1.
L’inizio, e anche la fine
Ahmed diceva che quando stai per morire l’angelo Ezrail ti fa scorrere davanti agli occhi tutta la tua vita.
Allora si vede che io da vivere ce ne ho ancora abbastanza perché l’unica cosa che mi scorre è l'ammuina che c'ho dentro lo stomaco e la mia anima me la sto vomitando fuori da solo, senza l'aiuto di nessuno.
E mentre cerco di capire cosa diavolo sia successo di colpo le pareti si mettono a ballare manco fossero le cugine della sposa, zarada zarada, dritto nel cervello come una spada, zarada e la sposa sono io che mi accascio sul pavimento, piegato in centomila come uno straccio vecchio.
Vorrei svenire ma resisto.
Samir e Amadou, appollaiati sui lavandini, vegliano il mio delirio come due cornacchie sufi.
“Te l'avevo detto, io” gracchia Samir “che non devi mangiare le polpette, che le fanno col maiale”.
“Maiale, maiale” ripete Amadou “ci vogliono avvelenare col maiale, a noi poveri musulmani.”
E io penso che maiale forse era maiale, la bestia che mi ha fatto questo scherzetto, ma colpiva come un toro e lo faceva con una spranga che doveva essere di ferro perché alla fine, quando ha smesso, era sapore di ferro quello che sentivo nello stomaco e sui denti, e mi scorreva fuori a fiotti insieme al vomito e al sangue e a pezzi di gengiva.
E mi è tornato in mente Yahya il macellaio quando batteva la carne e diceva, più i colpi sono forti, più la carne diventa tenera.
Merguez maison per tutti stasera.
E vomito di nuovo.
2.
Dove si capisce che di alcuni medici si può fare a meno
“Dottore, ho un cliente per lei.”
“Ancora? Ma se me ne hai appena portato un altro. Scusa se te lo dico, Carmine, ma mi sembra che qui cominciamo ad esagerare.”
Un’ombra si avvicina al mio letto.
Cerco di sollevare le palpebre per metterla a fuoco ma scopro che sono pesanti come due saracinesche rotte.
Lampo di luce.
Le richiudo.
“Dottore, ma che, colpa mia è? Questo l’ho ritrovato io in persona nel bagno che vomitava sangue. Gesù che impressione. Si voleva ammazzare, questo cretino. E sapete come? A colpi di lavandino! Dico io, ma roba da pazzi. Prendeva la rincorsa e butubum, si buttava a corpo morto sopra ai lavandini del bagno.”
“Pure questo nel bagno, come quell'altro. Ma sei sicuro? Carmine, quando inventi le storie, cerca di pensarle meglio”
“Guardi dottore che l'ho visto io stesso con questi occhi. Un pazzo era! Ah, ma adesso basta. Io non li sopporto più questi marocchini di merda. Alla minima difficoltà si danno fuoco o si buttano dalle scale. Non sono uomini, sono bestie!”
“Ma guarda che questo io lo conosco, l’ho già visitato, questo si chiama Smail o qualcosa del genere ed è nato a Tunisi, non in Marocco.”
“Vabbé, marocchini o tunisini, che differenza fa. Glielo dico io che ci vivo insieme tutti i giorni, dottore. Da vicino questi arabi hanno tutti la stessa puzza.”
L’ombra armeggia intorno a me.
“Stai calmo” mi sussurra una voce dal fondo di una barba a cespuglio “non voglio farti male”.
E subito un ago a giavellotto mi trivella l'avambraccio.
Urlo e guardo l'avversario.
Intorno al cespuglio è cresciuta una testa a zucchina che continua a sorridere.
O mio Dio, non è possibile.
E’ lui, il medico che si crede Malek Gibril.
“Bene” dice il dottore incrociando le braccia sul petto “tutto sommato la situazione è meno grave del previsto. Vedrai che ti rimetteremo in forma molto presto.”
Rimettermi in forma. Questo miracolo, mio caro, non lo può fare neanche l'arcangelo Gabriele in persona perché io in forma non ci sono stato mai. E quel toro infoiato che mi ha ridotto così a colpi di spranga di sicuro non era un chirurgo estetico di medici senza frontiere.
E poi in ogni caso tu, mio caro toubib, non sei capace di rimettere in forma proprio nessuno, né adesso né mai.
O credi forse che basti svolazzare candido nel tuo camice lanciando bagliori di titanio dagli occhiali per impressionare i tuoi pazienti?
Ti ho già visto all’opera una volta, dottore, e mi è bastata.
E’ allora che ho capito che qui dentro tu servi soltanto a fare scena, e a calmarci quando la voglia di urlare diventa troppo forte.
