Harry Potter: 

decalogo di un successo


 

E’ sempre difficile, oltre che rischioso, affermare perché un libro sia un successo.  C’è sempre una concomitanza di fattori prevedibili e non, di motivi logici e irrazionali, di strategia e di fortuna.

Tuttavia, per quanto concerne la saga di Harry Potter, è possibile individuare almeno alcuni innegabili cardini che, se non sono stati gli unici a determinarne il fenomeno, sono stati sicuramente una grossa parte del mix.

Vediamo allora di illustrarli in  un piccolo ‘decalogo’:

 

                   Harry Potter nelle sembianze del suo alter ego cinematografico, Daniel Radcliffe


1.    1 . La ricchissima fantasia dell'autrice, che riesce a trasfigurare magicamente la realtà e i suoi problemi quotidiani cogliendone gli aspetti più profondi.

Pensiamo ad alcune delle invenzioni più ingegnose della saga magica: la Metropolvere al posto della metropolitana, che risolve in modo molto più veloce i normali problemi di spostamento; i Binari invisibili che, per chi sa guardare fisicamente - ma anche metaforicamente - oltre ai muri di mattoni, conducono a destinazioni magiche; le penne prendiappunti come quella di Rita Skeeter che evitano fatica ai cronisti; i gufi come sostituzione egregia del nostro servizio postale (che tutti sappiamo di quanti difetti soffra);  i Pensatoi che diventano una trasposizione tangibile della sede della memoria…

Gli esempi potrebbero continuare per pagine. Tuttavia, se queste soluzioni incantate facilitano e/o arricchiscono il mondo magico, esso non è esente dai problemi che affliggono anche il nostro. Così ci sono giornali asserviti al potere come la Gazzetta del Profeta, ministri codardi come Cornelius Caramell o troppo superbi come Rufus Scrimgeur, sistemi scolastici con svariati metodi didattici, fra cui alcuni discutibili come quelli di Durmstrang; ceti sociali che spaziano dalla quasi indigenza dei Weasley all’opulenza dei Black o dei Malfoy; problemi razziali come quelli che coinvolgono gli elfi, i giganti, i centauri, i mezzosangue, i babbani e i maghi nati da babbano… Si tratteggia così una società esattamente speculare alla nostra, che pare sottendere il messaggio secondo cui la magia non è  la panacea e non permette comunque la costruzione di società utopicamente idilliache.

 

2. Il fatto che anche la dimensione magica appartenga comunque al nostro mondo e perciò la si avverta in modo meno distante e irraggiungibile rispetto alle altre saghe fantastiche.


Con Harry Potter la nostra mente non deve trasferirsi in una dimensione temporalmente o geograficamente inafferrabile, collocata “tanto, tanto tempo fa” (come nella fiabe) o in una “galassia lontana lontana” (tanto per citare un celeberrimo incipit fantascientifico), ma rimane saldamente ancorata sulla Terra. Non una Terra futuristica, ma una Terra presente, attuale, quella che stiamo vivendo nel nostro tempo.

La sua ‘banalità’ tuttavia può essere sfuggita scoprendo che esiste, accanto a essa, una dimensione collaterale, che sarebbe visibile anche a noi, se solo mettessimo da parte le lenti deformanti di quella ostinata logica che ci porta a darci una spiegazione ‘plausibile’  anche per il fatto più insolito.

 

3. Il fatto che l'accesso alla magia sia possibile anche da parte di alcuni babbani e che essi possano addirittura eccellere sui purosangue

Si tratta di una piacevole sollecitazione psicologica per i nostri ego, laddove solitamente, nei romanzi fantastici, la magia è solo appannaggio di pochi, e spesso eletti solo per nascita.

La trovata di J.K. Rowling, che riesce a forgiare addirittura un personaggio di spicco come Hermione Granger, una nata-babbana più versata nelle arti magiche rispetto a purosangue come Ron Weasley o Draco Malfoy, parla direttamente al nostro inconscio, sussurrandogli un ammaliante “anche, come lei, tu potresti”.

Così mentre i prodotti fantastici della prima categoria ci chiudono automaticamente fuori dai loro mondi, ai quali possiamo partecipare solo da spettatori, in Harry Potter sentiamo di avere la possibilità di essere anche protagonisti, seppure per interposta persona, perché è senz'altro più agevole immedesimarsi nella 'normale' Hermione piuttosto che nell'idilliaca principessa elfa Arwen Undòmiel.

 

                                Hermione Granger (Emma Watson) sa sempre la risposta giusta...



4. La presenza di temi che fanno parte della nostra cultura atavica, sia conscia che inconscia.

La Rowling pesca a piene mani dall’immaginario collettivo, traendone spunti mitologici o comunque leggendari noti a tutti e che sono motivo di gran fascino dalla notte dei tempi: centauri, ippogrifi, lupi mannari, streghe e maghi, fenici etc etc.

