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Primo compleanno di Scrivere al tempo di Internet

Gadda, Manzoni e il Dialetto

Ricevo da Raffaele Pinto e pubblico molto volentieri:

Caro Ben, vedo che hai pubblicato questa interessante intervista a
Gadda. Sarebbe forse altrettanto interessante comparare le idee di
Gadda sul dialetto con quelle di Manzoni (prima che il suo pensiero si
orientasse verso il purismo dell'uso fiorentino). Ti allego alcuni
paragrafi tratti dalla 2ª introduzione al Fermo e Lucia. Se ti sembra
opportuno, si potrebbe aggiungere al dossier gaddiano che stai
organizzando.
un saluto carissimo, Raffaele 


A proposito della passione di Gadda per i dialetti e per A. Manzoni, ringrazio l’amico Raffaele Pinto che ha inviato questo contributo. Si tratta di alcuni paragrafi dell’Intr

oduzione, scritta dal Manzoni stesso a Fermo e Lucia (che poi diventerà I Promessi Sposi) nel quale è evidente che il grande Alessandro, ben prima di risciacquare i suoi panni in Arno era conscio di quanto i dialetti Italiani avessero influenzato e influenzassero (si direbbe positivamente) la produzione letteraria Italiana. Si trova nello scritto del Manzoni quasi la giustificazione dell’operato del Gadda, il quale, come ben sanno i suoi lettori, non si limitò a parafrasare espressioni dialettali ma usò un dialetto (ad esempio il Romanesco, nel Pasticciaccio) come lingua complementare e insostituibile del suo romanzo.

Anni dopo, Oriana Fallaci in Inshallàh, riporterà la questione all’attenzione dei linguisti, con gli indimenticabili dialoghi dei commilitoni che si esprimevano, in quel libro, come nella realtà, ognuno nel suo proprio dialetto. Il miracolo è che si capivano.

Restando in argomento (e mi piace restarci perchè adoro i dialetti) sono stato testimone di un “miracolo” linguistico analogo in Belgio, in una comunità di minatori del Limbourg a Maas Meechelen. Si era in una specie di dopolavoro una domenica pomeriggiodel 1973: ho udito discutere tra loro animatamente persone di provenienze diverse (bergamaschi, foggiani, calabresi, veneti, ciociari e perfino un turco), ognuno nella sua lingua e si capivano perfettamente.
Su questo episodio prima o poi ci tornerò anallizzando il fatto in un racconto.

 

Fermo e Lucia, Introduzione rifatta da ultimo (1823)

 Ogni epoca letteraria ha un carattere generale suo proprio, una maniera, per dir così, che si fa scorgere a prima vista negli scritti dozzinali, e dalla quale i più distinti e originali non vanno mai esenti del tutto. In Italia poi, spesso e forse ad ogni epoca, oltre la maniera generale v'ebbe in ciascuno Stato e principalmente in ciascuna città capitale una maniera particolare per dir così una sotto-maniera che era una modificazione di quella: ne riteneva alcuni caratteri e ne aveva altri suoi proprii. Erano come tante varietà d'una specie. Di tutte queste differenze si ponno trovare ad ogni caso molte cagioni nelle varie circostanze dei diversi stati: una cagione comune è l'essere in ciascuno di essi adoperato nei discorsi un dialetto particolare anche tra le persone colte. Ogni lingua, ogni dialetto oltre i segni d'idee per così dire semplici e che hanno segni sinonimi in ogni altra lingua, ha segni particolari, e ancor più frasi che esprimono o accennano un giudizio o pongono la questione in un modo particolare. La moltitudine di questi vocaboli e di queste frasi particolari dà ad ogni dialetto un carattere, un colore suo proprio, e v'introduce una specie di criterio individuale.

Quando l'uomo che parla abitualmente un dialetto si pone a scrivere in una lingua, il dialetto di cui egli s'è servito nelle occasioni più attive della vita, per l'espressione più immediata e spontanea dei suoi sentimenti, gli si affaccia da tutte le parti, s'attacca alle sue idee, se ne impadronisce, anzi talvolta gli somministra le idee in una formola; gli cola dalla penna e se egli non ha fatto uno studio particolare della lingua, farà il fondo del suo scritto.

Di questo colore municipale si è fatto in varii tempi rimprovero a molti scrittori: che deturpasse gli scritti non v'ha dubbio: quanto agli scrittori, prima di rimproverarli così acremente si sarebbe dovuto pensare che non è cosa tanto facile prescindere da quelle formole alle quali sono unite per abito tutte le memorie, tutti i sentimenti, tutta la vita intellettuale. Non è cosa facile certamente; e non è pur certo se questo sia un mezzo di far buoni libri.

Questa irruzione inevitabile di ciascun dialetto negli scritti generalmente parlando, ha quindi contribuito grandemente a dare agli scritti d'ogni parte d'Italia un carattere speciale: carattere così distinto che un uomo il quale abbia un po' frugato nelle opere buone e triste dei varii tempi della letteratura italiana, potrà dal solo stile d'un'opera argomentar quasi sempre non solo il secolo ma la patria dello scrittore, e apporsi. Lo stile lombardo per esempio ha un carattere suo proprio riconoscibile in tutti i tempi, e quasi in tutti gli scrittori. Due classi ne ritengono meno degli altri: quegli che hanno fatto uno studio particolare della lingua toscana; e quegli altri che trattando materie generali, discusse dai primi scrittori di Europa, si sono serviti di uno stile per dir così europeo etc. etc.