La sessuofobia laica


Perché quando si parla di sesso la chiesa non è né rozza né bacchettona né ottusa né moralista. Anzi

di Ruggero Guarini; Il Foglio di mercoledì 4 Novembre 2009

La gran folata di paranoia sessuofobica che sta oggi soffiando da noi insieme alla patriottica passione con cui ci si sta accingendo a onorare il 150° anniversario della nascita dell'Italia Una dovrebbe incoraggiare la nostra più agguerrita cultura laica e progressista a onorare questa ricorrenza decidendosi finalmente a scoprire che la vera e massima responsabile del discorso sessuofobico nella società italiana, europea e occidentale non è stata affatto, come essa ama credere, la chiesa, bensì proprio lei, la cultura laica e progressista, giacché mai la chiesa ha manifestato nei confronti dei costumi

sessuali degli umani la stessa insaziabile brama di gogne, inquisizioni, processi e condanne sfoggiata negli ultimi due secoli dall'Europa secolarizzata.

Sessuofobica un'istituzione che nelle cose del sesso, fin quasi dalle sue origini, si è sempre dimostrata molto meno rozza, ottusa, bacchettona e punitiva delle varie morali sessuali sfornate, dal vispo Settecento ai giorni nostri, dalle più apprezzate agenzie della cultura laica, sia di gusti idealistici e borghesi che marxisti e proletari? Sessuofobica quell'Europa cristiana in cui già nei cosiddetti secoli bui si chiavava allegramente (come fecero Abelardo ed Eloisa) persino ai piedi degli altari delle chiese? Sessuofobico quel cristianissimo autunno del medioevo che, mentre una faceta ebbrezza sessuale allietava l'esistenza nelle campagne e nei casolari, nelle corti conobbe il sofisticato erotismo, per definizione adultero, dell'amor cortese? Sessuofobico lo zelo con cui ai tempi di Boccaccio e Chaucer frati e monache si sollazzavano in vari modi nei loro conventi e monasteri? Sessuofobici quegli artisti che alle soglie del Rinascimento potevano raffigurare impunemente con lo stesso impegno la crocifissione e la nascita di Venere? Sessuofobica la fierezza con cui i signori e i Papi del Quattro e del Cinquecento ostentavano la loro ammirazione per le abbaglianti carni delle spesso pingui cortigiane ritratte dai loro pittori di regime? Sessuofobico 4o sguardo ingordo con cui si può supporre che nell'età barocca certi principi della chiesa contemplassero splendide scene di eros violento come gli spettacolari inseguimenti e ratti di belle fanciulle ignude scolpiti nel marmo dal grande Bernini? Sessuofobica la discrezione con cui, ancora ai tempi di Casanova, Mozart, Beaumarchais, Watteau, Laclos e altri libertini, anche i più severi prelati frequentavano luoghi (i boudoir delle nobili dame, i casinetti

dei loro amanti, gli studioli delle più colte e vezzose fanciulle, ma all'occorrenza persino le stanze della loro servitù) dove si sa che si fornicava parecchio? Sessuofobica insomma una chiesa che ben presto, smaltite le prime ossessioni anticarnali, stipulò un tacito armistizio con la saggezza in eroticis del defunto paganesimo lasciando che gli antichi dèi, cacciati con le loro favole dalla porta della fede, rientrassero dalla finestra dell'arte e della poesia?

Perché sull'Europa incominciasse a calare la cappa di un fiero spirito sessuofobico bisognava aspettare che un fiotto di laicissima virtù aggiungesse uno specialissimo tocco di illuminata bigotteria allo stile della Rivoluzione francese. Che non per nulla trovò la sua più virtuosa espressione in quel Robespierre del quale fu detto che era così virtuoso che la vita stessa gli sembrava un vizio. Tanto che, pur di estirpare il vizio dalla sua patria, e possibilmente dalla terra, quel sublime bacchettone avrebbe volentieri ghigliottinato l'intero popolo dei viziosi, che per lui si confondeva forse con la specie umana. E a questo nobile compito si votò scatenando quel Terrore che resta il suo principale contributo alla storia universale dei rapporti della virtù con l'infamia. Non fu comunque lui a scoprire la vocazione insieme virtuosa e assassina della grande révolution. Fu lo spirito di un evento che già alcuni anni prima si era annunciato col celebre affaire du collier: quel turpe complotta che nel 1785 una cricca di impostori e di babbei, tra i quali l'invidioso cardinale di Rohan, ordì contro la regina, e che ne sfregiò per sempre la figura incoraggiando la fama di dissolutezza, dissipazione e superbia che già da un pezzo si era diffusa nel popolo di Parigi, creando così le premesse del processo che un giorno l'avrebbe mandata al patibolo, e durante il quale le fu fra l'altro rivolto l'insulto più infamante: quello di aver corrotto sessualmente il figlioletto undicenne. Quale sublime espressione della natura squisitamente psico-sessuo-patologica della famosa "virtù" giacobina!

