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Il seme di Nassiriya, la forza rivoluzionaria del perdono e l'incredibile storia di Margherita

 

 

Il seme di Nassiriya, è il sorriso di Margherita Coletta, la moglie di Giuseppe, vicebrigadiere dei carabinieri caduto nella strage di Nassiriya durante la quale sono morti, fra l'altro, 19 italiani, fra cui 15 carabinieri, 5 uomini dell'esercito e 2 civili.
 
 
"Sento la croce sulle mie spalle, ma avverto pure che Gesù Cristo è lì dietro che mi solleva questo peso". Un concentrato di catechismo vivente, questo è stato l'incontro con questa giovane donna accompagnata da Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire autrice de “Il seme di Nassiriya”, il libro che ripercorre la drammatica vicenda. Margherita sorride, è felice, è una genialità incarnata di sapienza cristiana.
 
 
“Ho fatto solo la terza media, si schernisce”, “è chiaro che tutto quello che mi è successo è opera di un Altro. Dio aveva su di me e mio marito un progetto particolare che si è realizzato secondo una scansione che prevedeva alcune tappe”. Margherita racconta i passi salienti della sua vita davanti ad una platea numerosa, attenta, che, la scorsa settimana, ha riempito il CineTeatro Agorà di Carate Brianza. “Se amate quelli che vi amano che merito avete? Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Chi pronunciava queste parole davanti alle telecamere dei giornalisti che affollavano la sua casa di San Vitaliano (Napoli) a poche ore dalla strage di Nasiriyah era proprio lei, Margherita. Era il 12 novembre del 2003 e da poche ore aveva saputo che suo marito era tra i morti del sanguinoso attentato in Iraq.
 
 
“Io e mio marito ci siamo conosciuti giovanissimi e, come accade spesso dalle nostre parti, ci siamo prima fidanzati e poi sposati dopo poco tempo. Avevo appena 13 anni quando mi innamorai di Giuseppe. Dopo due anni che eravamo sposati, rimasi incinta di Paolo. Fino ad allora pensavo che le nostre vite dovessero realizzarsi secondo uno schema ben definito: il matrimonio, il lavoro, i figli. Ma subito mi resi conto che il Signore su di noi aveva un progetto più grande. All'età di sei anni mio figlio si ammalò di leucemia. Una malattia terribile. Parlavo con Dio e gli dicevo di lasciarmelo qui su questa terra perché Paolo avrebbe fatto il sacerdote. Il Signore ha aspettato il giorno che io fossi pronta per chiamarlo a sé. Una sera dissi: io vorrei che rimanesse ma se vuoi, prendilo. L'indomani Paolo è spirato”.
 
E Giuseppe? “Mio marito ha sempre continuato a esercitare il suo mestiere di carabiniere sino agli ultimi giorni di vita di nostro figlio. E’ stato sempre disponibile, al servizio di tutti, anche se per vivere in questo modo la sua professione, talvolta andava contro certe regole e protocolli militari. Ma Giuseppe era fatto così”. “Quando morì nostro figlio - riprende Margherita - invece di chiuderci nel nostro dolore, siamo diventati ancora più aperti e disponibili nei confronti delle persone che soffrono, in particolare i bambini. Era questo il motivo per il quale Giuseppe ha iniziato a partecipare alle missioni di pace in giro per il mondo, fino all'esperienza più tragica, quella di Nassiriya”.
 
 
“La popolazione voleva bene ai carabinieri, ricorda Margherita. Quando ci fu l'attentato i primi fiori posati sulle macerie furono proprio quelli degli iracheni. Mio marito mi raccontò alcune cose di questa missione, non tutto naturalmente, perché i soldati sono tenuti ad osservare il segreto militare ma dalle sue parole ho capito che un'esperienza così lui non l'aveva mai vista. C'era una sofferenza a noi inimmaginabile, patita soprattutto dai bambini che morivano letteralmente per la strada a causa degli stenti. La nostra missione, bisogna continuare a ricordarlo, è stata effettivamente a carattere umanitario. Siamo andati ad aiutare gente che soffriva”. In cambio di che cosa, verrebbe da dire? In tutta risposta i terroristi hanno scaricato sui nostri militari "300 chilogrammi di tritolo.
 