Ma le cose serie, tipo controllare quello che ci danno da mangiare e salvare la vita di una bambina che con le vostre porcate non c’entrava proprio niente, questo no, proprio non è roba per te.
Comunque, toubib, spero almeno che stavolta tu faccia il tuo lavoro imbottendomi di sedativi e calmanti, i migliori che hai, quelli per i casi disperati come il mio, perché ho proprio voglia di farmi una dormita eterna a spese dell'amministrazione di questo CPT: Centro di pestaggi temporanei.
3.
Dove si vede che alcune situazioni scomode sono l’occasione per riflettere sulla propria vita
In certe situazioni, situazioni come questa in cui mi trovo, voglio dire, disteso su una barella senza riuscire a muovere un dito, e non solo perché grazie a questa roba che mi hanno messo nella flebo, ormai sono più fatto di quando io e Samir decidiamo di spararci tutto insieme il fumo di una settimana, ma anche perché quello stronzo di Carmine mi ha legato le braccia con le cinghie, e sono sicuro che è stato lui perché glielo ho visto fare decine di altre volte, a quel figlio di buona donna, di legare la gente, e imbottirla di tranquillanti, insomma, in situazioni come questa, dicevo, uno non può fare a meno di domandarsi “ma come cazzo ci sono finito qui?”
Perché spero proprio che non stiate pensando che era qui che volevo arrivare, quando sono salito su quella balancie marcia come un uovo marcio.
Qui in questo posto di merda dove chiunque si sente libero di prenderti a randellate sui sanitari dei bagni in comune e poi dire in giro che è stata colpa tua.
Eh, no miei cari no.
Se è così vi conviene cambiare idea adesso e subito.
Perché secondo i miei piani a quest’ora io dovevo essere a Trapani, da Mounif, a parlare di lavoro davanti a un tè alla menta, perché Mounif sì che lo sa fare il tè alla menta. Il migliore tè alla menta di Trapani lo servono nel suo bar Soleil Tunis, ricetta originale di sua madre, garantita. Un grande, Mounif. Vi assicuro che in quel bar c’è gente che solo a indovinarne il nome rischi di ritrovarti morto ammazzato il giorno dopo. Gente che con una stretta di mano ti cambia la geografia di un paese. E in mezzo a quella gente ci sarei dovuto essere anch’io. Smail BenKhader, al mikaniki.
Almeno così mi aveva assicurato Ahmed.
Però qualcosa è andato storto, e la balancie sulla quale mi hanno fatto imbarcare non doveva essere proprio ultimo modello visto che è affondata prima che potessi raggiungere il luogo dell'appuntamento. Ahmed me l'aveva segnato sulla cartina con il pennarello rosso, il punto esatto. Era come se lo vedessi brillare sull'acqua da lontano, se potessi quasi toccarlo.
Il mare era calmo, la barca sembrava scivolare nella notte come la lama di una forbice, come se stesse seguendo la rotta a memoria.
Ma poi è successo che proprio quando l'avevo quasi raggiunto, l’appuntamento, ho sentito quegli scricchiolii, e le assi hanno cominciato a spezzarsi.
All'inizio è stato come un gemito e io non ci ho voluto credere.
“E’ solo un’impressione, Smail” mi sono detto “vedrai che ora smette Poi però si è sentito quel suono sordo, una specie di toc ,e la barca si è aperta in due come un melone. Allora le urla sono cominciate, atroci. Urlavano tutti e urlavo anche io ma la voce era una sola e ti perforava il cervello. Le mani annaspavano in cerca di un appiglio, un braccio, un piede, un ultimo disperato tentativo di sollevare la testa fuori dell'acqua. Poi più niente.
Dopo poco intorno a me galleggiavano pezzi di legno e corpi morti.
A salvarci eravamo stati pochi.
Io mi ero arrampicato sopra un’ asse di prua lungo abbastanza per stendermi sul ventre e lasciavo che la corrente mi trasportasse.
“Resisti, Smail” mi ripetevo “ è solo una questione di tempo, il motoscafo sta per arrivare”.
Invece il tempo passava e non arrivava nessuno.
Mi guardavo intorno e vedevo solo quel buio catrame che sembrava volesse inghiottirmi. Il vento mi alitava addosso zaffate di sudore e pesce morto, e suoni ovattati, distorti dall'acqua.
Ero così fradicio che i denti mi battevano da soli.
“Ora muoio” ho pensato “eccomi Ezrail, sto arrivando” e mentre mi ripassavo a mente la lista infinita dei peccati ho sentito la sirena cupa della guardia di finanza, che veniva a recuperare quello che era rimasto di noi.
4.