Una perfetta espressione della stessa virtù è, nel suo piccolo, il soave sonetto che pochi anni dopo Eleonora Fonseca Pimentel, la mitica musa di quella tragica farsa che fu la Rivoluzione napoletana del 1799, rivolgendosi a Maria Carolina d'Asburgo, moglie di Ferdinando IV di Borbone e, come tale, regina di Napoli, che l'aveva un tempo onorata della sua benevolenza ammettendola a corte e invitandola persino a scrivere e a declamare delle odi in onore del re, dopo averle simpaticamente affibbiato gli appellativi di "Rediviva Poppea" e "tribade impura", ossia puttana e lesbica, le promise che anche la sua testa, come quella di sua sorella Maria Antonietta, sarebbe ben presto rotolata ai piedi della ghigliottina. Ecco la gentile poesiola: "Rediviva Poppea, tribade impura, d'imbe

cille tiranno empia consorte, stringi pur quanto vuoi nostra ritorta, l'umanità calpesta e la natura. Credi il soglio così premer sicura e stringer lieto il ciuffo della sorte? Folle! E non sai ch'entro in nube oscura I quanto compresso è il tuon scoppia più forte? Al par di te mové guerra e tempesta sul franco oppresso la tua infame suora finché al suolo rotò la indegna testa... E tu, chissà? Tardar ben può, ma l'ora segreta è in ciel ed un sol filo arresta la scure appesa sul tuo capo ancora"...

Nel suo piccolo questo orripilante sonetto è davvero un mirabile compendio di tutte le nobili passioni (risentimento, ingratitudine, invidia, bigotteria, ferocia sanguinaria, ipocrisia, grotteschi miraggi utopici, brama di potere) che si intrecciano e confondono nello spirito giacobino di tutti i tempi, e per ciò stesso di tutte quelle sinistre che, essendo scaturite da quello spirito, possono e devono considerarsi organicamente e strutturalmente bacchettone. E che tali siano forse destinate a rimanere nei secoli dei secoli sembra garantito dai gusti dei suoi ultimi alunni. Ai quali nemmeno il collasso del loro massimo sogno (il comunismo reale) è riuscito a togliere il vizio di immaginare di essere la coscienza intellettuale e morale del mondo. Ragion per cui, pieni di rancore e di invidia, continuano ad aggirarsi fra noi come rimproveri viventi, requisitorie incarnate, castighi ambulanti - esseri insomma decisi a far pagare ai viziosi il fallimento dei propri virtuosi miraggi.

L'oggetto sul quale la bigotteria della Sinistra giacobineggiante si è dispiegata in tutto il suo splendore non è co

munque il sesso. E nemmeno qualche altro aspetto particolare dell'esistenza. E' l'uomo come tale. L'uomo così com'è. Che lei non riesce proprio a sopportare. Tanto che sogna sempre di migliorarlo. Anzi di riforgiarlo. E di sostituirlo col fatidico Uomo Nuovo. Che ha più volte tentato di creare infliggendo all'Uomo Vecchio, all'uomo così com'è, lo stesso trattamento riservato abitualmente ai morbi contagiosi e dilaganti: periodiche purificazioni (le famose grandi purghe), isolamento perpetuo (gulag) e asportazione periodica delle parti infette dell'organismo sociale (massacri di massa).

