasia. Più tardi tutto ciò finì; e la caratteristica
fondamentale dell'Ottocento fu appunto questa; che fu o secolo veramente pittoresco, colorito, coreografico.
Che esso sia stato ancora un secolo colorito e vivace, pieno di bei costumi e di bei gesti, tutto pen-nacchí e stringhe, frange e fiocchi, non v'è dubbio: basta dare un'occhiata ai suoi eroi, da Napole-one Bonaparte a Buffalo Bill. Vide galoppare gli ultimi pellirosse, vide gli ultimi cannibali che non erano ancora stati messi a regime dalla civiltà; vide lo splendore degli ultimi zar, assistè alle sadi-che crudeltà degli ultimi sultani, ammirò lo sfarzo degli ultimi grassi pascià: e siccome allora non si aveva fretta, si chiamavano padiscià.
Il mondo era ancora piccolo, ma gli uomini non urtavano contro i suoi ristretti confini, perché, beati loro, andavano in diligenza, e per arrivare al confine impiegavano molto tempo. Ma oltre il confine essi potevano allora trovare cose veramente nuove e diverse. Il mondo era ancora tutto im-pregnato di folclore, e passando di paese in paese pareva di assistere ad un ballo in costume, col vantaggio che tutti i costumi erano autentici! Vi era ancora il gusto, la passione, l'amore per il co-stume, dal maragià carico di perle, all'ultimo bandito di provincia, tutti erano in costume.
Ma tutta la bella fantasmagoria che aveva allietato gli occhi del mondo finì con quel secolo. Il male cominciò appunto quando i Mandarini si tagliarono il codino e i Samurai giapponesi si vestirono in cachi... [...] Il secolo che s'era inaugurato con l'Enciclopedia si chise con l'Esposizione. [...] In-ventarono la macchina a vapore ed il rasoio di sicurezza: scoprirono teorie di bacilli e sterminati continenti ignoti, trovarono il fonografo, il radium, il sol dell'avvenire, la kodak.
E da principio fu una cosa gauia, serena, che conservava una dolce abitudine di coreografia, e che ispirava i poeti. Quando Carducci vide una goffa locomotiva a vapore che, sferragliando in mdo vergognoso e sputando fumo nero da un inverosimile fumaiolo, arrancava a venti chilometri all'ora, disse: ''Ecco Satana''. E lo cantò. Ma era così lieto e ingenuo, che senza avvedersene lo cantò sul metro di Santa Lucia [...]
Debellarono il mare, la terra, le distanze. Debellato il cholera (al quale, per disprezzo, avevano persino tolto l'acca), il vaiuolo, la tubercolosi, la sifilide. [...]
''Bè'' dissero quando giunse il 31 dicembre di quel secolo, '' Ora possiamo fermarci! Lasciamo qualcosa da debellare anche ai nostri figli. Noi abbiamo già debellato abbastanza: siamo ormai Superuomini''.
Infatti proprio allora era stata inventata questa superba parola.
Guardarono soddisfatti l'opera loro e si prepararono a finire in letizia il secolo.
Ed il secolo finì con un cenone di capodanno - anzi di caposecolo- veramente monumentale e degno di gloria [...] Le ricette di quei piatti succulenti erano state dettate dalla forbita prosa di Pellegrino Artusi, che nella scienza gioconda ed opulenta del suo famoso volume aveva racchiuso l'ultimo sorriso del secolo decimonono.''

Il Regalo del Mandrogno sembra condividere il destino dei suoi personaggi: da cinquant'anni avvince generazioni di lettori ma la sua presenza in libreria non è mai scontata, perciò vi do due coordinate:

Pierluigi e Ettore Erizzo
IL REGALO DEL MANDROGNO
editore ARABA FENICE
25.00 €
EAN : 9788886771108
Buona lettura.
Ben


“SA CANTONE ‘E FLORA”: UNA STORIA TRA LE RIME DELLA POESIA

pubblicato 04/feb/2010 07:48 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 04/feb/2010 09:21 ]

 “SA CANTONE ‘E FLORA”:

UNA STORIA TRA LE RIME DELLA POESIA

di STEFANO FLORE


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Il giorno 11 luglio 1899  moriva  il poeta Bartolomeo Serra,  detto Bartulu o Bertulu. Aveva 34 anni ed era nato  a Tissi (SS) il 21 febbraio del 1865 da Giovanni Serra di Thiesi e Maria Pitalis di Cheremule.
[1]

              Il nome di Bartolomeo Serra è legato a una piccola raccolta di poesie  in lingua sarda,  pubblicata per la prima volta dall’editore Gallizzi di Sassari nel 1893, che aveva per titolo S’amore cambiadu in odiu - cumpostu dae Bartolomeo  Serra - pro usu e consumu de sa gioventude.

(L’amore cambiato in odio –composto da Bartolomeo Serra per uso e consumo della gioventù)

              Il tema, come già dice il titolo, era l’amore:  protagonista l’autore, coinvolto in  una  travolgente  passione  per una bella donna,  che  convenzionalmente chiama  Flora[2], dalla quale era stato, a suo dire,   brutalmente  ingannato,  e che perciò meritava  il suo rancore e tutto il suo disprezzo.

              Nella  introduzione il poeta,  dopo aver manifestato la sua   amarezza, offre ai giovani nei versi di una quartina il proprio consiglio per prevenirli dal pericolo delle belle donne:

 

Pro la leare bella e incostante                             Per prenderla bella ed incostante

Menzus una feona e vera amante                        Meglio una bruttona e vera amante

A su mancu gosades allegria                               Almeno ti godi (godrete) in allegria

Tottu su tempu de sa pizinnia.                              Tutto il tempo della giovinezza


Il poeta  racconta  i  contrastanti risvolti della sua storia  con dovizia di particolari, ma anche con una lingua piana tratta dall’uso quotidiano, dimostrando così  le grandi capacità di poeta-narratore che lo hanno reso famoso. 

