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Insegnare la comprensione attraverso lo studio dell'incomprensione - Teaching comprehension through the study of misunderstanding

ITA
La comprensione è nel contempo il mezzo ed il fine della comunicazione umana

Edgar Morin nel suo I sette saperi necessari all'educazione del futuro scrive "Data l'importanza dell'educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma della mentalità. Questo deve essere il compito dell'educazione al futuro.
- La reciproca comprensione fra umani, sia prossimi che lontani, è ormai vitale affinché le relazioni umane escano dal loro stato barbaro di incomprensione.
- Di qui la necessità di studiare l'incomprensione, nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell'educazione alla pace."

Quando guardiamo al passato, anche quello più recente, abbiamo spesso la sensazione che esso abbia subìto l'influenza di innumerevoli errori ed illusioni e ci chiediamo come mai gli uomini del tempo non se ne siano accorti e non vi abbiano posto rimedio specie quando questi "errori/illusioni" hanno portato a guerre.

La teoria dell'informazione mostra che in ogni trasmissione d'informazione, in ogni comunicazione di messaggi esiste il rischio di errore sotto l'effetto di disturbi o di rumori di fondo (noise) (vedi sezione strumenti: "il roleplaying").
Una conoscenza è una rappresentazione delle cose del mondo esterno e tutte le percezioni sono nel contempo traduzioni e ricostruzioni cerebrali a partire da stimoli o segni captati attraverso i propri sensi e codificati attraverso le proprie esperienze, la propria cultura. Da qui derivano gli innumerevoli errori di percezione che ci provengono per la maggior parte dal nostro senso più affidabile, quello della visione (vedi sezione strumenti: "è questione di punti di vista"). All'errore di percezione si aggiunge l'errore intellettuale (parole/linguaggio).

- errore di percezione > vista
- errore intellettuale    > parole/linguaggio

La conoscenza, sotto forma di parole, di idee, di teorie, è il frutto di una traduzione/ricostruzione attraverso i mezzi del linguaggio e del pensiero, e quindi soggetta al rischio dell'errore. Ridurre gli errori intellettuali vuol dire sperimentare la visualizzazione delle idee (vedi sezione strumenti "mano che scrive, mano che pensa").
 

Teaching comprehension through the study of misunderstanding

 

comprehension is the aim and the mean of human communication

 

Edgar Morin in his “Les Sept savoirs nécessaires à l'éducation du futur” writes: “given the importance of education in comprehension, in all educative levels and at all ages, the development of comprehension requests a transformation of mentality. This has to be the task of the education to future.

-          the mutual understanding among humans, near and far, is nowadays vital for human relationships to exit their barbaric state of misunderstanding.

-          Hence the necessity of studying misunderstanding, in its roots, in its modalities and in its effects. Such a study would be much more important because it would not deal on symptoms, but on the roots of racisms, xenophobia, disdain. At the same time it would represent a safer base for the education to peace.

 

When we look at the past, even the most recent, we often have the impression that it had been influenced by many mistakes and deceptions and we ask ourselves how come humans of that time were not aware of them and did not cure them, especially when those “mistakes/deceptions” caused wars.

 

Communication theory shows how every transmission of information, every communication of messages presents the risk of mistaking because of disturbance or noise (see section tools: roleplaying).

Knowledge is the external world things’ representation and all perceptions are at the same time translations and reconstructions of the mind made on the impulses or signs catched through the senses and decoded through one’s experiences, and one’s culture. All the uncountable mistakes of perception, usually through our safer sense, that is view, derive from this (see section tools: “it is a matter of points of view”). Subjoined to the mistakes of view, we find the intellectual mistake (word/language). 
- Perception mistake  > view
- Intellectual mistake  > word/language

 

Knowledge, under the form of words, ideas, theories, is the harvest of translation/reconstruction through the tools of language and thought. It is therefore liable to the risk of mistaking. Reducing intellectual mistakes means experimenting the visualization of ideas (see section tools “hands that writes, hands that thinks”).


Lettura - Suggest reading

UNA LINGUA DIFFERENTE
di Delfina Lusiardi(1)

