Dal Bacco In Toscana (vv 732-859) Chi l'acqua beve [...] Chi l'acqua beve, Mai non riceve Grazie da me: Sia pur l'acqua o bianca o fresca, O ne' tonfani sia bruna, Nel suo amor me non invesca Questa sciocca ed importuna, Questa sciocca, che sovente Fatta altiera e capricciosa, Rïottosa ed insolente, Con furor perfido e ladro Terra e ciel mette a soqquadro. Ella rompe i ponti e gli argini, con sue nembose aspergini, Su i fioriti e verdi margini Porta oltraggio ai fior più vergini; E l'ondose scaturigini Alle moli stabilissime, Che sarian perpetuissime, Di rovina sono origini. Lodi pur l'acque del Nilo Il soldan de' Mammalucchi, Né l'Ispano mai si stucchi D'innalzar quelle del Tago, Ch'io per me non ne son vago: E se a sorte alcun de' miei Fosse mai cotanto ardito, Che bevessene un sol dito, Di mia man lo strozzerei. Vadan pur, vadano a svellere La cicoria e i raperonzoli Certi magri mediconzoli, Che coll'acqua ogni mal pensan di espellere: Io di lor non mi fido, Né con essi mi affanno, Anzi di lor mi rido; Ché, con tanta lor acqua, io so ch'egli hanno Un cervel così duro e così tondo, Che quadrar nol potria né meno in pratica, Del Vivïani il gran saper profondo Con tutta quanta la sua matematica. Da mia masnada Lungi sen vada Ogni bigoncia, Che d'acqua acconcia Colma si sta: L'acqua cedrata Di Limoncello, Sia sbandeggiata Dal nostro ostello: De' gelsomini Non faccio bevande, Ma tesso ghirlande Su questi miei crini: Dell'Aloscia e del Candiero Non ne bramo e non ne chero: I sorbetti, ancor che ambrati, E mille altre acque odorose Son bevande da svogliati, E da femmine leziose: Vino, vino a ciascun bever bisogna, Se fuggir vuole ogni danno; E non par mica vergogna Tra i bicchier impazzir sei volte l'anno. Io per me sol nel caso, E sol per gentilezza Avallo questo e poi quest'altro vaso; E sì facendo, del nevoso cielo Non temo il gielo, Né mai nel più gran ghiado io m'imbacucco Nel zamberlucco, Come ognor vi s'imbacucca Dalla linda sua parrucca Per infino a tutti i piedi Il segaligno e freddoloso Redi. Quali strani capogiri D'improvviso mi fan guerra? Parmi proprio, che la terra Sotto i piè mi si raggiri; Ma se la terra comincia a tremare E traballando minaccia disastri, Lascio la terra, mi salvo nel mare. Vara, vara quella gondola Più capace e ben fornita, Ch'è la nostra favorita. Su questa nave, Che tempre ha di cristallo, E pur non pave Di mar cruccioso il ballo, Io gir men voglio Per mio gentil diporto, Conforme io soglio, Di Brindisi nel porto, Purché sia carca Di brindisevol merce Questa mia barca. Su voghiamo, Navighiamo, Navighiamo infino a Brindisi: Arïanna, brindis, brindisi. Oh bell'andare, Per barca in mare Verso la sera Di primavera! Venticelli e fresche aurette, Dispiegando ali d'argento, Sull'azzurro pavimento Tesson danze amorosette, E al mormorio de' tremuli cristalli Sfidano ognora i naviganti ai balli. Su voghiamo, Navighiamo, Navighiamo infino a Brindisi: Arïanna, brindis, brindisi. Passavoga arranca, arranca; Ché la ciurma non si stanca, Anzi lieta si rinfranca, Quando arranca verso Brindisi: Arïanna, brindis, brindisi. E se a te brindisi io fo, Perché a me faccia il buon pro, Arïannuccia, vaguccia, belluccia, Cantami un poco e ricantami tu Sulla mandòla la cuccurucù, La cuccurucù, La cuccurucù, Sulla mandòla la cuccurucù! [...] |




