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IGNAZIO BUTTITTA

DI STEFANO FLORE


Ignazio Buttitta nacque a Bagheria (PA) il 19/09/1899.

Autodidatta, fece molti mestieri: garzone di macellaio, salumiere, rappresentante di commercio.
Il 15 ottobre 1922,
 capeggiò nel suo paese una sommossa popolare e, in quello stesso anno, fondò il circolo di cultura "Filippo Turati", che pubblicava il foglio settimanale La povera gente.

Nel 1923 uscì la sua prima raccolta di liriche Sintimintali, con la prefazione del grande critico letterario Giuseppe Pipitone Federico,  al quale  Buttitta era legato da un costante rapporto di amicizia e stima. Dopo  la pubblicazione di Marabedda del 1928, le poesie di Buttitta, proibite dal fascismo, scomparvero dalla ufficialità, anche se continuarono a circolare clandestinamente.

Durante la guerra, per dare sicurezza alla propria famiglia, si trasferì a Milano. Qui ebbe modo di conoscere e frequentare  Salvatore Quasimodo ed Elio Vittorini, con i quali condivise e approfondì i suoi interessi letterari.

In Lombardia, partecipò attivamente alla lotta partigiana e venne arrestato per due volte dalle milizie fasciste.

Nel 1944, alcune sue liriche, dichiaratamente contro il regime fascista, vennero pubblicate sul secondo numero di "Rinascita", il periodico di politica e cultura, appena fondato da Palmiro Togliatti.

Sempre vicino alla ragione dei poveri, si schierò politicamente col PCI.                                              

Nel 1954 riprese la pubblicazione delle sue poesie con Lu pani si chiama pani, contenente l’introduzione di Salvatore Quasimodo e i disegni firmati da Renato Guttuso.  Diventò ben presto un  poeta conosciuto dal grande pubblico e di chiara fama internazionale.

Morì a Bagheria il 05/04/1997.   

 

                                                                                                                              Stefano Flore

LINGUA E DIALETTU

pubblicato 30/gen/2010 09:42 da Benito Ciarlo   [ aggiornato in data 30/gen/2010 11:06 ]

 VERSIONE ORIGINALE IN SICILIANO

LINGUA E DIALETTU

Un populu

mittitilu a catina

spughiatilu

attuppatici a vucca

è ancora libiru.

 

Livatici u travagghiu

u passaportu

a tavula unnu mancia

u lettu unnu dormi,

è ancora riccu.

 

Un populu

diventa poviru e servu

quannu ci arrubbanu a lingua

addutata di patri:

è persu pi sempri.

 

Diventa poviru e servu

quannu i paroli non figghianu paroli

e si mancianu tra d’iddi.

Mi nn’addugnu ora,

mentri accordu la chitarra du dialettu

ca perdi na corda lu jornu.

 

Mentre arripezzu

a tila camuluta

ca tissiru i nostri avi

cu lana di pecuri siciliani.

 

E sugnu poviru:

haiu i dinari

e non li pozzu spènniri;

i giuelli

e non li pozzu rigalari;

u cantu

nta gaggia

cu l’ali tagghiati.

 

Un poviru

c’addatta nte minni strippi

da matri putativa,

chi u chiama figghiu

pi nciuria.

 

Nuàtri l’avevamu a matri,

nni l’arrubbaru;

aveva i minni a funtana di latti

e ci vìppiru tutti,

ora ci sputanu.

 

Nni ristò a vuci d’idda,

a cadenza,

a nota vascia

du sonu e du lamentu:

chissi non nni ponnu rubari.

 

Non nni ponnu rubari,

ma ristamu poviri

e orfani u stissu.



VERSIONE IN LIMBA SARDA

LIMBA E LIMBAZU

 

Unu populu

ponidelu in cadenas

ispozadelu

tupadeli sa ucca

est liberu galu.

 

Leadeli su tribagliu

su passaportu

sa mesa inue manigat

su letu inue drommit

este riccu galu.

 

Unu populu

diventat poberu e teraccu

cando li furant sa limba

appida dae sos babbos:

e perdida pro sempre.

 

Diventat poberu e teraccu

cando sas peraulas no fizant peraulas

e si manigant tra issas.

Mi nde abbizo como

cando accordo sa chiterra de su limbazu

chi perdet una corda cada die.

 

Cando tapulo

sa tela tarulada

chi ant tessidu sos mannos nostros

cun lana de  erveghes sitzilianas.

 

E so poberu:

tenzo s’inari

e no lu poto gastare;

sas prendas

e no las poto regalare;

su cantigu

in sa gribbia

cun sas alas truncadas.

 

Unu poberu

chi allatta dae titas abbortijadas

dae mama putativa

chi pro beffa.

li narat fizu.

 

Nosateros sa mama, la teniamus,

no la fureint;

teniat titas che cantaru ’e late

e totu bi buffeint

sos chi bi ruspint como.

 

Nos est abbarrada sa oghe sua

sa  cadensia

sa nota bassa

de sonu e de lamentu

custas no nollas podent furare.

 

No nollas podent furare

ma abbarramus poberos

e orfanos su matessi.

 

            

Furriadu in limba sarda dae Istevene Flore


VERSIONE IN ITALIANO

LINGUA E DIALETTO

Un popolo

mettetelo in catene

spogliatelo

tappategli la bocca

è ancora libero.

 

Levategli il lavoro

il passaporto

la tavola dove mangia

il letto dove dorme,

è ancora ricco.

 

Un popolo

diventa povero e servo

quando gli rubano la lingua

ricevuta dai padri:

è perso per sempre.

 

Diventa povero e servo

quando le parole non figliano parole

e si mangiano tra di loro.

Me ne accorgo ora,

mentre accordo la chitarra del dialetto

che perde una corda al giorno.

 

Mentre rappezzo

la tela tarmata

che tesserono i nostri avi

con lana di pecore siciliane.

 

E sono povero:

ho i danari

e non li posso spendere;

i gioielli

e non li posso regalare;

il canto

nella gabbia

con le ali tagliate.

 

Un povero

che allatta dalle mammelle aride

della madre putativa,

che lo chiama figlio

per scherno.

 

Noialtri l’avevamo, la madre,

ce la rubarono;

aveva le mammelle a fontana di latte

e ci bevvero tutti,

ora ci sputano.

 

Ci restò la voce di lei,

la cadenza,

la nota bassa

del suono e del lamento:

queste non ce le possono rubare.

 

Non ce le possono rubare,

ma restiamo poveri

e orfani lo stesso.


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