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Una testimonianza su Carlo Emilio Gadda

Lo strano ingegner Gadda

di: GIANFRANCO CONTINI


In questi giorni Gadda è stato festeggiato dalla sua città, anzi dalla sua scuola: più esattamente l'ingegner Gadda. E poiché l'aria è ancora piena dei prodotti del vicino, e addirittura dei due vicini centenari manzoniani, si determina un'opportuna congiunzione di studi fra i due massimi (prescindendosi da Carlo Porta; scrittori di cui Milano ha fatto dono all'Italia. (Giustifico la parentesi con le parole di Manzoni a Fauriel sulla perdita di Porta: «Son talent admirable... et à qui il n'a manqué que de l'exercer dans une langue cultivée pour placer celui qui la possédait absolument dans les premiers rangs»).

Di primo acchito può venir fatto di pensare che i due scrittori milanesi sono anche congiunti dall'essere i più nevrotici scrittori d'ltalia. Né sarà un caso che ci vengano incontro proprio dalla più grande città protoindustriale, poi industriale, del Paese: dove quasi si parificano, pur in condizioni talmente remote, le infelicità infantili del piccolo aristocratico e del medio borghese, a un po' più di un secolo d'intervallo. Della sua nevrosi Gadda non fa che discorrere, toccando il culmine con la Cognizione del dolore, e si avvale dell'equivalente culturale del suo tempo, cioè ovviamente della psicanalisi (che già dall'essere tanto vulgata e ferita nel suo valore terapeutico), applicandola al massimo della caricatura, salvo rettifica dei tecnici, in Eros e Priapo. Della sua, Manzoni parlava il minimo indispensabile: come Pascal, egli «avait son gouffre, avec lui se mouvant», così suona il verso di una che se ne intendeva, Baudelaire; questa sofferenza e collegata con unaversione dell'episodio parigino di Saint-Roch, e definitiva diventa dopo il malore per la notizia di Waterloo, tanto che il paziente non sarà poi mai più solo nel corso delle sue lunghe passeggiate quotidiane. Se Gadda è stato da sé e da altri traguardato al lume di Freud, a Manzoni è toccato un modesto Genio e follia di Alessandro Manzoni, titolo lombrosiano se mai ce ne fu, eppure pubblicato dall’editore per eccellenza dei cattolici detti liberali o rosminiani, il Cogliati, e per opera d'un manzonista di quell'osservanza, Paolo Bellezza. E poiché il Bellezza professava letteratura e lingue straniere al Politecnico, non mi sentirei di eseludere il curioso accidente che, a tutt'altro effetto, Gadda sia stato seduto sulla panca dei suoi uditori.
Il culto di Gadda per Manzoni, che durò fino agli ultimi giorni, quando amici si davano il cambio a leggergli il gran romanzo, potrebbe a prima vista sembrare paradossale, se non fosse che il divorato dalla nevrastenia percepisce, terebrando le pagine del suo impavido collega (e senza neppure varcare il perimetro dei Promessi sposi), i toni d'una «tragica sinfonia». E’ una definizione che risale ben addietro nel tempo, agosto 1924, agli inizi della carriera: nell'Apologia manzoniana stampata su «Solaria» del gennaio 1927.
(La cortese ma ferma polemica con lo stroncatore Moravia, a metà carriera, servira solo, per dir così, a interrompere la prescrizione).
L'Apologia si rivolta contro il locale idolum theatri («qui, nella vostra terra... tutti vi hanno per un povero di spirito») che intende il libro buono «per uso dei giovinetti un po' tardi»; e intona: «Con un disegno segreto e non appariscente egli disegnò li avvenimenti inavvertiti: tragiche e livide forme d'una società che il caso trascina per un corso di miserie e senza nome», iteratamente insistendo su quella rappresentazione del male e chiaramente attirando a sé una modalità della provvidenza che sarebbe mite chiamare giansenista («lo spasimo vano della nostra vita verso il necessario cammino»). Se è facile ravvisare in questa interpretazione non dirò un programma di lavoro, ma le postille della futura opera gaddiana secondo la sua formula più crudele, non è altrettanto facile ritrovare la consonanza dello stile manzoniano quale viene qui descritto con la forma di accesa espressività elaborata a suo tempo da un tanto maestro di «macaronismo»: «Volle poi cbe il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra, e non la roca trombazza d'un idioma impossibile, che nessuno parla (sarebbe il male minore), che nessuno pensa, né rivolgendosi a sé, né alla sua ragazza, né a Dio... Egli volle parlare da uomo agli uomini... a sceverare e ad esprimere le cose vere delle anime con le vere parole che la stirpe mescolata e bizzarra usa nei suoi sogni, nei sorrisi e dolori».