              Egli  descrive  la dolcezza dell’innamoramento e lo sviluppo della passione sino  alla  certezza

dell’amore della donna, inteso come possesso:


“De Flora possessore                                           Possessore di Flora

Padronu e mere a mind’aprofettare”.                   Signore e padrone  di approfittarne


Ma questa sicurezza crolla di schianto di fronte  alla  leggerezza  o alla volubilità  giovanile  di Flora che lui, nella  sua incapacità di rassegnazione,  considera  tradimento.

Di conseguenza  reagisce  con l’amarezza cupa del risentimento che lo porta alla “vendetta” poetica: “S’amore cambiadu in odiu”.

              La pubblicazione ebbe un grande successo.  Diffusasi rapidamente in tutta la Sardegna, in particolare quella del centro nord, stimolò la fantasia popolare suscitando  opinioni contrastanti, che hanno coinvolto in un  appassionato dibattito diverse generazioni di lettori,  tanto che   fu presto rititolata  e ristampata  successivamente come Sa cantone de Flora.

              Sa cantone   é stata senza ombra di dubbio tra le poesie  più popolari e conosciute  dai nostri nonni e dai nostri padri, tanto che, per additare una donna di facili costumi, era uso dire: Cussa est una Flora. Medium di questa popolarità è l’unico e vero circuito di diffusione della cultura popolare dei  tempi,    sos cantonarzos  o bendidores  de cantones, venditori ambulanti di poesie che, nonostante i collegamenti viari  e i mezzi pubblici  oltremodo precari, raggiungevano comunque,  nel  loro continuo girovagare, anche i  più piccoli centri della  Sardegna, servendosi  spesso di  mezzi di fortuna.

La loro  bisaccia  era  piena di  piccole pubblicazioni  sgualcite che erano soliti  esporre  sulla  parte esterna della stessa bisaccia, sulle soglie delle case,  in sos zilleris  e soprattutto nei  ritrovi o nelle feste paesane.  

              La gente si avvicinava incuriosita dalla novità e comprava i sonetti,   sos gosos  (canti religiosi), sas  modas, storie mitologiche e umoristiche,  racconti biblici, composizioni in suspu (sotto metafora) di fatti di cronaca nera  presenti nella  tragica attualità  di quel periodo,  contados o scritti  nelle diverse composizioni tradizionali  metriche ed in rima.

              Queste figure, oramai lontane dalla memoria, piace ricordarle  mentre contrattavano il prezzo o rispondevano alle  domande dei curiosi  che li circondavano;  spesso leggevano e   recitavano a memoria i componimenti, per metterne in   evidenza la musicalità ed esaltarne  il contenuto.

                Tissi ha avuto, nell’ Ottocento, una  importante tradizione poetica, documentata da un tissese insigne, il  dottor Andrea Mulas[3], con una interessantissima  pubblicazione   in cui si  può   scoprire, tra l’altro, che la poesia non era praticata solo dagli uomini ma  anche dalle donne, capaci di controbattere    in rima  a qualche provocazione maschile  o di improvvisare  poesie umoristiche in occasione delle feste carnevalesche[4]

              Il dott. Mulas non menziona mai Bartolomeo Serra e dichiara che, dopo il poeta   Pietro Cherchi (nato a  Tissi il 13 aprile del 1779 e morto  l’ 8 marzo del  1855,  sagrestano, cieco dall’età di due anni), la  poesia sarda è decaduta. La causa a suo parere è “ l’imitazione  dei poeti colti (...) perché ai costrutti ed alle frasi tutt’altro che sarde aggiungono la movenza del verso che risente troppo dell’andatura  italiana”.

              Sa cantone de Flora risente parecchio di questa  “andatura  italiana”: in quegli anni, l’italiano iniziava ad   affermarsi come lingua dominante con l’istituzione,  nei primi anni  Sessanta, delle prime scuole comunali e  dell’istruzione elementare obbligatoria sancita con la legge Coppino del 1877.  Sebbene   la poesia  di Bertulu Serra  non sia dunque da considerarsi  di  particolare  pregio linguistico,  evidentemente con il successo decretato, i lettori hanno voluto premiare l’avvincente storia a scapito della forma, riconoscendo di fatto l’estro  poetico  dell’autore.

              Cercando di inserire gli avvenimenti nel contesto ambientale, si riscontra  dai censimenti che, nell’anno 1881, Tissi aveva 1472 abitanti, che  20 anni  dopo, nel 1901, si riducevano a 1202.

Fimis in Sant’Andria

De s’annu ottantasese.

 

       Nell’anno  1886 i nati nel paese  erano 53, i  morti 36 e i matrimoni 12.[5]

             

 In quell’anno veniva chiamato per la seconda volta alla visita di leva, con la classe 1866,  Serra Bartolomeo,   di “statura 1,67 e mezzo,  capelli castani lisci, colorito bruno, dentatura sana, alla ventura per cheratite” (rivedibile per infezione alla cornea), che veniva riformato definitivamente a. Cagliari  il 29 agosto del 1887[6].

              La curiosità di tanti  che negli ovili o nei focolari leggevano i versi in rima di questa poesia,  è stata sempre imperniata su tre domande principali:

1)  Chi era in realtà Bartolomeo Serra?

2)  Chi   si nascondeva   sotto il nome di Flora?

3)  Come  si era veramente svolta  tutta la storia?

              Domande non facili, alle quali si cercherà di dare solo qualche parziale risposta, facendo ipotesi  plausibili in base  a  quanto è stato scritto dal poeta stesso o accertato  dai riscontri documentali disponibili negli archivi, con l’intento di ricordarli entrambi: il poeta nella ricorrenza del centenario,  Flora  nel quarantennio della morte.

              La storia “cantata” di Bartolomeo Serra ha inizio una mattina:

 

Mentras ch’unu manzanu

Mentre una mattina

De una die de festa

Di un giorno di festa

Andesi a cheja impaghe e amore

Andavo in chiesa in pace e amore

Innozente e bajanu

Innocente e solo

Senz’ ateru in sa testa

Senz’altro nella mente

Che amare e servire su Segnore.

