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pubblicato 29/dic/2009 09:05 da Benito Ciarlo
di Mariella Tafuto
Dall’anno che viene voglio un bacio
e un caldo abbraccio che sappia di pace
Voglio il sole dopo ogni tempesta
dodici mesi sempre di festa
Voglio legna per tutto l’inverno
grandi speranze ed un sogno eterno
Voglio un amore nuovo di zecca
Niente naufragi, nessuna secca
Volti ridenti voglio intorno
visi contenti ed un lungo giorno
E se tutto non posso avere
voglio occhi nuovi per vedere
E voglio orecchie per ascoltare
chi piange, chi ride, chi non sa che fare
N.d.A. Con questa filastrocca vi auguro un anno nuovo eccezionalmente
bello: qualcuno vincerà la lotteria, qualcuno incontrerà l’anima
gemella, qualcuno farà un viaggio bellissimo, qualcuno guarirà
miracolosamente dal mal d’amore ...
In quanto a me, vorrei riuscire a conservare la forza e la fragilità che ho scoperto di avere nell’anno che va via.
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pubblicato 29/dic/2009 08:53 da Benito Ciarlo
Cara Befana,
ti scrivo perché sei femmina, perché sei vecchia e dimenticata, perché
quello stronzo di Babbo Natale si piglia tutta la gloria e le luci dei
riflettori, e tu resti in disparte, in coda alle Feste.
I bambini di oggi non ti aspettano più come un tempo, non cercano nei
cassetti calzettoni abbastanza grandi da lasciare vuoti e ritirare
pieni al mattino, non li attaccano più con le pinze da bucato alle
testiere dei letti. Quel panzone del tuo concorrente sleale porta loro
in dono calze tutte uguali, tutte rosse, tutte confezionate allo stesso
modo, tutte prelevate dagli scaffali degli ipermercati e depositate ai
piedi di abeti addobbati di luci elettriche.
Io invece ti aspetto ancora, non ti ho mai dimenticata e sto già
scegliendo i miei collant di lana più abbondanti perché tu ti ci perda
dentro insieme alla scopa, quando verrai col saccone colmo di caramelle
e monete di cioccolato. A tale proposito, ti scrivo per dirti che ti
voglio sempre più bene e che a Babbo Natale non ho mai scritto una
lettera.
Perché a lui non credo. E’ troppo grande e grosso, pare un pagliaccio
tutto vestito di rosso, gli cola il grasso nelle mutande e sembra
sempre sul punto di avere un coccolone per quanto è congestionato. Dice
che si dà un gran da fare a costruire giocattoli tutto l’anno, ma io
penso che passi tutto il tempo a rincorrer sottane, e che i giocattoli
li compri all’ultimo momento all’Ipercoop, per risparmiare.
E poi sfrutta le renne. E io, a chi maltratta gli animali, non do soddisfazione!
Tu invece sei un strega smilza e col naso a becco, sempre vestita di
nero, e per volare usi soltanto una vecchia scopa di saggina. Sei tutta
sporca di fuliggine, come un donna dopo che ha passato l’intera
esistenza davanti ad una cucina a carbone. Non ti metti in mostra, non
sorridi mai, non vuoi essere vista. E i giocattoli li fai apparire per
magia, dal nulla.
Quando ero bambina, mi facevi paura. Cercavo disperatamente di
addormentarmi prima del tuo arrivo, ma passavo sempre la notte in
bianco. Facevo solo finta di dormire, ma non ti ho mai scoperta.
Pensavo mi scoprissi tu, che respiravo tranquilla per fare finta.
Temevo mi prendessi a legnate, ma non lo hai mai fatto, nonostante
tutti dicessero che eri dispettosa e cattiva coi bambini troppo svegli.
In qualche modo misterioso, prima che io mi accorgessi del tuo arrivo
sei sempre riuscita a lasciare i giochi che avevo chiesto nascosti
sotto il letto, e il calzettone pieno fino all’orlo di caramelle e
cioccolatini Perugina appeso alla testiera del letto. Ci annegavo tutta
la tristezza del ritorno a scuola, in quei dolciumi.
E ci annegavo pure il dolore di veder sparire i giocattoli dopo solo
alcuni giorni. Te li riprendevi dopo le feste, chissà mai perché. E li
facevi riapparire nei momenti più impensati, ma sempre nelle grandi
occasioni, tipo la notte della Befana di un anno dopo. Che io avevo un
anno di più, ero più grande e avrei voluto giocattoli nuovi e alla
moda, ma tu per qualche strana ragione mi riportavi anche giochi vecchi.