Anche a scuola, me lo dicevano, che ero uno scemo
A me succede spesso questa cosa che mi immagino che va a finire in un modo e poi no, è tutto diverso.
Anche con le persone mi succede.
Certi che ti sembrano proprio per bene e invece alla fine scopri che sono delle carogne, oppure al contrario, però al contrario non succede quasi mai. La colpa però io lo so che è del mio cervello. Me l’hanno sempre detto tutti che io non ragiono come gli altri, e che quindi sono uno scemo. Anche a scuola me lo dicevano, che ero scemo, e che in classe con gli altri bambini non ci potevo stare.
Mia madre però a scuola mi ci voleva mandare lo stesso perché secondo lei io non ero scemo e c’erano altri che erano più scemi di me, solo che non si vedeva.
E loro a scuola ci andavano eccome e senza tanti pareri psichiatrici. Così un giorno mia madre si è messa la gonna blu e la camicia del Monoprix che le aveva regalato Am Salah ed è andata dal direttore.
“Ia mudir, solo lei può aiutarmi…”
Il mudir aveva le rughe di un rinoceronte e la pazienza di un falco, e di fronte a quella donna che cercava di afferrargli le mani si stava innervosendo. “Non vedo come, madame” ha risposto bruscamente.
Poi però ha sentito i dinari che gli strusciavano ruvidi sulle dita e con l’obolo di mia madre ben stretto tra l’indice e il medio si è lasciato sfuggire dai denti: “ Ma sì, in fondo possiamo provare…”
Il direttore mi ha iscritto nella classe di Ustez Abdelkarim. Questo era uno dei maestri più anziani, e aveva già tutti i capelli bianchi. Ma nonostante l’età aveva la pelle ambrata e liscia come un tamburo nuovo.
“Vieni a sederti qui, accanto a me” mi aveva detto il primo giorno di scuola.
Non l’aveva detto per simpatia, questo era evidente. Cercava solo un modo per controllarmi meglio, e ogni tanto, in mezzo alla lezione, si interrompeva di colpo per chiedermi:
“Hai ca-pi-to que-llo che ho de-tto , Smail? “
Mi si rivolgeva sempre in quel modo, scandendo le sillabe, perché pensava fosse l’unico adatto per farsi capire da uno come me.
A me però la scuola piaceva e qualche volta alzavo anche la mano per fare una domanda, ma appena cercavo di dire qualcosa le parole mi si frantumavano in testa.
“Coraggio, Smail… con calma.”
Il sorriso del maestro pian piano si trasformava in una smorfia.
Avanti, avanti, sono qui che aspetto, finisci il tuo discorso.
Aspetta però che mi allontano perché ragazzo, te lo devo proprio dire, quando parli sputi, e davvero mi fa schifo vederti.
Ma tu parla, parla, coraggio. Io sto qui e aspetto paziente, sorridendo.
E perché il mio sorriso sia più credibile mi metto davanti a tua cugina Dunia.
Come è bella Dunia.
Così bella che è quasi un dolore guardarla.
E brava, anche.
E’ un piacere insegnarle le cose.
Peccato davvero che sia una bambina, altrimenti chissà cosa potrebbe fare nella vita.
Ma così vuole Dio.
E tu ragazzo, dico a te, hai finito? Beh diciamo di sì.
“Grazie Smail” diceva, e si girava verso la lavagna.
5.
Il porto di Lampedusa
Dopo averci salvati, la Guardia di Finanza ci aveva scaricati al porto di Lampedusa.
A contarci tutti dovevamo essere più di duecento.
La maggior parte si erano sdraiati sulle banchine, e dormivano, esausti. Io invece ero rimasto in mezzo al molo, dritto come un minareto, a fissare i miei piedi che erano contusi e lerci, e incrostati di sangue rappreso.
“Ehi tu, che stai facendo? Mettiti giù con gli altri!”
Un gruppo di quattro poliziotti si era fatto largo in mezzo ai naufraghi e ora un tizio in divisa con le orecchie a sventola mi fissava minaccioso.
Io avevo freddo e fame e avrei voluto urlare a squarciagola che con quei disgraziati non c’entravo proprio niente, però poi mi sono accorto del mitra che mi stava puntando addosso e allora mi sono seduto accanto agli altri senza protestare.
“Dieci barche sono arrivate stanotte” ha detto uno dei poliziotti “dieci, ti dico. E tutti uomini. Manco una donna c’era, manco una, capisci? Ma ti sembra normale? Ti sembra normale che ci sbarcano in massa tutti quanti insieme. Gesù, non sapevamo più dove acchiapparli prima. Ma non può essere per caso. Quelli lo hanno fatto apposta, te lo dico io, ci vogliono fare diventare pazzi”.
