Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Facoltà di Ingegneria
Dottorato di Ricerca in Ingegneria Edile-Architettura - XXI ciclo
UN MODELLO DI PROGETTAZIONE COLLABORATIVA PER L'EDILIZIA
BASATO SULLA RAPPRESENTAZIONE DELLA CONOSCENZA
Ing. Armando Trento
SVILUPPO DI UN AMBIENTE DI INVESTIGAZIONE SCIENTIFICA E SPERIMENTAZIONE DIDATTICA
Premessa
Ad un certo punto del mio percorso formativo, durante la prima parte del corso di studi in Ingegneria Edile-Architettura sono stato travolto, come tanti miei colleghi, da un radicale cambiamento degli strumenti disponibili per lo sviluppo di un progetto di architettura. Le nostre abitudini si sono improvvisamente trasformate così come l’arredamento delle nostre camere. Il tavolo del tecnigrafo, prima di essere trasportato definitivamente in cantina, è stato a lungo in posizione verticale, come supporto per appendere le tavole appena stampate: non era più il luogo della rappresentazione e dello sviluppo delle idee progettuali, ma piuttosto quello della verifica grafica delle stampe. Il disegno era frutto di lunghe ore passate ad interagire, spesso a voce alta, con un innovativo software di progettazione architettonica. La matita, amica insostituibile, tornava a lavorare con rinnovato sentimento progettuale principalmente sulla carta appena stampata, ad intervalli scanditi appunto, dall’inedito rito della stampa. Nuove liturgie a cui volentieri ci saremmo sottratti se non ne avessimo percepito immediatamente gli entusiasmanti vantaggi. E già, tornare a casa (diventata intanto piacevolmente spaziosa) dopo una revisione non era più un momento così drammatico: non ci aspettavano lunghe ore per ri-lucidare con l’inchiostro di china, da capo, ogni disegno di ogni tavola, ma il nuovo scenario digitale ci permetteva di modificare il file dall’ultima versione salvata! E visualizzarla poi in tre dimensioni, interattivamente, senza punti di fuga da segnare sul muro in cucina. Tutto questo non significava, ovviamente, che fossimo diventati dei progettisti migliori, ma appariva chiaro, fin da subito, che avremmo avuto più tempo per esplorare un maggior numero di soluzioni per i nostri problemi progettuali. Eravamo entrati più o meno consapevolmente nel mondo del CAD e ci confrontavamo, per la prima volta, con i pregi e difetti dei suoi strumenti.
Contestualmente alle nostre stanze di studenti, in città stava avvenendo un altrettanto radicale cambiamento: per mano di operai e tecnici che si vedevano trafficare vicino i tombini, si stava “posando il cavo”. Il loro intervento rivoluzionario era rapido, silenzioso e (per la maggior parte degli sguardi) invisibile. In effetti stavano posando e collegando, a scala locale, segmenti di cavo a fibre ottiche di quella che, in breve tempo sarebbe diventata la rete mondiale di telecomunicazioni a banda larga. Come il barone Von Haussmann aveva imposto la sua ardita ragnatela fatta di viali ampi, salubri e diritti, all’intrico di strade della vecchia Parigi e come gli operai delle ferrovie americane avevano posato le traversine dei binari che avrebbero ridotto le distanze con il lontano West, così queste squadre di operai stavano costruendo un’autostrada informatica, riconfigurando i rapporti spazio-temporali in modi che, ancora una volta, avrebbero cambiato le nostre abitudini di vita.
Procedendo con il corso di studi, ci è stato sempre più chiaro che un progetto di architettura, oggi, inquadrato all’interno dell’intero processo edilizio, sia un’operazione assai complessa, collettiva, frammentata tra diverse specializzazioni, diversi operatori, diverse fasi, diversi contesti, siano essi normativi, ambientali, sociali e culturali. Ci siamo laureati sperimentando sulla nostra pelle l’oggettiva difficoltà di gestire tutta (?...una parte! di) questa complessità progettuale. E’ a questo punto che nasce la sfida, visto che la nostra abitudine di parlare al computer, interrogandolo e interrogandoci, non è di certo sparita, anzi.
Gli strumenti dell’ICT, il velocissimo potenziamento degli hardware, e poi diverse generazioni di ricerca, sviluppo e commercializzazione di strumenti CAD per l’architettura sembrerebbero poterci aiutare nella ricerca di risposte, anche parziali, al problema progettuale; risulta evidente però, sin da una prima e veloce lettura delle pubblicazioni scientifiche sulla materia, che in realtà anche le domande si fanno più complesse. Da qualche tempo i ricercatori CAAD stanno evidenziando “la necessità di non limitarsi solo allo sviluppo di programmi ‘intelligenti’ che possano aiutare gli architetti a disegnare più velocemente o a memorizzare e gestire montagne di dati o a produrre simulazioni sempre più realistiche, ma piuttosto di esplorare e capire cosa facciano realmente i progettisti mentre progettano, su quali processi cognitivi facciano leva.”
La capacità di trovare soluzioni a questo problema si accresce enormemente se il lavoro non è di un singolo, ma di un gruppo, che si impegna, condividendo gli obbiettivi, a collaborare, pronto ad anteporre il risultato collettivo a quello individuale. E’ con queste intenzioni che la mia tesi di Dottorato in Ingegneria Edile-Architettura vorrebbe riuscire a portare un contributo all’Unità di Ricerca del DAU all’interno del Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale coordinato dal Prof. Gianfranco Carrara dal tema: Modello di collaborazione multidisciplinare per migliorare la qualità della progettazione edilizia integrale.
Il Dottorato di Ricerca, cioè quella Scuola che dovrebbe condurre un dottorando a sviluppare la consapevolezza dei problemi legati alla Ricerca e ad approcciare in maniera scientifica ed autonoma percorsi risolutivi, al sottoscritto ha riservato tre anni di esperienza straordinaria. Progettare un modello per la collaborazione progettuale in edilizia, provando a progettarlo collaborativamente con i miei maestri, colleghi e studenti di Ingegneria a Roma e con quelli di Architettura e del Center for New Media alla UC Berkeley mi ha offerto uno dei modi più immersivi per sperimentare sulla mia pelle alcune delle maliziose difficoltà e dei meravigliosi vantaggi che la collaborazione progettuale possa offrire.
Poter disporre delle Conoscenze dei compagni/collaboratori, strutturare le proprie e metterle a disposizione, lì dove richiesto dal problema, provare teorie, metodi e tecniche, anche sconfinando dal dominio disciplinare proprio dell’edilizia, giocare con gli imprevisti e le probabilità è un modo per comprendere quanto sta accadendo, per riuscire a concepire ed esplorare un futuro alternativo, per poter trovare il modo di intervenire (talvolta di resistere), organizzare, regolamentare, pianificare e progettare la nuova complessa realtà.
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