Inoltre, riesce a lavorare di cesello su figure archetipe quali il Mentore (Albus Silente), l’Eroe (Harry Potter), l’Antagonista (Lord Voldemort), il Guardiano della Soglia (Rubeus Hagrid), lo Shapeshifter (Severus Piton). Da una lato ne rispetta infatti l’inclusione di tutti i canoni, dall’altro regala loro sfumature contraddittoriamente umane: l'eroe recalcitrante al ruolo; il mentore omosessuale, con imperialistiche ambizioni di gioventù e con velleità di regia sulle vite altrui; il guardiano poco istruito e vittima di pregiudizi razziali; l'antagonista clinicamente definibile come un autentico psicopatico; lo Shapeshifter che è un vendicatore per amore... Tutti loro, da rigidi moduli, si trasformano così in personaggi profondi, vivi, combattuti,  con una personalità e una storia credibili e delle motivazioni plausibili a motore delle loro azioni.

Vincente poi la soluzione di legare eroe e antagonista a una connessione mentale, che a livello più profondo presuppone una connessione psicanalitica, come dimostrerà anche l’epilogo dell’ultimo romanzo, in cui emerge con chiarezza che Voldemort è la parte oscura di Harry e che i due sono letteralmente vincolati ‘anima e corpo’.

  

5. La precisa coerenza con lo schema campbelliano del cammino dell'eroe.

Nel dipanare la vicenda di Harry, J.K. Rowling rispetta tutte le tappe tracciate da Joseph Campbell per evidenziare come gli eroi delle grandi storie epiche (e la saga di Harry Potter si può definire tale a buon diritto) effettuino un percorso ‘standard’ di avventure e, in ultima battuta, di crescita e arricchimento. Egli le ordina secondo tre grandi cicli: La Partenza, L'Iniziazione e Il Ritorno dell'Eroe. Una breve rassegna mentale della vicenda del maghetto ci fa capire allora che anche nella sua storia esse trovano piena soddisfazione.

Il fatto che esistano queste 'pietre miliari'  non inficia però le possibilità di elaborare le stesse in mille modi diversi, grazie all’illimitato potere della fantasia di ciascuno scrittore.

Si tratta dunque di un ulteriore sistema di ‘ancoraggio’ della saga potteriana a certi meccanismi inconsci che sollecitano automaticamente il nostro sense of wonder, e ciò  in misura tanto maggiore quanto minore è la consapevolezza dell’esistenza degli stessi.


6. La presenza di trame ben strutturate, con particolari quasi mai superflui, dove i dettagli hanno rilevanza e si incastrano alla perfezione sia nel disegno particolare di ciascun libro che in quello generale dell'intera saga.

L’abilità di J.K. Rowing di disseminare indizi come nei migliori gialli e di irrorare il tutto con un pizzico di suspense degna dei migliori thriller, sono un’altra arma vincente della saga.

A poco, a poco, a ritroso, riusciamo a mettere assieme i tasselli del puzzle, e ne emerge allora un quadro superbamente concepito, anche se non esente da buchi o contraddizioni (ma nell’economia di sette libri, alcuni dei quali estremamente voluminosi, e di un universo così articolato come quello in cui si muovono i personaggi, è un peccato su cui si può chiudere tranquillamente  un occhio).

Questo omaggio profondo al giallo sarà anche la carta vincente su cui impostare uno dei più importanti strumenti di marketing per promuovere i romanzi, come vedremo al punto 10.


7. La capacità di trasfondere l'esperienza personale per dare spessore ai personaggi e alle situazioni.

Alcuni episodi e trovate di grande effetto non avrebbero avuto posto nella storia se non fossero state vissute in prima persona – e poi trasfigurate in chiave fantastica – dall’autrice.

Lo Specchio delle Brame (in cui si riflette tutta la struggente dolcezza  dell’immagine genitoriale e il rimpianto delle cose non dette e non vissute in quel rapporto), oppure i Dissennatori (forieri di tutte le angosce e prodotto della profonda crisi di cui la Rowling è stata vittima prima di avere fortuna) o, ancora, buffi dettagli come la Ford Anglia turchese (tributo al ricordo dell’automezzo di un amico di giovinezza con cui la Rowling ‘volava’ letteralmente via dalla quotidianità babbana), sono tutti spunti preziosi che ricamano ulteriori finezze sulle già molte qualità dei romanzi potteriani.