L 'ultima attestazione, per quel suo «meseolata e bizzarra», avvicina però, nell'idoleggiare la suprema aderenza alla realtà e il trionfo sulla «vacua magniloquenza», a qualcosa di molto più gaddiano. E a riprova: «La mescolanza degli apporti storici e teoretici più disparati, di cui si finse e si finge tuttavia il nostro bizzarro, imprevedibile vivere, egli ne avvertì la contaminazione grottesea».
Questo termine tecnicizzato, contaminazione, che nasce al chiudersi d'una costruzione ad sensum, esatto o no che sia nei riguardi dello scrittore descritto, e un prezioso apporto autobiografico, in quelli del descrittore, la cui tipologia è ben studiata, non l'etimologia culturale.
Fu dunque ben legittimo che al cuore dei primi festeggiamenti milanesi per Gadda, ne1 1983, fosse la bella mostra che andò a chiedere ospitalità proprio nella casa del Manzoni. Fu allora che noi vecchi fanatici di Gadda, noi «venticinque (ma forse molto meno) lettori», fans del Gadda milanese, dell'Adalgisa prima che fosse Adalgisa, persuasi di coltivare una passione per happy few, comprendemmo che la dirompente gloria del nostro amico era dovuta meno, oggettivamente, all'useita del Pasticciaccio in volume che, soggettivamente, al subentrare di una nuova generazione, al mutamento nel pubblico. Non arrivavano solo critici più giovani, sui quali autorevoli anziani aggiustavano il tiro (più vistosa l'adeguazione di Cecchi), ma lettori per così dire anonimi. (promotori delle prime celebrazioni si chiamavano Andrea Comotti e Roberto Brunelli; ne è rimasta, firmata dal primo, una pregevolissima «Antologia gaddiana di pagine milanesi» intitolata (un po' bizzarramente nell'aggettivo) La Milano disparsa di C. E. Gadda (Garzanti, 1983), dove ogni pagina è illustrata da impagabili immagini retrospettive. E la visualizzazione del «nostro» Gadda, anche se aggiornata da dilatazioni di là e (per il recupero di scritti più antichi) di qua dalle frontiere dell'Adalgisa e narrazioni congeneri.
Mancava, fino ai recenti interventi che si raccomandano soprattutto al nome di Dante Isella, un'adeguata documentazione su ciò che, nel mondo di «Solaria», segnalava come differenza specifica, leggermente sfumata di eccentricità, lo scrittore Carlo Emilio Gadda: appunto l'ingegnere. Tali interventi consentono di rispondere al quesito: quiddità differenziale appunto, o non piuttosto ostentata maschera della propria, è il caso di adoperare un'immagine elettrotecnica, differenza di potenziale? E importa poco che costrizioni familiari, com'egli lamentava, abbiano sospinto Gadda nelle aule del Politecnico anziché in quelle umanistiche, dove pure avvierà più tardi studi di filosofia; e che abbia praticato, e sempre nella speranza di poter nutrire dell'accumulato gruzzolo il vagheggiato otium letterario, un'infinità di mestieri. L 'irrequietudine è ben più fonda.
Il linguaggio professionale non nutre il linguaggio dello scrittore. Se l'insetto spiaccicato «si ridusse ad essere niente più che la proiezione ortogonale della sua propria superbia» (L’Adalgisa), o la piastrella provoca la rappresentazione antropomorfica dell'esagono (Quattro figlie ebbe e ciascuna regina), non si esorbita da quella metaforizzazíone universale che si esercita sulla sublimazione della cultura liceale. Un esempio colto, come si deve, nel minimo e nel paludarsi in «Gaddus» sulla falsariga dell 'ego di Cesare in terza persona; e i fiorentinismi desunti dal Principe sono guida a quelli del vernacolo contemporaneo, nel tipo del «per quanto minchione te tu sia» innestato sull'ambrosiano Quando il Girolamo ha smesso...
Oso affermare che Gadda non aveva vocazione matematica; curiosita di questa natura non soddisfaceva; e in genere era estranea a procedimenti formalizzanti: ricordo di averlo sedotto invano con intempestivo zelo didattico alla linguistica generale, sia che procombesse sconsolato sulla sedia mormorando «Bisogna proprio che cominci a documentarmi», sia che irritato prorompesse contro inutili complicazioni (per la definizione trubetzkoiana di fonema). In compenso era un applicatore ineccepibile: risolveva dubbi sulla possibile collocazione dei mobili riempiendo la lettera di disegni esaurienti che schematizzavano i suoi calcoli sulla resistenza dei materiali. Quanto diverso dall'altra ingegnere della letteratura d'avanguardia, Leonardo Sinisgalli! che della matematica faceva un'insistita euristica di entità immaginarie e silvestri, di riflessioni sulla sintropia, certo proponendosi come modello il Valery di Montpellier, applicando anche lui, s'intende, ma alla fragile eleganza di un design non priva di snobismo, riducendo facilmente la sua carriera all'unità.