Che amare e servire il Signore

 

 

              Al momentodell’omelia va “Giuanne ‘elogu a sa trona a preigare”, e l’autore si alza in piedi come si conviene,  per ascoltare bene la predica,  per l’appunto di Ioannes Maria Delogu, vice parroco del paese, come risulta dagli atti ecclesiali da lui firmati[7] .

                La  predica del sacerdote, in quegli anni di grande analfabetismo,  era qualcosa che andava oltre il rito, per assumere anche una valenza culturale, perché da essa  molte persone, ed in modo particolare i poeti, traevano elementi di conoscenza dei testi sacri, riferimenti alla vita dei santi e tante altre notizie che inserivano opportunamente nelle rime dei loro componimenti.

              Il poeta, ad un certo punto, viene disturbato da alcune voci che dietro di lui commentano: 

 

 

Preigadore onu

Buon predicatore

Naraiat sa zente

Diceva al gente

Biada  cudda mama chi ses fizu:

Beata quella madre cui sei figlio:

 

un modo di dire rimasto ancora in uso, che lo costringe  a voltarsi d’istinto, e ad  incontrare così lo sguardo ed il viso di Flora, che lo rapisce totalmente.

              Bartolomeo  rimane  come incantato per tutta  la messa, con le spalle rivolte verso l’altare, insensibile ai solleciti delle persone amiche che cercano di riportarlo al rispetto dovuto  ai riti della funzione religiosa. 

              Tornato a casa si ritrova in uno stato di grande turbamento  e agitazione, tanto che, dopo uno scambio di messaggi  per mezzo de sa  mandataria, decide, come era allora d’uso, di organizzare una serenata.

              Per l’occasione compone delle bellissime rime, ricche di riferimenti mitologici, e  coinvolge  per il canto serale  i suoi più cari  amici.

 

Cun promissas, e donos,

Con promesse  e doni

Fatt’a sos pius bonos

Fatti ai più buoni

E sinzeros cumpagnos chi tenia

E sinceri compagni che avevo

........

..........

B’est compare Giuanne

C’è compare Giovanni

Compare Sarvatore

Compare Salvatore

E compare Franziscu pro sonare

E compare Francesco per suonare

............ 

………

Flora fit accherada  

Flora era affacciata

Dai tesu s’idiat su lugore,

da lontano si vedeva la luce,

.............

……….

Fit una notte de Friscu   

Era una notte fresca

E senz’umidu in terra

E senza umido nella terra

Chi nd’aiat su gustu a girare

Che dava piacere a girovagare

E compare Franziscu

E compare Francesco

Sonende sa chiterra 

Che suonava la chitarra

A narre chi cheriat faeddare,

diceva di voler parlare,

 

              Sono versi descrittivi  molto lineari, che hanno  un modo di esprimersi  “ popolano”, ma con una grande musicalità che li rende di facile memorizzazione. Nella vita paesana, dove le notti erano immerse nel silenzio profondo, una serenata era senza dubbio un fatto non comune; in genere una pubblica dichiarazione d’amore, ma insieme il mezzo per avvisarne tutto il vicinato, allertando  le orecchie della gente per alimentare l’indomani le chiacchiere paesane.

              Finita la serenata, la comitiva sta per ritirarsi, quando  Flora invita  il  poeta  ad entrare in casa.

              Questo chiede  il permesso degli amici e:

 

Intro cun pompa e gala

Entro con orgoglio e galanteria

Perunu cristianu 

Nessun cristiano

Fit in cuss’ora che deo  cuntentu,

era in quel momento felice come me

 

                Nella descrizione del poeta  non esiste  cenno alla presenza in casa di persone adulte  che avrebbero potuto ascoltare o comunque condizionare quello che  Serra cerca di far supporre tra le righe con l’intento di  accreditare l’idea di una Flora leggera e molto disponibile.

              Tutto questo però, contrasta  con il costume proprio della società sarda dell’ Ottocento e con quella tissese  in particolare, basata su schemi molto rigidi e su meccanismi culturali che ne imponevano le regole di comportamento sociale[8]

              Sino  al 1848, anno d’entrata in vigore dello Statuto albertino, non era facile stabilire un diretto  rapporto interpersonale o amoroso tra  due protagonisti, senza il filtro dell’ assenso  dei genitori o degli anziani della famiglia, che  costituivano  la colonna portante di quel sistema e  salvaguardavano   uno  stato sociale basato  sulla  rigida divisione e la conservazione delle classi.

              Infatti eventuali iniziative  di due innamorati  per contrarre un matrimonio  clandestino con l’intento di  forzare la volontà   del tutore o del capofamiglia  erano  penalmente  e pesantemente  sanzionate dalle leggi vigenti al fine “ di rafforzare l’autorità di chi esercita la patria podestà e di scoraggiare  matrimoni di diversa condizione sociale”[9].              Le  nuove norme, emanate a seguito dell’Unità, modificarono la nostra legislazione equiparandola a quella laica in vigore in molti paesi europei, ma nonostante queste innovazioni in materia di diritto di famiglia la società  dell’epoca  continuò  a  poggiare sulle vecchie consolidate regole di comportamento sociale derivate dalla  legislazione precedente.

Nella strofa  del dopo-serenata: “Domandami a sos mannos si m’istimas” si può leggere  chiaro l’intento  di una persona   rispettosa di quelle regole sociali, e non  insensibile alle opinioni della  gente: quanto è insinuato tra le rime con una serie di sottintesi che  tendono a far immaginare  qualche concessione amorosa da parte di Flora, risente invece di qualche evidente forzatura[10].

Chi si nascondeva dietro il nome di Flora? 

              Questa domanda, sussurrata dalla  curiosità  di tutti i lettori del Serra ha dato per qualche tempo  filo alla fantasia popolare e forse per rispetto  di qualche protagonista vivente o per i sentimenti messi in gioco non ha mai avuto   una conferma  scritta,  anche se naturalmente questa risposta non costituiva un segreto per gli abitanti di Tissi.

              Nel  tentare di ricostruire qualche frammento della storia che sta dietro la  poesia, la necessità di scoprire chi  era  Flora è un elemento quanto mai essenziale. 