Sulle nostre teste intanto ronzavano gli elicotteri.
Una donna grassa con le gambe molli e i baffi è passata e ci ha buttato addosso delle coperte di lana per riscaldarci.
Io mi sono rannicchiato sotto, completamente coperto.
Ma ero così fradicio che pure quando il sole ha cominciato ad arroventarmi la testa continuavo a battere i denti dal freddo.
“Ehi, che fai, dormi?”
Il mio vicino, un ragazzo con gli occhi grandi e un corpo da gatto, mi ha dato un calcio sulla gamba.
“Arrivano” ha detto “tirati su, avanti, altrimenti pensano che dormi e non ti danno da mangiare”.
A fatica mi sollevato, appoggiandomi sui gomiti.
Due ragazzi con la croce rossa sul petto stavano distribuendo caffé e panini.
“No maiale, no maiale” ripetevano a tutti.
“No maiale” hanno detto anche a me e mi hanno messo in mano un panino duro come un sasso e avvolto nella plastica.
Io a mangiare ci ho provato però quella roba non riuscivo ad inghiottirla. Avevo un tappo in gola come se il mare mi si fosse piazzato in mezzo alle tonsille.
Allora ho bevuto il caffè che era bollente e sapeva di fogna.
“Posso averne ancora ?” ha chiesto il mio vicino, quello che mi aveva dato il calcio per svegliarmi. Aveva labbra grandi e tagliate dalla sete.
“Dopo” gli ha risposto uno dei ragazzi.
“Adesso” ha ripetuto lui “perché tanto lo so che dopo non ripassi”
“Ma sì, ti prometto che dopo ripassiamo”.
E invece aveva ragione il mio vicino a volerlo avere subito, il caffé, perché quelli non sono più tornati.
Intanto un poliziotto con gli occhi chiari e una cicatrice sul mento ci stava passando in rassegna.
Insieme a lui c’era un tipo in jeans, con il ventre prominente e gli occhi tristi.
“Chiedi chi è lo scafista” ha ordinato il poliziotto.
“Man huwe al wasit? “ ha chiesto allora l’uomo in jeans.
Parlava con un tono metallico, inespressivo.
Dall’accento mi è sembrato egiziano.
“Man huwe al wasit?” ha ripetuto. Ma nessuno gli ha risposto.
E allora ho guardato Tarek, il libico, quello che tutti chiamavano al gursh perché portava un dente di squalo appeso al collo, e Sabri, il ciccione che mi aveva afferrato per i capelli un attimo prima che io annegassi, e ho pensato che almeno loro avrebbero dovuto alzare la mano, da bravi, come a scuola, e rispondere all’appello, invece si sono ben guardati dal fare un solo gesto.
E neanche io ho risposto, anche se avrei dovuto.
Almeno per educazione mi sarei dovuto alzare e gridare a gran voce “io, sono io il wasit , non lo vedi? Ero io che guidavo la barca. O meglio, cercavo di guidarla. Perché non so cosa è successo ma da un certo punto in poi quella barca sull’acqua ci andava da sola, ha preso la sua strada e via…”.
Questo avrei dovuto dire, e invece sono rimasto in silenzio, con le labbra incollate.
E perché, poi, parlare? Quando hai fame e sete al punto che il palato ti si spacca e il mondo ti ruota intorno come un vortice risparmi le tue energie e non agiti la lingua a vuoto.
Poi a un tratto l’egiziano mi è venuto vicino e ha cominciato a osservarmi in dettaglio. Occhi purulenti, fronte schiacciata e bocca a tenaglia. Non gli è sfuggito niente. Poi ha sputato per terra.
“Ma no, lasciamolo stare a questo, miskin”.
“Ecco, bravo, lasciami stare “ ho pensato “vai a cercarlo da un’altra parte il tuo wasit” . Aveva proprio ragione Ahmed, quando diceva che avrei avuto successo in questo mestiere. Perché ci vuole troppa fantasia a pensare che uno con la faccia da ritardato come me possa far parte dell'organizzazione che controlla traffici tra Libia e Italia, e davvero la gente non ne ha molta di fantasia.
“Chiedi a quell’ altro, invece, ha una faccia che non mi piace.”
L’egiziano si è rivolto al mio vicino.
“Come ti chiami?”
“Samir” ha risposto quello, guardandolo negli occhi.
“E di dove sei Samir?”
“Palestina”
“E che facevi in Palestina?”
“Studiavo”
“Studiavi?” l’egiziano si è girato verso il poliziotto, ridendo.
“Uno studente palestinese. Ma ti pare?”
“Senti ragazzo, si vede da lontano che sei marocchino. E appena apri la bocca non ci sono dubbi. E’ vero o no?”