Una volta infatti mi hai portato lo stesso bambolotto dell’anno prima,
però privo di un occhio. Come lo avesse perso non so, dove fosse stato
tutto quel tempo neppure, ma che era lo stesso di un anno prima era
fuori di dubbio. Me lo hai lasciato accomodato in un passeggino nuovo
fiammante, di colore blu. A mia sorella hai lasciato un passeggino
dello stesso tipo, di colore rosso. E dentro hai lasciato pure a lei il
suo bambolotto dell’anno prima, che era uguale al mio. Però il suo
aveva ancora tutti e due gli occhi, chissà mai perché. Mi vergognavo da
morire a portare a spasso il guercio. Io, bimba zoppa, madre di un
bambolotto guercio. E un po’ ti ho odiata, perché non mi avevi portato
la stessa bambola Furga che camminava e parlava che invece aveva
ricevuto mia cugina.
Lei mi ci ha fatto giocare per un po’, con la sua bambola nuova. E l’ho
invidiata da morire. Però tornando a casa ho abbracciato mia madre,
perché a mia madre volevo bene. E mia cugina una madre non l’aveva,
purtroppo per lei. Aveva solo un bambola Furga che parlava e camminava,
per potersi consolare dei mancati abbracci. Allora ho pensato che tu
eri saggia e buona, e che io non avrei più messo in discussione la tua
esistenza e il tuo senso di giustizia. Che ci avrei creduto per sempre,
anche quando sarebbe toccato a me essere la Befana.
E ci credo ancora così tanto che a volte mi confondo. Sono o non sono la Befana?
Nel dubbio, ti scrivo ancora una richiesta. Per favore, cara Befana,
fa’ che il mio amore mi parli ancora. Anche se non sono stata sempre
buona e paziente , anche se sono stata cattiva e dispettosa. Anche se
l’ho preso a legnate, mentre era sveglio e non riusciva a dormire, e
per distrarsi corteggiava una certa Ninni che lo riempiva di fesserie.
Che poi la Ninni ero io, solo che lui non lo sapeva, non lo immaginava,
non lo avrebbe mai potuto nemmeno sospettare. Un innocente, da me
ingannato e vilipeso: fa' che mi perdoni l'affronto, Befana mia!
E fa’ che non si comporti mai come quello sbruffone puttaniere di Babbo
Natale, che sorride dai manifesti, e gli vorresti affidare tutti i tuoi
averi, te stessa e i tuoi sentimenti più segreti, intanto che lui si
frega la tredicesima!
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pubblicato 26/dic/2009 03:06 da Emma Bricola
Cara Ester,
stanotte ti ho sognato, non ricordo
com'era il sogno so solo che tu c'eri .
Mi piace pensare che tu abbia voluto
mandarmi gli auguri per Natale,ma non ci credo veramente.
Ricordi quando facevamo i preparativi
per la cena della vigilia?La sera era nostra , era degli amici ed era
della nostra allegria , dei doni pensati e non comprati a caso. Tu
poi eri un vulcano di idee. Ti ho sempre un po' invidiato per questo.
Ogni tanto ti penso, non troppo spesso perchè mi fa male ma ogni
tanto resisto e ti penso. Penso a quanto eri forte, a quanto eri viva
a come hai sfidato il terribile percorso che hai dovuto affrontare.
Un po' l'abbiamo affrontato insieme . Io un po' più vigliacca di te
che chiamavi le cose col loro nome , che non ti sei mai nascosta
dietro le illusioni.
Sei arrivata fino in fondo col
sorriso, con la tua risata che mi sembra ancora di sentire a volte.
Ricordi, insieme a te ce ne sono tanti: il mercato a Tortona dove
facevamo i nostri “affaroni”, e alla fine, io ti portavo le borse
con i carciofi perchè non avevi più forza nelle mani,le serate con
gli amici al ristorante messicano dove tu mi insultavi perchè ti
consigliavo cibi troppo piccanti. Tu mi dicevi:-Ma come cazzo fai a
mangiare questa roba? Sei fuori?
E poi le cene a casa tua , a casa mia . La più bella la cena cinese , te la ricordi? Abbiamo cucinato
spaghetti di soia che nemmeno il cane ha voluto assaggiare.