              Secondo le fonti orali e le testimonianze raccolte, al nome di Flora  corrisponderebbe una Maria Luigia Masala[11], nata a Tissi (SS) il 4 settembre 1869, alle ore 4 vespertine, da Gavino Masala e Gervasia Capitta e  battezzata il giorno 8 settembre, padrini il nobile  ossese G. Battista Diaz figlio di

Michele e Candida Delogu e Felicita Solinas[12].

              I nobili Diaz possedevano a Tissi (ed esiste ancora) una casa padronale a due piani, costruzione molto rara per quei tempi. Nel centro storico esiste tuttora  anche quella che fu la casa, ad un solo piano, di Flora, morta nel  1959,  a 90 anni.

              Flora aveva 17 anni quando  ricevette l’amoroso canto della serenata nella casa  dove, sembra acclarato, viveva e che  era di proprietà, per l'appunto, del nobile Diaz suo padrino.  

              Si racconta andasse a servizio da loro o forse, come si usava allora, che fosse stata adottata dai padroni di casa come fitza de anima.

Il riscontro che  la casa dei “padroni” avesse più di un piano si può trovare   nello stesso racconto poetico:


Alzo lestru in s’iscala

Salgo svelto la scala

In su primmu pianu

Fino al primo piano

Inue fì de Flora s’apposentu.

Dove era Flora nella stanza

 

              Il  poeta si congeda da Flora quando  gli amici, lasciati in  strada,  dopo aver atteso a lungo  sono andati  via, dando fuoco  alle polveri del chiacchiericcio  paesano:

 

Bessit custu rù rù

Esce questo rù rù

A dolu mannu meu

Con moi grande dolore

E cominzat sa idda a murmurare

E comincia il paese a mormorare

tottu istan ciù ciù,

Tutti fanno ciù ciù

Gesù, ite coju feu

Gesù che brutto matrimonio

Mirade a chie solene leare

Guardate chi si vuol prendere

Unu mes’ acudidu.  

Uno mezzo straniero

 

              Questa ultima strofa è riferita al fatto che i genitori  di Bartolomeo Serra non erano tissesi, ma “forestieri” originario di Thiesi il padre e di Cheremule la madre.

              I contrasti  e le  perfidie di chi era avverso al matrimonio  continuarono per circa tre mesi, da novembre  a febbraio; esattamente sino al sabato di carnevale del 1877, quando,  dice il poeta,

Si truncat su tropogiu 

E faghimus su coiu.                                   

   “Faghere su coiu” era un’ espressione che derivava dalla certezza  riposta sul valore assoluto della parola data dai “grandi della famiglia”, dalla quale non era facile, a Tissi come in tante parti della Sardegna, pensare di potersi sottrarre[13].

              Peraltro Serra non menziona mai in tutta la  poesia  nè il padre di Flora  né alcun altro soggetto del suo nucleo famigliare, ma ha sempre come unico  referente  la madre della ragazza.

              Tutto questo ha una precisa ragione: infatti il padre di Flora, Gavino Masala, risulta  deceduto a Tissi all’età di 50 anni, “sepolto in Die Decima  Junii,  Millesimi  Octingesimi Septuagesimi Primi” (10 giugno 1871), lasciando orfana la figlia  di  appena  2 anni[14].

                 In occasione del fidanzamento, su coiu,  si fa una festa che il poeta, stranamente, nei versi seguenti omette di descrivere: “Chi seguente no la manifesta”, nonostante si fosse impegnato nell’unica nota apposta alla prima edizione: “Su coju si pubblicat in su segundu volume”.

              Dall'analisi di quanto si è detto sinora, considerando  il percorso dei versi, così pieno di dettagli, anche i più insignificanti, che sono entrati di getto nella descrizione  poetica  e che, come si è avuto modo di sottolineare, contengono molta gestualità e molto movimento, viene da chiedersi: “Come mai il poeta ha omesso di raccontare  un evento così importante?” 

              Per capire che cosa fosse a Tissi il fidanzamento, proviamo a seguire che cosa ci racconta  una fonte di prima mano e attendibile come il Mulas:  

“..occorre dire qualche cosa sulla usanza che vi é a Tissi  all’atto del fidanzamento di una ragazza che avviene sempre nelle prime ore della notte. Lo sposo accompagnato da parenti ed amici (escluse le donne) si reca a casa della sposa, avvisando questa del prossimo arrivo con parecchi colpi d’arma da fuoco. Appena la comitiva,  arriva  in casa della sposa, il padre di costei, che é circondato da tutti i suoi parenti ed invitati, domanda ad alta voce: <<Che vuole tutta questa buona gente in casa mia?>> Il padre dello sposo risponde:<<Siamo venuti per quel certo affare che si era combinato.>> Il padre della ragazza fa lo gnorri e ridomanda:

<< Cosa si era combinato?>> E l’altro: <<Si era combinato di sposare mio figlio... Tizio con, tua figlia... Sempronia>>.

<<Allora (riprende il padre della sposa) tuo figlio Tizio riconosca prima il padre e la madre della sposa e poi la sposa stessa>>”[15].

.              Il  rituale del fidanzamento non era, dunque, un fatto privato ma un momento di festa  che coinvolgeva parenti, amici e che rendeva partecipe tutta la comunità. 

              Nella logica del racconto questo vuoto  è in condizione di riempire di dubbi tutto il credito dato alla storia,  anche se si preferisce pensare che ogni artista ha bisogno di far lievitare la fantasia per rendere  più interessante la propria opera: nel periodo in questione, infatti, i poeti erano considerati alla stregua di mostri sacri, ai quali erano permesse licenze precluse ad altri[16].

Per confermare il timore che incutevano i poeti e la loro poesia,  basti ricordare una frase, abbastanza comune, che si usava per intimorire le persone,- e in modo particolare le donne- perché non uscissero dagli schemi  convenzionali: “Ista attenta, no ti ponzant cantone”,alla quale poi é stato aggiunto:”comente a Flora!”.