Ma Samir non ha risposto. Lo guardava negli occhi e sorrideva, come se si stesse divertendo.
Intanto erano arrivati altri poliziotti.
Sembravano un esercito. Qualcuno aveva pure in mano un manganello.
“Dobbiamo fare il riconoscimento” ha detto uno degli ufficiali.
“Sono troppi” gli ha risposto il collega scuotendo la testa “stavolta sono veramente troppi”.
“Facciamo così, allora” ha detto il primo “facciamo il riconoscimento solo di quelli. Gli altri li smistiamo”.
“Ok” gli ha risposto l’altro “tanto gli aerei sono pronti”.
Il poliziotto con gli occhi chiari armeggiava con la ricetrasmittente.
“Sento il comando per avere conferma dei posti disponibili nei CPT” ha detto.
A quel punto Tarek ha cominciato ad agitarsi. Vedevo che faceva dei cenni all’interprete, per farlo avvicinare, e si è messo a discutere con lui a bassa voce. L’egiziano aveva due guance cadenti che tremolavano mentre annuiva con la testa, e alla fine ha chiuso le dita della mano a conca come per dire “aspetta”.
Si è avvicinato al poliziotto con gli occhi chiari, che sembrava il capo, e gli ha mormorato qualcosa all’orecchio. Quello ci ha lanciato un’occhiata che è caduta nel vuoto e ha cominciato a dividerci in tre gruppi. A turno diceva “vai qui”, oppure “va lì”. Quando è arrivato a me mi ha afferrato per la spalla e mi ha spinto da un lato. “Tu, con quelli” mi ha detto e sono finito nel gruppo di Tarek, insieme a una ventina di altri, e a Samir, il marocchino.
“Da quella parte” ha detto un altro poliziotto “il vostro aereo è pronto”.
Ci hanno fatto lasciare le coperte per terra, e anche i panini, chi non li aveva finiti, e siamo arrivati a piedi fino all’aereo. Ero così stanco che quasi non mi reggevo sulle gambe e mi girava la testa. Sono salito a bordo e mi sono buttato per terra, perché non c'erano i sedili.
Intorno a me c’erano gambe e braccia in mezzo alle quali facevo fatica a riconoscere le mie, e un puzzo di urina rappreso e giallo come grasso di montone .
Due labbra a ventosa si sono accostate al mio orecchio.
“ Ehi, Smail. E’ tutto sotto controllo, stiamo andando in un posto sicuro.” La voce era quella roca e inconfondibile di Tarek.
“Dove?” ho chiesto.
“Dove non ti interessa, idiota. Tu devi solo stare zitto e fare attenzione a non perdere la busta che ti ha dato Abu Hassan .”
“Che busta?”. Nessuno mi aveva dato niente, e addosso avevo solo paura e sudore. Guardavo il dente di squalo che aveva appeso al collo ciondolarmi su e giù davanti agli occhi e intanto mi chiedevo se veramente ci si può fidare di uno che chiamano al gursh. Poi Samir, che si era seduto accanto a me, ha detto “ attento sto per vomitare” e io ho pensato “speriamo che non mi vomiti addosso. Almeno questo Allah me lo deve concedere”. E infatti Allah me lo ha concesso perché Samir all’improvviso si è voltato dall’altra parte e si e’ vomitato sui pantaloni.
6.
Benvenuti al Mater Divina
La prima volta che l’ho visto, questo CPT, mi è sembrato un enorme pollaio.
Forse era stata colpa del viaggio.
Era la stanchezza, sicuro.
Era anche il mio cervello, che non funziona come dovrebbe.
Ma c’erano sbarre e reti di protezione ovunque, anche davanti alle finestre, ai balconi. E un muro alto due metri, ricoperto di filo spinato, che circondava un cortile in terra battuta, deserto.
Io guardavo i miei compagni, cinque in tutto, e avevo la netta impressione che si muovessero come polli.
Pure Samir, il marocchino, pure lui crollava la testa in avanti, camminando. E sulle braccia gli erano cresciute le penne, nere e affilate, tese come lame contro le lampade dei fari intermittenti.
“Venite con me” ha detto a un tratto una voce in mezzo al buio.
Ho voltato lo sguardo.
“Venite con me” ha ripetuto la voce e nel cono di luce del faro di sicurezza è sbucato un ragazzo con la faccia a pagnotta. Aveva lo sguardo perso, le palpebre calanti, e nella confusione ovattata del suo cervello cercava disperatamente di eseguire gli ordini che qualcuno gli urlava nell’orecchio.
“Avanti! Avanti! Nocita, sbrigati che è già passata l’ora!”
