Restando in argomento (e mi piace restarci perchè adoro i dialetti) sono stato testimone di un “miracolo” linguistico analogo in Belgio, in una comunità di minatori del Limbourg a Maas Meechelen. Si era in una specie di dopolavoro una domenica pomeriggiodel 1973: ho udito discutere tra loro animatamente persone di provenienze diverse (bergamaschi, foggiani, calabresi, veneti, ciociari e perfino un turco), ognuno nella sua lingua e si capivano perfettamente.
Su questo episodio prima o poi ci tornerò anallizzando il fatto in un racconto.
Fermo e Lucia,
Introduzione rifatta da ultimo (1823)
Ogni epoca
letteraria ha un carattere generale suo proprio, una maniera, per dir così, che
si fa scorgere a prima vista negli scritti dozzinali, e dalla quale i più
distinti e originali non vanno mai esenti del tutto. In Italia poi, spesso e
forse ad ogni epoca, oltre la maniera generale v'ebbe in ciascuno Stato e
principalmente in ciascuna città capitale una maniera particolare per dir così
una sotto-maniera che era una modificazione di quella: ne riteneva alcuni
caratteri e ne aveva altri suoi proprii. Erano come tante varietà d'una specie.
Di tutte queste differenze si ponno trovare ad ogni caso molte cagioni nelle
varie circostanze dei diversi stati: una cagione comune è l'essere in ciascuno
di essi adoperato nei discorsi un dialetto particolare anche tra le persone
colte. Ogni lingua, ogni dialetto oltre i segni d'idee per così dire semplici e
che hanno segni sinonimi in ogni altra lingua, ha segni particolari, e ancor
più frasi che esprimono o accennano un giudizio o pongono la questione in un
modo particolare. La moltitudine di questi vocaboli e di queste frasi
particolari dà ad ogni dialetto un carattere, un colore suo proprio, e
v'introduce una specie di criterio individuale.
Quando l'uomo che
parla abitualmente un dialetto si pone a scrivere in una lingua, il dialetto di
cui egli s'è servito nelle occasioni più attive della vita, per l'espressione
più immediata e spontanea dei suoi sentimenti, gli si affaccia da tutte le
parti, s'attacca alle sue idee, se ne impadronisce, anzi talvolta gli
somministra le idee in una formola; gli cola dalla penna e se egli non ha fatto
uno studio particolare della lingua, farà il fondo del suo scritto.
Di questo colore
municipale si è fatto in varii tempi rimprovero a molti scrittori: che
deturpasse gli scritti non v'ha dubbio: quanto agli scrittori, prima di
rimproverarli così acremente si sarebbe dovuto pensare che non è cosa tanto
facile prescindere da quelle formole alle quali sono unite per abito tutte le
memorie, tutti i sentimenti, tutta la vita intellettuale. Non è cosa facile
certamente; e non è pur certo se questo sia un mezzo di far buoni libri.
Questa irruzione inevitabile di ciascun dialetto
negli scritti generalmente parlando, ha quindi contribuito grandemente a dare
agli scritti d'ogni parte d'Italia un carattere speciale: carattere così
distinto che un uomo il quale abbia un po' frugato nelle opere buone e triste
dei varii tempi della letteratura italiana, potrà dal solo stile d'un'opera
argomentar quasi sempre non solo il secolo ma la patria dello scrittore, e
apporsi. Lo stile lombardo per esempio ha un carattere suo proprio
riconoscibile in tutti i tempi, e quasi in tutti gli scrittori. Due classi ne
ritengono meno degli altri: quegli che hanno fatto uno studio particolare della
lingua toscana; e quegli altri che trattando materie generali, discusse dai
primi scrittori di Europa, si sono serviti di uno stile per dir così europeo
etc. etc.