              La domenica sera, dopo la giornata passata assieme, Bartolomeo invita  Flora ad uscire per i festeggiamenti del  Carnevale, ma  lei rifiuta:

 

Nesit: chi no fit sana,

Diceva di non star bene

Nd’haiat pagu gana,

ne aveva poca voglia

 

              Così il  poeta decide di rinunciare, per solidarietà,  alla festa e si ritira, solo e pensieroso, nella propria abitazione.

              Evidentemente non era tra le usanze nuziali  tissesi permettere ai due promessi sposi di  dormire assieme dopo s’ aperaulamentu o s’assiguronzu[17].

Finisce a questo punto la parte idilliaca della storia d’amore  tra Flora e Bartolomeo e inizia tutta una  serie di incomprensioni che trasformano il  dolce canto,  prima  pieno di  speranzose  promesse, in  fosche rime cariche di rancore, dove la poesia diventa il mezzo per manifestare le ragioni del  sospetto.

              Il racconto  prosegue. Dopo cena

 

 

 

Mi leo su capotto 

Prendo il cappotto

E sonat su lerozu e fint sas’ otto

E suona l’orologio e son le otto

.….

…..

E  mi sezzo in sa gianna a s’iscuru

E mi siedo sulla porta al buio

Passat unu in carrela

Passa uno sulla via

Issu mi narat: ciau

Egli mi dice: ciao

E deo li rispondo: ciau puru” , 

ed io gli rispondo: ciao anche a te”,

 

              E’ questa persona, di  fronte alla desolata solitudine carnevalesca[18] del poeta, a dirgli  che Flora sta ballando con un altro.

 

“ - Nesit:  Ite ses nende

“- Disse: cosa dici

Mi chi Flora est ballende

Guarda che Flora sta ballando

............ 

……….

Tando no l’happo ida 

Allora l’ho vista

Ch’est cun d’un’ atteru a mascara estida.

Con un altro vestita a maschera

             

Inizia a questo punto un interessantissimo contraddittorio, in cui il poeta fa valere le proprie ragioni  sulla assoluta  fiducia accordata alla donna amata e descrive  poeticamente anche  le ragioni  dell’amico   nella sua  verità e   assoluta  buona fede, con dei botta e risposta degni di un vero teatro popolare, con  molti richiami  a sas garas  poeticas   ed alle dispute a temi contrapposti che tenevano, (e per fortuna  tengono ancora, in alcuni casi) i nostri tradizionali  poeti estemporanei nei palchi delle piazze, in occasione delle feste paesane.

Negli anni in questione la poesia estemporanea era praticata solo tra amici, tra un bicchiere e l’altro, in piccole riunioni conviviali,  dove  si imparavano la metrica e la rima.  La prima gara poetica in piazza  si tenne circa dieci anni dopo, in occasione della  festa della Madonna del Rimedio a  Ozieri, per iniziativa di Antonio Cubeddu che vi convocò altri poeti amici[19].

Dopo una lunga discussione, a tratti animata e minacciosa, l’autore congeda l’amico in malo modo  senza prestargli credito. Inizia contestualmente  il momento del travaglio e della riflessione:  il tarlo del dubbio comincia ad intaccare la fiducia assoluta riposta in Flora e poco prima difesa a spada tratta.

              Alla fine il sospetto prevale sulla certezza e il poeta trova conforto  e giustificazione in un riferimento biblico:

 

Dalila puru ,fit un’amorosa

Anche Dalila era un’amorosa

Femina ch’amaiat  a Sansone

Donna che amava Sansone

E a sas segus sa Traissione

Ma in seguito il Tradimento

L’hat giuttu, e diventada est inganniosa.

Gli ha portato, ed è diventata ingannatrice.

 

              E’ così che, tra   l’incredulo  e l’indignato,  va  alla festa, alla ricerca  di una smentita del dubbio che lo rode, e vede  la donna amata in compagnia di un altro che è, per di più, il suo peggiore nemico.

              A quella vista ha  l’impulso di  reagire, ma  la prudenza ed il calcolo delle eventuali conseguenze hanno il sopravvento sull’istinto: e così gira di spalle,  se ne va a casa silenzioso ed  avvisa del fatto la madre della ragazza[20].

              Per chi conosce  gli aspetti socio-culturali  della  vita paesana  di quei

tempi in Sardegna, un comportamento così disinvolto da parte della donna  era senza dubbio considerato una grave offesa  all’onore dell’uomo, ed una mancata reazione da parte di questi  non   poteva non intaccare gravemente la sua reputazione e il suo  prestigio di fronte alla società paesana, ed  anche  agli occhi  della stessa donna amata.

              Nascono a questo punto alcune domande  che hanno insita una   risposta:

1)   Come mai una promessa sposa,  che il poeta descrive innamorata, non appena  il suo uomo gira di

spalle, va alla festa in compagnia  di un altro  e per di più “nemico” del suo promesso?

2) Se  veramente nel  comportamento della donna ci fosse stata l’intenzione di una tresca, perché  sarebbe stata  così evidentemente incurante delle critiche e del giudizio della gente del proprio paese?

              In seguito Bartolomeo Serra continuò imperterrito, superando il proprio orgoglio di uomo tradito, a frequentare con assillo invadente, come racconta la stessa poesia, la casa di Flora e di sua madre, sottoponendo quest'ultima a continue pressioni  per arrivare ad un matrimonio che, da quel che si riesce a dedurre,  l'interessata non  voleva. 

              Infatti, in occasione di un battesimo[21], invitati entrambi a fare da padrini, come si usava allora, con l’intento di agevolare o  ufficializzare un eventuale fidanzamento[22], Flora rende ancora più palese la propria insofferenza nei confronti dell’uomo, andando per conto proprio alla cerimonia e rifiutando

decisa, in quella ed in altre occasioni, di farsi accompagnare dal poeta.

              L’ultimo tentativo di approccio nei confronti  di Flora, Bartolomeo  lo fa al pozzo del paese dove  lei, come Rebecca, andava a prendere  l’acqua: ma finisce con un litigio talmente aspro che  la donna alla fine lamenterà una guancia arrossata  da uno schiaffo, anche se lui nega  di averla colpita. 