Quando scoppia una guerra ci parliamo di più, ma paradossalmente non riusciamo a comunicare di più: la lingua della guerra crea un frastuono che rende difficile farlo.
Si crea un'illusoria comunità dialogante.
E a soffrire è prima di tutto il parlare; ci accorgiamo che discorriamo male, rissosamente, scopriamo che le nostre parole, se non sono parole riconoscibili negli schieramenti che si sono andati formando, non hanno alcuna possibilità di venire percepite nello scambio simbolico; sono rese del tutto superflue.
È in scacco la fiducia nel potere che le parole hanno di creare legami sociali, di resistere alla faziosità generata dalla guerra. Soprattutto, è messo in questione il senso del parlare perché la guerra costruisce una sua lingua insensibile, corazzata, armata di ragioni e ragionamenti.
Continuare a parlarci, parlare della guerra senza parlare le varie lingue che la guerra sta generando, sottraendoci all'ordine del discorso disegnato dalla guerra, è una sfida che nasce dalla passione del linguaggio.
Ci sono situazioni nelle quali si è costrette o costretti a parlare di guerre, del presente e del passato, come succede a chi insegna la "Storia generale" nella scuola o a chi fa informazione.
Nel momento in cui viene decisa una guerra, tuttavia, il problema si presenta per tutti, e drammaticamente. È il dolore di sopportare la violenza della lingua della guerra, di reggere l'irritazione provocata dalla menzogna, dall'esibizione del militarismo nei discorsi e nei comportamenti. È la difficoltà di continuare a parlare con amici e amiche, con persone che ci sono care, nell'accorgerci con quale rapidità la mente viene assediata dalle costruzioni linguistiche che predispongono a giustificare la guerra. È il dispiacere che avvertiamo nel sentirci separati dagli altri, è la tristezza del non riuscire a far parlare la verità della propria storia.
 