 
Il risultato? Alcune famiglie completamente distrutte, come ha detto la giornalista Lucia Bellaspiga che ricorda ciò che più l'ha colpita di Margherita, il giorno stesso quando apprese della morte del marito, sono state le sue parole di perdono, citando un passo del Vangelo di Matteo”. Margherita riflette a voce alta: “ Quello che ci è successo ci doveva aprire agli altri. Perché altrimenti Cristo è morto in croce? Per donarsi, e dopo il sacrificio c’è la Resurrezione. Dopo la morte di mio marito ho fatto nascere l’Associazione “Giuseppe e Margherita Colletta. Bussate e vi sarà aperto”, per aiutare chi ha bisogno, in particolare i bambini” “A partire da quelli iracheni – aggiunge Lucia Bellaspiga – che sottolinea come la testimonianza di Margherita abbia colpito tante persone, specialmente quelle più lontane dalla pratica religiosa. E cita anche Rita Armenni, giornalista che dapprima si rifiutò di commentare il libro poi, dopo averlo ricevuto e letto, decise di scrivere una splendida post fazione, colpita profondamente dall’umanità di Margherita”.



 
(Da La Prealpina Giovedi 11 dicembre 2008)
 
 
 
 
 
 
 

Il perdono di Margherita

 
 

Il libro scritto con Lucia Bellaspiga

 
Il libro
 

Bussate e vi sarà aperto

Un’associazione per aiutare i bambini

L’associazione “Bussate e vi sarà aperto” intende portare avanti con lo stesso spirito che animava le missioni del brigadiere Coletta, alcuni progetti a sostegno delle popolazioni più bisognosi con un occhio particolare di riguardo nei confronti dei bambini. “Ora siamo impegnati con un progetto in Burkina Faso – spiega la signora Coletta – per andare incontro alla drammatica situazione dei bambini di quella zona che quando muoiono i genitori sono lasciati da soli e muoiono di stenti, di fame, talvolta sbranati persino dai cani. Chiunque può aiutarci. Chi volesse può farlo anche acquistando il libro scritto con Lucia Bellaspiga i cui diritti d’autore sono tutti devoluti in beneficenza”. Per saperne di più e rimanere aggiornati sulle novità dell’associazione si può consultare anche il sito all’indirizzo: http://www.associazionecoletta.it/storia/
 
 
TG 2, Le parole di Don Luigi Giussani
 
Il testo scritto dal fondatore di Comunione e liberazione per la “Copertina” con cui si è aperto il Tg2 delle 20.30 del 18 novembre 2003, giorno dei funerali delle vittime dell’attentato di Nasiriyah.

Che orrore! Che vergogna! «Né il sol più ti rallegra/ Né ti risveglia amor». Il Pianto antico di Carducci custodisce nel cuore della nostra storia quel mistero per cui Dante Alighieri prega la Madonna perché una ricchezza di umanità nuova affermi la vittoria del bene attraverso il suo dolore di sposa e di madre: «In te misericordia, in te pietate,/ in te magnificenza, in te s’aduna/ quantunque in creatura è di bontate».
 
Così in noi diventa grande l’urto del cuore per il giudizio della signora, moglie del brigadiere Coletta, che ha parlato davanti alle telecamere del telegiornale. «In te misericordia», perché l’uomo cade senza conoscere il dove, il come e il quando. «In te pietate», perché l’uomo è debole, contraddittorio e fragile fino alla morte.
 
«In te magnificenza» è il comunicarsi di una forza di vittoria come luce finale. Bontà è il motivo di azione per l’uomo. Quanto canto popolare potrebbe risorgere, se una educazione del cuore della gente diventasse orizzonte di azione dell’Onu, invece che schermaglia di morte – favorita da quelli che dovrebbero farla tacere – tra musulmani ed eredi degli antichi popoli, ebrei o latini che siano.
 
E questa sarebbe la vera ricchezza della vita di un popolo! Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio. La paura o il disprezzo della Croce di Cristo non farà mai partecipare alla gioia di vivere all’interno di una festa popolare o di una espressione familiare.
 
La testimonianza di Dante Alighieri è rifiorita nel dolore della signora Coletta: «In te misericordia, in te pietate,/ in te magnificenza, in te s’aduna/ quantunque in creatura è di bontate».
 

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