Una specie di troglodita con la camicia aperta sul petto spugnoso si era piantato a gambe larghe davanti alla porta di ingresso. Sembrava proprio che stesse aspettando una scusa qualunque per picchiarci.
“Arriviamo Carmine, qua stanno” ha balbettato affannosamente la faccia a pagnotta rivolgendosi al troglodita, e imprecando ci ha spinti all’interno.
Al nostro passaggio i tubi al neon schierati lungo il corridoio hanno lampeggiato più volte, come se esitassero ad accendersi, poi hanno sparato una luce accecante che ha invaso i dormitori. Dai letti si sono levate delle voci di protesta. Qualcuno prontamente si è coperto la faccia con il cuscino ed è ripiombato nel sonno.
“Ehi tu, dico a te”.
Mi sono voltato di scatto e ho visto Carmine che si avvicinava.
Un vero colpo di fulmine, tra me e lui, davvero.
Gli era bastato darmi un’occhiata per decidere che il suo preferito da quella sera sarei stato io.
In un attimo me lo sono ritrovato addosso. Da quella distanza potevo vedergli i peli del naso, che fremevano.
“Che c’è, mostro, si puoi sapere perché ti sei fermato?
“N-niente” ho balbettato io
“ Cammina, allora. Vai, che se no ti prendo a calci.”
“N-non ce la faccio”.
“Vai avanti, ti ho detto!”.
Un dolore improvviso mi ha fatto perdere l’equilibrio e sono caduto sulle mani: Carmine mi aveva sferrato un calcio dietro le ginocchia.
“Alzati!”
Più urlava e più io rimanevo fermo, a quattro zampe, come un cane.
Con la coda dell’occhio ho visto gli altri indietreggiare, cercando protezione accanto alle pareti.
Io ero solo, in mezzo al corridoio, come un verme.
Carmine mi ha guardato, uno sguardo di fiera prima di attaccare, poi mi si è gettato contro con tutto il peso, e ha cominciato a tempestarmi di colpi.
Io pensavo ad Ahmed, al punto rosso sulla mappa, e avrei voluto correre via, andarmene lontano. Ma il bianco degli occhi di Samir, dritto avanti a me, mi teneva prigioniero, e ad ogni colpo il dolore mi scuoteva come una scarica elettrica, paralizzandomi.
Poi qualcuno ha urlato basta.
Fin dentro il cervello mi ha urlato basta.
- Si può sapere che succede laggiù?
Un prete è uscito correndo dalla stanza in fondo, dove c’è il magazzino, con la tonaca che ondeggiava al ritmo delle sue pesanti falcate.
La sua voce ha riempito il corridoio, come un boato.
“Ma che ti prende, che sei uscito fodde?” ha urlato a Carmine, e senza dargli il tempo di reagire l’ha afferrato per un braccio e l’ha spinto verso il muro, con una tale violenza da sollevarlo da terra.
“Quante volte te lo devo dire non stai trattando con le bestie? Sono esseri umani questi qua.”
Poi si è chinato verso di me, mi ha teso la mano e mi ha aiutato ad alzarmi.
In un attimo mi sono ritrovato con il naso sulla sua spalla.
Odorava di pulito e sorrideva abbagliante.
“Tutto bene?”
“S-sì, tutto bene” ho risposto alzando gli occhi.
Era enorme, altissimo, con la testa a parallelepipedo e una mascella proiettata in avanti come la chiglia di una nave.
“Marco! Dove sei?” ha urlato guardandosi intorno.
Dietro di lui è apparso subito un ragazzetto svelto come una lucertola, con una faccia piena di brufoli e una spilla a forma di teschio infilzata nel sopracciglio destro.
“Don Roberto, eccomi, sto qua, vi sto seguendo”.
“Hai preso le buste?”
“Eccole, don Roberto. Eccole, qui ce l’ho”.
E ha indicato un carrello di metallo che pesava almeno il doppio di lui, stracolmo di buste di plastica bianche con l’icona azzurra di una madonna dalle braccia aperte.
“Va bene Marco, porta questi ragazzi nella camerata piccola, che sennò qui svegliano tutti e si fa confusione. Distribuisci le dotazioni e falli mettere a letto subito. Subito, capisci?”
Marco ha fatto segno di sì con la testa.
“E tu Nocita” ha detto poi Don Roberto rivolgendosi al tipo con la faccia a pagnotta “controlla che non ci siano altri problemi”.
“S-siì, va bene”. Ha risposto quello, balbettando.
Tra il naso e le labbra gli si erano formate delle minuscole goccioline di sudore che tremavano ad ogni movimento.
“Seguitemi” ha detto Marco.
Evitando lo sguardo rabbioso di Carmine, gli siamo andati dietro. Nocita chiudeva la fila.