Sembra insomma che il grande arcano del giacobinismo ideale ed eterno resti l'ossimoro Virtù & Terrore. Che non per nulla, prima di riaffiorare nella farsa dei casi italiani di oggi, riuscì a produrre, anche nel secolo scorso, non pachi mirabili effetti anche da noi. Vedi i seguenti gustosi episodi: 1) Il potente contributo che i socialisti italiani, all'inizio del Novecento, con la virtuosissima campagna sferrata dai loro giornali, e in particolare dall'Avanti!, contro i costumi capresi del magnate tedesco Alfred Friedrich Krupp, che aveva per loro la duplice colpa di essere ricco e frocio, diedero al suicidio di quel disgraziato. 2) L'infallibile fiuto morale che nei primi anni Cinquanta permise a Togliatti di scoprire che il vero obiettivo di Freud era quello di indurre la classe operaia a preferire il lupanare al partito e di spiegare a Gide che soltanto a un pederasta come lui potevano sfuggire le delizie del comunismo sovietico. 3) La delicatezza etica e giuridica che all'inizio degli anni Sessanta inscorrevamo in una casa amica sulla questione omosessuale, avendo capito subito che su questo argomento la penso suppergiù come il Papa, mi ha gentilmente affibbiato, a guisa d'insulto, l'epiteto di "borbonico". Ovviamente ho replicato facendogli osservare che sulla questione omosessuale i Borboni erano assai più moderni dei Savoia. "Questo mi giunge nuovo" ha allora detto lui, rivolgendomi un sorriso di benevolo interesse. Sicché non ho potuto sottrarmi al dovere di rivelargli che le leggi borboniche sull'omosessualità erano le più illuminate dell'Italia pre-unitaria. Erano così illuminate che nel Codice penale del Regno delle due Sicilie di omosessuali e omosessualità non si parlava nemmeno. Dei reati sessuali (stupro, se

vizie, ratto, violenza sui minori, oltraggio al pudore e simili) quel codice infatti si occupava prescindendo del tutto dal sesso dei soggetti. Si presupponeva, quindi, che l'appartenenza del colpevole di un reato sessuale allo stesso sesso della sua vittima fosse, dal punto di vista penale, un particolare del tutto irrilevante. In quel regno reazionario e sanfedista i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso non erano insomma proibiti. E poiché tutto ciò che non è espressamente proibito è implicitamente permesso, ne consegue che quei rapporti erano considerati assolutamente normali e leciti.

Ben altra aria tirava invece in Piemonte e in Sardegna. Nel Codice penale dell'illuminato Regno di Sardegna l'omosessualità era infatti considerata un crimine in quanto tale. Un suo articolo - il 425- puniva gli atti omosessuali su querela di parte o in caso di pubblico scandalo. E' perciò legittimo supporre che quando nacque l'Italia Una, e con essa l'esigenza di imporre il codice sabaudo in tutto il territorio nazionale, tutti i Coridoni e gli Alexi del nostro mezzogiorno dovettero temere che per loro il Risorgimento fosse stato una fregatura. Quel timore però durò poco. Giacché il trapianto di quell'articolo riuscì dappertutto fuorché nell'ex Regno delle due Sicilie. Al momento di promulgarvi il "nuovo" codice esso fu infatti abrogato. Evidentemente sembrò incompatibile coi costumi delle popolazioni meridionali, avvezze da secoli a considerare l'omoerotia un elemento quasi naturale della vita quotidiana. E così si giunse a questo paradosso: la pratica omosessuale fra adulti consenzienti era un crimine a Torino ma non a Napoli, a Milano ma non a Bari, a Bologna ma non a Cosenza, a Cagliari ma non a Palermo. Insomma soltanto nelle campagne e nelle città del nostro sud i Coridoni e gli Alexi potevano coltivare i loro gusti erotici sen

za nessun timore di denunce, condanne e arresti. In tutte le altre regioni del neonato regno dovettero invece per molti anni ancora continuare a cercare di non incappare nei rigori della legge sabauda.

Questo doppio regime durò fino alla promulgazione, nel 1889, del codice Zanardelli. In cui l'omosessualità, non essendovi, come in quello borbonico, nemmeno nominata, viene implicitamente considerata, se praticata in privato fra adulti consenzienti, del tutto lecita. Dunque per circa trent'anni, sulla questione omosessuale, l'Italia appena unita (ecco un dettaglio quasi del tutto ignorato della sua primissima storia) restò divisa in due. Il che ovviamente conferma che in rebus sexualibus il nostro retrogrado sud è sempre stato molto più aperto del nostro avanzatissimo nord. Ma soprattutto dimostra che la passione omofobica, se risultò subito incompatibile con la corrotta visione borbonica della vita, poté invece accordarsi a lungo col virtuoso e maschio patriottismo risorgimentale.

(Per ulteriori ragguagli sull'argomento vedi "Omosessuali e stato" di Giovanni Dall'Orto, un breve ma interessantissimo studio sull'evoluzione storica dell'atteggiamento dello stato italiano nei confronti dell'omosessualità).