 


La rugosa e adunca mano di un Dissennatore



8. La ricchezza dell’ambientazione.

J.K. Rowling ha dichiarato di aver speso circa cinque anni per concepire, assieme alla trama generale, le regole del suo mondo magico (che indubbiamente avrà continuato a perfezionare anche negli anni seguenti durante la stesura dei vari libri). I dettagli sono tantissimi, perché sono la versione speculare di quelli del mondo babbano.

E ciascuno di essi è studiato con attenzione in modo che si incastri nel tessuto generale senza contraddizioni. Questa accortezza, che raramente ha trovato l’autrice colta in fallo da parte dei fan, è venuta meno solo nell’ultimo volume, Harry Potter e i Doni della Morte. In esso alcuni cardini fin qui ben oliati scricchiolano pericolosamente. L’Incanto Fidelius cambia le sue regole, la durata della Pozione Polisucco usata per entrare al Ministero della Magia sembra estendersi oltre la sua normale ora di durata e, infine, le leggi sulle bacchette ne escono assai pasticciate. La mia personale teoria in merito a quest’ultimo punto è che la causa sia dovuta al fatto che l’idea dei Doni, da contrapporre agli Horcrux, sia venuta all’autrice in epoca tarda, quando ormai le basi dei libri precedenti erano già gettate e duqnue era più difficle inserire nell'ordito elementi estranei alla prima 'filatura' .

Questo non inficia comunque la spettacolarità delle trovate che punteggiano la saga. E soprattutto, non inficia la parte più preziosa dell’ambientazione potteriana: Hogwarts. La Scuola di Magia e Stregoneria è probabilmente il fattore più evocativo di tutti e ciò non solo perché si presenta come un magnifico ‘palcoscenico’ fatato su cui far muovere i personaggi, ma anche perché essa stessa diventa personaggio vivente, con la sua vivacità di scale che cambiano, porte che appaiono e scompaiono come quella della Stanza delle Necessità e con la vitalità dei fantasmi che la popolano o dei ritratti che colloquiano, interagiscono e si spostano disinvoltamente tra i quadri come se fossero persone vere che si recano da un luogo all’altro.

 

9. Una narrazione scorrevole e spesso spiritosa, dove lo stile è andato arricchendosi e maturando col progredire della vicenda.

I romanzi di Harry Potter, stilisticamente piuttosto lineari eppure eleganti e sempre più briosi con l'andar del tempo, sono pervasi da un forte sense of humour che si estrinseca in varie forme. Spesso è un po’ troppo britannico nelle allusioni, almeno per i nostri gusti nostrani; altre volte un po’ troppo elementare e  ‘carnevalesco’ per essere apprezzato dagli adulti (pensiamo ai gusti orridi di certe Gelatine, o alle Pasticche Vomitose e altre amenità de genere).

Ciò non toglie che alcune trovate, come per esempio le birichinate e le battute dei gemelli Weasley, o i battibecchi fra Harry e Piton, o ancora le eccentricità filobabbane del signor Weasley (che lo portano a collezionare oggetti senza vallore come spine elettriche), siano apprezzabili universalmente, così come anche i vizi di noi babbani visti attraverso gli occhi dei maghi, un filtro che costituisce un potente mezzo di autocritica  e che non può impedirci di sorridere di gusto.


               Le Gelatine Tuttigusti+1, realmente prodotte dalla società dolciaria babbana CapCandy


10. Alcune strategie promozionali ben assestate.

Premessa doverosa: in realtà Harry Potter sarebbe stato un successo anche senza strategie di marketing. Anzi, all’epoca in cui si sono iniziate a pianificare (attorno al terzo libro), Harry Potter era già, grazie al passaparola, un fenomeno editoriale. E’ però innegabile che alcune scelte abbiano contribuito ad alzare la 'febbre' nel pubblico. E questo è stato possibile proprio giocando, come si diceva a proposito della caratteristica del punto 6: il fatto che la saga abbia un filo conduttore giallo che lega i romanzi dal primo all’ultimo. Così ogni indizio lasciato distrattamente trapelare, ogni informazione tenuta invece accuratamente nascosta, ogni reticenza dell’autrice a trattare certi argomenti, ogni segretezza nel confezionare e distribuire gli ultimi due libri (anche se alla fine tali misure sono risultate ossessivamente eccessive) hanno incrementato la curiosità giocando sull’effetto ‘palla di neve’. Quell’effetto ben noto per cui un misero mucchietto di neve che continua a rotolare si ingrandisce sino a diventare una valanga.

Sotto questo profilo, un’ultima osservazione: sicuramente anche trasporre la saga sul grande schermo ha contribuito ulteriormente ad accrescere la popolarità di Harry Potter, ma dal punto di vista editoriale, quando i produttori cinematografici sono arrivati, la saga era già un fenomeno letterario e avrebbe continuato a crescere, anche senza i film, in una maniera a cui non si era mai assistito prima sul mercato dei libri.