Gadda era sede, tutt'al contrario, di processi di moltiplicazione.
E per cominciare con la lingua: la sua città gli era paradigma di bilinguismo, non per separare, come Manzoni, ma per sommare; e l'anfizona delle villeggiature gli aggiungeva, bilinguismo nel bilinguismo, la varietà rustica dei «calibani gutturaloidi ». Il giovanile soggiomo «ingegneresco» in Argentina gli aveva fornito un altro ingrediente di base; ma già gli aveva dato occasione per traduzioni steccate di gaddismi che rappresentavano una meravigliosa fuga dall' originale.
Se questo è l'estremo dell'espressività gaddiana, all'altro estremo dovrebbe situarsi il giomalismo tecnico, del quale possiamo giudicare piu saldamente ora che Vanni Scheiwiller ha riunito in un non esiguo volume quelli che ha intitolati (1986) Azoto e altri scritti di divuIgazione scientifica, integrando così la scelta eseguita dall'autore stesso, e dunque al suo miglior livello, fin dal '39 (perciò ancora nelle Edizioni di «Letteratura»), sotto l'iscrizione Le meraviglie d'ltalia. Va riconosciuto che qui non si celebra quella coincidenza di scienza ed espressione che fa scrittori veri un critico d'arte figurativa come Longhi o un economista come Luigi Einaudi. D'altra parte, per quanto si studi, a Gadda non riesce di configurarsi nel cosiddetto grado zero: la poesia o qualcbe cosa di prossimo erompe intermittente, involantaria ma irresistibile, magari con dubbia opportunita; e quando e il caso l'autore si rassegna, come prova il fatto delle MeravigIie, che non occupano certo un posto di primo piano, ma offrono qualche pagina, come Mercato di frutta e verdura, degna di qualunque più rigorosa antologia gaddiana. La violenta discontinuità del settore non deve comunque velare i valori positivi
inerenti a questi scritti, la celebrazione del lavoro umano (che spesso si converte, con le immaginabili implicazioni, in lavoro italiano), la sua imitazione (o violentazione) dei procedimenti della natura («L'uomo, che Rousseau incolpava di falsare e coartare l'opera felice della natura, e in realtà un inguaribile falsificatore, un "ingegnere" inguaribile»). Sono, a richiamarlo e insieme a sgomentarlo (posso rivelare che l'ingegner Gadda era atterrito dal rasoio elettrico?), soprattutto i segreti della chimica e dell'elettricità.
E aveva un bell'illustrarli: l'irrazionale, quelIo che porta «fino all'incredibile approdo», dominava pur sempre colui che da sé si denominava «il convoluto Eraclito di via San Simpliciano».
Qui, tuttavia, occorre fermamente insistere sulla faccia democritea che poteva assumere questo Eraclito; sulla portata liberatoria che aveva il suo riso folenghiano o rabelaisiano, meritevole di un codicillo di Bachtin. E questo rendeva il suo commercio, su cui s'è intessuta una vasta aneddotica (aumentabile a volontà), il più gradevole della gente  letteraria, l'unico che si tenesse a livello dell'interlocutore.
Non sarà superfluo schedare, di questo uomo d'ordine e d'anarchia, un'occorrenza (dal Castello di Udine) di felicità: «E in guerra ho passato alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle che m 'hanno dato oblìo e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità».
O anche: «Di certe ore di guerra... non dirò lo ringrazio (il Padre Eterno), è bestemmia, dirò solo che le ho vissute con orgoglio e con gioia ».
Un giorno sulla fine del secondo anteguerra eravamo assieme a Vicenza. Non ebbe pace finché non mi portò a Thiene, di dove fissò uno sguardo radioso sull'orlo dell'altopiano di Asiago. Era venuto a ritrovare il testimone di quella sua felicità, infissa (rieccoci tomati al maestro) nel guazzabuglio del suo cuore di uomo.


[16 maggio 1987]


Gianfranco CONTINI, Lo strano ingegner Gadda in Carlo Emilio GADDA, Romanzi e racconti, a cura di Raffaelle RONDONI, Guido LUCCHINI, Emilio MANZOTTI, Milano, Garzanti, 1988, pp. XI-XVI