La scena è di alcune settimane dopo l'11 settembre, sono appena cominciati i bombardamenti dell'Afghanistan.
Viaggio in treno. Davanti a me, nel posto che si affaccia sul corridoio, siede una signora bionda di circa cinquant'anni, ha in mano un quotidiano ma è evidente che non ha voglia di leggerlo. Si capisce che desidera parlare. Al lato estremo, vicino al finestrino, c'è una vecchia signora. Potrebbe avere l'età di mia madre, ottant'anni. In mezzo alle due, una signora minuta. Età intermedia.
La donna bionda fa scivolare, non so come, il discorso sulla guerra.
La donna vecchia dice: lo so cosa sono i bombardamenti. La casa... (gli occhi le si riempiono di lacrime). Era l'esercito, dice, che veniva dalla Sicilia. E poi loro se ne sono andati e il paese era tutto distrutto. Non c'era più niente. E noi abbiamo ricominciato... Loro ci hanno lasciato senza niente. Soli... Quell'aereo che entrava dentro, ah quell'aereo che scoppiava e le persone che saranno state là dentro...
Allora, chiede la cinquantenne alla signora che potrebbe essere sua madre, mi dica lei: cosa dovevano fare gli americani!?
Ah, ripete la vecchia, quell'aereo entrava dentro, il fuoco, scoppiava tutto, c'erano delle persone là dentro...
E tace. La donna seduta tra le due, fa sì con la testa. Non si sa bene a che cosa.
La conversazione tra la vecchia signora e la cinquantenne finisce così.
Ma quest'ultima cerca in me, sua coetanea, un appiglio per continuare a discorrere della guerra. Vuole dimostrare che "gli americani" non potevano fare altro. La lascio parlare. Cerco di convincerla che ci sarebbero altre strade. Ma mi accorgo che non va. Alla fine lascio cadere.
Negli stessi giorni mi ha molto colpito un racconto. È in un articolo dello storico orale Sandro Portelli dal titolo "Vulnerabile America", un incrocio straordinario delle memorie che "agiscono" nel presente della società americana ("il manifesto", 30 ottobre 2001). Sandro Portelli cerca di capire che cosa sta succedendo negli Stati Uniti, dove - dicono i suoi testimoni - si "spazzano sotto il tappeto" eventi traumatici, come l'assassinio di J. F. Kennedy, e "ogni volta" si deve far finta "che sia la prima". Un docente racconta che ad un suo studente "ci sono volute dodici ore" prima di rendersi conto "che dentro quell'aeroplano e dentro quell'edificio che lo inghiottiva c'erano delle persone: mi sono svegliato sotto shock, diceva lo studente, conscio di aver assistito alla morte di esseri umani".
Portelli si interroga sugli esiti di un immaginario che si è del tutto sovrapposto all'immaginazione, fino al punto di annullarla completamente.
Mi sono chiesta dove porta la perdita dell'immaginazione, del potere cioè di rendere presente a noi stessi la realtà che non sta nell'immediata vicinanza spaziale o temporale, di percepire ciò che appare al nostro sguardo nella sua consistenza materiale, di luoghi vulnerabili abitati da individui reali, di esseri incarnati attraversati dalla disperazione.
Non ho potuto fare a meno di pensare alla "anomala cecità" di cui racconta José Saramago (Cecità), al "mare di latte" che all'improvviso invade gli occhi di uomini e donne. Saremo, siamo già, noi i contagiati da questa epidemia sconosciuta, forzati a vivere isolati, "talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non sapere più chi siamo"? Come possiamo far tesoro delle parole che lo scrittore fa dire a una donna, la moglie del medico colpito dalla cecità, la sola in quella specie di lazzaretto che ancora può vedere e che pietosamente osserva il rapido esaurirsi del bisogno fondamentale di ciascun essere umano, di venire riconosciuto con il proprio nome: "...neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a cosa ci sarebbero serviti i nomi..." si chiede.
La donna vecchia, la cinquantenne, il giovane studente appartengono a tre diverse generazioni. E dell'evento ci parlano in tre lingue differenti: la prima è la lingua dell'esperienza, delle immagini fortemente incise nella memoria della guerra vissuta sopportando la distruzione della propria casa, del paese, dei luoghi dai quali dipendono la sopravvivenza e i legami affettivi e sociali; è un parlare che conosce anche la fatica e la sofferenza della ricostruzione affrontata con pochi mezzi.
Il giovane arriva, tardi ma arriva, a vedere che l'11 settembre non è stato solo il crollo di un simbolo. Arriva alla consapevolezza della realtà quando riesce a lasciar andare le rappresentazioni immaginarie della catastrofe. E allora la morte gli si presenta nella sua forma più terribile, la morte di massa che colpisce gli altri, simili a noi che siamo stati risparmiati. Questa morte risveglia il senso di una vulnerabilità che avevamo cercato di dimenticare. Non si dice nella testimonianza se lo shock fosse derivato dall'incapacità di reggere l'immagine della morte reale o dal rendersi conto che ci sono volute dodici ore per sentire dentro di sé l'enormità dell'accaduto, o da entrambe le cose.
Le parole che più mi fanno riflettere e mi inquietano di più sono quelle della cinquantenne perché sono una fortezza inespugnabile, parole della ragione astratta, inconsapevole della sua astrattezza. In lei, l'urgenza di giustificare la guerra rende del tutto superfluo chiedersi che cos'è una guerra, come irrompe nella vita e la sconvolge, quale distruttività genera e alimenta.
Mi accorgo che dei tre racconti quello della cinquantenne è il più infido quando, intrappolata nel suo gioco, finisco per parlare la stessa lingua (seppure per approdare a conclusioni opposte), una lingua scarnificata - fatta di parole generali e di giudizi generalizzanti.
Riconosco, nel linguaggio che ci sta usando, la lingua della Storia, che nella scuola abbiamo imparato a padroneggiare, donne e uomini. Scopro l'assoluta coerenza di questa lingua con quella del potere, politico e dell'informazione di massa. La tradizione manualistica, che non confondo con la cultura storica, ci parla infatti del passato con una narrazione che finisce per lasciare nell'oscurità il sapere, l'intelligenza amorosa, i gesti e la fatica di quel fare che materialmente si prende cura della vita, l'opera di umanizzazione dei sentimenti necessaria perché il vivere insieme, di donne e uomini, bambini e vecchi nella stessa casa, nella stessa città, non si trasformi in una guerra quotidiana. Materia, questa, che la Storia, nel costituirsi come scienza, ha sdegnosamente lasciato al genere letterario.
Mi avevano fatto riflettere, nel martellante bombardamento mentale che accompagnò l'intervento dell'Italia nella guerra in Kosovo, alcune osservazioni di una scrittrice austriaca, Elfriede Jelinek, nell'intervista del 10 febbraio 2000, pubblicata dal "manifesto". Riferendosi al contesto politico in cui si è imposta al governo dell'Austria la destra estrema, con Haider, Jelinek notava la pervasività di una lingua minacciosa. Diceva: "Ci inonda da ogni dove una lingua minacciosa, certa di sé, non ammorbidita dal dubbio, usata da tecnocrati aventi sempre ragione". E osservava che "una lingua letteraria che fa la differenza" non poteva farsi valere contro questa lingua che veniva avanti così corazzata, e che non c'era più "spazio per la letteratura", che non ci si poteva più frapporre con le parole tra il potere e la realtà. "La lingua, aggiungeva, non può entrare in scena sola e da sola, ha bisogno di posto".
Quando la guerra ritrova la sua legittimazione e la società viene orientata in questo senso, come è accaduto in tutto l'Occidente dalla guerra del Golfo in poi, anche la lingua che riempie la scena pubblica diviene rumorosa e corazzata e il problema di far posto ad una lingua differente diventa centrale. Non si tratta di contendersi la stessa scena o di contrattare con il potere spazi residuali in questa o quella istituzione, in questo o quel canale televisivo. Si tratta piuttosto di creare un'altra scena: dar vita ad altri contesti e contemporaneamente far posto, ovunque ci si trovi, ad una lingua che sappia parlare con la bellezza e la pazienza della lingua letteraria. La lingua dei racconti, come la poesia, ci mette in contatto con la verità che un uomo, una donna stanno cercando facendoci testimoni della sua ricerca. Lo spazio per una lingua differente allora si fa; ogni volta che parlando possiamo toglierci le maschere e le corazze, per dar voce anche e soprattutto ai sentimenti difficili che la violenza genera: la paura, la rabbia, il risentimento... Nel fidarci delle parole che ci scambiamo con amore e passione riusciamo ad attraversarli e ad andare oltre.

 

(1) Delfina Lusiardi, Una lingua differente, in "Fare Pace dove c’è Guera", "I Quaderni di Via Dogana", Libreria delle Donne (Milano), pagg. 13-17.