Però stavamo bene vestite da geishe,
con gli occhi truccati con la riga, il cuscino sul sedere, e il
copridivano indossato come un kimono. Fantasia ne avevamo da vendere.
Ma poi a parte quello, tu riuscivi a tirare fuori da me le cose
che non raccontavo a nessuno, riuscivi a farmi esternare dubbi e mie
paure e ad esorcizzarle. Quanta forza , eri una roccia . Ma non ce
l'hai fatta nemmeno con tutta quella forza. Avrei voluto starti
ancora più vicino, ma avevo anche mia mamma malata, lo sai, mia
mamma che ti ha raggiunto l'anno dopo. Spero che esista l'altra
dimensione, quella di cui discutevamo per ore, forse solo per
sperare, per darci il coraggio di andare avanti con quell'angoscia
che ogni tanto ci prendeva. E allora ,si piangeva insieme, eravamo
libere di piangere insieme, senza vergognarci dell'attimo di
debolezza. Ripenso a quando arrivavo a casa tua , avevo le chiavi, e
tu dormivi il sonno di piombo della morfina,; io mi sedevo lì
accanto fino a quando non ti svegliavi, e quando mi vedevi col
giornale sulle ginocchia mi dicevi”Ciao”, solo ciao ma era pieno
di affetto e di gioia . Basta ti saluto ora , spero che ogni tanto tu
e la mia mamma vi facciate compagnia. C'è anche tuo padre ora lì, sfiancato dal dolore ti ha seguito quasi subito. Ovunque tu sia , ti
voglio bene. Buon Natale
Emma
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pubblicato 22/dic/2009 03:59 da Benito Ciarlo
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aggiornato in data 22/dic/2009 04:07
]
RACCONTO DI NATALE
di Dino Buzzati
Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?" Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
"Che quantità di Dio! " esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- "Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.
Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. "
"E' di sua eccellenza l'arcivescovo" rispose il prete. "Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore."
"Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!"
"Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo è chiuso al pubblico" e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio.
"Buon Natale, reverendo" disse il capofamiglia. "Vuol favorire?"
"Ho fretta, amici" rispose lui. "Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno."
"Caro il mio don Valentino" fece il capofamiglia. "Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino."
E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
"Ma che cosa fa, reverendo?" gli domandò un contadino. "Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?"
"Guarda laggiù figliolo. Non vedi?"
Il contadino guardò senza stupore. "È nostro" disse. "Ogni Natale viene a benedire i nostri campi."
" Senti " disse il prete. "Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente."
"Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi."
"Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì."
"Ne ho abbastanza di salvare la mia!" ridacchiò il contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. "Aspettami, o Signore " supplicava "per colpa mia l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!"
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
"Fratello" gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli "abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego."
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
"Buon Natale a te, don Valentino" esclamò l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. "Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?" |
pubblicato 21/dic/2009 13:11 da Benito Ciarlo
Maria Gisella Catugno
E’ nella tenerezza del presepe adagiato sul muschio bagnato che Ti cerco; e tra quei pastori attoniti guidati dall’angelo alla grotta. Ti cerco nella luce di quella stella strana, che ha lo strascico lungo come le spose in tulle; e nella sospensione di quella notte che trattiene il fiato perché qualcosa di misterioso e unico sta per accadere, lontano dalla città distratta che ha chiuso gli usci in faccia ai forestieri. Ti cerco nell’incanto d’un bimbo appena uscito dal tepore del grembo e che il fiato pietoso di due animali scalda.
Ti trovo, forse,
per qualche
istante d’eterno
e aghi d’azzurro
mi rammendano il cuore.Maria Gisella Catuogno
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pubblicato 20/dic/2009 15:22 da Benito Ciarlo
U vientu li fisc'kava na canzuni
'ntri ricchj russi ppi ru friddu granni.
A grànnini cadìa supr'u carvùni
stutann' u fuocu ed umidienn'i panni.
Fora a timpesta e, dintr'a grutta, u scuru.
A mugliéra intra paglia ca durmìa.
U vovi ruminìava 'mbacciu u muru,
guardann'u ciucciu ma nunn'u vidìa.
Eranu cchiù d' i dieci, certamenti,
e s'era sculacchiatu u cielu sanu
i lampi, i truoni e certi scuotimienti
ki manc'a favuci quannu taglia u granu!..