              E’ così che l’amore si  cambia in odio e  Bartolomeo Serra, sfruttando le  capacità  di poeta “semianalfabeta”  come lui stesso dichiara di essere,

inizia,  forse prima di quanto nella poesia sia dato intendere, il percorso della vendetta intingendo la  penna  nel veleno  della  delusione.

              Dedica a Flora il famoso Bandu Universale, poesia in suspu, in cui la paragona ad una puddedra curridora, coinvolgendo pesantemente nelle allusioni poetiche anche la madre di lei, “puddedra ‘e bona razza e bona domo”.

              Segue anche una poesia delirante, di odio puro, espresso nei confronti della donna, da viva  come  da morta, che sembra sfiorare la necrofilia;  forse per questo motivo, come ricordano i vecchi dell’Azione cattolica, “Sa cantone de Flora” fu tra le letture sconsigliate dalla Chiesa.

              Vale la pena, invece, di citare alcune strofe  de Sa critica pro s’odiu, che il  nipote Ainzu Serra dedicò allo zio:

 

Prite tantu odiosu

Perché tanto odioso

Oh miseru poeta isventuradu;

oh misero poeta sventurato;

Non cheres in reposu

Non vuoi nel riposo

Lassare cudda chi t’hat afolzadu

Lasciare quella che ti ha afolzadu

Iscagliende in pienu

Scagliando senza tregua

Subra isa turmentos de velenu

Su di essa tormenti di veleno

.........

……..

Non mai mente umana

Mai mente umana

Cumpanzesit che tue versos tales

Compose? Come te versi tali

Paret essere insana

Da sembrare insana

Musas e sas cavernas infernales

Muse di caverne infernali

Sa chi t’hat assistidu

Quelle che ti hanno assistito

Pro tesser’unu cantu inferocidu.

Per intrecciare un canto inferocito

 

              Ritroviamo  Bartolomeo Serra  nella cronaca nera del giornale La  Sardegna del 27 aprile 1893: “Tissi, 26. Ieri è stato arrestato certo Bartolomeo Serra al quale pare si addebiti l’assassinio di

Raimonda Aru trucidata barbaramente il 13  gennaio1892. E’ questo il terzo arresto per tale delitto”[23].

La voce del popolo ha sempre collegato  l’arresto di Bartolomeo Serra con l’odio profondo scaturito dalla sue contrastate e travagliate vicissitudini amorose; infatti,  come risulta dai riscontri  documentari, la donna  uccisa si chiamava Aru Raimonda vedova Masala, sicché sono ipotizzabili collegamenti di parentela tra il marito defunto della donna assassinata  e Flora.

              Di questo delitto  Serra si é sempre proclamato  innocente e lo ha fatto, naturalmente con una bella poesia, diventata anch’essa molto popolare: intitolata  Tres meses de presone, dimostra una  più compiuta maturità poetica. Il poeta descrive con dovizia di particolari la  tragica esperienza dell’arresto, la traduzione in carcere, la punizione, il proprio stato d’animo, le preghiere rivolte a tutti i Santi, perché   intercedano per la sua liberazione.

              In effetti il poeta fu riconosciuto innocente di quel delitto, prosciolto in istruttoria

e rimesso in libertà.

              Bartolomeo Serra entra un’altra volta nella cronaca giudiziaria con l’accusa di “furto qualificato di una giunta di buoi”: nell’udienza del  31 dicembre 1895  il Tribunale di Sassari,  con la  sentenza

  n.1034[24] lo  condanna  assieme ai complici  “a due anni di reclusione ed a un anno di vigilanza P.S.”[25]

Infine fu sorpreso, nel mese di ottobre del 1898, a Sassari, in località Latte Dolce, dove esistevano allora diverse piantagioni di tabacco, con una bisaccia contenente circa 7 chili di tabacco in foglie ed una bilancia adatta per pesarle,  in contravvenzione della legge che regolava la produzione e la commercializzazione del tabacco. 

              Accusato di contrabbando, il Serra fu condannato[26] in contumacia  a “£ 10 ogni Kg e frazione di chilogrammo di multa proporzionale” , sentenza n: 738 del 7 agosto 1899 del  Tribunale penale di Sassari.  Non si specifica che nel frattempo,  il giorno 11 del mese precedente, il poeta era deceduto,  all’età di soli 34 anni. 

              Risulta infine, dai registri di matrimonio, che Flora “Masala Capitta Maria Aloisia” aveva contratto matrimonio con  Manunta Novarru Joanne il  giorno 28 aprile del 1895 [27]  nella chiesa parrocchiale di  Tissi.

              La Signora  M. Luigia Masala in Manunta ha avuto 7 figli, 4 maschi e 3 femmine, e nel corso della sua lunga vita, secondo dirette testimonianze di persone che hanno avuto modo di conoscerla  da vicino, è sempre stata una persona semplice, ottima moglie e madre  esemplare, che non ha mai dato adito a diceria alcuna.

              Abbiamo rivisitato Sa Cantone ‘e Flora  con l’intento di rendere omaggio ad un grande poeta popolare come Bartolomeo  Serra e ricordare  allo stesso tempo  Flora, sua fiera musa ispiratrice dell’amore e dell’odio.

Per fare questo abbiamo soffiato nella polvere degli archivi e  sbirciato tra le rime, nel rispetto di antiche passioni sopite dal tempo,  con  la consapevolezza  inscritta nei versi del  grande poeta  tissese Pietro Cherchi:

 

Chie no amat no podet iskhire

Chi non ama non può sapere

Sas penas de unu coro innamoradu

Le pene di un cuore innamorato

E chie amante ancora no est ilthadu,

E chi amante ancora non è stato

Amet... e det proare it’es patire!!...

Ami…e  proverà cosa vuol dire soffrire!

 

              Eravamo ragazzi quando ascoltavamo, in silenzio, nelle lunghe sere d’inverno,  Sa Cantone  ‘e Flora.

              A sentire recitare quei versi dai nostri  grandi  sembrava che il  respiro si fermasse per ascoltare meglio i ritmi del  canto, e si aveva l’illusione che i poeti, con i libretti sgualciti delle loro poesie, venissero a  nos imbisitare, e noi, lontani dai “consigli per gli acquisti”, aspettavamo il loro arrivo con ansia.