Le ruote del carrello tintinnavano sul pavimento di mattoni. Ogni tanto una si incastrava in qualche fuga, e Marco imprecando la rimetteva in linea con le altre.
“Eccoci arrivati”
Davanti a noi c’era uno stretto dormitorio. Dentro, erano stati ammassati l’uno sull’altro una decina di letti a castello. Ma non si vedeva bene, perché la luce era spenta.
“Siamo arrivati” ha detto Marco “benvenuti al Mater Divina” . E ha cominciato a distribuire le buste di plastica che stavano sul carrello. Ne ha data una anche a me.
“Qui dentro avete tutto quello che vi serve: due tute, due asciugamani, un lenzuolo, uno spazzolino….”
Gli altri hanno preso le buste e sono andati a distendersi da qualche parte.
Samir si è seduto sul letto accanto alla finestra. Si è tolto le scarpe. Prima una, poi l’altra, le ha infilate sotto il letto. Si è tolto la camicia, ed è rimasto a torso nudo.
Il faro di sicurezza per un attimo ha illuminato la sua pelle lucida, il corpo magro e nervoso.
Poi il fascio di luce si è spostato, lasciando solo i contorni delle cose.
Io sono rimasto immobile in mezzo al dormitorio con la mia busta in mano, senza sapere dove andare.
Finché qualcuno mi ha chiamato:
“Qui, qui, vieni qui. Il letto sotto al mio è vuoto.”
Nella penombra ho visto solo una mano sottile che gesticolava. Ho posato la busta per terra e mi sono allungato sul materasso, esausto.
“Mii chiamo Amadou” ha bisbigliato la voce sopra di me mentre il buio inghiottiva la mano.
“Mi…mi chiamo Smail” ho balbettato io.
L’aria era pesta, opprimente. Mi sono disteso sulla coperta, senza spogliarmi.
Ho chiuso gli occhi, li ho riaperti, mi sono voltato in cerca di un filo di luce, un’ombra che mi indicasse dove ero.
Nel corridoio, dietro le sbarre, una sagoma ondeggiava al ritmo del proprio rancore.
Era Carmine, che mi fissava, in silenzio.
Un silenzio carico di propositi minacciosi per l’avvenire.
7.
“Al maktoub, ovvero quando nasci è una condanna”
“Ci sono delle persone, Smail, sulle quali il destino si abbatte da subito come una condanna, e tu, figlio mio, sei una di quelle”.
Così mi disse mia madre un pomeriggio che ero andato a trovarla, all’epoca che vivevo già da solo e lavoravo con Ahmed, e pure se lei su di me le mani non le aveva mai alzate, quella frase mi arrivò in faccia come una sberla.
Mia madre di destini se ne intendeva perché col suo aveva un conto aperto ormai da anni. Al maktoub, lo chiamava, e sembrava che parlasse di uno di famiglia, un parente lontano che era venuto ad abitare con noi di prepotenza. Ia maktoub! gli urlava in faccia con i pugni alzati, quando le cose andavano male, perché lei col destino ci parlava, lo sfidava, lo chiamava in causa a ogni nuova difficoltà, e a seconda dei giorni teneva il conto delle perdite e delle vittorie di quell’interminabile braccio di ferro.
Avevo sei anni quando decise di farmi visitare alla clinica privata Sainte Thérèse, a Cartagine .
“Lascia perdere, Safyye,” le avevano detto tutti, “rassegnati, è il volere di Dio”, ma lei non diede retta a nessuno e all’ospedale mi ci portò lo stesso, convinta com’era, a quel tempo, che anche Dio qualche volta può cambiare idea.
Alla Sainte Thérèse le visite pediatriche le faceva il dottor Leblanc, un medico di Bordeaux con il cranio liscio e untuoso come una supposta di glicerina.
Monsieur Leblanc mi guardò in faccia e quello che vide non gli piacque affatto.“Come ti chiami?” mi chiese.
“M-m-m -a -iiiiiiiii” risposi io.
Il dottore scosse la testa, risentito. Poi mi sottopose ad una serie interminabile di torture, che consistevano principalmente nel mostrarmi orribili disegni e farmi domande alle quali non sapevo cosa rispondere.
“Qualcosa non è andato per il verso giusto durante il parto” sentenziò alla fine.
Che qualcosa durante il parto non fosse andata per il verso giusto mia madre lo sapeva benissimo anche senza l’aiuto di un luminare.