Doppu na picca kiù nun granninìa.
Pu', n'atra picca, e u vientu friddu passa.
E, chjanu chjanu, è kiaru mmienz'a vija,
K'è isciùta a luna ccu na stella grassa.
''Peramiseria! Ki stella lucenti!''
Dicìa nu picuraru a nu crapiettu
”Ki cuda tena! Para nu serpenti”.
Ncantatu si nni stava a bann'u liettu.
Dintr'a Muntàutu, tutta kira notti,
mancu si fossa a fera cu ri spari,
nu manicomiu i genti e picurari,
piècuri, fisc'karuòli e zampugnari
arrieti a stella camminannu vannu
mentri si rap'u cielu a mmenzannotti:
Kuanta luci chi scinna! E propriu tannu
si sentanu cantà 'Ngiuliddri a frotti.
''Chi succeda cumpà? kissù ssi canti?''
Cummari mija propriu nun u sacciu,
pienzu si nni su scisi tutti i Santi...''
''... E kiddra stella, supr'a grutt' i Cicciu?''
'' Muoviti Carminé, vid'i fa 'mpressa
sinnò finiscia c'un bbidìmu nenti.''
''Oy malanovamija, ca sugnu grossa
kiù di cussì 'n ci a fazzu, certamenti!''
Davant'a staddra cc'è tuttu u pajisi,
e dintra cc'è na fimmina ammucciata.
E ru maritu fa ra vucca a risi
a tutta chira genti ch'è arrivata.
Ammentri stannu cittu, u vì, si senti
tutt'a 'na vota chiangi dintr'a staddra.
''E' natu u picciriddru'', dici a genti,
''E mèra la Madonna quant'è beddra!''
A stella, 'ncielu, cumu na faciglia
'ncop'a Muntà’utu, para ca cantava:
s'era firmata supra a ra famiglia
du falignami ch'intr'a staddra stava.
''Para nu Rre, ma mèra cum'è bieddru!''
''Oy benimiu, ma guarda cum'è stranu!''
'' E' appena natu e già su quatrarieddru,
parca si vo' abbrazzà ru munnu sanu''.
''U patri è falignami...'' chiànu dicìa na vuci,
''E mò chi c'intra cchi ssa fa ru patri?''
''s'è falignami sa' 'nchiuvà ri cruci..”
 traduzione
NOTTE D'INVERNO (Natale a Montalto)
Il vento gli fischiava una canzone
Nelle orecchie, rosse per il freddo grande.
La grandine cadeva sul carbone
Spegnendo il fuoco e inumidendo i panni.
Fuori la tempesta e, nella grotta il buio.
La moglie dormiva nella paglia.
Il bove ruminava vicino al muro
Guardando verso l'asino, ma senza vederlo.
Erano passate le dieci, certamente,
E si era sfondato il cielo intero:
I lampi, i tuoni e certi scuotimenti
Che nemmeno la falce quando taglia il grano..
Dopo un pò non grandina più.
Ancora un po' ed anche il vento cessa.
E, piano piano, s'illumina la via
la luna è sorta con una grande stella.
''Per la miseria! Che stella lucente!''
Diceva un pastore ad un capretto,
''Che coda che ha! Sembra un serpente!''
Imbambolato restava vicino al pagliericcio.
In Montalto, tutta quella notte,
nemmeno fosse ferragosto coi fuochi d'artificio,
tantissima gente e pastori, pecore, pive e zampognari
Seguono la stella e si mettono in cammino
mentre si apre il cielo a mezzanotte.
Quanta luce che scende! E proprio allora
si odono cantare Angioletti in coro.
'' Che succede, compare? Cosa sono questi canti?''
'' Comare mia, proprio non lo so,
se ne saranno scesi tutti i Santi...''
''...E quella stella, sulla grotta di Ciccio?''
'' Muoviti, Carmelina, fa' alla svelta
senò finisce che non vediamo niente ''
''Oh povera me, che sono grassa
e (più in fretta) di così non riesco, certamente! ''
Davanti alla stalla c'è tutto il paese,
e dentro c'è una donna nascosta.
Ed il marito accoglie col sorriso
tutta la gente che arriva.
Mentre tutti tacciono, ecco si sente
piangere all'improvviso nella stalla.