              La mia generazione è stata ospitale con i poeti. Li faceva  accomodare nello spazio delle illusioni e loro, ospiti di poche pretese ma oltremodo invadenti, si  scordavano  di andare via, rimanendo  negli anni   dentro il nostro pensiero per cantare, al momento opportuno, gli elementi essenziali della nostra cultura con la musicalità  delle rime. 

              La conoscenza del nostro canto si sta perdendo tra le nuove generazioni, e questo, come diceva il Serra, a dolu mannu meu, è un problema per tutta la nostra cultura, che rischia di  affogare in un mare di indefinita omologazione. 

              La poesia fa parte della nostra storia, e farla rivivere  significa rimettere in gioco la memoria, senza la quale i giovani rischiano di  finire come i topi incantati di Haarlem, dietro le musiche  ingannevoli  dei  moderni  pifferai.

              I primi colpevoli siamo noi se, come generazione, non siamo riusciti a trasmettere ai   giovani  il testimone di quelle  risorse  culturali  che hanno fatto la nostra storia e che trovano nella  poesia uno degli elementi essenziali per acquisire la consapevolezza dei propri valori.

                                                                                                                                                         

                                                                                                                                            Stefano Flore

 

 

 

 

1

 


[1] Archivio storico diocesano di Sassari,   Registro dei battesimi

 

[2] Flora era la dea dei fiori ,venerata  in Roma antica e nel Lazio; in suo onore si celebravano le feste floreali dal 28 aprile

al 3 maggio.

 

[3] A. MULAS, Poesie dialettali Tissesi, Ed Dessì, Sassari, 1902, p. 46.

 

[4] Il Mulas così ci racconta di una donna di Tissi in occasione delle feste di carnevale: “Essa non, avrà in quella sera improvvisato  meno di 300 versi, e posso soggiungere, senza sbagliarne uno. ” Id.  p.87

  

 

[5] Id.    p.35

 

[6] Archivio di Stato di Sassari, Ufficio di leva di Sassari, Liste di estrazione del  mandamento di Castelsardo, classe 1866.

 

[7] Archivio storico diocesano di Sassari

 

[8] Cfr. A.MULAS, Id , poesia del poeta  Pietro Cherchi in commiserazione di una sventurata donna che si era “data”,ad un uomo fuori dai canoni convenzionaIi  “Brutalmente abbandonata da questi fu   rifiutata da tutto il paese, compresi  i parenti più prossimi.”  pag.453

 

[9] M. DA PASSANO, I matrimoni clandestini e sconvenienti nella Sardegna del primo Ottocento, Ed. Antenore, Padova 1991, pag. 483

 

[10] Cfr MULAS A  Id, “Nel Meilogu e a Tissi era d’uso chiedere  la mano della donna amata  per mezzo di un intermediario, maschio o femmina che fosse, che si chiamava trattadoreparaninfu. Costui era una persona, di riconosciuta responsabilità ed altrettanta esperienza   nelle cui capacità, erano riposte  le speranze dell’ innamorato. 

 

[11] Archivio storico diocesano  di Sassari, Registro  dei battesimi.

 

[12] A.MULAS, Id,  pag. 510.  Su  Michele Diaz e Candida Delogu,  genitori di Giovanni Battista ,  esiste una poesia scritta dal poeta Pietro Cherchi  in occasione del loro fidanzamento,  a proposito del quale racconta il Mulas “Nel 1830 una comitiva di Tissesi a cavallo faceva parte di uno splendido corteo nuziale che partito da Ossi si recava in Uri accompagnando Don Michele Diaz che doveva impalmare Donna Candida Delogu. Faceva parte del corteo il cieco di Tissi, il quale arrivato sotto le finestre della sposa cantò (nel vero senso della parola) quei versi sublimi che si ricordano ancora  e non sono altro che l’introduzione di una canzone che era un idillio dolcissimo che ha l’effluvio delle rose di cui parla e l’incanto soave della ballata dei trovatori medioevali”.

 

[13] A.MULAS, Id, pag.450 .

 

[14] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei morti

 

[15] "A. MULAS, Id, pagg. 55O - 551.

 

[16] A. MULAS, Id, pag. 199

 

[17] POGGI F., Usi nuziali del centro Sardegna. Ed. Dessì 1894 p.23                                                                                                                                     “dada   sa paraula (data la parola) non vi era bisogno di altra sicurtà; i due colombi la sera stessa della festa, in barba al decalogo ed al codice civile,consumavano il matrimonio”..

 

[18] MULAS A., Id, p.86 - 87 Tissi aveva una grande tradizione carnevalesca ed in particolare l’ultimo giorno di Carnevale quando si festeggiava so’ Jolzis,  coinvolgendo  tutto il paese, come  racconta il Mulas: “su Jolzis corrisponde a quel fantoccio o pupazzo che si porta in giro negli ultimi giorni di carnevale. Metaforicamente poi significa ciò che di più intimo può avere una donna. La fantasia popolare ha quindi creato questa allegoria: nell’ultima notte di carnevale tutti questi Giolzis o Ziorzis partono in una grande imbarcazione per un lido sconosciuto, da cui non tornano che il Sabato Santo quando le campane suonano a gloria. I giovanotti quindi nell’ultimo giorno di carnevale e specialmente nell’ultima notte dopo l’ultimo ballo ne deplorano e piangono con alte grida la partenza; spesso anche si fanno dei pupazzi che rappresentano Su Jiolzi e gli cantano bellamente improvvisando delle nenie comicamente dolorose magnificando delle virtù dell’estinto. Il pupazzo si porta anche da una casa all’altra, nell’ultimo giorno di carnevale, scegliendo sempre quelle dove vi siano ragazze da marito. Queste nenie sono fatte spesso da abili improvvisatori od improvvisatrici..”.

19 PILLONCA P., Chent’Annos, Ed Soter 1996, pag.21 “de otighentos su norantasese /  pro iniziativa mia rara / amus fattu sa prima bella gara / de cabidanni su bindighi e mese...” 