Aveva dovuto urlare per un giorno e mezzo prima che il toubib di turno si decidesse ad intervenire. Con il forcipe mi avevano estratto dall’utero ormai cianotico e in un mare di sangue. Mentre un'infermiera cercava di insufflarmi aria nei polmoni l’ostetrica aspettava con ansia il secondamento della placenta. Invano. Allora il toubib aveva cominciato a raschiare l’utero per pulirlo dai residui di tessuto ancora attaccati, ma quel giorno doveva aver dimenticato a casa gli appunti del corso di specializzazione perché mise male lo scovolo e provocò una lesione profonda. Mia madre rimase sterile a 23 anni.
“Evidentemente” continuò il dottor Leblanc “il bambino è rimasto senza ossigeno per troppo tempo, e questo ha provocato dei danni al cervello”.
“Che tipo di danni?” chiese mia madre.
Monsieur le docteur non era abituato a sentirsi porre delle domande così dirette da parte delle donne del luogo e ne rimase molto imbarazzato. E forse fu per nascondere questo imbarazzo che si mise a guardarle le ginocchia .
“E' difficile da quantificare con esattezza” disse “il bambino è ancora piccolo. Per adesso vediamo questa forma di afasia, voglio dire che…”
“Ho capito cosa vuol dire, dottore”.
Mia madre aveva studiato da maestra e certo non si faceva mettere in crisi da termini come afasia. Però voleva saperne di più.
“Quanto è grave?.”
“Non lo so” rispose il dottore allargando le braccia “ ci vorrebbe uno specialista. Ce n’è uno qui da noi molto bravo, a pagamento….”
Mia madre lo guardò senza parlare. Intimidito da quel silenzio Monsieur le docteur si sentì in dovere di aggiungere qualcosa.
“Però si ricordi che con un’opportuna terapia si possono fare miracoli. Le capacità di esprimersi di suo figlio possono aumentare notevolmente.”
“Inshallah” disse semplicemente mia madre, e dopo averlo salutato uscì dallo studio medico con me in braccio, mezzo addormentato.
Guardandola allontanarsi lungo il corridoio, leggermente sbilenca a causa del mio peso, il dottore si sentì in dovere di dare il suo ultimo contributo da uomo di scienza.
“Madame” gridò e si mise a correre per cercare di raggiungerla.
“Se vuole” le disse ansimando “c’è sempre l’alternativa dell’Istituto….”
Mi madre non gli lasciò finire il discorso.
“Non intendo mettere mio figlio in nessun istituto” disse, e si incamminò spavaldamente verso l’uscita.
Mia madre era fatta così, non era tipo da ritornare sui suoi passi, e ormai aveva preso la sua decisione. Entro la fine dell’anno io avrei parlato. E sarebbe stata lei l’artefice del miracolo, lei e nessun altro, a costo di dovermi riempire di botte e infilarmi degli stecchi sulla lingua per farmi capire come articolare correttamente i suoni.
A ripensarci adesso non mi stupisce che a quell’epoca mia madre fosse già sola. Quanto a mio padre, il suo contributo nella mia esistenza è stato assai poca cosa perché possa provare nei suoi confronti il benché minimo sentimento.
Marwan, così si chiamava mio padre, ci aveva lasciati dopo il mio primo compleanno. Un pomeriggio era entrato in cucina mentre la moglie stirava le lenzuola. A Safyye piaceva stirare in cucina il pomeriggio perché così poteva guardarsi in santa pace Fuoco e fiamme, la musalsala egiziana che davano a quell’ora.
“Mi hanno offerto un lavoro in Bahrein” aveva annunciato mio padre.
“Ah si? “aveva risposto lei distrattamente.
Era la centotreesima puntata e quel giorno la storia era arrivata ad un punto cruciale. Nabil aveva deciso di pedinare la moglie Farida. Ed era arrivato fino alla casa dell’amante.
“E quando dovresti andare? “aveva chiesto mia madre con gli occhi incollati al televisore.
“La settimana prossima.”
“La settimana prossima” aveva ripetuto lei automaticamente. Poi d’un tratto si era resa conto della ridicola brevità di quel lasso temporale ed era rimasta a fissarlo interdetta, mentre sul lenzuolo si formava un vago alone giallastro.
“Come sarebbe a dire la settimana prossima?”
“E’ successo tutto in fretta, che ci vuoi fare, Safiyye” aveva detto lui sedendosi su una delle sedie di formica bianca intorno al tavolo.
Mia madre capì subito che dietro quella partenza c’era un'altra donna. Di storie così ne erano piene le musalsalat che le piacevano tanto e di colpo maledisse la sua, di musalsala, che aveva una sceneggiatura infame.
“Comunque non devi preoccuparti, Safyye. Guadagnerò di più e ogni mese potrò mandarti dei soldi” .
“Quanti soldi, Marwan?”
“Abbastanza. E ora ia habibti, ti dispiacerebbe farmi un caffè?”