''È nato il bambino'', dice la gente,
''E guarda la Madonna quanto è bella''
La stella, in cielo, come una favilla
sopra Montalto sembrava che cantasse,
s'era fermata sopra la famiglia
del falegname che abitava nella stalla.
''Sembra un Re, ma guarda quant'è bello!''
''Oh, bene mio, ma guarda com'è strano!''
'' è appena nato e già questo bambino
sembra aver voglia abbracciare il mondo intero!''
''Il padre è falegname'', sussurrò una voce,
'' E adesso che c'entra cosa sa fare il padre?''
'' S'è falegname, sa inchiodar le croci...''
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pubblicato 20/dic/2009 14:24 da Benito Ciarlo
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| Name | | Maria Sinagra |
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| Email | | XXXXXX.X@XXXXXX.XX |
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| Subject | | Poesia di una mia allieva |
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| Message | | Vi
mando la poesia di natale scritta dalla mia alunna Emilia De Chiara. La
bambina ha 10 anni e frequenta la quarta elementare a Trapani.
Buon compleanno, piccolo Gesù
Buon compleanno, piccolo Gesù, sei come un fratellino appena nato.
Resta con noi, poi giocheremo insieme.
Resta con me per sempre, starò bene con te.
Emilia De Chiara |
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pubblicato 19/dic/2009 23:23 da Emma Bricola
[
aggiornato il 19/dic/2009 23:36 da Benito Ciarlo
]
Natale, giorno speciale non somiglia al Carnevale ci sono stelle di tanti colori bianche , gialle, dentro ai cuori. Le stelle cadenti portan fortuna e i miei desideri arrivano sulla luna. Vorrei tanta felicità , per me, per te e per chi nascerà.
Brian Lheshaj 
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pubblicato 19/dic/2009 23:15 da Emma Bricola
[
aggiornato il 20/dic/2009 14:15 da Benito Ciarlo
]
Il Natale un po' fa male ma è un giorno speciale perchè tutto vale basta che sia Natale. Le campane suonano armoniose e io voglio molte cose. Natale è bello piace anche a mio fratello, lui indossa un cappello da fringuello e vicino ha un asinello. Mamma mia che monello!
Nicholas Sebastiano
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pubblicato 18/dic/2009 12:31 da Benito Ciarlo
[
aggiornato in data 18/dic/2009 13:03
]
‘O presepiodi Antonio Covino
Ce stà mmiez’’o paese
‘na grotta ch’è ‘na stalla
addò dduje puverielle,
nu voje e ‘o ciucciariello,
se pazzeano cuntente
nu bello bambeniello.
Tutto attuorno brucano
ciente pecurelle
purtate annanze a grotta
da tanti pasturielle.
D’ ‘o cielo scuro luceno
tante e tanti stelle
e una che fa ‘a via
a gruosse e piccerille.
Da copp’ ‘e muntagnelle
scenne nu rusciello
addò ce vanno a bevere
pure ‘e paparelle
e mmiez’ ‘a piazza vénneno
frutta e capecuolle
che stanno appise a ll’angulo
‘e ati capannelle.
Pe’ ll’aria ‘n armunia
ca vene ‘a ll’ angiulille,
‘na bella letania
ca va pe’tutte ‘e vie.
Nu poco cchiù luntano,
ngrupp’ a nu cammello,
tre ssignure nobbele,
‘o turbante pe’ cappiello,
spiannolo a chi passa
vanno a truvà chi è nato
pecchè s’è spasa ‘a voce
ch’è ‘o rre ‘e tutt’ ‘o criato.
Traduzione:
Al centro del paese c’è una piccola grotta dove due poverelli,
un bue e un asinello,si godono sorridendo, un bel bambinello.
Tutt’intorno brucano cento pecorelle
portate davanti alla grotta da tanti pastorelli.
Dal cielo scuro luccicano tante tante stelle
e una che indica la strada a grandi e piccoli.
Dalle montagne scende un ruscello dove
si abbeverano anche le paperette.
E in mezzo alla piazza si vendono frutta
e capicolli che sono appesi agli angoli di
altre capannelle.
Per l’aria un’ armonia che viene dagli angioletti,
una bella litania che vaga per tutte le vie.
Un poco più lontano, in groppa ad un cammello,
tre signori nobili, il turbante per cappello,
chiedendolo a chi passa vanno a fare visita
a chi è nato perché si è sparsa la voce
che è il re di tutto il creato. Testi e fotografie di Antonio Covino. Napoli
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