 

 

[19] 

 

 

[20] Come si può rimarcare, il referente è solo la madre, che poteva disporre della patria potestà  in sostituzione del marito defunto e concedere o meno al focoso poeta la mano della propria figlia.

La morte di un capofamiglia significava spesso un drastico innalzamento della soglia di povertà e spesso uno stato di grande dipendenza e soggezione. Pertanto una figlia in età di marito poteva essere l’unica “valuta  pregiata”  o merce di scambio,per trovare un po’ di sicurezza per la ragazza ed anche per qualche famigliare.

 

[21] Archivio storico diocesano di Sassari. Risulta dal libro dei battesimi che: Serra Bartolomeo e Masala Maria Luigia fecero da padrini alla bambina,  Idine Maria Angela il 1. luglio 1887.

 

[22] GRAZIA DELEDDA, Tradizioni popolari di Sardegna, Ed. Forzani, Roma 1895. “Per lo più si cercano persone ricche e potenti, o due sposi, due fidanzati, o due che si supponga facciano all’amore, o un fratello e una sorella”.

 

[23] La Sardegna”  15. gennaio. 1892. (Tissi) “Una donna assassinata. Ieri venne trovata assassinata nella propria casa certa Aru Raimonda, vedova Masala” ......

La Sardegna”  17. gennaio. 1892. (Tissi) “Movente dell’assassino della vedova Masala sarebbe stata la depredazione”......

La  Sardegna”  21. gennaio  1892 . (Tissi) “Oggi é stato fra noi l’ispettore di P.S. il quale ha fatto procedere all’arresto di tre igdividui di questo comune gravemente indiziati autori dell’omicidio”.....

La Sardegna” 22. gennaio.  1892. (Tissi) “Ieri sono stati quà il signor pretore ed il maresciallo dei carabinieri di Ossi, e con la loro non comune perizia e diligenza pare siano arrivati a scoprire indubbiamente la vera mano assassina dell’infelice Raimonda Aru vedova Masala”.

 

[24] Archivio di Stato di Sassari. Sentenze Penali 2° semestre 1895.  “Tribunale Penale di Sassari. Sentenza contro Chessa Anastasio fu Gabriele di anni 38 braciante di Tissi. Serra Bartolomeo fu Giovanni di anni 3O bracciante di Tissi.Vargiu Luigi fu Gavino di anni 37 commerciante nato ad Ossi e domiciliato ad Osilo. (...)  Imputati di furto qualificato di una giunta  di buoi al senso dell’art. 404 C.P. commesso in territorio di Tissi il 7. settembre 1895 a danno di Del Rio G.Maria”.

 

[25] La Sardegna” , 8 gennaio 1896, Cronaca giudiziaria del 31 dicembre 1895

 

[26] Archivio di Stato di Sassari. Il Tribunale  di Sassari. Sentenze penali 3° Trimeste A.1899.  Sentenza  n. 738.

 

[27] Archivio storico diocesano di Sassari, Registro dei matrimoni.

 

 



La bestemmia

pubblicato 03/feb/2010 00:52 da dolceglicine@yahoo.it   [ aggiornato il 04/feb/2010 05:53 da Benito Ciarlo ]


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Se è vero che la bestemmia è, aldilà della sua gravità in ambito religioso, oramai, divenuta un turpiloquio comune a molte persone e un intercalare frequente, e, se è vero che è considerata una trasgressione linguistica che offende il buon gusto di chi non è avvezzo
a simili linguaggi, ritengo si debba prendere dei provvedimenti così come vengono presi ogni qual volta siamo in presenza di una violazione.
Personalmente il sentire una bestemmia mi offende sia come persona civile che come persona credente.
Ma non mi piace inquisire platealmente una persona che in un momento di rabbia si lascia andare pronunciando ingiuriose bestemmie.
Ritengo invece, che la bestemmia debba essere punita così come vengono punite altri tipi di violazioni, cioè secondo la legge.

A tal proposito, ecco una poesia dialettale di Pietro Bonini (Castelnuovo di Garfagnana (Lu),1870-1939)

NUN SI PO’ PIU’ GNANCO BIASTIMA’

Biastìma, ciccio mio, biastìma pure
che alla fin vedrai come ti va.
A dà certe lezion alle criature
ti devi vergognà d’esse su pà.
A te ti par di fa delle bravure
quando ti metti, porco, a biastimà
e invece, come dichin le scritture,
doverai nell’Inferno sprofondà.
Sta cheta, giurammio, falla finita
che senza la biastìma la ragion
nun po’ esse da tutti ben capita.
Purtroppo, adesso, mondo e po’ assassin,
mjerà tirà i sagrati in un canton*
perché li fan pagà più d’un cinquin.

*bisognerà nascondersi per bestemmiare


E’ vero, come dice il poeta che, talvolta, per far valere le proprie ragioni sembrano non esserci altre maniere che il turpiloquio, ma è pur vero che chi biasima o condanna il bestemmiatore, non sempre è scevro da simili abitudini.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra!
A questo punto mi piace sottolineare l’ultimo verso della poesia:
“perché li fan pagà più di un cinquin”, ovvero, 5 lire, cioè la pena pecuniaria fissata durante il periodo fascista a carico dei bestemmiatori colti in flagrante.
Non mi parrebbe proprio una cattiva idea ripristinare questa legge che, in fondo in fondo, è simile a molte altre con le quali vengono fissate delle qualsivoglia multe (codice civile , stradale, ecc.).
Credo sarebbe molto più civile e democratico punire secondo legge piuttosto che arrogarsi il diritto di mettere alla berlina un individuo che non è sicuramente peggio dei suoi inquisitori!
Comporterebbe un vantaggio linguistico per la società, un vantaggio economico per lo Stato e un vantaggio spirituale per l’anima!

 
 
 
NOTA: Poesia tratta da "Cose da contà a vejo" - Edizioni d'arte la Rocca - 1983. Il titolo di questa edizione è lo stesso dato dal poeta alla prima edizione che uscì a Barga nel 1916.

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